Lombardia

 

Vita di Ascanio Sforza, fratello di Lodovico il Moro

scritta da Roberto Rusca

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Nacque Ascanio Maria l’anno 1454, da Francesco I Sforza duca di Milano, naturale di Sforza e di Bianca Visconti, figliuola naturale di Filippo Maria Visconti, ed ebbe cinque fratelli tutti da un padre e da una madre nati. Galeazzo che fu primogenito e che nacque prima che Francesco Sforza avesse in possesso il ducato di Milano; Sforza, che fu duca di Bari e secondogenito, e Lodovico terzogenito; Ascanio quarto ed Ottaviano. Galeazzo successe nel ducato di Milano al padre, ma per una congiura fu in S. Stefano in Broglio ammazzato proprio il giorno di S. Stefano da congiurati l’anno 1476; e restando Bona, duchessa, tutrice de’ piccoli figliuoli e reggente del ducato, Ascanio coi fratelli congiurarono contra la duchessa Bona. Il perché per acquietare questi fratelli fu ordinato dar loro ogni anno diecimila e cinquecento scudi per uno, sopra all’entrata della città di Cremona, dote della madre loro, e vi furono deputati i palazzi fuori di corte per abitare. A Sforza venne dato il palazzo che fu di Tomaso Arieto, contiguo a Porta Tosa; a Lodovico quello di Giulia Bonzo cremonese, a S. Giovanni alla Conca, dove già fu la corte di Barnabò Visconti; ad Ascanio Maria il palazzo che fu già di Leonardo Vicemala e nella strada dei Fagnani; ad Ottaviano quello di Francesco Preminuto, sopra il corso di Porta Nuova. Questa congiura fu scoperta dagli oratori genovesi e da Lodovico Gonzaga, che s’interposero ancora ad accomodare le cose nel modo che abbiamo scritto. Ma avendo la duchessa fatto prendere Donato, capitano valoroso, e i fratelli non istando contenti, pigliarono le armi e presero Porta Tosa, e posero Santino Reina con buon presidio alla guardia di quella porta. S’interposero gli amici, ed Ascanio coi fratelli e zii del duca deposero le armi, e restituirono Porta Tosa a persuasione degli Oratori genovesi, e Roberto Sanseverino e suoi che teneva con Ascanio fratelli, fuggì armato da Milano in Francia. Fuggì ancora Ottaviano Sforza, pigliando il cammino verso Adda, al qual fiume essendo arrivato vicino alla terra di Spino, per paura de’ villani che per commissione della duchessa e del Senato lo seguitavano, si pose a volerlo passare a guazzo, e dal torrente fu scavalcato e si sommerse in età d’anni 18, e dopo tre dì ritrovato il cadavere, fu portato a Milano e nella chiesa maggiore sepolto (1). Ascanio e Lodovico Sforza per commissione del Senato andarono a Chiaravalle (2), dov’era commendatario Ascanio fino dall’anno 1466, e dimorando essi quivi, il primo di giugno 1477, si congregò il Senato dentro il castello, per commissione della duchessa Bon, di Cecco Simonetta e degli amministratori dello Stato, dove fu letto un processo contro Ascanio, fratelli, e Roberto Sanseverino come perturbatori dello Stato, e si mandò a tutti i potentati d’Italia.
Sforza, duca di Bari, fu relegato al suo ducato nel regno di Napoli: Lodovico a Pisa, e Ascanio a Perugina. Ma l’anno 1478, Antonio da Trezzo oratore di Ferdinando, re di Napoli, appresso al duca Giovanni Galeazzo, richiese al duca fanciullo da parte del suo re che lasciasse l’amicizia de’ Veneziani, e concedesse ad Ascanio e Lodovico il ritorno alla patria. Ma non essendo ammessa la domanda, Sforza duca di Bari e Lodovico, persuasi da Ferdinando re di Napoli, ruppero i confini di dove erano relegati e andarono con Roberto Sanseverino, ritornato da Francia, nel Genovese a rompere la guerra al duca di Milano. Il perché il primo di marzo furono per ribelli pubblicati, e fu loro tolta la solita provvisione ed entrata che per la dote materna avevano sopra la città di Cremona, morendo Sforza in Varese (3) del Genovese, chi dice di veleno e chi per esser lui troppo grasso; e Lodovico fu da Ferdinando, re di Napoli, investito del ducato di Bari per dargli animo a seguir la guerra contro il duca, al quale tolse Tortona essendo capitano Roberto Sanseverino. E sebbene in quella guerra fosse destinato dal Senato Gian Giacomo Trivulzio per capitano, fu fatto Lodovico riconciliare colla duchessa Bona, col mezzo di Giovan Borromeo, Pietro da Posterla, Antonio Marliano, Elena moglie di Gio. Giorgio Maino, ed Antonio Trassino mercante ferrarese, che per cameriere e trinciante fu dato da Galeazzo, duca, a Bona sua moglie, e dopo la morte del duca favoritissimo dalla duchessa, la quale contro al volere di Cecco Simonetta, suo secretario, accettò in grazia Lodovico, il qual disse alla duchessa Bona ch’ella gli avrebbe lasciato lo stato, ed egli la vita, come successe.
Richiamò dall’esilio ancora Ascanio Maria, con grande onore, il quale fu fatto vescovo di Pavia l’anno 1480, e legato apostolico a latere nel ducato di Milano, e conte della Val Lugano (4), che da Lodovico fu levata a Sanseverino, e dai Milanesi, mentre si reggevano in repubblica l’anno 1449 (5), tolta per forza d’armi al conte Franchino Rusca, partigiano di Francesco Sforza, primo duca di Milano, il quale non essendo troppo amico di Lodovico suo fratello, favoriva la fazione Ghibellina, onde tutti quelli ch’erano da Lodovico disgustati ricorrevano ad Ascanio, e fra gli altri Gian Giacomo Trivulzio, che sempre fu nemico di Lodovico, Pietro Birago e Luigi Terzago; il che partecipato da Lodovico con Roberto Sanseverino, Ascanio andando dalla corte dell’arengo (6) in castello, fu detenuto insiema con Gaspare Toscano, Cavalchino Guidobono da Tortona e Giovanni Lonato pavese: uomini di grand’animo e valorosi. Poteva far questo Lodovico, perché si era fatto cedere dalla duchessa la tutela del duca fanciullo. Confinò ancora Lodovico Giovanni Borromeo a Mantova, a Ferrara Pietro Posterla, e il Marliano in un altro luogo, siccome quelli che procurato avevano di rivocarlo dal bando, furono dal beneficato mandati in esilio (7).
Ascanio per commissione del duca, procurandolo Lodovico, fu fatto montare in una nave appresso al castello, e fatto condurre a Ferrara, dove fu relegato. Ma al primo di ottobre, Ascanio coi banditi furono rivocati a Milano. Non fidandosi però Ascanio del fratello, si fermò a Ferrara sino all’anno 1482, ritornando tutti i banditi, e da qui partendosi senza licenza, andò a Roma da papa Sisto IV, e poi in abito secolare a Venezia, dove da quel Senato gli fu proferto uno stendardo colla biscia, e gente, ed armi; acciocché a Cremona, come dote materna, movesse la guerra. Ascanio avute queste proferte dal Senato non le accettò, né le rifiutò, ma diede loro qualche speranza.
Partì Ascanio da Venezia e venne a Brescia: il che intendendo Verzellino Visconti castellano di Trezzo, per interrompere il disegno de’ Veneziani, operò che Ascanio venisse a Trezzo, dandogli la fede di accomodare le cose sue col fratello o di ritornarlo in sicuro, e al duca e a Lodovico diede avviso d’ogni sua pratica. Il perché, fu mandato ad Ascanio il vescovo di Como, Branda Castiglioni, Pietro di Posterla, Pietro Gallarate, Gio. Angelo Talenti e Pietro mandriano, uomini tutti primati e senatori del duca, e sotto la loro fede e quella del castellano venne Ascanio a Milano, dove dal nipote Gio. Galeazzo e dal fratello fu umanissimamente ricevuto e alle primiere dignità restituito, l’anno 1483 ai 12 aprile.
Si suscitò una ribellione nel parmigiano dai Rossi, e fu mandato con molti soldati Alberto Visconti con Ascanio e Lodovico contro i Rossi, che presero Torchiara, Roccabianca, Felino e Torricella, che fu data al Trivulzio Gian Giacomo, e ritornò Ascanio a Milano, al 20 giugno, con Galeazzo figliuolo di Roberto Sanseverino, che da’ Veneziani erasi fuggito, essendo essi stati da papa Sisto IV interdetti. Però Ascanio con Lodovico da buon esercito accompagnati andarono sopra il Bresciano, ai quali si resero i castelli, mettendo grande spavento nelle città.
Fatta questa scorreria e mossa nel Bresciano l’anno 1484, fu fatto nuova lega contro i Veneziani nel castello di Milano, ritrovandosi Gian Francesco da Tolentino, capitano generale di papa Sisto IV, Alfonso duca di Calabria, figliuolo di Ferdinando re di Napoli, Lodovico Sforza e Ascanio per Gian Galeazzo duca di Milano; Ercole duca di Ferrara, Lodovico marchese di Saluzzo, gli ambasciatori Fiorentini, del marchese di Monferrato, Francesco Secco capitano di Federico, marchese di mantova, Giovanni Bentivoglio pei Bolognesi e gli altri confederati che conchiusero il modo di far la guerra a’ Veneziani questo anno. Nel mese di marzo, procurando Ferdinando re di Napoli e Lodovico Sforza, Ascanio fu fatto Diacono cardinale di Santa Chiesa da Sisto IV, col titolo di S. Vito e signore della Valtellina dal fratello, e ai 24 aprile, di nuovo Alfonso duca di Calabria, ed Ascanio con Lodovico ed altri primati milanesi, radunati nel castello di Milano, fecero deliberazione di seguitare la guerra contro i Veneziani, sebbene poi fosse fatta la pace ai 24 agosto del suddetto anno; il perché Ascanio si trasferì a Roma.
Ma sentendo che Lodovico Sforza suo fratello, era in grave infermità caduto l’anno 1486, e che si dubitava della vita, si partì da Roma con tre cavalli soli in posta, venne a Milano dove si erano levati rumori per le discordie civili, ed usando ogni industria, riconciliò ognuno, e Galeazzo Sanseverino si riconciliò con Ascanio e colla parte Ghibellina.
Riavuto Lodovico dall’infermità sua, maritò il nipote duca con Isabella d’Aragona figliuola di Alfonso, duca di Calabria, ed Ascanio ritornò a Roma; e venendo a morte papa Innocenza VIII ai 26 luglio, Ascanio aspirava al papato e concorreva con pari voci col Borgia cardinale e vice cancelliere e nipote di papa Calisto, uomo astuto, il quale fece proferire ad Ascanio Maria suo concorrente gran somma di denaro, e tutte le sue suppellettili che erano ricchissime e di molto prezzo colla vicecancelleria (8). Queste offerte parendo ad Ascanio gran cosa, cominciò a pensare che ad esser lui pontefice non gli potrebbe sortire, ed era dubbiosa, ma certe erano le ricchezze esibite, e la vicecancelleria promessa, oltre a molti beneficj che avrebbe avuto, coi quali si sarebbe fatto benevoli molti cardinali che alla prima mozione l’avrebbero poi fatto papa. Dall’altra parte pensava che fatto papa il Borgia, uomo astuto, poteva levargli il tutto; di più, che non si doveva lasciar andare il sommo pontificato in gente straniera, per il che molti cardinali premevano in questo che fosse fatto un cardinale italiano papa. Ma tanta fu la sollecitudine del Borgia, che una sera si condusse ad Ascanio, e andò fino alla “cadrega”, dove faceva i suoi bisogni del corpo, e inchinandosi, e pregando con molte promesse il dispose a concorrere co’ suoi voti che fosse papa, e così fu creato pontefice il cardinale Borgia, dopo essere vacata la sedia 30 giorni che fu chiamato Alessandro VI, facendo gran festa Ascanio di quello che doveva essergli rovina; perché essendo venuto Ferdinando re di Napoli in disdetta con Lodovico Sforza, che occupava il ducato del nipote, deliberò mover guerra l’anno 1495 allo stato di Milano, e ottener per forza d’armi quello che per ragione non si poteva e metter in libertà Gian Galeazzo, che lo zio teneva come prigione nel castello di Pavia (9). Lodovico, intendendo quanto contro di lui si preparava pensò d’ajutarsi non solamente colle proprie forze, ma colle francesi ancora, e mandò Carlo Balbiano conte di Belgiojoso da Carlo VIII re di Francia, dandogli lettere credenziali acciò venisse in Italia alla presa del regno di Napoli, facendogli la cosa facile e promettendogli ajuto; chè il re cupido di gloria, non rifiutò il consiglio dello Sforza, e mettendosi all’ordine con potentissimo esercito dispose passar l’Alpi, commosso ancora dal cardinale della Rovere (10), nemico di papa Alessandro; il che intendendo il papa fece concistoro dimandando consiglio ai cardinali, e rispondendo il cardinal di Siena che si doveva procedere contro ai Francesi coll’armi e censure, e collegarsi col re di Napoli, al quale rispose Ascanio Sforza che meglio era accostarsi al re Carlo, collegato col re di Spagna e l’imperatore, il quale prendendo il regno di Napoli avrebbe pagato alla chiesa il dovuto censo, e liberata dalla servitù dei re di Napoli, che tenevano i papi a modo di lor ministri. Con tutto ciò il papa inclinava a Ferdinando, e l’oratore suo pregava Ascanio che volesse persuadere Lodovico suo fratello ad estinguere questa guerra. Ma non sortendo il fatto, Ferdinando morì di dolore, e successegli nel regno Alfonso duca di Calabria suo figliuolo, che capitolò col papa. Il perché il cardinale Giuliano della Rovere fuggì in Francia, ed Ascanio maria si condusse a Senezano, luogo dei Colonnesi, col cardinal Savello e Colonna, finchè fossero venuti gli avvisi del re di Francia, che Lodovico Sforza non mancava sollecitare col cardinal della Rovere, inviandogli di nuovo Galeazzo Sanseverino suo capitano generale, che dal re fu fatto cavaliere. Ritornò in Italia colla certezza della venuta di Carlo, che in Asti giunse l’anno 1494 agli 11 settembre, al quale Lodovico Sforza andò colla moglie e bellissime donne milanesi, e con alcune avendo avuto piacere amoroso, le presentò di piccoli anelli d’oro. Si ammalò quivi Carlo di vacuolo, e riavuta la sanità venne a Pavia e visitò il duca Gian Galeazzo ammalato a morte, che lasciò la vita mentre Carlo re era in Piacenza con Lodovico, il quale si partì subito per Milano, e si fece gridar duca, sebbene il morto lasciasse figliuoli, avendo già avuto l’investitura dall’imperatore ancora ne’ suoi discendenti bastardi, dice il Giovio, vivendo il nipote come vacante il ducato, dicendo egli che il fratello Galeazzo non era legittimo duca, perché era nato prima che il padre fosse duca (11).
Il re Carlo seguitò il suo viaggio ed ebbe Fiorenza nelle mani senza combattere, Pisa e così Roma, e finalmente prese il regno di Napoli. Il perché pose tanto spavento e timore nei principi d’Italia, che fecero lega, tutti uniti contro il re Carlo da loro chiamato, e nel ritorno che faceva per Francia pacificamente, a Fornovo nel Parmigiano, ritrovandosi l’esercito della lega, vennero a giornata col re pari di forza, ma non già di valore, il quale avendo valorosamente combattuto, passò guidato dal valore di Gian Giacomo Trivulzio in Francia, ma prima fece prendere Novara dal duca d’Orlèans, che fu Lodovico XII re di Francia, e fece pace con Lodovico sforza con capitoli onorati pel re (12).
Ma nascendo discordia fra i potentati d’Italia, per causa della città di Pisa, che i Fiorentini volevano, ed essa non consentendo, si esibì a Lodovico Sforza che rifiutandola per avviso di Ascanio per non concitarsi l’odio, quella diedesi ai Veneziani. Onde Lodovico Sforza mandò il marchesino Stanga suo secretario, a cui donò Bellaggio, dall’imperatore Massimiliano per farlo venire in Italia, onde abbassare i Veneziani, e poi andò egli colla moglie sua Beatrice, ed Ascanio a Bormio l’anno 1497, accompagnato da Cesare Rusca, dove ebbe secreti ragionamenti coll’imperatore, che dispose a venire per la Valtellina a Como, dove fu incontrato ed accarezzato da quei cittadini ed accompagnato a Meda, dove Lodovico l’incontrò colla moglie sua e il fecero andare a Pisa, ricevuto onorevolmente dai cittadini e Veneziani, dove restò il presidio Veneziano, e partendo esso senza far nulla e ritornando in Alemagna per la stessa strada per la quale era venuto in Italia.
Quest’anno stesso essendo commendatario Ascanio Maria di S. Ambrogio maggiore di Milano, succedette a Gio. Angelo Arcimboldo arcivescovo di Milano l’anno 1489, ed ancora nell’arcivescovado datogli dal papa. Ma non consentendo il fratello Lodovico, se non rinunziava il vescovado di Novara o di Pavia a Guido Antonio Arcimboldo, fratello del suddetto Gio. Angelo, il che non volendo fare Ascanio il papa diede l’arcivescovado a Guido Antonio e la commenda lasciò ad Ascanio Maria. Ma avvisato da sua madre e da altri che nessun commendatario suo antecessore in tal dignità era lungo tempo vissuto senza traversie e gravi infermità, ottenne dal sacro concistoro che dal capitolo del monastero di Chiaravalle in Milano, del quale era ancora commendatario, si eleggesse un abate di S. Ambrogio maggiore di Milano, il quale fosse unito cogli altri abati della congregazione con 32 monaci, concedendogli tutta la commenda e ragioni che sopra alla chiesa e monastero di S. Ambrogio aveva, con carichi di far elemosine, maritar zitelle e vestir poveri il giorno di Sant’Ambrogio, le zitelle nella dormizione del santo, i poveri nella sua ordinazione, e pel primo abate fu eletto D. Gio. Tussignano dottore nell’una e l’altra legge, che già per vicario del cardinale Ascanio era stato ad Elimonte e Cilena (13).
Morì Carlo VIII re di Francia l’anno 1498, e successegli nel regno Lodovico duca d’Orlèans, al quale i Veneziani mandarono ambasciatori per farlo venire in Italia, dicendogli che il ducato di Milano perveniva ad esso, per esser nato di Carlo figliuolo di Lodovico e di Valentina Visconti, figliuola di Gio. Galeazzo Visconti duca di Milano, esibendosi essi alla ricuperazione di detto ducato. Accettò il re la proferta e mandò Gian Giacomo Trivulzio per fare la guerra; il quale giunto in Asti l’anno 1499 prese Alessandria della Paglia, che fu causa di far partire da Roma Ascanio, sì per l’inimicizia che aveva col papa, quanto per soccorrere alle cose del fratello, e giunse a Genova colla sua famiglia sopra tre galere del re di Napoli, e poi a Milano ai 7 agosto del suddetto anno, insieme col cardinale Federico Sanseverino ed Ippolito d’Este cardinale ed arcivescovo di Milano, ai quali uniti tutti insieme nel castello di Milano, nella camera detta della Torre, Lodovico disse che questa guerra gli veniva addosso per aver dato ajuto ai Fiorentini onde ricuperar Pisa dalle mani dei Veneziani, che presero Gera d’Adda.
Il perché Lodovico Sforza con Ascanio, Sanseverino ed Este cardinali, pensarono alla fuga. Ma prima Lodovico a persuasione d’Ascanio, ai 7 settembre del suddetto anno concedette ad Isabella, moglie che fu di Gio. Galeazzo, il ducato di Bari; ai conti Borromei restituì Angera e la fortezza di Arona con Vigogna; ad Alessandro Crivelli diede Gagliate; a Francesco Bernardino Visconti donò la villa Sforzesca, contigua a Vigevano; a Gio. Francesco Marliano, Mortasa; ad Ambrogio del Maino, Piopera; ad Antonio Trivulzio, Sartirana, che fu di Cecco Simonetta; a Battista Visconti, Villanuova, e ad altri altre cose. Poi inviò a Como per Germania i suoi figliuli; uno chiamato Ercole Massimiliano d’anni 9, e l’altro Francesco d’anni 7, con 240 mila scudi, insieme con Ascanio suo fratello e i cardinali Sanseverino ed Estense; di poi si partì anch’egli per Como, dove entrato alloggiò nel vescovado, e pubblicamente ragionò ai Com’aschi, prima ringraziandoli della fedeltà, e poi disse loro che quando avessero a cedere per ragion di guerra, dovessero piuttosto accettare i Francesi mortali, che la repubblica Veneziana immortale. E dimandandogli i Com’aschi la rocca e la esenzione (14) per 10 anni, ottennero e l’una e l’altra consegnando le chiavi a cesare Rusca, che già l’aveva accompagnato a Bormio dall’imperatore a nome della città. Si partì poi presto per Bellaggio, che donato aveva al marchesino Stanga (15), con Ascanio Maria e gli altri due cardinali, dove facendo dieta con questi ed altri principali che seco aveva, esagerò l’ingratitudine de’ suoi servitori e il tradimento di chi aveva beneficiato. E dimandandogli Ascanio Maria a chi avesse dato in custodia il castello di Milano, rispondendo esso a Bernardino Corte pavese, soggiunse subito Ascanio. “E voi del ducato di Milano siete privato”; perché il cardinale Ascanio si era esibito a pigliarne la cura.
Partì da Bellaggio Lodovico con Ascanio e l’altra compagnia, e pervennero addolorati a Morbegno, a Sondrio, a Tirano e a Bormio con 500 uomini che lo accompagnavano, e poi in Alemagna, ed ultimamente all’imperatore Massimiliano che in Inspruch andò a visitare, dolendosi delle sue disgrazie e promettendogli, rendendosi il Corte, castellano di Milano, al re di Francia, ajuto colla propria persona. Si rese, senza aspettare un colpo d’artiglieria, il traditore Corte ai Francesi pel prezzo di 250 libbre d’oro. Ma infastiditi i Milanesi del governo de’ Francesi, sollecitarono spesso Lodovico ed Ascanio a ritornare a Milano. Però si risolsero far gente da loro, e assoldando Svizzeri, presto passarono i monti e giunsero vicino a Como, ed accostandosi, i Francesi si ritirarono, per aver conosciuto la disposizione de’ Com’aschi buona verso agli Sforzeschi, che subito ricevettero nella città.
La perdita della città di Como significata a Milano, generò tal sollevazione nel popolo, che fece tumulto, il perché i Francesi lasciassero la città, riducendosi a Novara; ed Ascanio Maria entrò in Milano il quinto mese dopo che era partito ai 5 febbrajo, e poi entrò Lodovico, avendo, dal castello in fuori, ricuperato colla medesima facilità colla quale l’aveva perduto, richiamando Pavia e Parma e l’altre città il nome di Lodovico. Ascanio Maria mandò a Venezia il vescovo di Cremona ad offerire la volontà pronta del fratello ad accettare qualunque condizione avessero desiderato; ma il Senato non si volle spartire dalle confederazioni fatte col re di Francia. Il perché Lodovico lasciando Ascanio all’assedio del castello di Milano, passò il Ticino con 1500 uomini d’arme e fanteria Svizzera e prese Vigevano, e pose il campo a Novara, che a patti ebbe, per essere l’esercito reale disunito. Ma unitosi al 21 aprile del 1500 in Mortasa, si appressò a Novara, che veduto da ducali ed essendo intelligenza cogli Svizzeri, si resero subito a patti, per danari tradendo Lodovico, che nell’uscire dalla città travestito da fantaccino svizzero, ai quali s’era raccomandato, il mostrarono ai Francesi che lo presero il 26 aprile, conducendolo prigione a Pontestura, e dissipato l’esercito, e non vi essendo più alcuno ostacolo, e piena ogni cosa di fuga e di terrore. Il cardinale Ascanio il quale già aveva inviate le genti raccolte a Milano verso il campo, sentito tanta rovina, si partì subito da Milano per ridursi in luogo sicuro, seguendolo molti della nobiltà ghibellina, che essendosi scoperti immoderatamente per Lodovico Sforza, disperavano ottener venia dai Francesi.
Ma essendo destinato che nella calamità de’ due fratelli si mescolasse colla mala fortuna la frode, si fermò la notte prossima per ricrearsi alquanto dalla fatica ricevuta per la celerità del camminare a Rivolta del Piacentino di qua da Trebbia, quasi dicontro al monastero di Quartazola, castello di Corrado Landi gentiluomo Piacentino, congiuntogli di parentado e di lunga amicizia; il quale mutato l’animo colla fortuna, mandò subito a Piacenza a chiamare Carlo Orsini e Soncino Benzoni, soldati e capitani Veneziani, e lo dettero loro nelle mani, ed insieme Ermes Sforza fratello del duca Gian Galeazzo morto, ed una parte dei gentiluomini venuti con lui; perché gli altri con più utile consiglio, non essendovi voluti fermare la notte, erano passati più avanti.
Fu condotto subito Ascanio prigione a Venezia; ma il re stimando per la sicurtà dello stato di Milano quanto fosse conveniente l’averlo in sua potestà, lo dimandò al Senato, che lo diede in potestà del re. Essendo stato Lodovico condotto prigione a Pontestura (come detto abbiamo di sopra), avendo un solo ragazzo alla servitù, quegli che a tanta gente comandava, e poi a Lione condotto dove allora era il re Lodovico, e introdotto in quella città sul mezzodì concorrendo infinita moltitudine a vedere un principe, poco innanzi di tanta grandezza e maestà, e per la sua felicità invidiato da molti com’era il fratello cardinale Ascanio, ora caduto in tanta miseria. Non ottenne grazia di essere come sommamente desiderava intromesso al cospetto del re; ma dopo due giorni fu menato nella torre di Loches, nella quale stette circa dieci anni senza aver libri da poter leggere, né chi gli tagliasse i capelli, e vi morì.
Seguitolo non molto poi il cardinale Ascanio, il quale ricevuto con maggior umanità ed onore, e visitato benignamente dal cardinale di Roano, fu mandato in carcere più onorato perché fu messo nella torre di Borges (16), stata già prigione due anni del medesimo re che ora lo incarcerava: tanto è varia e miserabile la sorte umana e tanto incerto ad ognuno quali abbiano ad essere ne’ futuri tempi le proprie condizioni.
Nescia mens hominum fati, sortis future”: dice Virgilio, e soleva aver in proverbio papa Paolo II (17) né suoi travagli (18).
Il cardinale Roano, essendo morto papa Alessandro VI l’anno 1503 al 18 agosto, si partì di Francia per Roma per l’elezione del nuovo pontefice, menando seco il cardinale d’Aragona ed il cardinale Ascanio, il quale cavato di prigione della torre di Borges, era poi stato trattenuto onoratamente nella corte ed accarezzato molto dal Roano, sperando che nella prima vacazione del pontificato gli avesse a giovar molto l’antica riputazione, e l’amicizia e dipendenze grandi ch’egli soleva avere nella corte romana: fondamenti non molto saldi; perché né il Valentino (19) poteva disporre totalmente de’ cardinali Spagnoli intenti più, secondo l’uso degli uomini, all’utilità propria che alla rimunerazione dei beneficj ricevuti dl padre e da lui; e perchè molti di loro avevano rispetto a non offendere l’animo de’ proprj re, non sarebbero trascorsi ad eleggere in pontefice un cardinale Francese, né Ascanio se avesse potuto avrebbe consentito che Roano conseguisse il pontificato a perpetua depressione ed estinzione d’ogni speranza che avanzava a sé e alla casa sua. Però fu eletto Francesco Piccolomini ai 22 settembre 1503 consentendo il cardinale Roano, e si chiamò Pio III per rinnovare la memoria di Pio II suo zio. Morì questo papa ai 18 ottobre del medesimo anno; il perché giuliano della Rovere fu eletto papa prima che i cardinali entrassero in conclave e si chiamò Giulio II.
Assentì a questa elezione il cardinale Roano, perché disperato di poter ottenere il pontificato per sé, sperò che per le dipendenze passate avesse ad esser amico del suo re, il quale gli aveva conferito tutti i beneficj che furono di Ascanio quando fu preso il vescovado di Pavia, di Novara, la Commenda del monastero di Chiaravalle, di Civate, di Lodi vecchio ed altri. Assentì il cardinale Ascanio riconciliato prima con lui, deposta la memoria delle antiche contenzioni che furono cause del papato di Alessandro VI; perché conoscendo meglio che non aveva fatto il cardinale Roano la sua natura, sperò che diventato pontefice, avesse ad avere l’ingratitudine medesima o maggiore di quella che aveva avuto in minor fortuna e concetti tali, che gli potrebbero aprire la via a ricuperare il ducato di Milano. Sebbene il giudizio fatto da Ascanio del pontefice fosse vero, la speranza di conseguire il ducato fu vana: perché Ascanio morì in Roma all’improvviso di peste l’anno 1505 ai 20 maggio, in età di 51 anni, dice il Guicciardini nel VI libro della sua “Storia”, e il Bonacossi col Ciaccone nelle “Vite de’ Cardinali”, e fu sepolto in S. Maria del popolo. Ma il Giovio tiene che morisse di veleno in Roma. Il Bembo, a tutti contrario, afferma nel libro V delle sue “Storie” che morì prigione insieme col fratello. In questo modo terminò la vita il grande cardinale Ascanio: esempio della instabilità (come si suol dire) della fortuna nel principio, nel mezzo e nel fine (20).

Illustrazione alla vita di Ascanio Sforza (21)
Ascanio Maria Sforza dei duchi di Milano, ma nato in Cremona in occasione che sua madre ritrovatasi in quella città per la fondazione di due monasteri di sacre vergini, come ci fa sapere il P. Vairani domenicano, nel suo libro de’ “Monumenti della città di Cremona, ec.”, fu fatto nel 1479 da Sisto IV, vescovo di Pavia, e dopo cinque anni dallo stesso pontefice creato diacono cardinal de’ SS. Vito e Modesto ad istanza di suo fratello Lodovico il Moro, signore di Milano, che, come scrisse il Coiro nella sua Storia di Milano, aveva dato in matrimonio una sua figlia a Girolamo Riario, stretto congiunto del papa . Innocenzo VIII nel 1486, gli accordò l’amministrazione della chiesa di Cremona, e nel 1488 di quella di Pesaro, e Giulio II collo stesso titolo gli conferì quella di Novara, quali governò per mezzo di idonei vicari. Nle 1488 gettò ne’ fondamenti della cattedrale di Pavia la prima pietra, e diede principio alla gran fabbrica di quella santuata cattedrale, e donò alla sagrestia preziose suppellettili. Oltre le divisate chiese fu arricchito delle abbazie di Chiaravalle, e di S. Ambrogio maggiore di Milano, e gli furono assegnate le legazioni della provincia del Patrimonio, della Romagna, Bologna e Ravenna, e dello Stato di Avignone; e di quella al re di Francia, mentre quel monarca trattenevasi in Italia, alle quali fu aggiunta nel 1492, la carica di vicecancelliere della S.R.C., di cui poco vi mancò che da Alessandro VI, che gliel’aveva conferita, per la sua assenza da Roma, non ne rimanesse spogliato. Arricchito di tante rendite, oltre di quelle, che in gran copia gli erano state lasciate dal padre, grandeggiò, al dire del Giovio, per le ricchezze e magnificenze più da principe del secolo, che della Chiesa, tanto più, che avendo del trasporto per la caccia, alimentava una prodigiosa quantità di sparvieri, di cani e cavalli. E’ vero però che a cotale soverchia splendidezza e reale magnificenza, sapeva accoppiare una singolare umanità verso di tutti, generosità co’ poveri, gentilezza; affabilità e cortesia inverso coloro che a lui avevano ricorso, onde splendor sommo accrebbe alla romana curia. Nel conclave d’Innocenzo VIII, contribuì all’elezione di quel pontefice col suo suffragio, dato soltanto in voce, sul motivo che non aveva per anco ottenuto da Sisto le insegne cardinalizie, e nell’altro conclave che gli sucedè, avendo co’ suoi maneggi procurato l’innalzamento di Alessandro VI, al sommo pontificato, senza sapere cosa si faceva, ebbe a pagare il fio di sì prava elezione, mentre oltre essere stato da lui spogliato, ma poi presto restituito alla dignità cardinalizia, per fuggire la persecuzione che gli aveva mossa, fu costretto a ritirarsi nella Germania, donde restituitosi in Italia, assistito dalle armi degli Svizzeri, avendo saputo che suo fratello Lodovico con orrido tradimento tramatogli da alcuni soldati svizzeri, era stato fatto prigione, se ne fuggì da Milano, ed inviassi frettolosamente alla volta del Piacentino, per non esser colto dai nemici; ma giunto la notte a Rivolta, tradito egli pure con aperta perfidia da Corrado Landi piacentino, fu quivi arrestato dai capitani delle truppe veneziane, e condotto a Venezia. Il re di Francia, tanto si adoperò con quella signoria, che alla fine gli riuscì di averlo nelle mani. Sostenne il cardinale con grand’intrepidezza e presenza di spirito la sua disavventura, e fu rinchiuso nella torre di Bourges, dove perseverò per lo spazio di tre anni, a capo dei quali ad istanza del cardinale Giorgio d’Amboise francese, che aspirava al sommo pontificato, fu rilasciato per intervenire al conclave di Pio III, sulla parola di ritornare, compito che fosse; lo che da Giulio II, immediato successore dell’anzidetto Pio, di cui lo Sforza fu uno dei cardinali elettori, gli venne assolutamente proibito, ad onta delle più vive rimostranze dell’anzidetto Amboise. Dopo siffatte cose, come quegli che magnanimo era, né punto dalle provate calamità avvilito, mentre di stabilirsi nell’invocatogli dominio meditava, e di muovere guerra ai Francesi, o per veleno o per la pestilenza, in 3 giorni ei si morì in Roma nel 1505 in età di 51 anni non compiti, e 19 di cardinalato, e fu sepolto nella chiesa di S. Maria del Popolo, dove lo stesso Giulio II, col quale lo Sforza aveva avuto non piccole contese e differenze, gli fece innalzare un magnifico deposito di marmo.

 

NOTE

1

Vale a dire nel Duomo che a’ primi tempi licevasi Chiesa maggiore.

 

 

2

Cioè all’abbazia di Chiaravalle, fuori di Milano circa tre miglia.

 

 

3

Notevole borgo sull’appennino in vicinanza della frontiera parmense nella provincia di Chiavari.

 

 

4

Il contado di Lugano.

 

 

5

Essendo Ascanio vescovo di Pavia fece innalzare il bellissimo Duomo di quella città.

 

 

6

L’attuale palazzo di Corte.

 

 

7

In questo tempo venne eziandio esiliato il Trivulzio, il quale disperando della patria, si mise sotto gli ordini di Francia.

 

 

8

Intorno alla simonia di Alessandro VI e dei doni da esso inviati ad Ascanio, vedasi la “Storia d’Italia” del Guicciardini, lib. I.

 

 

9

Vedi la nota in cui è riportata la lacrimevole lettera d’Isabella, moglie di Gian Galeazzo.

 

 

10

Costui fu assunto poi al papato; ed è quel Giulio II che fu il terrore delle armate straniere in Italia, e che guidava egli stesso gli eserciti agli assalti delle città.

 

 

11

Questo detto è ripetuto eziandio nella Vita di “Lodovico il Moro”, scritta dal Barbuò.

 

 

12

Vedi le “Memorie Storiche” di Filippo di Comines, ove parla a lungo della discesa di Carlo VIII in Italia. Consultansi pure i due primi libri della “Storia d’Italia” del Guicciardini e i primi libri della “Storia de’ suoi tempi”, di Paolo Giovio.

 

 

13

Cioè: Limonta e Civenna; due terre del Com’asco, già feudi del Monastero di S. Ambrogio.

 

 

14

Vuolsi dire l’esenzione delle gabelle.

 

 

15

Sia in questo luogo che altrove devesi intendere Stampa.

 

 

16

Cioè: Bourges.

 

 

17

Il famoso Enea Piccolomini, del quale abbiamo alle stampe molte storie.

 

 

18

Questo verso è tolto dal libro X dell’Eneide: ma per completare la massima che racchiude bisogna aggiungervi il susseguente che dice: “Et servare modum rebus sublata secundis”. Cioè:
O cieche umane menti,
Come siete de’ fatti, e del futuro
Poco avvedute. E come oltra ogni modo
Né felici successi insuperabile.”
Annibal Caro, trad. dell’Eneide.

 

 

19

Cioè: Cesare Borgia, figlio di papa Alessandro VI, il quale si diede ogni cura alla morte del padre di avere un successore a sé favorevole, ma non vi riuscì.

 

 

20

Nella chiesa di S. Maria del Popolo in Roma, dal quale ricavasi che visse 50 anni, e che morì nel 1505, vedesi un grandissimo monumento, fatto da Andrea Sansovino, per ordine di Giulio II. Si può vedere il disegno nelle “Famiglie celebri Italiane” del Litta. Vedi eziandio la Vita del cardinale Ascanio Sforza del Diaconio: “Vitae pontificum atque cardinalum”. Di questo cardinale ci rimane ricordanza in Milano nel magnifico monastero, nella Basilica di S. Ambrogio, stupenda architettura del Bramante. Il principe dei cronisti Milanesi (Bernardino Coiro) dedicò la sua Storia al cardinale Ascanio, dalla qual dedica si conosce che il cardinale era protettore delle lettere.

 

 

21

Tratta dalle Memorie storiche de’ cardinali di S. Chiesa, scritte da L. Cardella. Roma 1792, t. III, p.226.

 


(*) effige cavata da una medaglia esistente nel Museo Trivulzi in Milano


SOMMARIO
delle
VITE DEGLI SFORZESCHI
duchi di Milano
scritte
da Scipione Barbuò Soncino
dottore di legge e gentiluomo padovano
precedute da un
QUADRO GENERALE DELLO STATO DI MILANO
dopo la morte di Filippo Maria Visconti
e da un
CENNO
sulla costituzione
della Repubblica Ambrosiana

Quadro generale dello stato di Milano

Repubblica Ambrosiana

Francesco I Sforza

Galeazzo Maria Sforza

Giovanni Galeazzo Maria Sforza

Lodovico Maria Sforza

Massimiliano Sforza

Francesco II Sforza

Vita di Ascanio Sforza

 

DA
Vite
degli Sforzeschi

di
Paolo Giovio, Scipione Barbuò, ecc.
Stato di Milano nel secolo XV
Repubblica Ambrosiana,
vita
di Giovanni delle Bande Nere
Cronaca di Milano
con prefazione e note
di Massimo Fabi

Milano
presso Franc. Colombo Librajo-Editore
Contr. S.Martino, n.549-A
1853

Biblioteca
Storica Italiana
vol. II


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