una nobile figura di uomo,
medico soldato e storiografo

 

Ricorrono cinquant’anni – dicembre 1943 – dal famoso combattimento di Monte Lungo (Caserta), merc� il quale, col ritorno in linea di una grande unit� dell’esercito Italiano, disperso dopo i noti eventi armistiziali, si dava l’avvio alla guerra di Liberazione.
Il nostro antico collaboratore dottor Giuseppe Gerosa Brichetto, testimone e partecipe di quel sanguinoso fatto d’arme, è stato sollecitato a presenziare alla cerimonia presso il grande Sacrario Militare, ed a pronunciare un’orazione commemorativa al Convegno storico militare del I Raggruppamento Motorizzato a Cassino.
Siccome per motivi di et� e di salute non � in condizione di affrontare il disagevole viaggio, ha trasmesso al Comitato ordinatore del Convegno, il messaggio che ben volentieri pubblichiamo.

Nino Dolcini,
direttore de "Il Melegnanese"

("Il Melegnanese" n. 15/31 novembre 1993)



   

Ritorno a MonteLungo ricordi di giovinezza a di guerra

Monte Lungo 1943. Dicembre 1993
"E un giorno le gesta del I Raggruppamento saranno avvolte in una luce di leggenda, nella quale voi, schiere di valorosi, sarete ravvicinati ai Bersaglieri di Lamarmora, ai giovinetti di Curtatone e Montanara, ai Mille di Garibaldi"
Questo l’Ordine del Giorno datato 20 dicembre 1943 dal Comando tattico della Brigata Dapino, quando si concluse vittoriosamente l’azione di Monte Lungo. Era la prima Unit� combattente annessa a collaborare con gli Alleati dopo le infauste vicende del settembre; era il primo ritorno in armi per la liberazione della Patria occupata. Ma il costone del monte e le pendici rimasero seminati di morti, prima che il grido di vittoria, in una azione successiva a più vasto raggio, erompesse dalle gole affannate dei fanti, dei bersaglieri, ed i loro commilitoni delle altre armi e dei servizi, i quali aprivano il varco sulla via di Cassino, sulla via di Roma.
"Quanto conta in questo momento � combattere… La Patria guarder� riconoscente ed ammirata a quei pochi suoi figli che, in questa oscura e tragica ora, trovano ancora in s� la forza di seguire sino in fondo la via del dovere". Il fatto militare di Monte Lungo, solo cinquemila uomini impegnati in quel lontano dicembre 1943 sul fronte di Cassino, � troppo esiguo di fronte alle tremende pagine sulle quali si chiuse nel modo più tragico la storia della nostra ultima guerra nelle pianure e sui monti, nelle steppe e nel deserto, nel cielo e sui mari. Esso ebbe poco più che il valore di un simbolo: quello della partecipazione italiana al nuovo ordine delle cose, ed il crearsi delle premesse per il prossimo futuro. Premesse ed antecedenti che sono oramai più che noti: dopo il tracollo dell’8 settembre, insistenze del nostro Governo e dello Stato Maggiore a prendere parte all’intervento armato rivolto alla liberazione del Pese; promesse degli Alleati che avrebbero mitigato le dure condizioni di armistizio in funzione dell’aiuto militare che gli italiani avessero dato al proseguimento della guerra contro i Tedeschi; perci� approntamento di una Grande Unit� fra difficolt� inenarrabili, e suo inserimento fra le potenti forze anglo-americane, nel clima di una enorme indifferenza.
Il cammino su di cui venivano avviati i Cinquemila di Mignano era segnato di duri sacrifici, di umiliazione, di lagrime e di sangue. E’ sotto questo profilo che Monte Lungo rappresenta la prima importante pagina del nuovo risorgimento d’Italia. Sono trascorsi cinquant’anni; la gran parte degli attori di quel sanguinoso dramma ha già varcata la soglia del grande Mistero: la memoria dei morti Eroi, le ferite dolorose, i duri sacrifici di quei valorosi combattenti sopravvivono nel dolore e nel ricordo non mai sopiti dei loro congiunti, nella memoria dei compagni d’arme. Tutto il popolo italiano dovrebbe invece sapere che laggi� nella stretta di Mignano, dove la statale e la ferrovia da Roma a Napoli si dividono per costeggiare sull’un versante e sull’altro il monte conteso, vi furono delle nuove gloriose Termopili, pari a quelle eternate dalle storie elleniche.
E’ ancora il generale Vincenzo Cesare Dapino, Comandante il I Raggruppamento Motorizzato, che cos� si indirizzava alle sue truppe, tragicamente provate dall’alterna fortuna dei combattimenti del dicembre: "Voi ben conoscevate l’importanza della prova a cui eravate sottoposti. Voi sapevate che gli occhi dell’Italia e del mondo intero erano fissi su di voi per vedere se, dopo tutte le dolorose vicende che hanno colpito il nostro Paese, gli Italiani sapessero ancora combattere; sentivate che a voi era affidato il destino della Patria. Consci della gravit� dell’ora e della vostra responsabilt�, voi avete dimostrato col vostro comportamento, che l’Italia � degna di sopravvivere, perch� ha ancora figli che credono al suo avvenire e sono pronti a morire per Essa".
Era più che umano che in quel morente autunno di sconforto e di desolazione fosse scomparso l’entusiasmo di combattere, se ancora ne rimaneva fra il 25 luglio e l’8 settembre; erano giorni tristi dominati non da un’atmosfera politica di esaltazione dei valori spirituali ed ideali, bens� dalla angosciosa situazione armistiziale e dell’immediato "cambiamento di fronte", fatta più per deprimere che per risospingere all’azione, non solo le poche truppe rimaste, ma anche i quadri. Cionondimeno, l’unica tavola di salvezza nel naufragio, fu per i Combattenti del I Raggruppamento Motorizzato, per gli Ufficiali, gli Allievi, gli Studenti, la fedelt� al Re ed al giuramento prestato; era la sacra suprema legge dell’obbedianza, senza di che non esiste compagine di qualsiasi esercito. "Poteva essere giusto od errato – scrisse il Generale Berardi Capo di Stato Maggiore - , poteva piacere o non piacere, ma il dovere verso la Patria, in quella tragica situazione, imponeva di utilizzarlo". Ebbene, gli odi settari che si autodefinivano nazionali, si accanirono a demolirlo, incapaci di rendersi conto che nessun sentimento improvvisato avrebbe potuto sostituire, in una collettivit�, un sentimento atavico, prodotto di una storia secolare.
Quel pugno di giovani generosi ebbe un armamento che sapeva di di improvvisazione; molto se non tutto venne lasciato alla iniziativa individuale dei comandanti, e riportare in linea dopo poche settimane compagnie e plotoni fu un incredibile miracolo; quegli ufficiali, nonostante le incoerenze politiche, avevano conservata una ardente fede patriottica, l’alta conoscenza del dovere e della responsabilit�, il sentimento e l’onore. Gli eroici Battaglioni del 67� Reggimento Fanteria, i Bersaglieri del LI e l’XI Artiglieria Genieri e truppe dei Servizi, erano ora gli eredi di quella sacra Legione garibaldina, che ottant’anni prima aveva bagnato del proprio sangue gli stessi campi di battaglia.
Per mandare ad ogni costo gli Italiani a combattere e per comandare quel simbolico contingente, venne scelto il generale di Brigata Vincenzo Cesare Dapino, alpino eroico della prima guerra d’Africa, dell’Adamello, della "Julia" in Albania. Altri avevano rifiutato, o non si ritenne, in alto, di bruciare a quel banco di prova; e cos� Dapino fu il Cireneo che si caric� sulle spalle la croce del tremendo Calvario, conscio delle gravi deficienze di cui soffriva la nuova Unit�, ma anche delle gravi responsabilit� che si assumeva di fronte al Paese ed all’Esercito, se non avesse aderito all’ordine, giunto quasi improvviso, degli Alleati, di far schierare le sue truppe in linea. Se la fortuna non arrise al primo sforzo generoso di quel gruppo di prodi, lo scoramento di Ufficiali e soldati per il mancato successo, non imped� di far loro ripetere l’azione con esito vittorioso.
Io ben ricordo. Voi o giovani Ufficiali che avete trascinato i Vostri uomini all’attacco, Eroi purissimi che vi siete offerti di morire su quel monte, rappresentavate in quell’istante supremo tutti i soldati d’Italia. L’Esercito rinnovato, punto di incontro di tutte le classi sociali, simbolo della Patria, Vi onora come i suoi pionieri spirituali. Voi avete diritto alla ammirazione ed al ricordo imperituro di tutta la Nazione, Voi che non disdegnaste allora di portare sul petto lo scudetto sabaudo, non avevate altre ideologie che il sentimento del dovere e dell’amor di Patria, che ancora si imparava dalla viva voce dei nostri padri e sui banchi della scuola. Come vorrei avervi conosciuti tutti, ad uno ad uno, in quella attesa ansiosa che si compisse un destino più grande di voi, da quell’istante in cui, riuniti a Maddaloni, ricevemmo l’ordine di portarci rapidamente sul fronte di Mignano.
La deliziosa terra di Campania io l’ho avuta nel cuore da sempre, prima ancora d’averla vista; la conoscevo attraverso immagini e letture storiche; mi soffermavo appassionatamente sulle vicende leggendarie risorgimentali; non mi vergogno di ricordare che a Maddaloni, pur nella gravit� delle preoccupazioni e delle cure inerenti ai miei compiti, una notte sognai, o meglio richiamai alla mia mente fatti e personaggi di quell’epoca, a me sempre presenti perch� appartenenti alla mia terra, ed ai quali legato da lontani vincoli di parentela. Quel grido fatidico lanciato da Bixio, "o vittoria o morte", voi animosi Bersaglieri del LI, allievi Ufficiali, studenti universitari dal temperamento romantico, l’avevate scritto sulle fiancate degli automezzi che vi portavano incontro al vostro tragico destino!
"Parea che a danza e non a morte andasse, / ognun dei vostri, o splendido convito…" Tante ansie, pene e speranze, accompagnarono le balde schiere dei nostri giovani sul fronte di Mignano il 6 dicembre, con davanti un compito ben definito; i nemici si erano installati con cospicue opere di difesa sulla linea Monte Sammucro – Monte Lungo – Monte Maggiore che tagliava la via Casilina. Obbiettivo assegnato alle nostre truppe: conquistare d’assalto il Monte Lungo, che s’erge nudo con le sue tre cime dal profilo dolce al centro della valle; la posizione era tenuta saldamente dalle truppe tedesche, organizzate da diverse settimane in postazioni fisse, ed appoggiate da forti nuclei di riserve (ci� che mancava a noi, e fu tragedia!).
Le Unit� Sanitarie ai miei ordini si trasferirono il linea la sera di quel giorno e s’impiantarono sulla destra della rotabile a ridosso dei roccioni di Valle Lauro; un po’ indietro occhieggiava fra la pietraia ed il verde la famosa "casetta rossa", (di dannunziana memoria!), nella quale prese sede il Comando tattico del Raggruppamento: il Generale Dapino , col suo Stato maggiore, se vogliamo, alquanto modesto, di cui immeritatamente anch’io facevo parte per le mie mansioni fino dalla costituzione della Grande Unit�. Non era nuovo ad esperienze di guerra su altri fronti, e per la mia stessa estrazione, ufficiale di complemento, e per lo più dei servizi, oggi sono il meno indicato a trattare di un argomento militare di s� grande storica importanza. Ma non sfuggirono certamente alla mia osservazione, al potere di critica e di sintesi della mia arte, non certo un giudizio di impreparazione che rifiuto nel modo più energico, ma insufficienza di equipaggiamento e di mezzi, che i nostri nuovi alleati volevano fossero tutti italiani: quelle divise di tela kaki in pieno inverno…! e la scarsit� di munizioni per le artiglierie; e la eterogeneit� di quei trecento automezzi dalle più svariate fogge…; furono tali e tanti i ripieghi, i contrasti e le difficolt� per mettere insieme quel parco automobilistico e relativi autieri, che ci sarebbe stato da scrivere un romanzo a puntate. Quella maledetta via Casilina correva quasi tutta allo scoperto e fioccavano le granate dei tedeschi; i nostri automezzi scassati ansimavano e muggivano come tori, per poi magari impantanarsi ed arrestare la colonna; gli Alleati, senza tanti complimenti li acchiappavano con le gru e li buttavano fuori strada per liberare il traffico…
No, a Monte Lungo non vi fu superficialit� e confusione, come vorrebbe far credere anche ai giorni nostri il critico di storia militare dalle colonne di un grande quotidiano; bens� una carica di entusiasmo irresistibile e di profondo ardore patriottico, non solo fra i soldati ed i giovani ufficiali subalterni, ma anche nei gradi più elevati. Ci fu probabilmente anche qualche buona dose di ottimismo e di pia illusione, come presso un alto comandante cui ero seduto a fianco durante l’ultima discussione del piano operativo, il quale lamentava che la zona di scarico era troppo lontana dalla linea perch�, non appena sfondato il fronte voleva gli automezzi a portata di mano, per inseguire il nemico, correre, correre sulla via di Roma…! Ma Anzio e Cassino erano ancora lontani nel tempo, per molte giornate e settimane, e qualche mese di duri sacrifici, di dolori, di sangue.
Il Principe di Piemonte giunse nel tardo pomeriggio di quello stesso giorno 6, accompagnato dal conte di Campello; ricordo di averlo incontrato lungo il sentiero che unisce la rotabile alla "Casetta rossa" di fronte al villaggio di Campozillone. Si diceva che il generale Gamerra suo Aiutante di campo, si fosse vivacemente opposto presso gli ambienti della Corona a che venisse in linea, per evidente pericolo a cui si esponeva la sua persona, e quindi la già grave e critica situazione della dinastia; avulso da qualsiasi comando, ma come semplice osservatore, Umberto di Savoia prendeva in quel momento il posto che il suo onore e la sua dignit� gli imponevano. La dislocazione del Comando tattico non dava molte garanzie di sicurezza; difatti, a causa di una incursione aerea, rimase ucciso il tenente Antonio Banche, e feriti lo stesso maggiore Ranieri di Campello con alcuni militari, tutti del Quartier Generale del Raggruppamento.
Il giorno 7, dopo che il generale Keis, comandante del II Corpo americano, era venuto alla "Casetta rossa" a conferire col generale Dapino, questi, insieme col Principe di Piemonte, esegu� una ricognizione aerea sulla zona del nostro schieramento di fronte a Monte Lungo. Proprio allora ebbimo le prime perdite nel 67� Fanteria, ad opera di colpi di mortai nemici caduti dietro il Monte Rotondo. L’alba incerta si presenter� offuscata da una densa cortina di nebbia, che salendo dagli anfratti del fondo valle e dalle forre montane va ad incappucciare le cime. Al rombo ed allo scrosciare delle artiglierie pesanti che fanno a massa una intensa preparazione di fuoco, succede il silenzio profondo della azione dei fanti che scattano all’ora H; sui fianchi lacerati del monte infuria la lotta fra il crepitio delle mitragliatrici ed il colpo sordo dei mortai. I bersaglieri si slanciano sulle pendici di colle San Giacomo ove incontrano una accanita resistenza; le compagnie del 67� attaccano di fronte i costoni di Monte Lungo. Cadono i primi eroi sotto i colpi della ringhiosa difesa dell’avversario; due quote vengono raggiunte da ardimentosi manipoli.
La I Compagnia del I Battaglione comandata dal Capitano Enzo Corselli � in testa alla colonna d’attacco e perde tutti gli ufficiali subalterni con moltissimi uomini di truppa; anche la II � praticamente annientata; il sottotenente Giuseppe Cederle – Medaglia d’Oro – cade in testa al suo plotone tenendo stretta in pugno una bandiera tricolore; nonostante che ha un braccio fracassato dalla mitraglia, trova ancora la forza di proseguire e gridare al suo plotone allievi "Avanti ragazzi! Viva l’Italia". Gli animi di tutti sono protesi verso le rocce maciullate, attraverso la cortina di nebbia e vivono con un’ansia struggente la tragedia di quegli istanti; l’animo viaggia trepidante sulla rete tenue dei fili telefonici e fruga nelle notizie e scruta sui volti; gli occhi si inumidiscono di commozione, le mani si serrano convulsamente, il cuore balza alla gola. Tutti vorrebbero in quel momento abbracciare spiritualmente gli eroi presenti, i vivi ed i Morti, quei lontani nel tempo e nello spazio, abbracciare la Patria… La Patria � qui; il suo alito materno � tutt’intorno.
Le sequenze del sanguinario combattimento e di quel primo insuccesso sono ormai ben note, cos� come la vittoriosa conclusione otto giorni dopo. In localit� "Taverna", lungo la rotabile all’altezza di Mignano, attraverso i ponti interrotti sul torrente Peccia, avevo istituito un posto di raccolta dei feriti, che vi giungevano alcuni a piedi, la più parte trasportati in barella, e venivano tutti smistati per mezzo delle autoambulanze. Via andai più volte nel corso della giornata a dirigere e controllare il servizio di sgombero. I miei uomini erano spossati dalla fatica e dallo sgomento. I Tedeschi, ben consolidati e protetti in caverna sulle quote del Monte Lungo, dopo aver respinto sanguinosamente il nostro attacco del mattino, battevano incessantemente il fondo valle, ed in modo particolare quel tratto di strada che si arrestava ai ponti rotti. Tutt’intorno c’era aria di disordine e di morte; armi abbandonate, buffetterie, munizioni, qualche automezzo rovesciato; vidi riuniti al riparo di un ciuffo d’alberi e di cespugli i resti della compagnie Bersaglieri respinte al colle di San Giacomo: i giovani accasciati, sfiniti e doloranti, scioccati per il dolore della perdita di loro compagni.
Vi ho presenti ancora davanti ai miei occhi o giovane biondo capitano Visco; o carissimo tenente Moiso dal volto gentile di adolescente: i comandanti di compagnia! Il meglio dei vostri ragazzi era semisepolto nel fango ai piedi del colle non potuto conquistare; voi abbracciavate ad uno ad uno i superstiti, e li confortavate con tenerezza quasi materna; eppure la vostra angoscia, contenuta da una grande fermezza d’animo, era pari alla loro; dove trovavate tanta forza? Anch’io li presente, non ebbi neppure una lagrima… Ma oggi ritorno a Voi col pianto nel cuore, nel ricordo di tante giovinezze spezzate, di tante madri distrutte dal dolore, di cos� grande incredibile ignoranza ed indifferenza della più parte del popolo italiano, sopraffatto dalle passioni politiche, al vostro supremo sacrificio.
Pochissime citt� e paesi vi hanno dedicato un cippo od una lapide, una via od una piazza! Oggi io elevo il mio pensiero commosso e riconoscente a questo Convegno storico militare del I Raggruppamento Motorizzato, che merc� l’attiva opera dei suoi promotori ed organizzatori, fa illuminare di nuova luce, disueta, a cinquant’anni di distanza, lo scorcio di quel fine anno 1943, quando in mezzo alla dispersione di ogni valore materiale e morale, Voi, o Legione sacra di Eroi, faceste resistere ancora un piccolo germe non morto; un germe ancora capace di schiudersi a far rivivere l’alloro sulle rovine; ed esprimere da s� la forza di risalire la china del più grande fallimento che la nostra storia nazionale ricordi.
Un ultimo pensiero, un ultimo sforzo sulla mia memoria sopita dal tempo e dall’inesorabile declino. A sera venne Alessandro Cicogna per riaccompagnare a Napoli il Principe; io, nel mio continuo contatto col Comando tattico, mi trovai seduto al tavolo di fronte ad Umberto di Savoia, che stava fra il generale Dapino, distrutto ed accasciato, ed il Colonnello Corrado Valfr� di Bonzo, Comandante dell’Artiglieria; all’intorno, il maggiore Vismara, Ricchezza, Grassi, Berlingeri, Chiodini e qualche altro del nostro piccolo Stato Maggiore; più di uno aveva le lagrime agli occhi, non il Principe il quale non nascondeva nel volto una tristezza profonda, ma non tale da scalfire il suo naturale portamento fiero e dignitoso. Pi� d’uno dei presenti prese la parola per consigliare il generale Comandante a chiedere agli Alleati il ritiro del nostro contingente dalla linea. Egli ebbe la forza di opporsi, mentre Umberto, Lui solo, lo rincuorava, gli infondeva coraggio a superare una crisi pur grave , ma che poteva considerarsi transitoria, ed incitava lui e tutti alla fermezza, alla speranza.
Io stavo muto con la mia mano in quella di Alessandro, il mio grande amico dell’adolescenza sui banchi del liceo, l’amico di sempre. Cicogna figurava ufficialmente come interprete presso l’alto Comando americano, ma in effetti fu da allora e fino alla fine della Guerra di Liberazione un diplomatico sereno ed intelligente. Quotatissimo dagli Alleati, prezioso in qualsiasi occasione, si alz� in piedi e disse poche parole: presso l’alto Comando di Caserta non si dava gran peso al triste epilogo di quella tragica giornata; si minimizzava la portata dell’episodio militarmente riuscito negativo: l’attacco a quell’imprendibile Monte Lungo contro il quale, dall’ottobre, inizio della battaglia del Volturno, si erano infranti la tenacia ed il valore di più che interi reggimenti del 2� Corpo d’armata americano. Ci baster� l’encomio che ci venne in seguito dal generale Clark; il discorso di Churchill alla Camera dei Comuni in cui dichiarava: "Gli italiani combattono al nostro fianco!".
Alla "Casetta rossa", nella camera dietro la nostra dove stavano qualche subalterno, dei sottufficiali, scritturali, personale dei collegamenti, una radio grachiava a singhiozzo qualche notizia mezza incomprensibile; i telefoni tacevano, perch� tutte le linee, bombardate violentemente dalle artiglierie tedesche in cima a Monte Lungo, erano saltate. Silenzio assoluto sulla situazione del campo dopo la battaglia: quei poveri ragazzi morti, distesi sull’erba, "con gli occhi aperti guardavano le stelle senza verele pi�…"; ma giungevano ancora delle grida, dei lamenti flebili delle voci sconsolate di dolore. Nel profondo della mia coscienza e dellamia mente sconvolta mi rodeva il dubbio atroce che ancora ve ne fossero di feriti ai posti di medicazione di battaglione, sui brodi del torrente Peccia all’altezza dei ponti interrotti, poich� più di tanto non potevano avvicinarsi le autoambulanze. La tragica giornata non poteva ritenersi finita se non si aveva la sicurezza che nessuna interruzione era avvenuta nella catena di sgombero.
Era già notte fonda, e fra quello stato di smarrimento ed insieme di tensione nervosa che tornai alla "Casetta rosa". Mi resi conto che non mi rimaneva che ritornare sul posto ad accertare la situazione e fronteggiarla con mezzi adeguati. Dissi al generale Dapino che ci sarei andato personalmente, ed egli non mi nascose il suo assenso; frattanto avevo fatto affluire un plotone portaferiti che tenevo di riserva al bivio di Caianello, e con quello si diede il cambio ai loro compagni; erano rientrati stremati dalla fatica e stravolti dall’orrore di quel sangue che avevano visto. Ci� che avvenne per portare a termine quell’operazione, già lo raccontai e lo scrissi a suo tempo.
C’era un plenilunio cos’ splendente, da dare un assetto sinistro a quei campi segnati qua e l� da crateri di bombe e da alberi smozzicati; dietro noi si intravvedeva l’abitato di Mignano, spettrale nelle sua case sconvolte e le mura spezzate. I colpi di artiglieri che battevano alla cieca ad intervalli il terreno, evidentemente per disturbare i rifornimenti e gli sgomberi, agghiacciavano il sangue. Esaurito il nostro compito dopo aver preso contatto con la fanteria, l� affondata in una specie di trincea, la base da cui era scattato l’attacco del mattino; fu un attimo: lo scoppio assordante delle mortariate in mezzo a noi ci fece restare tutti intontiti; poi si elevarono grida e lamenti, perch� in più della met� dei soccorritori giacevano straziati e sanguinanti sul terreno in mezzo alle tenebre tagliate dal raggio lunare. Terminava cos� l’assolvimento del nostro dovere; scendemmo la china del monte su una lunga fila di barelle portate a spalla dai nostri commilitoni rimasti illesi, che percorsero alcuni chilometri, fino all’incontro della Casilina, dove erano in attesa le autoambulanze. Io ritorno oggi a Monte Lungo con l’animo pervaso dai ricordi e dai sentimenti di riconoscenza verso quei cari eroici compagni, che ai miei ordini, per salvare la vita ai fratelli, hanno offerto in supremo dono la loro esistenza alla Patria: la sacra, inviolata legge del dovere militare, dell’obbedienza e dell’onore. Sette giovani animosi, fra cui un ufficiale sono rimasti sul campo; quindici decorazioni al valore hanno onorato i petti di questi ragazzi semplici e buoni. Io ringrazio coloro che alle pendici di Monte Lungo mi hanno salvato da sicura morte; ringrazio Iddio che mi ha concesso tanti anni, per venire ancora una volta a rendere pubblicamente omaggio al Corpo Sanitario Militare, a cui mi onoro di aver appartenuto.
Il Soldato di Sanit�, come le altre truppe dei servizi, � ritenuto meno esposto al rischio, e raramente riscuote quel riconoscimento che gli � dovuto per la parte sostenuta in combattimento. Egli � invece lo spettatore diretto ed immediato della visione più tragica della guerra, e ad un determinato momento ne diviene attore lui stesso. Il portaferiti muove indifeso, solo, a soccorrere il suo compagno d’armi, sotto l’impulso di una generosit� senza riserve, di un ardimento e di un eroismo spesso oscuri, che solo conoscono coloro che alla abnegazione di un soldato di Sanit� debbono loro salvezza.
&Questo hanno fatto i nostri soldati di Sanit�, come altrove anche a Mignano; questo hanno fatto di giorno, di notte, sotto la pioggia, col fango fino alle ginocchia, in tutte le alterne vicende dei combattimenti. Un giorno, il generale Umberto Utili, Comandante del Corpo Italiano di Liberazione, li citer� all’Ordine del Giorno: "E’ giusto dire che tale � il loro dovere umano e militare; ma � anche giusto riconoscere con quale spirito lo abbiano assolto. Io, Comandante, collettivamente li encomio e li addito alla riconoscenza nazionale".
(Giuseppe Gerosa Brichetto)

 
 

webmaster@aczivido.net