Il Signore di Bayard,
l'ultimo Cavaliere


conferenza
internazionale
sabato 17.09.2005
SpazioCultura
sala Previato
San Giuliano Milanese
(Italia)

nell'ambito della
rievocazione storica
"Ritornano i Giganti"
e
"9° Rencontres Bayard"

 

Realtà locale e situazione internazionale alla vigilia della "Battaglia dei Giganti"

Secondo un'ormai nota definizione di Emilio Sereni, il paesaggio agrario è "quella forma che l'uomo, nel corso e ai fini delle sue attività produttive agricole, coscientemente e sistematicamente imprime al paesaggio naturale." E', dunque, frutto dell'opera dell'uomo, della sua arte di educare, di disporre, di conciliare ciò che naturalmente avrebbe sembianza diversa. La pianura padana rappresenta, in questo senso, uno degli esempi più significativi e non solo da oggi: già ai suoi tempi, lo scrittore francese Stendhal al fascino di selvaggia bellezza della costiera cilentana diceva di preferire la suggestiva, armoniosa dolcezza della campagna lombarda, dal momento che l'una era espressione di un dato di natura primitivo, mentre l'altra era il risultato di una sapienza antica e di un tenace lavoro di adeguamento della natura alle condizioni umane, di edificazione del suolo secondo esigenze di volta in volta più urgenti, come appare anche osservando il nostro territorio di San Giuliano, situato proprio ai confini della Bassa, cioè di quella parte di pianura che dalla linea cosiddetta dei fontanili si protende a sud, verso il Po.
Il paesaggio naturale di questa terra era caratterizzato dalla palude, originata, a causa dell'impermeabilità del suolo e del sottosuolo, da una sovrabbondante ricchezza di acque di superficie; per ritrovare le tracce di questo paesaggio occorre, però, risalire a un passato lontano. Ai tempi della civiltà di Golasecca, intorno al sec. VII a.C. e più ancora nei due secoli successivi, secondo gli studi compiuti da Maria Vittoria Antico Gallina proprio a proposito di Zivido, in questa regione si erano formate vaste aggregazioni di villaggi, i cui abitanti sfruttavano le zone favorevoli, sparse in un territorio caratterizzato per lo più da foreste e da acquitrini, per porre insediamenti e svolgere attività commerciali di raccordo tra l'Etruria Padana e i Celti d'Oltralpe. Il tracciato che da Bologna si spingeva verso Lodi e poi Milano, la futura via Emilia, rappresentava fin da allora un'importante risorsa economica, a fianco della quale scorreva l'altra arteria che ebbe grande influenza sull'evoluzione di tutta la zona: il fiume Lambro. La presenza di queste due vie di comunicazione fu il motivo dello sviluppo di questo territorio e del suo particolare assetto, in quanto la possibilità del commercio rappresentò un costante stimolo per l'attività agricola. Essa, che era favorita dalla naturale ricchezza d'acqua, ricevette grande impulso dai lavori di disboscamento avviati dai Celti, signori del luogo dal IV secolo fino agli ultimi decenni del III secolo a.C., e, dopo la conquista romana, raggiunse livelli di elevata produttività quando, intorno alla fine del I secolo a. C e l'inizio del successivo, il contado fu organizzato secondo i criteri della centuriazione. Per centuriazione, o limitatio per centurias, si intende una suddivisione in parcelle dei terreni adibiti a usi agricoli, suddivisione realizzata tramite strade o canali di drenaggio. In ogni parcella si concentrava l'attività di coltivazione e allevamento e a questa se ne poteva affiancare anche una artigianale, il tutto finalizzato all'approvvigionamento di una città, per cui si privilegiavano campagne e centri urbani che erano già dotati di vie di comunicazione terrestri o fluviali. In epoca romana, poi, sempre nel I secolo a. C., la via Emilia fu prolungata da Piacenza a Milano e su questa via consolare il sesto miliario da Milano era segnato proprio in San Giuliano all'altezza della cascina detta Sesto Gallo, il settimo all'incrocio per Carpianello e l'ottavo a Occhiò, il cui nome è la contrazione appunto del numerale octavum riferito a miliarum e di questo periodo ci rimangono, oltre ai reperti archeologici, le testimonianze di autori come Polibio, Livio, Plinio il Vecchio e Sidonio Apollinare.
Anche le popolazioni gota e longobarda riconobbero un ruolo preminente al tracciato stradale e a quello fluviale, anzi i Longobardi tra VI e VIII secolo d.C. diedero avvio nell'Italia settentrionale, su cui posero il proprio dominio, all'organizzazione di un efficiente e complesso sistema difensivo, che prevedeva arimannie e castelli, cioè strutture di carattere militare poste ai confini del regno, oppure nei punti strategicamente più importanti come i nodi stradali o il passaggio dei fiumi e scendendo da Milano lungo il Lambro si incontravano arimannie a Lambrate, Cavriano, Monlué, un tempo nota come Monte Lupario, Linate, Foramagno, Mediglia, Zivido. Mentre le città di fondazione romana erano trascurate, né se ne fondavano di nuove, proprio queste entità amministrative su base agricola militare predisponevano il contado a forme di organizzazione e di produzione destinate a mantenersi anche quando nei secoli successivi su queste zone si formarono il distretto dei Corpi Santi e le pievi di Mezzate, San Donato e San Giuliano.
Con la ripresa del monachesimo sul finire del sec. XI, la pieve di San Giuliano conobbe la fondazione di importanti monasteri: nella seconda metà del sec. XI sorse quello di S. Maria di Calvenzano e verso la metà del secolo successivo S.Pietro di Viboldone. Si tratta di due storie molto diverse: l'una espressione della riforma cluniacense e nata dall'iniziativa signorile locale e dall'intervento delle alte cariche del magistero ecclesiastico, l'altra voluta per dare spazio agli Umiliati, un'associazione laica a cui aderivano piccoli mercanti e lavoratori della lana che conducevano una vita comunitaria austera di povertà e di adesione al messaggio evangelico. Entrambe, tuttavia, furono esperienze di grande significato per la vita religiosa ed economica dei siti circostanti come Zivido e San Giuliano, anche nei secoli successivi.
L'attività dei monaci, però, soprattutto cistercensi, assunse, a partire dal sec. XII, un'importanza insostituibile nella riorganizzazione del territorio in vista di una maggiore fertilità e produttività. L'impegno più grande fu profuso nell'estendere l'area coltivabile, disboscando e bonificando i terreni, operazione consistente principalmente nella canalizzazione dell'acqua in eccesso, e dando origine a un sistema di sfruttamento agricolo organizzato in grange, che consentiva, nel quadro di un'economia di sussistenza, la produzione di cereali panificabili, vino e prodotti dell'allevamento. Accanto a queste attività, a partire dal secolo successivo, nelle campagne lombarde si affermò il sistema irriguo della 'marcita', che permetteva il rifornimento di foraggio per un più lungo periodo dell'anno.
Fu la ripresa demografica successiva al Mille a stimolare la crescita di queste attività produttive, che nel giro di un secolo persero il loro primitivo carattere di economia di sussistenza per assumere quello di economia di mercato, favorito dalla presenza, come già si diceva, di vie di trasporto terrestri e fluviali che legavano la città, Milano, da cui proveniva una richiesta sempre maggiore, alle fertili zone della media e bassa pianura. E mentre la via Emilia accentuava il proprio ruolo di via di pellegrinaggio per chi era diretto a Roma, come si legge negli itinerari medievali, Milano si impegnava ad acquisire i diritti sul fiume Lambro, per garantirsi il diritto di navigazione e quindi di accesso al mare, e il diritto di utilizzo dell'acqua per scopi agricoli. In questo contesto si inquadra la rivalità con Lodivecchio, posta sul Lambro, e l'atteggiamento filoimperiale dei Lodigiani nel lungo conflitto svoltosi nel sec. XII tra il Barbarossa da un lato e Milano e le città della Lega Lombarda dall'altro, atteggiamento che fruttò agli alleati dell'imperatore il privilegio necessario per costruire una nuova città, l'attuale Lodi, lungo le rive dell'Adda e i conseguenti diritti sull'acqua di questo fiume.
L'egemonia di Milano, che si espresse politicamente con l'unificazione sotto i Visconti dei territori di Pavia, Lodi e Cremona, consentì la realizzazione di grandi opere idrauliche, che spesso erano ostacolate da contrasti municipalistici e interessi privati. Al completamento del naviglio Grande, che collegava il Ticino con la capitale, seguì nel sec. XIV, nel lodigiano, l'allungamento e l'ampliamento del canale della Muzza e, nel secolo ancora successivo, la costruzione dei navigli di Bereguardo e della Martesana completò il sistema irrigatorio della pianura, destinato a mantenersi sostanzialmente inalterato per secoli. Contemporaneamente vennero costruiti i canali rustici, detti rogge, che dai canali principali, o dai fontanili ai confini con l'alta pianura, portavano l'acqua alle singole possessioni: rogge talora di grande portata e lunghe anche alcune decine di chilometri. Il procedimento per la costruzione di una roggia era lineare: ottenuto il diritto a estrarre un certo numero di once d'acqua da un canale, veniva dato a un inginiarius l'incarico di tracciare il progetto, quindi si acquistavano le terre su cui sarebbe dovuto passare il cavo, si assoldavano i salariati per il lavoro e in pochi mesi tutto era fatto e nella toponomastica lombarda sono rimasti i nomi di rogge dai quali è possibile risalire facilmente ai personaggi che ne promossero la costruzione.
L'agricoltura lombarda era divenuta un rilevante settore di investimento che attirava capitali e interessi imprenditoriali e l'acqua e le rogge si rivelavano beni preziosi, oltre che per l'irrigazione, anche per l'impianto di mulini, che rappresentavano una delle voci di maggior valore economico della zona, non solo perché i mulini consentivano la produzione del macinato, ma anche perché potevano essi stessi diventare spesso fonte autonoma di reddito, se scorporati dalle terre e gestiti attraverso locazioni temporanee, stipulate direttamente con mugnai o con intermediari. Dalla fine del sec. XIV, poi, da quando, cioè, la produzione della carta cominciò a diffondersi nel milanese, accanto ai mulini si videro lungo le rogge anche le folle da carta, che in più di un caso erano impianti molitori riadattati.
L'unificazione politica sotto il controllo della città ambrosiana comportò anche il prevalere degli interessi fondiari milanesi e proprietà nobiliari ed ecclesiastiche originarie della città si estesero rapidamente in pianura. Le famiglie gentilizie legate alla corte si valevano della loro influenza politica per ottenere concessioni d'acqua, immunità fiscali ed esenzioni e atteggiamento analogo, a volte anche di grande spregiudicatezza, fu quello tenuto da alcuni commendatari a capo o di ospedali urbani, o di ricchi monasteri, o di altri enti ecclesiastici.
Nel corso del sec. XV, in controtendenza con la più generale situazione di recessione in cui si trovava gran parte dell'Europa, ebbe inizio nella bassa lombarda un processo di arricchimento delle attività produttive originate dall'estensione del prato irriguo, resa possibile proprio dall'ampiezza dell'irrigazione, e che consentiva tipi di coltura ad alto reddito, diversamente, per esempio, dalla vite, che era indice di un carattere ancora strettamente autarchico della produzione agricola e la cui diffusione si ridusse gradualmente nei secoli successivi. Anche all'interno della Lombardia, questa della Bassa era una zona che si distaccava da altre zone agrarie dello stato, come si rileva dalla valutazione riportata nel catasto di Carlo V, compilato per iniziativa del viceré Alfonso d'Avalos nel 1543, in ottemperanza al desiderio del sovrano di rivedere, ed eventualmente perequare, le quote del mensuale, cioè della tassa che le province erano tenute a versare per contribuire alle spese militari.
Nel territorio di San Giuliano, come in altri di questa regione, si assistette, dunque, a un elevato sfruttamento dei terreni: l'incolto e i terreni paludosi erano molto ridotti, poco il bosco, mentre il seminativo era particolarmente ampio, in un contesto agricolo che, a differenza di altre zone dello stato, raramente conosceva il metodo di riposo del terreno. In particolare nella pieve di San Giuliano prevaleva l'aratorio semplice, seguito dall'aratorio vitato, poi destinato a sparire, e dal prato adacquato, cioè irriguo e questo in tutti i tipi di possessioni, sia nobiliari sia ecclesiastiche. L'avvicendamento a prato sui seminativi consentiva la compensazione al depauperamento del terreno causato dai cereali maggiori o minori e rappresentava un elemento fondamentale per l'allevamento del bestiame grosso, importante sia per la fornitura di animali da lavoro, sia soprattutto, a partire da questo periodo, per la produzione e il commercio caseari, che da allora in poi rappresentarono una voce di rilievo dell'economia della bassa pianura.
In verità, come si è già osservato di sfuggita, questo tipo di produzione era cominciata nella regione già a partire dal sec. XII, in seguito al consolidamento dell'insediamento urbano e quindi all'aumento dei consumi che aveva indotto anche un aumento dei coltivi e dei prati, mentre la riduzione delle aree boschive ricche di ghiande aveva causato il ridimensionamento dell'allevamento dei suini. Entro la fine del '400, però, il fenomeno aveva ricevuto un tale impulso che l'allevamento di mandrie bovine aveva completamente sostituito, per quanto riguarda la produzione di latte, quello degli ovini. Si trattava di mandrie transumanti, le 'bergamine', così dette dal luogo di provenienza, e 'bergamini' erano i pastori che le accompagnavano. Inizialmente costoro erano singoli o gruppi di allevatori che svolgevano la propria attività in modo autonomo rispetto al mondo agricolo e che, in quanto legati alla transumanza, non occupavano posti stabili. Gradualmente, però, i bergamini, o malghesi, grazie anche alla loro sapienza casearia, che rappresentava un'importante voce di questo nuovo modello di economia integrata, sostituirono alle loro forme di vita nomadi quelle stanziali, che si inserirono totalmente nell'articolato sistema produttivo della cascina. Accanto quindi ad una sempre maggiore diffusione di questi bovini e all'aumento dei prodotti del latte, si assistette anche ad una progressiva modificazione del sistema di lavoro e del tessuto sociale. La 'cascina', che nei secoli precedenti aveva indicato semplicemente un luogo di deposito degli attrezzi agricoli e del fieno, a cominciare dall'età moderna designò un complesso di edifici abitativi e rustici, dapprima posti su due linee parallele separate da un grande cortile, poi costruiti in forma di quadrato intorno a un'aia: granai, stalle, fienili, mulini, torchi, pozzi, casere, in modo che il processo produttivo potesse essere agevolmente completato in tutte le sue fasi. La presenza delle mandrie bovine, inoltre, influiva anche su un'altra importante opportunità di reddito: il miglioramento della produttività agronomica conseguente all'azione della sostanza organica degli animali lasciata direttamente sul terreno e il letame usato nelle colture cerealicole, in quella del lino e poi per i prati e per le viti fino alla scomparsa di queste ultime nel sec. XVIII. I bergamini spesso si accordavano con i proprietari dei prati nell'acquisto di fieno in cambio della cosiddetta 'sostanza grassa'.
Dal punto di vista sociale il passaggio dei bergamini dalla transumanza alla stanzialità significò un profondo cambiamento del loro ruolo: se in un primo tempo erano ricercati proprio perché grazie alla mobilità delle loro occupazioni potevano facilmente sfuggire alle rilevazioni fiscali, partecipavano scarsamente alla vita della comunità, avevano limitata frequentazione dei banchi notarili, successivamente le loro abitudini di vita mutarono fino al progressivo inserimento, tramite matrimonio, nelle famiglie indigene, all'acquisizione del ruolo di stabile conduttore in qualche cascina o in qualche villaggio e all'assunzione del ruolo di fittabile, figura chiave della successiva espansione delle attività agrarie in senso capitalistico.
Tutto questo mentre nel ducato di Milano divampava la guerra. Non era certo una novità: se si escludono gli anni dal 1450 alla fine del Quattrocento e nel secolo precedente il periodo della signoria di Azzone Visconti, che furono caratterizzati dall'assenza di gravi conflitti, situazione della quale ci si avvantaggiò per realizzare opere pubbliche e per incrementare l'economia, pochi restano i momenti in cui i signori di Milano non erano coinvolti in qualche guerra contro Venezia, o contro Genova, o contro altri nemici ancora.
La guerra, però, che interessava il ducato di Milano all'inizio del '500 era altra cosa: non era questione di ridisegnare i confini del ducato ampliando o ridimensionando l'ampiezza dello stato e seconda di una sconfitta o di una vittoria, ora si combatteva per decidere dell'indipendenza stessa del ducato e per questo motivo la battaglia dei Giganti, svoltasi a Zivido il 13 e 14 settembre 1515 e a lungo nota impropriamente come battaglia di Marignano, fu in più di un caso motivo di preoccupazione e di commento. In essa, infatti, conversero tensioni e contrasti che si stavano preparando da tempo, per comprendere i quali occorre tenere presente il quadro europeo.
La discesa in Italia, sul finire del sec. XV, di Carlo VIII re di Francia, chiamato in causa proprio dal duca di Milano Ludovico Sforza detto il Moro, riapriva ai sovrani d'Oltralpe la strada per il possesso del milanese e soprattutto del regno di Napoli, passato definitivamente agli Aragonesi a metà del '400 dopo circa due secoli di dominazione angioina. Tale progetto, fallito a Carlo VIII, era riuscito al suo successore Luigi XII per quanto riguarda il ducato di Milano, che, infatti, dal 1499 era entrato a far parte della corona di Francia, mentre il napoletano era rimasto legato alla Spagna. La presenza francese nella penisola, però, aveva incontrato l'ostilità di molti altri stati, che tuttavia non avevano rinunciato anche all'alleanza con la Francia se questo aveva potuto rivelarsi utile nella soluzione di altri contrasti.
Questa era stata anche la scelta del papa, il bellicoso Giulio II, che, pur mantenendo tra i propri obiettivi principali quello di allontanare dalla penisola italica le potenze straniere, al fine di occupare un ruolo di indiscussa preminenza non solo come capo spirituale, ma anche come principe temporale, per riportare sotto il proprio dominio le città dell'Emilia e della Romagna passate sotto il controllo della repubblica di Venezia, non aveva esitato a stipulare la lega di Cambrai proprio con la Francia e l'imperatore Massimiliano, in modo da isolare politicamente e militarmente la Serenissima. Dopo la vittoria, però, riportata dai Francesi sui Veneziani ad Agnadello nel 1509, l'atteggiamento del pontefice cambiò: temendo un controllo francese troppo forte sulla penisola e l'ostilità di Luigi XII, che minacciava un nuovo scisma simile a quello che, nel Trecento, aveva costretto il papa a trasferirsi ad Avignone, ruppe l'accordo con l'Orléans e ricercò altri alleati. In questo contesto si mise in luce il vescovo di Sion, che Giulio II nominò nunzio apostolico presso la Dieta, l'organo principale di governo della Confederazione Elvetica. Matthias Schiner rappresentava la punta più avanzata dell'atteggiamento antifrancese, che era proprio dei cantoni attorno al Gottardo e al Sempione e dei ceti dirigenti dei cantoni occidentali. Costoro non erano affatto favorevoli al consolidamento del dominio francese su Milano, che avrebbe rappresentato una minaccia per il Vallese e il Pays de Vaud, confinanti proprio con la Francia, e soprattutto avrebbe posto un'intollerabile ipoteca sul mantenimento dei territori e dei privilegi acquisiti dai Confederati in Lombardia negli ultimi decenni del sec. XV, dato che Luigi XII non si mostrava incline a riconoscerne la validità e questo nonostante l'alleanza decennale conclusa nel 1499. Anzi, la vittoria di Agnadello, riportata dal re di Francia allo scadere di questo trattato, sembrava costringere gli Svizzeri a rinunciare alle vicende italiane. Rinuncia tanto più amara, quanto più era stato grande l'impegno della Confederazione ad aprirsi l'accesso alla Lombardia, per scongiurare il rischio dell'isolamento e all'asfissia economica a cui il paese alpino sembrava costretto da una particolare situazione geografica. Anche i formidabili eserciti mercenari che gli Svizzeri erano ormai in grado di fornire senza temere concorrenti ai vari stati europei, oltre ad impiegare la mano d'opera in esubero dopo che nel corso del Trecento la pastorizia era diventata l'attività principale al posto dell'agricoltura e a consentire introiti monetari ragguardevoli, erano usati, all'atto della stipulazione degli accordi, come strumento per imporre ai mercanti dei paesi alleati l'utilizzo delle proprie strade e dei propri passi montani, al fine di riscuotere il pedaggio e soprattutto di garantire vitalità alle proprie contrade.
Il primo risultato dell'accordo tra Giulio II e Matthias Schiner fu quello dell'arruolamento da parte del papa di un contingente stabile di seimila uomini d'arme svizzeri che avrebbero difeso la Santa Sede contro qualunque nemico, ma gli ambiziosi obiettivi del cardinale sedunense erano ben altri. Non solo egli intendeva favorire i citati interessi della Confederazione cacciando i Francesi dalla penisola, ma soprattutto, non condividendo le scelte prudenti della Dieta, propensa ad accogliere i passi diplomatici di Luigi XII e dell'imperatore, egli spingeva per uno scontro diretto contro il re di Francia. Proprio l'atteggiamento temporeggiatore del governo di Berna aveva suscitato l'indignazione del papa che si rifiutò, per rappresaglia di pagare il soldo agli Svizzeri arruolati, ma l'impossibilità di giungere comunque a un accordo con l'Orléans, troppo pieno di pretese, spinse gli Svizzeri a riavvicinarsi al pontefice e a concludere con lui la lega Santa contro la Francia, alla quale aderirono anche l'imperatore e Venezia.
Una sollevazione milanese nel 1512 costrinse i Francesi ad abbandonare il ducato e lo Schiner, d'accordo con Giulio II, insediò sul trono di Milano il figlio di Ludovico il Moro, Massimiliano Sforza che si dovette affidare, non possedendo un esercito suo, all'esercito fornito dalla Confederazione e guidato dallo Schiner, il quale ne approfittò per assicurare alla Confederazione tutti i vantaggi territoriali già acquisiti sul versante meridionale delle Alpi, in particolare Bellinzona e l'anno dopo la signoria di Locarno e le valli Maggia e Verzasca strappate ai Francesi. La mancanza del pagamento del soldo pattuito, poi, autorizzò lo Schiner, alla ricerca di un successo personale, a insediare nel ducato le proprie truppe, cercando di sostituirsi di fatto all'autorità del duca, tanto più da quando era emerso che lo Sforza stava tentando autonomamente di avvicinarsi per via diplomatica al governo di Berna proprio per sottrarsi alla troppo ferrea morsa del vescovo di Sion. Non tutto il governo federale condivideva questo atteggiamento dello Schiner, che egli, tuttavia, portò avanti anche in disobbedienza alle direttive centrali e quando tra il 1513 e il 1515 la morte del papa e del re di Francia portarono sulla scena il cauto e sagace Leone X da un lato e il giovane e ambizioso Francesco I dall'altro, il gioco delle alleanze cambiò nuovamente senza che lo Schiner vi potesse mettere riparo nemmeno volendolo. Il re di Francia prima di sferrare l'attacco decisivo per riprendersi il ducato di Milano tessé una paziente e composita tela di accordi, alleanze e maneggi per garantirsi il maggior numero di alleati o quanto meno di atteggiamenti neutrali non solo in Italia, ma in tutta l'Europa, il papa, preoccupato soprattutto di rinsaldare la signoria medicea, cioè della sua famiglia, in Toscana nella quale si era reinsediata da poco dopo la parentesi repubblicana, senza disconoscere il ruolo dello Schiner non ne appoggiò neppure le ambiziose mire per quanto riguardava il controllo del ducato milanese. Il risultato fu evidente proprio in occasione della battaglia dei Giganti: del folto esercito svizzero una parte, dietro congruo compenso, era stata preventivamente convinta da Francesco I a ritirarsi dal conflitto prima che questo si verificasse e degli alleati degli Svizzeri e di Milano nessuno accorse in aiuto dello Schiner sul campo di Zivido, mentre, guidato da Bartolomeo d'Alviano, l'esercito della repubblica di Venezia, già persuasa da Francesco I ad abbandonare la Lega Santa per stipulare altra alleanza, intervenne al fianco dei nuovi amici.
Della soluzione di questa battaglia si parlò in più occasioni, per l'importanza degli eserciti coinvolti, per lo straordinario accanimento dimostrato e il valore di cui seppero dar prova entrambi gli eserciti, per la ripresa degli interessi francesi a Milano, preludio di ben altri interessi che riguardavano l'intera penisola, per la incredibile e inattesa sconfitta degli Svizzeri e la loro repentina, quanto inappellabile decisione di abbandonare il mestiere delle armi perseguito con tanta tenacia e tanti vittoriosi risultati per decenni e decenni. E nel seguito di questo evento fu coinvolto anche un sovrano apparentemente molto lontano geograficamente e politicamente da questi disegni mediterranei: Enrico VIII d'Inghilterra. Lo Schiner sperava di ottenerne l'appoggio nel sostenere la candidatura al ducato di Milano di Francesco Sforza, l'altro figlio, molto giovane, di Ludovico il Moro, del quale il cardinale sedunense si sarebbe presentato come protettore, mentre un altro personaggio, fino a ora rimasto in ombra, sollecitava l'attenzione del re inglese: Galeazzo Visconti dei consignori di Somma, conte di Busto Arsizio, per un decennio al seguito di Luigi XII e poi nel 1513 passato dalla parte degli Svizzeri. Egli, dopo la battaglia dei Giganti, alla quale aveva preso parte, si recò a Innsbruck dall'imperatore con lo Schiner e il giovane Sforza per ricevere l'investitura ducale per quest'ultimo e con l'intenzione poi di sollecitare Enrico VIII ad armare un esercito con il quale ribaltare le sorti di Marignano. Questi interessi, apparentemente convergenti, in realtà contrapposti, divisero profondamente lo Schiner dal Visconti e quest'ultimo accarezzò a lungo l'idea di recarsi personalmente in Inghilterra a perorare la propria causa direttamente davanti alla corte di Londra. Né Enrico VIII mancò di dimostrare interessamento, tanto che incaricò il suo segretario per le lettere latine Richard Pace a recarsi in continente per seguire la faccenda, nella quale fu coinvolto, anche se marginalmente, pure Erasmo da Rotterdam. Improvvisamente, però, il contatto si interruppe, sembra che il re d'Inghilterrra non fosse del tutto convinto della lealtà del Visconti, o forse ritenne poco produttivo per il suo regno, uscito poco tempo prima dalla sanguinosa guerra civile detta delle Due Rose, avventurarsi in un'impresa lontana, difficile e di incerta fortuna. Il Visconti, allora, accolse il richiamo di Francesco I, al quale chiese perdono ottenendolo prontamente insieme con la restituzione di onori, feudi e possessi nel ducato di Milano, in cui la vita continuò a procedere, al di là degli eserciti, delle battaglie, delle vittorie e delle sconfitte, secondo quei criteri di paziente e metodico lavoro sui campi, nelle cascine, lungo le rogge, dove i cambiamenti politici significavano che le richieste di privilegio o di esenzione non si presentavano più al duca di Milano, ma al re di Francia, o al re di Spagna e dove si sapeva, per dolorosa esperienza, che le consuete urgenze quotidiane si facevano ancora più aspre e difficili in occasione del passaggio degli eserciti, e si manteneva la certezza che la vera ricchezza è quella che nasce dalle mani dell'uomo.

Giuliana Fantoni

Giuliana Fantoni, Dottore di Ricerca in Storia medievale, si è occupata dell'organizzazione del sistema idrico milanese nei secoli XIV-XVI, pubblicando tre studi in materia. A questo filone di ricerca, da alcuni anni affianca quello dedicato all'indagine sulle ripercussioni nella cultura europea della scoperta e della conquista del Nuovo Mondo, con due pubblicazioni. E' insegnante di Materie Letterarie negli istituti secondari di II grado.

 

Réalité locale et situation internationale à la veille de la "Bataille des Géants"

Selon une définition désormais célèbre d'Emile Sereni, le paysage rural est "cette forme que l'homme, au cours et aux fins de ses activités productives agricoles, consciemment et systématiquement imprime au paysage naturel." C'est, donc, le fruit de l'oeuvre de l'homme, de son art de préparer, de disposer, de concilier ce qui naturellement aurait un aspect différent. La plaine du Po représente, en ce sens, un des exemples les plus significatifs et pas uniquement aujourd'hui; déjà en son temps, l'écrivain français Stendhal à la fascination de la sauvage beauté de la côte de Cilento (Campanie) disait préférer la suggestive, harmonieuse douceur de la campagne lombarde, du fait que la première était l'expression d'un fait de nature primitif, tandis que la seconde était le résultat d'un savoir antique et d'un labeur tenace d'adaptation de la nature aux conditions humaines, de l'édification du sol selon les exigences de plus en plus urgentes, comme le montre aussi l'observation de notre territoire de San Giuliano, situé juste aux confins de la Bassa, c'est à dire de cette partie de la plaine qui de la ligne ainsi nommée des sources se prolonge au sud, vers le Po.
Le paysage naturel de cette terre se caractérisait par le marécage, originel, à cause de l'imperméabilité du sol et du sous-sol, d'une surabondante richesse d'eaux de surface; pour retrouver les traces de ce paysage il convient, cependant, de remonter à un passé lointain. Aux temps de la civilisation de Golasecca, environ au VII ème siècle avant JC et plus encore durant les deux siècles suivants, selon les études réalisées par Maria Vittoria Antico Gallina justement à propos de Zivido, dans cette région s'étaient formés de vastes regroupements de villages, où les habitants exploitaient les zones favorables, éparpillées sur un territoire caractérisé en majeur partie par des forêts et des marécages, pour s'implanter et développer des activités commerciales de liaison entre l'Etrurie Padane et les Celtes d'outre Alpes. Le chemin qui de Bologne se dirigeait vers Lodi puis Milan, la future voie Emilienne, représentait alors une importante ressource économique, au flanc de laquelle coulait l'autre artère qui eut un grande influence sur l'évolution de toute cette zone: le fleuve Lambro. La présence de ces deux voies de communication fut la raison du développement de ce territoire et de son aménagement particulier, parce que la possibilité de commercer représenta une stimulation constante pour l'activité agricole. Celle-ci, qui était favorisée par la richesse d'eau naturelle, reçut une grande impulsion grâce aux travaux de déboisage entrepris par les Celtes, seigneurs du lieu du IV ème siècle jusqu'aux dernières décennies du III ème siècle avant JC, et, après la conquête romaine, atteignit des niveaux de productivité élevée lorsque, vers la fin du premier siècle avant JC et au début du suivant, la campagne fut organisée selon les critères de la centuration. Par centuration, o limitatio per centurias, on entend une subdivision en parcelles de terrains affectés aux usages agricoles, subdivisions réalisées par l'intermédiaire de voies ou de canaux de drainage. Dans chaque parcelle se concentrait l'activité de culture et d'élevage et à celles-ci on pouvait aussi accoler une activité artisanale, le tout aux fins d'approvisionner une ville, cependant on privilégiait les campagnes et les centres urbains qui étaient déjà dotés de voies de communication terrestres ou fluviales. A l'époque romaine, puis, toujours au premier siècle avant JC, la voie Emilia fut prolongée de Plaisance à Milan et sur cette voie consulaire le sixième " miliarum " à partir de Milan était marqué justement à San Giuliano à la hauteur de la ferme dite Sesto Gallo, le septième au carrefour de Carpianello et le huitième à Occhiò, dont le nom est la contraction exacte du numéro octavum relatif à miliarum et de cette période il reste, outre les pièces archéologiques, le témoignage d'auteurs comme Polibio, Livio, Pline l'Ancien et Sidonio Apollinare.
Même les populations Goths et lombarde reconnurent un rôle prééminent au tracé des voies terrestres et fluviales, ainsi les Lombards du VIème au VIIIème siècle après JC commencèrent dans l'Italie septentrionale, sur lequel reposera leur propre domination, à organiser un système défensif efficace et complexe, qui prévoyait des arhimannies (installations militaires) et des châteaux, c'est à dire des structures de caractère militaire placées aux confins du royaume, ou aux points stratégiques les plus importants comme les noeuds des chemins ou le passage des fleuves et en descendant de Milan le long du Lambro on rencontrait des arhimannies à Lambrate, Cavriano, Monlué, un temps appelé Monte Lupario, Linate, Foramagno, Mediglia, Zivido. Tandis que les cités fondées par les Romains étaient négligées, on y en fondait de nouvelles, justement ces entités administratives sur des bases agricoles militaires prédisposaient la campagne à des formes d'organisation et de production destinées à demeurer même quand au cours des siècles suivants se formèrent, sur ces zones, le district des Corps Saints et les paroisses de Mezzate, San Donato et San Giuliano.
Avec la reprise du monachisme vers la fin du XIème siècle, la paroisse de San Giuliano connut la fondation d'importants monastères: Dans la seconde moitié du XIème siècle surgit celui de S. Maria di Calvenzano et vers la moitié du siècle suivant S. Pietro di Viboldone. Il s'agit de deux histoires très différentes: l'une étant l'expression de la réforme clunisienne et née de l'initiative du seigneur local et de l'intervention des hautes charges du magistère ecclésiastique, l'autre voulue pour donner de l'espace aux Humiliés, une association laïque à laquelle adhéraient les petits marchands et les ouvriers de la laine qui menaient une vie communautaire austère de pauvreté et d'adhésion au message évangélique. Toutes deux, cependant, furent des expériences de grande signification pour la vie religieuse et économique des sites environnants comme Zivido et San Giuliano, même aux siècles suivants.
L'activité des moines, cependant, surtout cisterciens, prit à partir du XIIème siècle, une importance irremplaçable dans l'organisation du territoire en vue d'une plus grande fertilité et productivité. Le résultat le plus important fut l'extension de l'aire cultivable, le déboisement et la bonification des terres, opération consistant principalement à canaliser l'eau en excès, et donnant naissance à un système d'exploitation agricole organisée en granges, qui admettait, dans le cadre d'une économie de subsistance, la production de céréales panifiables, de vin et de produits d'élevage. A côté de ces activités, à partir du siècle suivant, dans les campagnes lombardes s'imposa le système d'irrigation de la 'marcita', qui permettait le ravitaillement en fourrage durant une plus longue période de l'année.
La reprise démographique après l'an mille stimula la croissance de ces activités productives, qui en un siècle perdirent leur caractère primitif d'économie de subsistance pour devenir une économie de marché, favorisée par la présence, comme déjà dit, de voies de transport terrestres et fluviales qui reliaient la ville, Milan, d'où émanait une demande toujours plus forte, aux zones fertiles de la moyenne et basse plaine. Et tandis que la voie Emilienne accentuait son propre rôle de voie de pèlerinage par laquelle on se rendait directement à Rome, comme on peut le lire dans les itinéraires médiévaux, Milan s'affairait à acquérir les droits sur le fleuve Lambro, pour se garantir le droit de navigation et donc d'accès à la mer, et le droit d'utilisation de l'eau pour ses besoins agricoles. Dans ce contexte se développe la rivalité avec Lodivecchio, située sur le Lambro, et l'attitude philo impériale des habitants de Lodi dans le long conflit qui se déroula au XIIème siècle entre Barbarossa (Frédérique empereur romain) d'un côté et Milan et les villes de la ligue lombarde de l'autre, attitude qui donna aux alliés de l'empereur le privilège nécessaire pour construire une nouvelle cité, l'actuelle Lodi, le long des rives de l'Adda et en conséquence les droits sur l'eau de ce fleuve.
L'hégémonie de Milan, qui s'exprima politiquement avec l'unification sous les Visconti des territoires de Pavie, Lodi et Crémone, permit la réalisation de grands ouvrages hydrauliques, qui souvent étaient des obstacles entre des divergences communales et des intérêts privés. A l'achèvement du canal Grande, qui reliait le Tessin à la capitale, suivit au XIVème siècle, dans la région de Lodi, l'allongement et l'élargissement du canal de la Muzza et, encore au siècle suivant , la construction des voies navigables de Bereguardo et de la Martesana compléta le système d'irrigation de la plaine, destiné à perdurer fondamentalement inaltéré. Simultanément furent construits les canaux rustiques, dits "rogge", qui partant des canaux principaux, ou des sources aux confins de la haute plaine, amenaient l'eau aux possessions individuelles: cours d'eau parfois de grande portée et longs aussi de plusieurs dizaines de kilomètres. Le procédé pour la construction d'une "roggia" était linéaire: une fois obtenu le droit d'extraire un certain nombre d'onces d'eau d'un canal, on chargeait un inginiarius de tracer le projet, puis on acquérait les terres sur lesquelles on devrait passer le câble, on payait les salariés pour leur travail et en peu de mois tout était fait et dans la topographie lombarde sont restés les noms des "rogge" à partir desquels il est aisément possible de remonter aux personnages qui en promurent la construction.
L'agriculture lombarde était devenue un important secteur d'investissement qui attirait des capitaux et des intérêts d'entrepreneurs et l'eau et les "rogge" se révélèrent biens précieux, non seulement pour l'irrigation , mais aussi pour l'implantation des moulins, qui représentaient un des meilleurs moyens de valorisation économique de la zone, pas uniquement parce que les moulins permettaient la production de la poudre, mais aussi parce qu'ils pouvaient eux-mêmes devenir souvent une source autonome de revenu, si, séparés des terres et exploités en locations temporaires, vous traitiez directement avec les meuniers ou avec des intermédiaires. A partir de la fin du XIVème siècle, puis, dès lors, donc, la production du papier commença à se répandre dans le milanais, près des moulins on vit aussi le long des "rogge" les fouleuses de papier, qui dans plus d'un cas étaient des installations de moulins réadaptés.
L'unification politique sous le contrôle de la ville ambrosienne (Milan) comporta aussi la prédominance des intérêts fonciers milanais et les propriétés nobiliaires et ecclésiastiques originaires de la ville gagnèrent rapidement la plaine. Les familles nobiliaires liées à la cour se prévalaient de leur influence politique pour obtenir des concessions d'eau, des immunités fiscales et des exonérations et une attitude analogue, parfois aussi sans grands scrupules, fut celle de plusieurs commanditaires en chef ou des hôpitaux urbains, ou de riches monastères, ou d'autres sociétés ecclésiastiques.
Au cours du XVème siècle, au contraire de la tendance de la situation de récession la plus générale dans laquelle se trouvait une grande partie de l'Europe, débuta dans la basse Lombardie un processus d'enrichissement des activités productives initiées par l'extension de la prairie irriguée, rendue possible justement par l'ampleur de l'irrigation, et qui permettait des types de culture à haut rendement, au contraire, par exemple, de la vigne, qui était l'indice d'un caractère strictement autarcique de la production agricole et dont la diffusion se réduisit graduellement aux siècles suivants. Aussi à l'intérieur de la Lombardie, la partie Basse était une zone qui se détachait des autres zones agraires de l'état, comme on le relève dans l'évaluation rapportée dans le cadastre de Charles V, dressé à l'initiative di vice-roi Alphonse d'Avalos en 1543, pour obtempérer au désir du souverain de revoir, et éventuellement rajuster, les côtes du mensuel , c'est-à-dire de la taxe que la province était tenue de verser pour contribuer aux dépenses militaires.
Dans le territoire de San Giuliano, comme dans d'autres de cette région, on assistait, donc, à une exploitation élevée des terres: les parties incultes et les terres marécageuses étaient très réduites, un peu les bois, tandis que l'emblavé était particulièrement ample, dans un contexte agricole qui, à la différence des autres zones de l'état, connaissaient rarement la méthode du repos de la terre. En particulier dans la paroisse de San Giuliano prévalait le labourage simple, suivi du labourage des vignes, puis destiné à disparaître, et du pré arrosé, c'est-à-dire irrigué et cela dans tous les types de possessions, nobiliaires ou ecclésiastiques. L'alternance de la prairie sur les cultures permettait de compenser l'appauvrissement du sol causé par les céréales majeures ou mineures, et représentait un élément fondamental pour l'élevage des gros bestiaux, important tant pour l'approvisionnement des animaux de labeur, mais surtout, à partir de cette période, pour la production et le commerce fromagers, qui de cette époque à aujourd'hui représenteront une voie de redressement de l'économie de la basse plaine.
En vérité, comme on l'a déjà observé en passant, ce type de production avait débuté dans la région dès le XIIème siècle, suite à la consolidation de l'établissement urbain et aussi à l'augmentation de la consommation induite aussi par l'augmentation des cultures et des prairies, tandis que la réduction des aires boisées riches de glands avait causé la réorganisation de l'élevage des porcins. Vers la fin du "quattrocento", pourtant, le phénomène avait reçu une telle impulsion que l'élevage des troupeaux bovins avait complètement remplacé, en ce qui concerne la production de lait, celui des ovins. Il s'agissait de troupeaux transhumants, les "bergamines", ainsi nommés à cause de leur lieu d'origine, et les bergers qui les accompagnaient étaient les "bergamins". Au début ceux-ci étaient des indépendants ou des groupes d'éleveurs qui développaient leur activité propre de manière autonome par rapport au monde agricole et qui, du fait de la transhumance n'occupaient pas des positions stables. Progressivement, pourtant, les "bergamins", ou "malgais", grâce à leur connaissance de la fabrication du fromage, qui représentait une importante orientation de ce modèle économique intégré, transformèrent leur mode de vie de nomades en sédentaires, qui s'insérèrent totalement dans le système articulé productif de la ferme. Cependant à côté d'une toujours plus grande diffusion de ces bovins et de l'augmentation des produits laitiers, on assistait aussi à une modification progressive du mode de travail et du tissu social. La "ferme" qui aux siècles précédents avait signifié simplement un lieu de dépôt de matériel agricole et de foin, à partir de l'âge moderne désigna un complexe d'édifices d'habitation et campagnards, au début bâtis sur deux lignes parallèles séparées par une grande cour, puis construits en forme de carré autour d'une aile: greniers, étables, fenils, moulins, pressoirs, puits, laiteries, pour que le processus productif puisse être facilement accompli dans toutes ses phases. La présence des troupeaux de bovins, en outre, influait sur une autre opportunité de revenus: l'amélioration de la productivité agronomique suite à l'action de la substance organique des animaux laissée directement sur le terrain et le fumier utilisé dans les cultures céréalières, pour le lin puis pour les prairies et pour les vignes jusqu'à la disparition de ces dernières à la fin du XVIIIème siècle. Les "bergamins" s'arrangeaient souvent avec les propriétaires des prairies pour acquérir du foin en échange de la dite "substance grasse".
Du point de vue social le passage des "bergamins" de la transhumance à la sédentarisation signifia un profond changement de leur rôle: si dans un premier temps ils étaient bien recherchés parce que grâce à leur mobilité ils pouvaient facilement éviter les relèvements fiscaux, ils participaient rarement à la vie de la communauté, ils avaient une fréquentation limitée des études de notaires, par la suite leurs habitudes de vie changèrent jusqu'à l'insertion progressive, par le truchement du mariage, dans les familles indigènes, à l'acquisition du rôle d'exploitant stable dans une ferme ou dans un village et à l'accession au rôle de fermier, figure clé des expansions suivantes des activités agraires au sens capitalistique.
Tout cela tandis que dans le duché de Milan éclatait la guerre. Ce n'était certes pas une nouveauté: si on exclut la période de 1450 au "Quattrocento" et au siècle précédent celle de la seigneurie de Azzone Visconti, qui furent caractérisées par l'absence de graves conflits, situation dont on bénéficia pour réaliser des ouvrages publics et pour accroître l'économie, on trouve peu de moments où les seigneurs de Milan n'étaient pas engagés dans quelque guerre contre Venise, ou contre Gênes, ou encore contre d'autres ennemis.
La guerre pourtant qui concernait le duché de Milan au début du "Cinquecento" était autre chose: il n'était pas question de redessiner les limites du duché en augmentant ou redimensionnant l'ampleur de l'état selon la défaite ou la victoire, maintenant on combattait pour décider de l'indépendance même du duché et pour cette raison la bataille des Géants, qui s'est déroulée à Zivido les 13 et 14 septembre 1515 et à la longue connue comme la bataille de Marignan, fut à plus d'un titre motif de préoccupation et de commentaires. En elle, en fait convergèrent les tensions et les contrastes qui se préparaient depuis quelque temps, et pour les comprendre il convient d'avoir présent à l'esprit le cadre européen.
La descente en Italie, à la fin du XVème siècle, de Charles VIII roi de France, mis en cause justement par le duc de Milan Ludovic Sforza dit le More, rouvrait aux souverains d'au-delà des Alpes la route pour la possession du milanais et surtout du royaume de Naples, passé définitivement aux Aragons au milieu du "Quattrocento" après environ deux siècles de domination de la maison d'Anjou. Un tel projet, manqué par Charles VIII, réussit à son successeur Louis XII en ce qui concerne le duché de Milan, qui, à partir de 1499 était entré dans le giron de la couronne de France, tandis que le napolitain était resté lié à l'Espagne. La présence française dans la péninsule, pourtant, avait rencontré l'hostilité de nombreux autres états, qui toutefois n'avaient pas aussi renoncé à l'alliance avec la France si cela pouvait se révéler utile dans la solution des autres différends.
Tel était aussi le choix du Pape, le belliqueux Jules II, qui, bien que maintenant parmi ses propres objectifs principaux celui d'éloigner de la péninsule italienne les puissances étrangères, afin de jouer un rôle de prééminence indiscutable non seulement comme chef spirituel, mais aussi comme prince temporel, pour ramener sous sa propre domination les villes de l'Emilie et de la Romagne passées sous le contrôle de la république de Venise, n'avait pas hésité à proclamer la loi de Cambrai justement avec la France et l'empereur Maximilien, de manière à isoler politiquement et militairement la Sérénissime. Après la victoire, pourtant, remportée par les Français sur les Vénitiens à Agnadello en 1509, l'attitude du pontife changea: craignant un contrôle français trop fort sur la péninsule et l'hostilité de Louis XII, qui laissait planer la menace d'un nouveau schisme semblable à celui qui, au "Trecento", avait contraint le pape à se déplacer en Avignon, rompit l'accord avec le descendant d'Orléans et rechercha d'autres alliés. Dans ce contexte se mit en lumière l'évêque de Sion, que Jules II nomma nonce apostolique auprès de la Diète, l'organe principal du gouvernement de la Confédération helvétique. Matthias Schiner représentait la pointe la plus avancée de l'attitude antifrançaise, qui était justement des cantons autour du Gothard et du Simplon et des catégories dirigeantes des cantons occidentaux.
Ceux-ci n'étaient pas en fait favorables à la consolidation de la domination française sur Milan, qui aurait représenté une menace pour le Valais et le pays de Vaud, jouxtant justement avec la France, et surtout aurait mis une intolérable hypothèque sur le maintien des territoires et des privilèges acquis par les Confédérés en Lombardie dans les dernières décennies du XVème siècle, étant donné que Louis XII ne se montrait pas enclin à en reconnaître la validité et cela malgré l'alliance décennale conclue en 1499. Au contraire, la victoire d'Agnadello, remportée par le roi de France à l'expiration de ce traité, semblait contraindre les Suisses à renoncer aux alternances italiennes. Renoncement d'autant plus amer, qu'avait grandi l'engagement de la Confédération à s'ouvrir l'accès à la Lombardie, pour conjurer le risque de l'isolement et de l'asphyxie économique auquel le pays alpin semblait contraint par sa situation géographique particulière. Même les formidables armées mercenaires que les Suisses avaient désormais la possibilité de fournir sans craindre la concurrence des divers états européens, outre l'emploi de main d'oeuvre en excèdent après que au cours du "Trecento" l'élevage des moutons soit devenue l'activité principale à la place de l'agriculture et permettre des recettes monétaires importantes, il était stipulé, sur l'acte des accords, comme instrument pour imposer aux marchands des pays alliés l'emploi de leurs propres routes et passe-montagnes, afin de recouvrer le péage et surtout de garantir la vitalité de leurs propres contrées.
Le premier résultat de l'accord entre Jules II et Matthias Schiner fut l'enrôlement de la part du pape d'un contingent stable de six mille hommes d'armes suisses qui eurent mission de défendre le Saint Siège contre tout ennemi, mais les ambitions objectives du cardinal sionnais étaient bien différentes. Non seulement il entendait favoriser les intérêts déjà cités de la Confédération en chassant les Français de la péninsule, mais surtout, ne partageant pas les choix prudents de la Diète, encline à approuver les démarches diplomatiques de Louis XII et de l'empereur, il poussait à un affrontement direct avec le roi de France. Justement l'attitude de temporisation du gouvernement de Berne avait suscité l'indignation du pape qui refusa, en représailles de payer leur solde aux Suisses enrôlés, mais l'impossibilité de parvenir de toute façon à un accord avec l'Orléans, trop plein de prétentions, poussa les Suisses à se rapprocher du pontife et à conclure avec lui la Sainte Ligue contre la France, à laquelle adhérèrent aussi l'empereur et Venise.
Un soulèvement milanais en 1512 contraignit les Français à abandonner le duché et Schiner, d'accord avec Jules II, assit sur le trône de Milan le fils de Ludovic le More, Maximilien Sforza qui devait se fier, ne possédant pas sa propre armée, à l'armée fournie par la Confédération et guidé par Schiner, lequel en profita pour assurer à la Confédération tous les avantages territoriaux déjà acquis sur le versant méridional des Alpes, en particulier Bellinzona et l'année suivante la seigneurie de Locarno et les vallées Maggia et Verzasca arrachées aux Français. L'absence du paiement des soldes convenues, ensuite, autorisa Schiner, à rechercher un succès personnel, à installer dans le duché ses propres troupes, cherchant à se substituer de fait à l'autorité du duc, d'autant plus lorsqu'il était apparu que Sforza tentait de manière autonome de se rapprocher par voie diplomatique du gouvernement de Berne justement pour se soustraire à l'étau de fer de l'évêque de Sion. Tout le gouvernement fédéral ne partageait pas l'attitude de Schiner, qui lui, toutefois, prit avantage aussi en désobéissant aux directives centrales et quand entre 1513 et 1515 la mort du pape et du roi de France portèrent sur la scène le prudent et sagace Léon X d'un côté et le jeune et ambitieux François I de l'autre, le jeu des alliances changea de nouveau sans que Schiner puisse y porter remède ni même ne le veuille. Le roi de France avant de lancer l'attaque décisive pour reprendre le duché de Milan tissa une patiente et complexe toile d'accords, d'alliances et de tractations pour se garantir le plus grand nombre d'alliés ou pour le moins d'attitudes neutres non seulement en Italie, mais dans toute l'Europe, le pape, préoccupé surtout de consolider la seigneurie des Médicis, c'est-à-dire de sa famille, en Toscane dans laquelle la parenthèse républicaine s'était réinstallée peu après, sans méconnaître le rôle de Schiner n'en appuya pas non plus ses visées ambitieuses en ce qui concerne le duché milanais. Le résultat fut évident justement à l'occasion de la bataille des Géants: une partie de l'importante armée suisse, contre une compensation abondante, avait été préventivement convaincue par François I d'abandonner la Sainte Ligue pour passer une autre alliance, et intervint au flanc de ses nouveaux amis.
De l'issue de cette bataille on parla en plusieurs occasions, par l'importance des armées engagées, par l'extraordinaire acharnement démontré et la valeur dont surent faire preuve les deux armées, par la reprise des intérêts français à Milan, prélude à bien d'autres intérêts qui concernaient toute la péninsule, par l'incroyable et inattendue défaite des Suisses et leur soudaine, autant qu'irrémédiable décision d'abandonner le métier des armes poursuivi avec tant de ténacité et tant de résultats victorieux de décennies en décennies auparavant. Et à la suite de cet évènement fut impliqué un souverain apparemment très lointain géographiquement et politiquement de ces desseins méditerranéens: Henri VIII d'Angleterre. Schiner espérait obtenir son appui en soutenant la candidature au duché de Milan de Francesco Sforza, l'autre fils, très jeune, de Ludovic le More, dont le cardinal sionnais se serait présenté comme le protecteur, tandis qu'un autre personnage, jusqu'alors resté dans l'ombre, sollicitait l'attention du roi anglais: Galeazzo Visconti des coseigneuries de la Somme, comte de Busto Arsizio, durant une décennie à la suite de Louis XII et puis passé en 1513 du côté des Suisses. Celui-ci, après la bataille des Géants, à laquelle il avait pris part, se rendit à Innsbruck auprès de l'empereur avec Schiner et le jeune Sforza pour recevoir l'investiture ducale de ce dernier et avec l'intention ensuite de solliciter Henri VIII pour lever une armée et inverser le sort de Marignan. Ces intérêts, apparemment convergents, en réalité opposés, divisèrent profondément Schiner et Visconti et ce dernier caressa longtemps l'idée de se rendre personnellement en Angleterre pour défendre directement sa propre cause auprès de la cour de Londres. Henri VIII ne manqua pas de se montrer intéressé, si bien qu'il chargea son secrétaire pour les lettres latines Richard Pace de se rendre sur le continent pour suivre l'affaire, dans laquelle fut aussi impliqué, même marginalement, Erasme de Rotterdam. Subitement, pourtant, le contact se rompit, il semble que le roi d'Angleterre ne fût pas du tout convaincu de la loyauté de Visconti, ou peut-être pensa peu productive pour son royaume, sorti peu de temps auparavant de la sanguinaire guerre civile des Deux Roses, de s'aventurer dans une entreprise lointaine, difficile et à l'issue incertaine. Visconti, alors, approuva l'avertissement de François I, auquel il demanda pardon en lui obtenant rapidement à la fois la restitution des honneurs, des fiefs et des possessions dans le duché de Milan, où la vie continua à progresser, au delà des armées, des batailles, des victoires et des défaites, selon ces critères de patient et méthodique travail dans les champs, dans les fermes, le long des "rogge", où les changements politiques signifiaient que les requêtes de privilège ou d'exonération ne se présentaient plus au duc de Milan, mais au roi de France, ou au roi d'Espagne et où on savait, en raison de l'expérience douloureuse, que les urgences habituelles quotidiennes se faisaient encore plus âpres et difficiles à l'occasion du passage des armées, et on avait la certitude que la vraie richesse est celle qui naît des mains de l'homme.

Giuliana Fantoni
(Traduction française Daniel Guérin)

 

 

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