la Battaglia di Marignano
Zivido, castello Brivio Sforza, domenica 8 settembre 1985. Conferenza promossa ed organizzata dall'Associazione Culturale Zivido. Relatore: Dr. Stussi Lauterburg Jurg, Direttore della Biblioteca Militare Federale e del Servizio Storico Svizzero. Presenti: Pierino Esposti, presidente Associazione Culturale Zivido; Egidio Gilardi, Sindaco di San Giuliano Milanese; Gaetano Gennari, Vice Sindaco; gli Assessori Virginio Bordoni, Antonio Cavaliere, Matteo Fasano; autorit� civili e religiose sangiulianesi; i cittadini.

Testo integrale dell'intervento del Dr. Stussi Lauterbug-Jurg
Gentili Signore, Stimati Signori,
Paolo Giovio di Como assistette il 31 dicembre 1494 all’entrata a Roma, per la Porta del Popolo, di Carlo VIII, re di Francia, con i suoi mercenari, tra i quali anche degli svizzeri. Giovio ne ammir� l’atteggiamento risoluto e l’alabarda, arma a lui sconosciuta. Presto i rudi guerrieri della Confederazione fecero parte in modo più che abituale della vita politica e militare dell’Italia. Le cause dell’onnipresenza dei mercenari svizzeri erano la loro povert� e la loro bravura belligera: la parca esistenza dei contadini montanari delle Alpi rese necessaria una certa emigrazione e la gloria conquistata sui campi di battaglia, sconfiggendo nel 1476 a Morat il famoso duca Carlo il Temerario, mantenne alta la richiesta di mercenari svizzeri. Su tutti i campi di battaglia italiani combattevano degli svizzeri, al servizio del papa, della Francia, di Venezia, dell’Austria, della Spagna, ma anche di Milano.
Non stupisce che questi corteggiati confederati pensarono ben presto di non voler continuare a cavar le castagne dal fuoco per i principi stranieri, ma di mettersi all’opera per conto proprio. Tanto più che la Lega era nata come Stato del passo del Gottardo. Nel 14.mo secolo i Cantoni svizzeri si assicurarono il retroterra a settentrione dei valichi alpini e raggiunsero nel 1415 più o meno quei confini che già Caio giulio Cesare aveva definito come limiti del paese degli Elvezi. In seguito la Confederazione rivolse le sue energie all’espansione verso sud delle Alpi. Nella battaglia di Arbedo del 1422, davanti alle massicce fortificazioni di Bellinzona, s’infranse il primo tentativo di conquistare una fetta di Meridione delle Alpi. Trascorsero cinquant’anni e nel 1476 i confederati trionfarono su Carlo il Temerario a Morat. il ducato di Milano, alleato di Carlo, dovette pagar caro per questo calcolo politico errato. Bellinzona continuava a resistere, ma quando i milanesi passarono al contrattacco in direzione del Gottardo, vennero sconfitti a Giornico, il 28 dicembre 1478, soprattutto dagli abitanti italofoni della Leventina che, a giudicare dal loro credo politico, erano diventati confederati. Dopo Giornico, l’opinione pubblica a Bellinzona mut� e la citt� leg� di propria volont� con i Cantoni Uri, Svitto e Untervaldo, per proteggersi dalla Francia.
Un tale passato non era presagio di una politica passiva degli svizzeri, eppure rinunciarono alla corsa verso il potere. Troppo copiosamente affluiva il denaro distribuito dai committenti principeschi, troppo fruttava il servizio assoldato. la tradizionale semplicit� dello spirito confederato sembrava soccombere alla corruzione. Cos�, nel 1503, la dieta dei Cantoni confederati risolse che nessuno svizzero avrebbe potuto accettare denari stranieri; il Paese si dichiar� incorruttibile, il che era almeno una lodevole intenzione. Comunque, a quell'epoca, gli svizzeri erano considerati degni di fiducia, conservatori e militarmente abili. Non a caso Giulio II cre� le Guardie Svizzere, che esistono ancora oggi, e punt� le sue speranze sugli svizzeri per liberare l’Italia dai francesi. Questo piano era tanto più attuabile che egli aveva nella persona del vescovo di Sion, Matteo Schinner, un cardinale svizzero che dominava per bene i suoi concittadini. Nella battaglia di Ravenna, dell’11 aprile 1512, la Francia sconfisse le truppe della Lega Santa costituita dal Papa, dall’imperatore, da Venezia, Spagna e Inghilterra. L’Italia sembrava appartenere a Luigi XII. I Confederati, chiamati da Giulio II, scacciarono i francesi dal ducato di Milano e da tutta l’Italia settentrionale in poche settimane. Ricevettero come ricompensa i baliaggi di Locarno, Lugano, Mendrisio e Valle Maggia, i quali, quindi, non sono stati acquisiti in guerra contro Milano, ma combattendo per gli Sforza.
Nella primavera seguente i francesi tornarono, per subire, il 6 giugno 1513, una distruttiva sconfitta alle porte di Novara. tuttavia Milano era un palio troppo ambito perch� Luigi XII potesse cederlo cos� facilmente. Stava armandosi per l’ultimo decisivo colpo contro i confederati quando, il Capodanno del 1515, fu raggiunto dalla morte. Il ventenne Francesco I accett� l’eredit� lasciata dallo zio, lui dovette presentarsi il 13 e 14 settembre 1515 per la battaglia presso Marignano.
Francesco Guicciardini ci ha descritto la battaglia in modo cos� brillante che non posso far altro che proporvi la sua descrizione:
"Il Re, in questo tempo medesimo, and� da Marignano a alloggiare a San Donato tre miglia appresso a Milano; e i Svizzeri si ridussono tutti a Milano: tra i quali, essendo una parte aborrenti dalla guerra gli altri alieni dalla concordia, si facevano spessi consigli e molti tumulti. finalmente, essendo congregati insieme, il Cardinale Sedunense, che ardentissimamente confortava il perseverare nella guerra, cominci� con caldissime parole a stimolargli che senza più differire uscissino fuora il giorno medesimo a assaltare il Re di Francia, non avendo tanto innanzi agli occhi il numero de’ cavalli e delle artiglierie degli inimici che perturbasse la memoria della ferocia de’ Svizzeri e delle vittorie avute contro a’ Franzesi.
Dunque (disse Sedunense) ha la nazione nostra sostenuto tante fatiche, sottopostasi a tanti pericoli, sparso tanto sangue, per lasciare in uno d� solo tanta gloria acquistata, tanto nome, agli inimici stati vinti da noi? Non son questi quegli medesimi Franzesi che accompagnati da noi hanno avute tante vittorie? abbandonati da noi sono sempre stati vinti da ciascuno? Non sono questi quegli medesimi Franzesi che da piccola gente de’ nostri furono l’anno passato rotti, con tanta gloria, a Novara? Non sono eglino quegli che spaventati dalla nostra virt�, confusi dalla loro grandissima vilt�, hanno esaltato insino al cielo il nome degli Elvezi?
Incitati da questo parlare, prese subito furiosamente le loro armi, e come furono fuora della porta Romana messisi co' loro squadroni in ordinanza, ancor che non restasse molto del giorno, si avviano verso l'esercito Franzese, con tanta allegrezza e con tanti gridi che chi non avesse saputo altro arebbe tenuto per certo che avessino conseguito qualche grandissima vittoria; i Capitani stimolavano i soldati a camminare, e soldati gli ricordavano che a qualunque ora si accostassino allo alloggiamento degli inimici dessino subito il segno della battaglia; volere coprire il campo di corpi morti, volere quel giorno spegnere il nome de’ fanti Tedeschi, e di quegli massime che, pronosticandosi la morte, portavano per segno le bande nere.
Con questa ferocia accostatisi agli alloggiamenti de’ Franzesi, non restando più di due ore di qual d�, principiorono il fatto d’arme, assaltando con impeto incredibile le artiglierie e i ripari; col quale impeto, appena erano arrivati che avevano urtato e rotto le prime squadre e guadagnata una parte dell’artiglieria: ma fecendosi loro incontro la cavalleria e una grande parte dello esercito, e il Re medisimo cinto da uno valoroso squadrone di gentiluomini, essendo alquanto raffrenato tanto furore, si cominci� una ferocissima battaglia; la quale con varii eventi e con gravissimo danno delle genti d’arme Franzesi, le quali furono piegate, si continu� insino a quattro ore della notte, essendo già restati morti alcuni de’ Capitani franzesi, e il Re medesimo percosso da molti colpi di picche. Quivi, non potendo più ne’ l’una ne’ l’altra parte tenere per la stracchezza l’armi in mano, spicciatisi senza suno di trombe senza comandamento de’ Capitani, si messono i Svizzeri a alloggiare nel campo medesimo, non offendendo più l’uno l’altro ma aspettando, come con tacita tregua, il prossimo sole: ma essendo stato tanto felice il primo assalto de’ Svizzeri (a’ quali il Cardinale fece, come furno riposati, condurre vettovaglie da Milano) che per tutta Italia corsono i cavallari a significare, i Svizzeri avere messo in fuga l’esercito degli inimici.
Ma non consum� inutilmente il Re quel che avanzava della notte; perch�, conoscendo la grandezza del pericolo, attese a fare ritirare a’ luoghi opportuni e a l’ordine debito l’artiglierie, a fare rimettere in ordinanza le battaglie de’ Lanzchenec e de’ Guasconi, e la cavalleria a i suoi squadroni. Sopravvenne il d�: al principio del quale i Svizzeri, disprezzatori non che dello esercito Franzese ma di tutta la milizia d’Italia unita insieme, assaltarono con l’impeto medesimo e molto temerariamente gli inimici; da’ quali raccolti valorosamente, ma con più prudenza a maggiore ordine, erano percossi parte dalle artiglierie parte dal saettume de’ Guasconi, assaltati ancora da i cavalli, in modo che erano ammazzati da fronte e dai lati. E sopravvenne, in sul levare del sole, l’Alviano, il quale, chiamato la notte dal Re, messosi subito a cammino co’ cavalli leggieri e con una parte più espedita dello esercito, e giunto quando era più stretto e più feroce il combattere e le cose ridotte in maggiore travaglio e pericolo, seguitandolo dietro di mano il resto dello esercito, assalt� con grande impeto i Svizzeri alle spalle. I quali, bench� continuamente combattessino con grandissima audacia e valore, nondimeno, vedendo si gagliarda resistenza e sopraggiungere l’esercito Viniziano, disperati potere ottenere la vittoria, essendo giè stato più ore sopra la terra il sole, sonorono a raccolta; e postesi in sulle spalle l’artiglierie che aveano condotte seco voltorno gli squadroni, ritenendo continuamente la solita ordinanza e camminando con lento passo verso Milano: e con tanto stupore de’ Franzesi che, di tutto l’esercito, niuno ne’ de’ fanti ne’ de cavalli ebbe l’ardire di seguitargli. Solo due compagnie delle loro, rifugiatesi in una villa, vi furono dentro abbruciate da i cavalli leggieri de’ Viniziani. Il rimanente dello esercito, intero nella sua ordinanza e spirando la medesima ferocia nel volto e negli occhi, ritorn� in Milano; lasciati per le fosse (secondo dicono alcuni) quindici pezzi di artiglieria grossa che avevano tolto loro nel primo scontro, per non avere comodit� di condurla.
Affermava il consentimento comune di tutti gli uomini non essere stata per moltissimi anni in Italia battaglia più feroce e di spavento maggiore; perch�, per l’impeto col quale cominciorono l’assalto i Svizzeri e poi per gli errori della notte, confusi gli ordini di tutto l’esercito e combattendosi alla mescolata senza imperio e senza segno, ogni cosa era sottoposta meramente alla fortuna: il Re medesimo, stato molte volte in pericolo, aveva a riconoscere la salute più dalla virt� propria e dal caso che dall’aiuto de’ suoi; da’ quali molte volte, per la confusione della battaglia e per le tenebre della notte, era stato abbandonato. Di maniera che il Triulzio, capitano che avea vedute tante cose, affermava questa essere stata battaglia non d’uomini ma di giganti; e che diciotto battaglie alle quali era intervenuto erano state, a comparazione di questa, battaglie fanciullesche".
Una sconfitta eroica, certo, ma comunque sempre una sconfitta. Si era rivelato che gli sviz<zeri erano tuttora fanti straordinariamente forti, ma che non potevano più fronteggiare sul campo aperto un’artiglieria radunata. La Svizzera era stata destata dal breve sogno di supremazia in Italia, non di meno era sempre abbastanza forte per difendersi. il grande Macchiavelli pronunci� allora la seguente diagnosi veritiera:
&"Ma quando i regni sono armati come era armata Roma e come sono i Svizzeri, sono più difficili a vincere quanto più ti appressi a loro: perch� questi corpi possono unire più forze a resistere a uno impeto, che non possono ad assaltare altrui. …… I Svizzeri � facile vincergli fuori di casa, dove ei non possono mandare più che un trenta o quarantamila uomini; ma vincergli in casa, dove ei ne possono raccozzare centomila, � difficilissimo".
Grazie alla forza militare nel proprio paese. le Alpi a nord di Milano si erano erte quale scudo per il ducato: dal 1515 in poi, mai più un esercito straniero aveva valicato il Gottardo per irrompere nella Lombardia. Quale altro passo pu� offrire tale vanto? In quest’ottica, la battaglia di Marignano ha segnato l’inizio di 470 anni di pace.
Persa la battaglia, i confederati non fuggirono: difesero ancora per settimane il castello sforzesco a Milano e partirono solo quando il duca s’accord� con i francesi e lo conferm� per scritto ai mercenari svizzeri (11 ottobre). Questo comportamento non suscit� rispetto solo nel duca, loro alleato, ma pure nell’avversario Francesco che nel 1516 li pag� con munificenza per un trattato di pace: mostri la storia un vincitore che abbia fatto altrettanto con uno sconfitto!
L’epigrafe sul monumento della battaglia "Ex clade salus" non si riferisce all’oro francese, bens� all’accettazione della propria misura. Noi svizzeri abbiamo sotterrato qui, sul campo di battaglia di Marignano, i nostri brevi sogni di grande potenza, ma in compenso abbiamo trovato un duraturo rapporto di buon vicinato e d’amicizia con Milano e l’Italia.
"Dalla sconfitta la salute"
Grazie per l’ascolto!

 

 

webmaster@aczivido.net