Lombardia

 

Sforza Attendolo

di Massimo Fabi

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ALL'ILLUSTRISSIMO SIGNOR MUZIO SFORZA
Marchese di Caravaggio (1)

Lodovico Domenichi

Tanto è il desiderio, che io ho di piacere e di servire a V.S., e di acquistarne per ciò la grazia di lei, che di e notte sto intento ad ogni occasione, la quale mi si presenti per arrivare a questo mio lodevole intento, il quale è di maniera continuo ed officioso, che senza por mente alle nobilissime condizioni vostre, ed alla indegnità mia, tutto quello che può fare, benchè sia poco e vile, riferisce nondimeno all'idolo suo, che siete voi, Illustrissimo Signore, e crede anco indotto a ciò dalla sua verso voi infinita affezione, che debba piacere e gradire a voi, come cosa di pregio e di valore. Avendo io dunque letto la vita di Sforza capitano valentissimo e progenitor vostro, scritta elegantemente in latino dal molto reverendo monsignor vescovo giovio, e riputando farvi cosa grata, dandola a leggere ancora in questa lingua allo universale degli uomini Italiani, come che queste fatiche oggidì per l'infinito numero di coloro che si son posti a farle con assai poco giudizio, siano mal gradite, ho voluto ridurla nell'idioma nostro, acciocchè buona parte di quei che non posseggono il latino, traggano qualche frutto dalla lezione dei valorosi fatti di questo eccellentissimo guerriero. E benchè io sappia certo che a V.S. non fa punto bisogno tale interpretazion mia, per lo avere ella piena cognizione delle lettere latine, ho pensato però fargliene dono, come di cosa che a lei molto conviene per contenere la sua generosa origine fondata nella sola virtù, che è la propria e sincera nobiltà; e pervenuta poi al colmo della sua perfezione coi doni della fortuna, e colle grazie del cielo. Le quali essendosi oggi accumulate in lei, la fanno amare e riverire non pure da chi di continuo la vede, ma da coloro ancora che non l'hanno mai veduta. Or vegga V.S. quanto può il valore, che non pure colla vista de' suoi leggiadri lumi infiamma all'amor di sè stesso gli animi di quei che lo mirano, ma siccome il sole coi vivi raggi penetrando là dove mai non s'aggiorna empie il terreno di quegli spiriti ardenti d'amore ond'egli produce i cari frutti, così quello monda il divino suo splendore sì di lontano, che benchè di fuori nell'aspetto altrui non si dimostri; nondimeno dentro nella mente così chiaro fiammeggia, ch'ella ad amarlo e riverirlo s'accende. Nè solamente colla pura sua luce per glio occhi entrando nell'animo risplende, ma di lungi col suono della fama per gli orecchi giungendo nel cuore alteramente risuona. Il che, come che per antiche prove sia manifesto, io novellamente in me stesso il provo; imperocchè la vostra chiarezza, la quale già nota non tanto del favor della fortuna, il cui versò voi beneficio essendo in sè grande, ai meriti di tante e si rare vostre virtù è picciolo quanto dei nobilissimi doni dell'animo e dell'ingegno, non pure con sommo onore dappresso si riguarda, ma comunque ella riluce e giugne per fama, da tutti onorevolmente si vede ed ode. Avendo io dunque di questo mio verso lei riverente affetto fatto già testimonio per altri, quali è si siano scritti miei, porto fermissima opinione che non le dispiacerà punto vedermi continuare in esso anzi di buon cuore accettando questa mia seconda fatica si degnerà tenermi nella da me desiderata sua grazia, e dell'illustrissima signora Violante sua degnissima madre. Ed io farò qui fine umilmente baciando le mani di quelle. A. XX di luglio MDXLIX. Di Fiorenza.

PAOLO GIOVIO
Vescovo di Nocera
Al Reverendissimo ed Illustrissimo Monsignor
GUIDO ASCANIO SFORZA (2)
Cardinale di Santafiore, e Camerlengo della Chiesa.

Dappoi che voi e per gloria della virtù e per splendore della famiglia così singolarmente mantenete l'onore e la dignità del cardinalato, il quale a voi ancor ben garzone l'avolo vostro materno (papa Paolo III) con singolar giudizio, ma forse più per tempo che voi non avevate sperato, v'ha conferito; che ben parete degno d'assai maggior fortuna: ho giudicato che vi debba esser cosa molto grata, se a voi, il quale abbracciate la virtù con animo ardente, avessi aggiunto nuove facelle derivate dagli esempi de' vostri maggiori, e specialmente di Sforza bisavolo vostro, il quale con somma lode per le grandissime cose ch'ei fece, diede immortal cognome alla famiglia vostra. Perciocchè io con una diligente investigazione che ho fatto da diversi, e spesse volte goffi scrittori d'istorie, ho ridotto in un breve compendio i detti e i fatti di questo valorosissimo guerriero, acciocchè al suo ritratto onorato per la sua bellissima apparenza, il quale avendo dipinto in casa si spesso contemplate, ragionevolmente ancora s'aggiunga la sembianza dell'animo suo reale espresso collo stile alla sua vera effige. Sforzatevi dunque, monsignor Guido Ascanio, Sforzatevi dico grandemente colla virtù e collo studio delle lettere, d'agguagliare e di vincere la fama del sangue paterno e materno, e non vi paja molto difficile; perciocchè bella cosa sarà e molto onorata, che un uomo sacro fra così grandi lumi de' suoi maggiori, lontano dall'invidia abbia mostrato grandissimo splendore di religione e di lettere. State sano.

Sforza Attendolo
CAP. I Della nascita di Sforza
Nacque Sforza in Cotignola, terra antica della Romagna, appresso la via Emilia, del contado di Faenza: il padre suo ebbe nome Giovanni, della famiglia degli Attendoli, piuttosto onorata che nobile; la quale era però ricchissima, e molto fiorita per una gioventù numerosa e data all'arme. Sua madre si chiamò Elisa, donna d'animo virile de' Petracini, famiglia molto parziale: era costei di costumi infiammati ed aspri, ma d'una pudicizia e fecondità mirabile, perciò ch'ella partorì vent'uno figlioli, i quali siccome nati all'armi ella li allevò di tal maniera che facilmente sprezzavano i vestimenti ornati, le delicate vivande ed i morbidi letti; ed eran tutti volti con un certo valoroso vigore d'animo e di corpo a mantenere la riputazion della famiglia, e ciò molto spesso facevano coll'armi, perciocchè avevano capital nimicizia coi Pasolini, sì grandi come essi; conciossiacosachè Martino Pasolino capo di quella famiglia avendo arrogantemente intercetto una fanciulla nobile sposata per uno scritto di mano a Bartolo fratello di Sforza, perchè ella aveva in dote una grandissima eredità. Per questa cagione si azzuffarono più volte insieme quasi in giusta battaglia, e s'ammazzarono di molte persone, dove fu ferito Bartolo, e vi morì un figliolo di martino e due suoi parenti. Ma la cosa finì di questo modo, che Martino privo del figliuolo, e spogliato di tutti gli amici e delle facoltà, fu cacciato dalla Terra. Vedevasi in quel tempo nelle case degli Attendoli le sale e le camere non addobbate d'arazzi, ma di scudi, di corazze, e i letti grandissimi, senza coperte, nei quali dormivano a caso le squadre de' parenti armati, ed erano talmente tutti vigilanti e intenti, che senza ordine alcuno, mangiavano quelle vivande, le quali con poca spesa e con nessuna arte li erano apparecchiate innanzi dai mulattieri e dai ragazzi.

CAP. II Di quel che si ragionò del suo nascimento.
Vi furono alcuni, i quali ebbero a dire, ma ciò per piacere alla setta Braccesca, acciò che finalmente si rinfacciasse ai principi Sforzeschi la novità del sangue, che Sforza in un campo di suo padre aveva avuto la cura dell'opere; talmente ch'anco egli valorosamente maneggiava e i vomeri e le zappe lavorando di sua mano; e ciò malignamente pare che fosse finto, perch'essend'egli fanciulletto di tredici anni, se ne andò in campo di Boldrino, e quindi non ritornò che fu uomo d'arme. Ma a questa gioconda bugia fece fede di favola una fama continua, la quale passò ai discendenti. Perciocchè dicesi, che lavorando egli il terreno, e trovandosi stanco per la dura fatica, di quello vituperio di lavoro alzò gli occhi al cielo, e quindi aver pigliato voti di tutta la fortuna di sua vita, pregando in quella sorte Iddio che giela mandasse buona; e che subito scagliò la zappa sopra un'altissima quercia consacrata, com'è da credere, anticamente a marte, con questa deliberazione d'animo, che s'ella cadeva, egli con animo quietissimo l'avrebbe ripigliata per lavorar sempre, ma s'ella si fermava sui rami, egli subito sarebbe ito alla guerra. Ma la fortuna appiccò la zappa all'albero, per aprire la strada al destino. Gloriavasi di questa favola il duca Francesco suo pronipote (3), che massimamente per questo, il nome della famiglia sua non era fondato nel favore di antica nobiltà, ma di singolare virtù; talmente che avendo umanamente commesso che mi fosse mostrato il castello (4), che è il più maraviglioso che si ritrovi al mondo per l'eccellente fortezza e fabbrica sua, essendomi aperta la munizion dell'armi, rivolto a me con lieto volto, disse: Questa fortezza che ti fa stupire, e questo Stato che noi abbiamo, o Paolo Giovio, riconosciamo noi da quella zappa, quando per nostra felice sorte scagliata dal nostro bisavolo sull'albero, s'appiccò a quel fatal ramoscello. Onde ne nacque poi quel motto del Pontano (5), il quale temerariamente adoprava il dente contra i morti, quando disse: Sforza venne capitano dall'aratro. Quasi che non ritorni a somma gloria, o veramente s'abbia a vergognare coll'esempio di Cajo Mario (6), che d'aratore diventò imperatore d'eserciti.

CAP. III Dell'ascendente, genitore e nome di lui
Nacque in martedì, ai 28 di maggio nell'alba, l'anno di N.S. 1369, quasi in quel tempo che Carlo IV imperatore infame per avarizia abbandonò l'Italia (7); e quel dì che battezzandosi i fanciulli nel sacro fonte del battesimo, gli si mette il nome, posero nome al fanciullo Jacopo e Muzio: ma alquanto tempo dappoi, cancellatosi il primo nome fu solamente chiamato Muzio: infino a tanto che per un certo indomito vigore d'animo e di forze s'acquistò il sopranome Sforza. Questo nome di Muzio oggi si vede anco rinnovato nel nipote del duca Lodovico Sforza, il quale Giovan Paolo suo figliolo di tanta prole ha lasciato unico suo e legittomo figliolo (8).

CAP. IV Della divinazione degli astrologi
Avendo i matematici considerato nella natività di lui una eccellentissima positura di stelle, e stanze, e aspetti mirabili, gli predissero grande imperio, immortale gloria e fortunata prole, e finalmente gli soggiunsero che egli non sarebbe morto mai molto vecchio, ma di morte subitana (9)

CAP. V Della creanza e principio suoi.
Da quella creanza ch'egli ebbe in casa sua, siccome abbiamo detto, fatto disprezzatore delle ferite e dei pericoli, venuto all'età dei tredici anni, e dando una maravigliosa aspettazione di soldato, tolto secretamente un cavallo in casa, e contra il voler del padre se ne andò in campo a Boldrino Panicaglia (10), il quale era capitano generale delle genti del Papa: non fu in quel tempo capitano più avventurato di lui. Perciocchè mentre ch'ei visse essendo sempre stato vincitore in battaglia, dopo la morte ancora spesse volte intervenne alle vittorie e ai trionfi de' suoi soldati. Perciocchè avendo eglino secco ed imbalsamato il corpo morto del lor capitano, lo portavano attorno su una bara, giudicando che non vi fosse alcuno degno di succedergli nel generalato. Distendevasi per lui un padiglione non altramente che quando egli era vivo, e postigliall'intorno gli stendardi, gli si domandava il contrasegno di guerra, di maniera che felicemente si servivano de' consigli del morto alle imprese di guerra, pigliandoli quasi per una certa sorte. Stette prima al servizio d'un uomo d'arme spoletino, il quale per la collera fu chiamato per sopranome Scorruccio. Con costui stette quattro anni, usando sempre così ostinata contenzione d'animo e di corpo, che da ragazzo fatto domatore di feroci cavalli, e poi col nome di Laterone valoroso soldato; carissimo a Scorruccio fece sempre interamente il debito suo.

CAP. VI Della prima milizia di lui.
Dappoi ch'egli ebbe fatto il principio del soldo appresso Boldrino, se ne ritornò a casa, richiamato per la guerra delle parti. Ma quivi finalmente fatta la pace, ritornò alla milizia, avendo impegnata una possessione, per partirsi di casa bene in ordine di arme e di cavalli, dove i parenti suoi, eccetto il padre solo, biasimavano quella spesa: a cui rivolto il giovane disse: siate contenti di non volermi più riprendere, perciocchè o col guadagno del soldo rimetterò ogni cosa, o se pure se così sarà mio destino, ch'io rimanga morto in battaglia, l'eredità mia pagherà a pieno il tutto. Così dunque la prima volta uomo d'arme (tenevano in quel tempo gli uomini d'arme quattro cavalli) e non molto da poi capo di squadra, e finalmente d'una compagnia, militò con felice fama sotto Alberigo Broglia (11) e l'Aucuto (12), talmente che fu sempre giudicato degno di più grossa paga e di maggiore condotta.

CAP. VII Dell'altezza d'animo e desiderio di gloria.
Svegliavasi dì e notte udendo ricordare il nome dei capitani grandi, i quali inalzati allora per valore di guerra, avevano acquistato grandissime ricchezze e stati: talmente che nei cerchi degli uomini, quando veniva nuova d'alcuna prodezza fatta in guerra, quasi con animo sollevato sospirava, siccome quello che mosso da onesta emulazione più che mediocremente aveva invidia alla felicità loro.

CAP. VIII Di Giovanni Aucuto capitano inglese.
Stavagli più che gli altri dinanzi agli occhi Giovanni Aucuto inglese, il quale avendo menato dagli estremi confini dell'Oceano in Italia una banda d'Inglesi, era riuscito famoso: perciocchè prese per forza alcune città, aveva pacificato la Romagna, la quale s'era ribellata da papa Gregorio, ed in premio del beneficio che gli aveva fatto, aveva ricevuto cinque terre, e fra quelle Cotignola patria di lui: ed era poi in tal maniera diventato illustre, che Barnabò Visconti, il quale era allora il maggior principe d'Italia, l'aveva fatto suo genero, e finalmente i Fiorentini l'avevano creato capitano d'un esercito grande. Onde a lui come a benemerito della repubblica, fecero sopra il sepolcro suo, nella Chiesa maggiore (13), una statua a cavallo.

CAP. IX Di Broglia, Biordo ed Alberigo capitani grandi.
Ed anche Savoino (14), fondatosi molto sul valor militare, si era fatto signore della città d'Ascesi (15) nell'Umbria (16), essendo stato capitano de' Fiorentini e del Papa. E parimente Biordo, il quale con grande stipendio e con molto maggior laude aveva guerreggiato in Francia contro gl'Inglesi, si era insignorito di Perugia. Ma sopra tutti gli altri Alberigo Barbiano (17), chiarissimo per illustre splendor di gloria, infiammava e lui, e tutti gli Attendoli a seguitar la guerra. Perciocchè egli solo mosso a sdegno che le nazioni straniere con armi mercenarie travagliassero l'Italia, e che per tutto con rabbia crudele imperversassero, aveva sollevato gli animi degli Italiani, i quali allora per dappocaggine, e per aver perduto la libertà eran caduti dall'antica gloria di guerra, in speranza di racquistar nome. Furono sotto il governo di lui di grosse bande d'uomini d'arme, le quali militando a nome di S. Giorgio indotti per giuramento, avevano congiurato insieme di non voltar mai le spalle ai nemici stranieri. Da costoro finalmente in più d'un luogo vinti i Brettoni, morti i Francesi, cacciati e vinti i Tedeschi, rotti gli Spagnuoli e spenti i Savoini, e gl'Inglesi con giusta confessione mostrarono ch'appresso gl'Italiani non era spenta affatto la riputazione dell'antico valore.

CAP. X Come Alberigo fu quello che ritrovò gli uomini d'arme.
Questo è quell'Alberigo, il quale formò e mise in ordine l'uomo d'arme in quella foggia che veggiamo, avendo ritrovato questa sorte di celata chiusa e doppia, che oggi usiamo molto, e che con vocabolo gotico chiamiamo elmetto; pose anco le coperte ai cavalli, le quali si chiamano barde, di cuojo cotto, per imitare, lasciate le corazze, i cavalieri clibanarj (18), passati dai Persi ai Goti prima che agli Italiani. Perciocchè cosa non v'è più forte di questi, se di consenso pubblico si levassero via le artiglierie di bronzo, le quali furono ritrovate a distruzione del genere umano e a corruttela della vera milizia; poi ch'oggi la riputazione d'un singolare valore più non si attribuisce a una forte e valorosa mano nelle dure battaglie, nè a uno invitto vigore d'animo e di corpo, ma per una cieca sorte e per una spesse volte in questi temeraria fortuna ai colpi fortuiti delle palle volanti.

CAP. XI Del soprannome ch'egli s'acquistò per effetto.
Trovandosi egli in campo d'Alberigo quasi sbarbato, d'animo feroce e valente di mano, e spesse volte fecendo quistioni e brighe, nè volendo patire ch'alcuno gli entrasse innanzi in battaglia, l'acutissimo generale osservò in lui la dipsosizione dell'animo e del volto; e predisse che s'egli non moriva anzi tempo, e avesse temprato un poco colla prudenza la furia dell'animo ardente, avrebbe avuto nome di capitan perfetto. E non molto dappoi nata una quistione fra soldati nel partir della preda, s'acquistò un soprannome immortale; lamentandosi egli fuor di modo ch'ella non si compartiva egualmente; perciocchè essendo stata rimessa tutta la lite nell'arbistrio del capitano, e da lui giudicata, rivoltosi ad Alberigo con sdegnoso e minaccioso volto gli disse: Con cotesto vostro giudicio, signore, mi è levata a torto la parte che mi vien della preda, di maniera che io non sarò mai per sopportare nell'avvenire simile ingiuria. A quelle parole rispose Alberigo con volto arruffato, e quasi che ridendo: vorrai tu forse, o giovane, come sei uso fare agli altri a me usare anco forza? Pigliati dunque il nome di Sforza; e così, cancellatogli il nome di Muzio, comandò che fosse chiamato da tutti Sforza, la qual parola in latino significa violento.

CAP. XII De' suoi compagni alla guerra.
Menò fuor della patria sua una banda di valorosa gioventù, accresciuta poi col concorso dei singolari cavalieri; perciocchè tutti i più valenti soldati per speranza d'onore e per desiderio di guadagno andavano a trovarlo. Tra questi furono del numero dei parenti Bartolo e Francesco suoi fratelli: ma in Francesco fioriva una maravigliosa aspettazione, il quale pel suo naturale ardire fu chiamato per soprannome Boccaletto; ed oltre questi Buoso, Lorenzo, Micheletto e finalmente Foschino Attendolo, con Santoparente Peracino figliuolo di suo zio, e molti altri, i quali dalle città vicine congiunti d'amicizia e di fazione, grandemente osservavano la fama del nome, il quale andava in lui crescendo. Quasi tutti costoro veggiamo famosi nelle storie. Ma molto illustre riuscì Micheletto, il quale accumulatosigli gli onori di guerra, di umil grado, finalmente capitan generale de' signori Veneziani, pervenne ai termini dell'età matura.

CAP. XIII Dei condottieri amati da lui pel loro valore.
Dei condottieri delle squadre, e delle compagnie amò grandissimamente, e con ragione di fraterna amicizia si congiunse quelli cg'erano più valenti di mano. Perciocchè usava di dire, che gli offici della guerra sono divisi fra il capitano e i soldati per acquistar vittoria; ricercando in quello sopra ogni cosa ragione e prudenza, e in questiespedite forze, animoso furore, e indomito valore. E per questo soleva egli grandemente schifare, e biasimare coloro, i quali nelle radunanze troppo sollecitamente e sottilmente disputando del modo della guerra e del fin delle cose, pareva che volessero consigliare e ordinare al capitan generale, quel ch'egli aveva da deliberare o da tentare. Ma poi essi più che volontieri fuggivano tutti gli offici aspri e pericolosi, e contenti del solo e vano nome di sapienza, agli uomini forti lasciavano materia di vera lode, i quali avevano imparato animosamente ubbidire a que' che comandavano, e gagliardamente combattere, e non temer ferite, nè morte. Di questo ordine amò ardentissimamente alcuni principali, Martino da Faenza, il quale pochi anno dopo fu fatto morire da Pandolfo Malatesta tiranno di Rimini, aspirando questo uomo crudele a' suoi denari, e avendo invidia alla crescente gloria dell'uomo innocente: oltre di questo Eustorgio Visconte, Lodovico Colonna, Tomaso da Città di Castello, e Scorpione, e Tarantola da Lugo di Romagna, e Zenone, e Crivello, e Parino da Tortona e Gentil Montarano, e Agnolo Lavello, il quale perchè era scilinguato fu per sopranome chiamato Tartaglia.

CAP. XIV Dell'amicizia ch'egli ebbe con Braccio.
Ora essendo egli di strettissima famigliarità congiunto con Braccio da Montone (19) quasi eguale a lui di età, di fortuna e di virtù, così fraternamente e liberalmente mantenne l'amicizia seco, che questi due, i quali avevano a venire i maggiori capitani di gran lunga di tutti gli altri che fossero in Italia, conferirono per alcuni anni insieme per uso comune pensieri, arme, cavalli, denari, e alloggiamenti: e portavano le medesime insegne e colori di sopraveste. Perciocchè ciascun uomo d'arme avea il sajo dall'arme partito a quarti dalla spalla destra alla coscia sinistra di colore incarnato; e dall'altra parte per traverso bianco e celeste fatto a onde. Ma accioccgè d'appresso vi fosse qualche differenza, Sforza leggiadramente portava l'onde acute, e Braccio più tonde. Ed oggi ancora veggiamo, che gli affezionati dell'una e l'altra parte usano queste imprese e questi colori, essendo già passati centocinquantaquattro anni, da poi che gli autori e i principi incominciarono a portarle.

CAP. XV Delle cagioni perchè ruppe l'amicizia con Braccio.
Ma finalmente Sforza offeso da gravissime ingiurie dopo trent'anni, con animo scoperto e volto libero del tutto ruppe questa amicizia, già molto avanti scemata per contesa di gloria, e per emulazion di virtù: quando essendo stato cacciato in prigione Sforza a Benevento, Braccio non mosso punto per la sciagura dell'amico, subito rotta l'amicizia, diede commissione a Tartaglia, che assaltasse, e occupasse quelle castella in Toscana, fra la via Cassia e l'Aurelia, dello stato Sforzesco: e ben parve che più malignamente Braccio ciò facesse, perchè da principio queste terre erano state raccomandate alla fede sua, e appresso Tartaglia poi ch'ebbe preso le terre v'aveva aggiunto una più grave ingiuria, perciocchè svaligiò i soldati Sforzeschi alle stanze, e fece prigioni tutti i più valorosi capitani e uomini d'arme. Aveva Braccio per il felice successo delle cose nell'Umbria insuperbito, con smisurato desiderio indiritto l'animo a voler farsi signore della città di Roma. Perciocchè essendo stati creati in quel tempo tre papi per la crudele ambizione e superbia de' cardinali, la religion cristiana era lacerata, e la città di Roma già signora del mondo, ruinata per la fame, per la pestilenzia e per gl'incendj, assediata dagli assassini e spogliata del papa, ubidiva ai desiderj degli uomini parziali. A tentare ed eseguire dunque questa impresa, era sufficiente e opportuno Tartaglia, militando sotto l'insegne sue mille uomini d'arme, e due volte tanti pedoni. Avendo dunque fatto convenzioni insieme, di volere con ajuti e forze comuni allargar i loro Stati, e difendersi contra la forza de' nemici, Tartaglia facilmente s'impadronì di tutte le terre fino ai confini dei Senesi, eccetto che d'Acqui (20) e di Chiusi, le quali erano guardate dagli Sforzeschi. Ma Braccio accampatosi al Teverone e rotte le genti de' Romani in una improvvisa battaglia prese Roma. E di quei giorni ancora Braccio senza rispetto alcuno aveva licenziato e casso Micheletto, ne pur pagatolo, il quale essendo stato preso Sforza, s'era ricorso da lui per ragion d'arme. Onde il Piccinino sdegnato con Braccio per la villania che gli aveva usato, con animo grande e nobile emendolla, avendo dato a Micheletto tutta la sua argenteria, perchè ci pagasse i debiti ch'egli aveva coi soldati. A questo modo sdegnati e accesi d'odio fra loro, Sforza e Braccio divenuti capi della milizia Italiana, e guidando eserciti grandi, fecero due sette coi nomi loro, la Sforzesca e la Braccesca. Dalle quali furono grandemente poi travagliate e abbattute le forze delle città libere, dei re e dei papi; perciocchè eglino quasi in prova, per vituperosa condizione di quel tempo, per mantenere le guerre spesso garreggiando, e sempre contrarj fra loro, ora a questi, ora a quelli movevano e sostevano l'armi mercenarie.

CAP. XVI Della cagione della inimicizia con Tartaglia.
Aveva ancora molti anni prima per cagione importante partito l'amicizia con Tartaglia, dolendosi che a Casalecchio, abbandonando Tartaglia il luogo suo per malignità o per paura, egli era stato insieme colla sua banda rotto e preso dai nemici, i quali l'urtarono per fianco. Questa cosa, siccome quella ch'era stata chiarissimamente veduta dagli occhi di molti, e divulgata nell'uno e l'altro campo, non potè scusarsi: perciò profondamente e in secreto era entrata nell'animo di Tartaglia, talmente che vi regnava un odio ascoso: ed era tanto più capitale, perciocchè quella medesima immagine di famigliarità si manteneva tuttavia fra loro con certi offici e ragionamenti.

CAP. XVII Della prima condotta ch'egli ebbe di cavalli.
La prima condotta ch'egli ebbe con Broglia fu di venticinque cavalli, il qual numero in quel tempo faceva una compagnia. Da poi appresso Alberto marchese di Ferrara alzò lo stendardo d'una giusta banda, congiunto seco Lorenzo, nella quale furono duecento cavalli. Ma finita quivi la guerra ritornato a Broglia quivi non stette molto, chiamato dai Raspanti, i quali avevano messo allora in Perugia lo stato popolare. Combatteva la libertà loro Giovan Galeazzo Visconti: ed eglino all'incontro radunati insieme gli ajuti massimamente col mezzo di Sforza loro capitano, gagliardissimamente si difendevano. ma la città inferiore di forze cedette finalmente al potentissimo nemico. In quella guerra Sforza avendo acquistato fama d'animoso e valentissimo capitano; dall'una e l'altra parte riportò premio di virtù e di fede. Perciocchè gli fu donato del pubblico, per ornamento della credenza, alcuni vasi d'argento, e dal capitano de' nemici raddoppiatogli la paga, fu scritto al soldo di Giovan Galeazzo. Fece egli allora strettissima amicizia e compagnia con Parino (21), comunicate insieme le squadre con certe convenzioni, acciocchè elle si reggessero a nome comune. Ma passati che furono nello Stato di Milano, avendo essi militato in più d'un luogo con egual sorte, ma con differente onore, e facendosi ogni dì più oscuro il nome di parino, perciocchè Sforza con valorosi fatti s'usurpava la fama di due, per invidia e per perfidia di Parino fu casso e licenziato; perchè era falsamente accusato appresso il principe sospettoso, come secreto e capital nemico di parte Ghibellina, e di nazione Guelfo; alla qual fazione Galeazzo, perchè così gli tornava bene, faceva professione in fatti e in parole d'esser molto nemico. A questo modo tradito, ma con molto onore di parole licenziato da Giovan Galeazzo, andò co' Fiorentino, i quali avevano in quel tempo sollevato i re di Francia e gl'imperatori tedeschi contra Giovan Galeazzo.

CAP. XVIII Dell'arma che gli fu donata dall'imperatore Roberto.
In quel tempo essendo Sforza già molto prima famosissimo per opinione di singolar virtù, Roberto imperatore de' Romani lo fece illustre. Era costui disceso in Italia a far guerra, chiamato co' danari de' Fiorentini, per cacciare Giovan Galeazzo da Milano. Ma essendo stato poi in due battaglie a Brescia ributtato e cacciato, e voltandosi a Padova per ripigliar forze, Sforza lo andò a incontrare per fargli onore e compagnia, il quale allora nelle stanze a Montagnana aveva dato soccorso al signor di Padova, oppresso dall'armi de' Veneziani: avendo il governo degli ajuti de' Fiorentini, i quali ajuti per ragione delle convenzioni erano da loro mandati a quel principe loro confederato e amico. Andò egli a incontrar l'imperatore con ornatissima e bellissima ordinanza di milizia, con tutta la sua cavalleria, girandoli, e fatte due bande di cavalli, tal che l'imperatore prese maraviglioso diletto di quella apparenza d'uomini d'arme, i quali erano tutti co' pennacchi e bardati, e ripigliò grandemente animo e rinnovar la guerra, massimamente quando egli fosse stato ajutato da quelle genti governate da Sforza. Mosse anco a maraviglia a un medesimo tempo l'imperatore e i baroni tedeschi, il cavallo di Sforza spinto con tant'arte e meneggiato a ogni mano, e di nuovo con pieni e sospesi salti rimesso, che ben pareva che non si potesse trovare nè più pratico nè migliore cavalcatore di Sforza, e per quest'arte sola i Tedeschi i quali avevan cavalli più gravi e più pigri, si ricordavano d'esser già stati rotti a Brescia. Vedevasi nelle insegne di Sforza un pomo cotogno, antica arma di casa Attendolo tolto dal nome della terra, come ben conveniva alla principal famiglia. Al quale guardando l'imperatore e voltandosi a Sforza gli disse: io ti voglio donare un Leone degno del tuo valore, il quale colla mano sinistra sostenga il cotogno, e minacciando colla destra il difendo, che alcuno non ardisca toccarlo, nè porvi mano. E così fattogli un privilegio in carte pecora, gli donò un Leon d'oro rampante, fermato su l'un de' piedi; e gli concesse che tutti gli Attendoli potessero portare quella impresa e fossero in protezione dei principi di Baviera, i quali anticamente tenevano quell'arma (22). Perocchè Roberto istesso duca di Baviera e di quella famiglia era stato secondo l'usanza eletto imperatore dalle voci dei baroni di Alemagna.

CAP. XIX Della più onorata milizia sua.
Ritornato in Toscana stette alcuni anni al servigio dei Fiorentini; prima nella guerra di Bologna, dove benchè rotto in battaglia fosse venuto in mano de' nemici, riuscì nondimeno molto più chiaro di fama, e accresciuto di soldo. E nella guerra Pisana diede ta testimonio di gran capitano, che per mano di Neri Capponi ricevette la corona dell'alloro e lo stendardo del giglio, per aver rotto Agnolo dalla Pergola capitan de' nemici; e appresso per ordinazione del comune gli fu consegnato una provisione di denari ogni anno. Ma poi che i Pisani furono ridotti in servitù, godendo i Fiorentini ozio e riposo, andò a ritrovare Nicolò da Este marchese di Ferrara; era allora costui molto aspramente travagliato da Ottone Terzo tiranno di Parma. Perciocchè morto che fu Giovan Galeazzo Visconti, tutti i capitani, lacerando il suo Stato, s'usurparono una città per uno: Parma e Reggio con molte castella toccarono a Ottone. Costui armato di soldati vecchi, fra i quali v'erano più che quattro mila uomini d'arme, minacciava a Modena ed a Ferrara, e saccheggiava tutto il contado, ed ogni cosa empiva di spavento e di guerra. Ma sopraggiunto Sforza, si reffrenò valorosamente la furia di lui, essendosi due volte attaccata la battaglia; la prima sulle porte di Modena, essendogli felicemente uscito contra da due parti Sforza, mentre egli insolentissimamente era corso fin sui borghi, e un'altra volta appresso Robera, dove gli Ottoniani rinculati e cacciati dal ponte, perdutovi molti de' suoi, voltarono le spalle, e non molto dappoi fu combattuto a Reggio in cammino con dubbioso successo; quando Ottone bravamente assaltando gli Sforzeschi, i quali menavano una preda di bestiame grosso da Guastalla, con incerto pericolo era venuto seco alle mani; perciocchè mortogli il cavallo sotto, essendo stato tolto in mezzo e preso, gli uomini d'arme vecchi, per dargli soccorso, spinsero con tanta furia l'insegne, che liberato il capitano loro, trenta uomini d'arme Sforzeschi insieme con Micheletto vi rimasero prigioni, i quali furono da Ottone contra l'usanza di guerra tenuti quattro mesi ne' ceppi in dura prigione, e così crudelmente cruciati che di mezzo verno ignudi li facevano bagnare d'acqua fredda. Ma poi rotta la prigione felicemente fuggirono per vendicare quella ingiuria colla morte di Ottone.

CAP. XX Della morte di Ottone Terzo.
Ottone poi che si fu accorto che grandissimo contrasto si faceva a' suoi disegni per lo impedimento che gli dava Sforza, per voler ingannare, finse di desiderare la pace, siccome quello che sperava che Nicolò, aggravandogli la spesa, fosse per dovere licenziare i soldati Sforzeschi, per poter poi all'improvviso assaltarlo, ritrovandolo per l'occasione inanuto e spogliato d'armi.Domandava dunque Ottone che a Nicolò piacesse venire a parlamento seco, per poter chiarissimamente alla presenza trattar della pace. E già due volte evava Nicolò negato di voler ciò fare, dubitando d'inganno da quello insidioso e astuto uomo. Ma finalmente gli consentì per prevenire la perfidia di lui: e fu la cosa accordata in questo modo, ch'ambidue disarmati e accompagnati da due cavalli per uno, e per eguale spazio allontanandosi dalle squadre de' suoi, s'abboccassero insieme un miglio lungi da Rober (23) nella via militare. Eran con Ottone Guido Torello e Antognaccio dall'Aquila famosi capitani; e Sforza e Micheletto avevano tolto in mezzo Nicolò. Ora essendosi appena cominciato il ragionamento, Sforza spingendo in un subito addosso a Ottone un altissimo e bravo cavallo, lo passò sotto le costole colla spada per la corazzina, la quale egli indarno s'aveva messo, e coperto della sopravesta; e poi che fu in terra Micheletto lo finì d'ammazzare, il Torello e l'aquilano, essendovi tratto gente d'ogni parte, ch'era posta in agguato, furon presi, e la compagnia loro datasi disordinatamentea fuggire, la maggior parte furono spogliati d'arme e di cavalli. E incontamente Sforza mossi gli alloggiamenti s'avviò verso parma, e ricevuto dai cittadini i quali con singolar affezione giudicavano che fosse bene favorire colui che li aveva liberati e ammazzato il tiranno, assediò nella rocca il figliolo di Ottone; ostui era Nicolò detto per soprannome Guerriero, la qual parola significa bellicoso. Resa che fu la rocca, nel medesimo modo, e Reggio, e Borgo sa Donino con più di trenta castella vennero in mano di Nicolò da Este; di modo che la fortuna in un punto di tempo pose fine all'imperio e alla vita di Ottone. fatto queste cose in due anni, Sforza partendosi dal servizio di Nicolò, ebbe in dono da lui Montecchio, castello del contado di Parma, e parimente uno stendardo, nel quale era dipinto un diamante in punta legato in uno anello d'oro, la quale insegna abbiamo poi veduto, ch'egli e i discendenti suoi hanno perpetuamente portato.

CAP. XXI Di quel che diversamente si ragionò della morte di Ottone.
Furono in quel tempo alcuni i quali con infinite lodi celebrarono il nome di chiarissimo fatto. Alcuni altri l'interpretarono il contrario; siccome quelli che andavano dicendo ch'egli aveva con singolar tradimento violato la sacrosanta fede del parlamento, e che la ragion delle genti, con vituperoso esempio verso quei che aveano a venir dopo, era stata rotta elevata via; tal che per militar giudicio, Sforza s'acquistò grand'odio, ma Nicolò molto maggiore. Per la qual cosa Sforza dappoi che si conobbe punger troppo forte, in luogo pubblico, sì che fu udito da molti uomini singolari, ragionò in questo modo: rimangasi oggimai, diss'egli, di biasimare in secreto quel che s'è fatto verso Ottone, perchè io sono per mostrare, se alcuno è che me ne riprenda, a singolar battaglia, ch'io ho fatto bene ad ammazzarlo. Or non sarei io riputato ingrato e poltrone s'io ricusassi d'ubbidire a di servire il principe, il quale mantiene me e i miei soldati? e specialmente in levar via colui, il quale infame per tradimento e per crudel tirannia, contro il giusto e il dovere, con armi scellerate aspirava allo stato altrui; conciossiacosachè anch'io provocato da orribile ingiuria, per interesse privato, e con gran ragione, era per ammazzarlo fin sull'altare.

CAP. XXII A quai principi egli servisse.
Servì Sforza dappoi a quattro papi, e altrettanti re, o capitan grande, o con uguale imperio, prima a Gregorio XII ed Alessandro V, quando egli rimetteve Lodovico II d'Angiò nel regno paterno; poi a Giovanni XXIII, dal quale con singolare liberalità, per pagargli le paghe che doveva avere, ebbe in dono Cotignola sua patria. Del qual donoconfessava egli che in tutto il corso della sua vita non gli era mai intervenuto nè maggiore, nè più cara cosa; poichè con l'acquisto di una onoratissima signoria era stato fatto signore de' suoi cittadini. Rimise poi in libertà i Romani, avendo cacciato Braccio di Roma, e restituì nella dignità sua il legato Uselano stato lungo tempo assediato in castello, avendo posto in prigione il cardinale Stefanuccio, il qualescordatosi dell'ordine e della riputazion della patria, e nemico al papa, seguitava la parte di Braccio; perciocchè Martino nel concilio di Costanza, creato papa coi suffragi tutti, essendo stato privato Giovanni, e tornato cardinale, era venuto in italia. E non molto dappoi Sforza, come convenne a un liberatore della Chiesa, dato la città di Roma a Giordano Colonna (era stato costui mandato innanzi dal papa suo fratello) fu creato gonfaloniere della Chiesa; acciocchè gli soprafecesse gli altri capitani in quello onore, il quale è riputato il maggiore che sia in Italia.

CAP. XXIII Di Lodovico II e degli onori della regina Giovanna.
Da Lodovico II s'acquistò solamnete singolar grazia e benevolenza, quando egli, essendo rotto Ladislao in una memorabil battaglia a Fregelle (24), non seppe usar la vittoria, avendogli interrotto il corso delle felicità sue, i pessimi artificj di paolo Orsino. Passò finalmente, cacciato dal medesimo Paolo, con grandi e spesse ingiurie, a Ladislao. Dove da questo re, che con animo grande aspirava all'imperio di tutta Italia, gli furono donate quattro castella nell'Abruzzo; avendo il medesimo fatto prima Francesco suo figliuolo conte della città di Tricarico, il quale, fanciullo di tredici anni, era venuto da Ferrara a Napoli, per essere ostaggio della fede del padre. ma poi che Ladislao fu tolto via da immatura morte, s'accostò egli alla regina Giovanna sua sorella; e per varj successi fu travagliato da onde grandi della fortuna: perciocchè egli ora era in grandissima grazia ed ora affogava oppresso da gravissima invidia. E veramente è cosa incredibile a dirsi, quante mutazioni facesse l'animo della regina, quando ella disordinatissimamente serviva ai disonesti amori. Perciocchè all'Alopo era successo Urbano Auriglia e poi Caracciolo, essendo stato mandato costui sotto pretesto d'ambasceria in Alemagna. Fra questi mescolavasi anco Sforza, invitato a l'amore dagli occhi lascivi della regina, e per questo rispetto era tanto più grave rivale agli altri; perchè egli col singolare valor d'animo e con invitte forze de' soldati suoi andava innanzi agli altri. Fra tanti movimenti di cose, nei quali la fortuna ora avversa, or propsera, ma però sempre instabile travagliò Sforza, gli furono donate dalla regina quattro città, Benevento, Manfredonia, Bari e Trani, e più che venti castella, parte in Puglia (25) e in Abruzzo, e parte in Calavria (26) en in Basilicata. Ma poi nimicatosi colla regina, per essergli teso inganni e tradimenti da Sergiano si congiunse con Lodovico III filiuolo del II, comandandogli ciò papa Martino, il quale aveva tolto a cacciar dal regno Giovanna, la quale con perpetui stupri denigrava il nome della maestà reale. Ma gli sdegni degli amanti, le guerre, i sospetti, diedero questo fine alle cose, che Sforza unaltra volta ritornò in grazia e nel primiero onore della milizia. Ed in quel tempo ancora rinnovò l'antica amicizia con Braccio, essendo venuti questi due grandissimi capitani, durando la tregua, a aprlamento insieme nella Selva Saccomana. Ribellossi dappoi l'ingrato figliuolo del re Alfonso dalla regina sua madre, che l'avea adottato: tal che avendo preso il Caracciolo nella rocca di Capua combatteva colla regina. Perchè mosso Sforza da questa villania, subito soccorse la regina assediata; e poi ch'egli ebbe rotto il re in una memorabil battaglia, ributtò i Catalani nel Castelnuovo (27), nè mai più si partì dall'ufficio, nè dall'amicizia della regina.

CAP. XXIV Quante volete Sforza ebbe vittoria e quante fu rotto.
Combattè felicemente sette volte in giusta battaglia, e tre volte solo provò contraria fortuna, e certo con tal condizione ch'egli era riputato alquanto più valoroso nelle cose avverse che nelle prospere. Perciocchè non v'era alcuno, il quale più costantemente di lui sapesse sostener la furia de' nemici, più ostinatamente resistere, più nobilmente ritirarsi, ed insomma più valorosamente in un medesimo tempo fal l'ufficio di capitano e di soldato: siccome quello che mai non mostrava le spalle al nemico vicino che feriva: nè mai se non l'ultimo di tutti gli altri, e bravamente volgendo il volto e valorosamente difendendosi si ritirava.

CAP. XXV Come Agnolo dalla Pergola fu rotto da lui.
Trovandosi i Pisani quasi oppressi da una grave guerra e da un durissimo assedio, ed essendo giunta la nuova che veniva Agnolo dalla Pergola, capitan molto famoso, per una incomparabile vittoria ch'egli aveva avuto contro gli Svizzeri, il quale veniva loro in soccorso per la via Aurelia (28), per il contado di Siena. Sforza solo prese animosamente cura di andarlo ad incontrare e raffrenar il nemico, benchè Bertoldo a cui apparteneva la somma della guerra, acciocchè non si avesse a combattere con dubbiosa battaglia, volendo levare l'esercito dalle mura biasimasse questo disegno, e molto meno lo approvasse Tartaglia. Concedendogli adunque Neri Capponi, il quale ammirava il pronto vigor d'animo ch'era in lui, fatto grandi e inusitati viaggi dì e notte, e con gran fatica ancora passato boschi e impediti fiumi, improvviso andò a ritrovare i nemici. E con quella repentina furia mettendo fuora l'insegne dei boschi, diede tanto spavento ai nemici sprivisti, che il Pergola avendo due volte indarno messo insieme l'ordinanza, e due volte valorosamente rinovato la battaglia, fu rotto e messo in fuga, perduto l'insegne e tutte le bagaglie, ed appena avendo salvata correndo quanto più potè la quarta parte dei cavalli. Aggiunse ancora a quella battaglia una memorabile prova, avendo con felice inganno comandato agli uomini d'arme suoi che si vestissero i saj (29) cavati ai nemici, e portando innanzi le insegne del Pergola andassero alla porta del castello vicino. Era questo Castiglione detto Pescara (30) per un lago dove si pesca molto, posto sopra un poggio di sasso nella riva del mare. Dove senza dimora i terrazzani ingannati da quell'errore, allegramente ricevettero i nemici in cambio de' compagni. E così entrando tutto l'esercito per la porta presa dai primi, il castello fu preso e messo a sacco. Per questa rotta del Pergola, disperate le cose loro, i Pisani s'erresero ai Fiorentini. Ed il senato ordinò che fosser dati ogni anno per nome di donativo a Sforza, finchè viveva, siccome a quello ch'avea fatto beneficio alla Repubblica, mille ducati d'oro gigliati.

CAP. XXVI Del re Ladislao vinto da lui al Garigliano.
In quella guerra che Lodovico II d'Angiò, ajutandolo papa Gregorio e Sforza e Paolo Orsino capitani, era rimesso nel regno di Puglia, accrebbe maravigliosamente la fama del nome, con lode di militar prudenza e d'inusitato valore. Perciocchè essendo animosamente passato innazi il re Ladislao dalle campagne di MonteCassino (31) per difendere i suoi paesi, e perciò stando molto sospeso Lodovico, e indugiando i capitani: Sforza preponendo il suo nobilissomo parere, giudicò che in ogni modo si dovesse passare il fiume del Garigliano e subito assalire i nemici: parendogli che lo indugiare e lo starsi a sedere sendo gli altri con l'arme in mano, fosse cosa goffa e pericolosa. Passato dunque il Garigliano a guazzo sopra Fregelle, fu combattuto a bandiere spiegate. E con tal successo, che rotto il re e abbattute le sue genti epreso ancora gli alloggiamneti, le insegne e i capitani, s'acquistò una memorabile vittoria. In quel dì Sforza governando il tutto, mise in ordine la battaglia, e spinsela prima squadra contro i nemici, di maniera che quasi primo di tutti, facendosi seguitare da tutti i più valorosi colla lancia chinata e messa in resta, riguardevole per le insegne rosse, con un gran colpo abbattè e fece prigione Nicolò conte di Capobasso, il quale risplendendo per l'armi dorate e per gli alti pennacchi faceva molto il bravo, egli poi variando la fortuna, si come suole, crescendo dall'una e dall'altra parte gli ajuti, fu veduto quasi in ogni luogo e pericolo della battaglia, non pure animosamente fare animo agli altri, ma ancora valorosamente combattere. Adoprò egli quel giorno un bellissimo cavallo baio scuro, balzano da due piedi fino alle ginocchia, il quale per la destrezza sua era chiamato il gatto. Diede dunque il re Lodovico a Sforza il primo onore della vittoria, avendogli di ciò invidia Paolo Orsino. E ciò non molti anni dappi Ladislao, militando ambidue nel campo reale a Todi, confermò con onorato testimonio, quando egli interrogando Sforza, presente Paolo, gli disse: or non prenderai tu ancora questa terra, tu che al Garigliano con quel tuo cavallo gatto in ogni parte valorosamente combattendo rompesti me e le mie genti? Le quali parole molto profondamente entrarono nell'animo di Paolo, già molto prima da cieca invidia corrotto. Perciocchè questo uomo superbo voleva che Sforza gli fosse riputato nè superiore, nè eguale.

CAP. XXVII Della vittoria ch'egli ebbe all'Aquila.
Mentre che la regina attendeva alle delizie e agli amori, e l'Alopo quasi con superbia reale governava il tutto, poi che fu preso Sforza, molti baroni del regno s'erano da lei ribellati. Ma molto più che gli altri spaventava l'Alopo (32) e la regina Antognaccio uomo valente in guerra, il quale aveva preso l'Aquila città fortissima. Questo spavento fu la salute di Sforza. Perciocchè tratto fuori di prigione e messo insieme un valoroso esercito, s'inviò verso l'Aquila. Dove accostandosi il campo alla città, Antognaccio, bravo d'ingegno e di forze, non dubitò punto di menar fuora tutte le genti militari e la gioventù degli Aquilani, e una gran banda di contadini armati e con gran sicurtà del luogo e con certa animosità popolare, a bandiere spiegate andò a incontrare Sforza. Dicesi che Sforza mosso dalla bestialità e insolenza de' nemici rise un poco, e avvisò i condottieri che opponessero a' nemici una serrata e molto folta squadra d'uomini armati, e che non si movessero punto di luogo fin'a tanto ch'egli non dava lor segno con la tromba di quel ch'avevano a fare. Era sulla man destra un luogo rilevato, quivi mise la fanteria; da man sinistra, in luogo più piano, volle che la cavalleria armata alla leggiera si presentasse innanzi: ed egli tolto di mezzo la battaglia alcune bande elette con una gran volta di viaggio, s'appresentò alle spalle di coloro che non si pensavano alcuna cosa tale, di modo che parte ributtò dentro della città gli ultimi de' nemici i quali uscivano dalla porta, e parte si diede a perseguitare gli altri ch'erano usciti della città e ricorrevano alla retroguardia de' suoi. Onde allora dato il segno con la tromba, e la fanteria subito da quel luogo rilevato spingendo i nemici per fianco, e i cavalli leggieri d'altra parte facendo un'ala di loro, gli urtarono nel mezzo; e anco gli uomini d'arme valorosamente ricevette e sostenne la furia de' nemici che spinsero alla fronte: e quasi in quel medesimo punto di tempo Sforza gli diede alle spalle. Gli Aquilani circondati d'ogni parte da tanti danni rotti in mezzo, e quasi tutti presi insieme con capitani e con l'insegne, portarono la pena della bestialità loro. Onde mossi da quella disgrazia coloro ch'erano restati nella città, apersero le porte ai vincitori, pregando Sforza ch'egualmente volesse salvare i vinti da lui per forza e gli arresi per volontà. Perchè senza dimora, a una voce liberò tutti i prigioni e specialmente Antognaccio, ed ebbe seco a cena gli Anziani della città. Fatto sì grande impresa e finita la guerra senza ferita de' suoi confortò gli Aquilani che per l'avvenire più fedelmente osservassero il nome della regina, e impetrar perdono dell'error loro si servissero dell'autorità e ufficio di lui, ch'egli di bonissima voglia avrebbe pregato per coloro ch'egli aveva conservato sani e salvi, avendo potuto per ragione di guerra saccheggiarli e ammazzarli. Ciò fu giuoco della fortuna, la quale si piglia piacere delle cose di questo mondo lo aver veduto gli Aquilani poco dianzi gonfiati di superbia, e poco dappoi rotti in una gran calamità, e finalmente giubilare d'una subita e non sperata allegrezza. Onde mossi dall'esempio degli Aquilani, Giulio Cesare Capuano il quale avea occupato Capua, Carlo Marziano e Cristoforo Gaetano restituite le città e le castella, come disperati e privi di consiglio, essendogli Sforza mallevadore il quale obbligava loro la sua fede a nome della regina, ritornarono a ubbidienza.

CAP. XXVIII Di Tartaglia vinto a Toscanella.
Ora perseguitando egli Tartaglia come nemico pubblico e privato, con una improvvisa battaglia lo ruppe a Toscanella per vendicarsi delle ingiurie, ch'egli aveva ricevuto da lui l'anno dinanzi, quando fu posto in prigione. Perciocchè uscito la notte fuor d'un'altra porta di Viterbo, per ingannare le spie con soldati espediti, imboscò la fanteria in una profonda valle, acciocch'eglino quando fosse dato il segno della battaglia, subito uscissero fuora dell'imboscata: poi mise per un'altra strada quattro bande con Santoparente, ed egli col meglio della cavalleria si fermò dentro il bosco, e secondo ch'egli aveva loro imposto, i cavalli leggieri mandati innanzi come per rubare, fuggendo i contadini, cominciarono a prendere le bestie che pascevano. Svegliossi Tartaglia al rumore, armò la famiglia e comandò che si desse alle spalle di coloro che ne menavano la preda: crescndo il tumulto s'attaccò la battaglia. Onde accresciuti i nemici di numero, i cavalli di Tartaglia al suono della tromba uscirono della porta sotto le insegne. Nè si contenne Tartaglia che non uscisse fuora con uno squadrone d'uomini d'arme per dar loro soccorso. Allora uscirono d'ogni parte fuor dell'imboscata gli Sforzeschi, e quivi fu combattuto, se mai in luogo alcuno, valorosamente. Ma stringendo molto valorosamente Sforza, e abbattendo l'insegne, le genti di Tartaglia furono ributtate dentro della porta, avendo ricevuto gran danno, ma con maggior pericolo del capitano, il quale passando per il ponte e entrandovi insieme gli Sforzeschi, salvossi per una certa ventura: perciocchè essendo stato con grande offesa gettato dalla catena del ponte nella fossa Hugo caporale d'una banda Sforzesca, gli altri impedito e occupato il pnte non lo poterono seguitare. Perchè Tartaglia ferito e spaventato d'una gran paura, incontamente fece mandar giù la saracinesca, talmente che scordatosi per la salute altrui, serrò di fuori quasi la terza parte de' suoi. Fra questi fu Donato Lavello fratel di Tartaglia. Fu preso anco nella terra Pellino Cotignola capitan fortissimo d'una banda: il quale avendo conosciuto Tartaglia e datogli di grandi colpi con la mazza di ferro, s'era messo a seguitarlo per farlo prigione. In quella battaglia Francesco figliuolo di Sforza, il quale era d'età di sedici anni, quello che il padre suo non gli aveva più concesso, ruppe animosamente la lancia contro i nemici: onde meritò poi d'esser fatto cavalier a sproni d'oro, con onorato testimonio ancora de' nemici (33).

CAP. XXIX D'una battaglia combattuta valorosamente al ponte del Sebeto.
Acquistò ancora lode di mirabil valore in quella memorabil battaglia, la quale per lo spazio di più ore fu combattuta appresso Napoli al ponte del fiume Sebeto (34): la qual lode gli fu confermata col singolar vanto che gli diede il re Alfonso, il quale allora nemico e spettatore sulla Galea avea veduto il tutto con gli occhi suoi. Rimetteva allo Sforza Lodovico terzo d'Angiò nelle ragioni del regno di Napoli, ch'era stato dell'avolo e del padre, essendo di ciò autore papa Martino (35): avendo egli dopo avere alcune volte severamente, e alla fine indarno ripresa la regina, deliberato in ogni modo di perseguitarla con l'armi: perciocchè ella non faceva conto alcuno dell'onor suo, nè si muoveva punto per alcuna paura di vergogna, nè per rispetto della religion cristiana, siccome quella che già gran tempo innanzi contra il dovere e la riputazion reale aveva sottoposto il nome d'un nobilissimo regno, e le cose divine e umane alla intollerabil lussuria di Sergiano suo amatore (36). Per questo la donna fuor di sè stessa e parimente infiammata di lussuria e di superbia, aveva richiamato Alfonso, il quale faceva guerra in Corsica, e l'aveva adottato per figliuolo, per difendersi con le forze di Sapgna dalla furia de' nemici francesi. Essendosi dunque molti giorni innanzi combattuta, e per agguato finalmente, per un acquedotto ed una porta mezzo vecchia presa napoli, giunse Lodovico ad Aversa in campo di Sforza; le navi da carico e le galee d'Alfonso arrivarono al castello dell'Ovo (37). Per la qual cosa Sforza desideroso di servire, e di mostrare il suo valore, spinse le genti sue fino al Sebeto. Di là fatto vicino alle porte della città manco d'un miglio mandando innanzi i suoi cavalli leggieri, sfidò a battaglia non pure quei ch'erano al soldo della regina, Orso Orsino, Jacopo Candola e Bernardo Cartheio capitani, ma ancora i cavalieri Catalani ch'aveva menato Alfonso, e i Napoletani ch'allora attendevano grandemente alla cavalleria. Attaccossi la battaglia con animi eguali; ma perchè Alfonso accostò le galee alla riva, e spesse volte scaricava con l'artiglierie palle di pietra nè fianchi de' nemici, tre volte fu ritenuta la virtù di Sforza. Ma essendogli rasentato il pennacchio dell'elmetto con un colpo d'artiglieria, con tanto ardore rimise la bataglia e spinse avavnti le insegne, che i nemici cacciati di luogo voltarono le spalle e rotta l'ordinanza con molta uccisione d'uomini e di cavalli furono ributtati dentro della porta. Allora Sforza vincitore, per mostrare a un tratto l'ardore e desiderio suo a Lodovico e Alfonso eletti re, piantò l'insegne degli Angioini in un altissimo riparo alla porta, e le difese per spazio di mezz'ora, sicchè non poterono essere levate da alcuno senza danno, prima ch'egli si ritirasse. Accaddè in quella battaglia questa cosa veramente degna di memoria, che Alfonso per amor della virtù non lasciò contra lui scaricare le artiglierie delle navi. E similmente Sforza comandò che le artiglierie da campagna poste su la riva non fossero scaricate contro la galea reale. Perciocchè essendo stato preso Squarcia da Monopoli valentissimo guerriero fra gli Sforzeschi, per il cavallo che gli fu morto sotto e poi menato con uno schifo alla galea del re, egli, domandandogli ciò al re, gli mostrò col dito Sforza, il quale combateva: onde con nobilissima e veramente umanità reale, comandò subito che fosse avuto rispetto a quel gran capitano, e parimente valorosissimo soldato.

CAP. XXX Della città di Roma rimessa in libertà e del Piccinino preso in battaglia.
Mandato dalla regina con un grosso esercito per liberare la città di Roma dalla insolente signoria di Braccio, per acquistarsi con singolar benefizio grazia appresso papa Martino, s'accampò fral'Appia e la porta Latina. Quindi avendo sfidato Braccio indarno, con avergli anco mandato per un trombetta un guanto sanguinoso che volesse combatter seco a giusta battagli, avendo fatto un ponte sul Tevere sopra Ostia passò l'esercito, con tanta grandezza d'animo e con tal fidanza di vittoria, che dubitando e domandandolo i condottieri, s'egli aveva alcuno amico da cui fosse per aver vittovaglia, messo la man su la spada, rispose: questa felicemente provvederà d'ogni cosa gli uomini valorosi e forti. E così comandò che fosse tagliato il ponte. Dicesi, che udendo questa cosa Braccio si turbò talmente nell'animo suo, che diffidandosi del popolo Romano, senza pur sonar le trombe e lasciatosi addietro molte bagaglie, se n'andò per ponte Molle, e di là tagliata una parte del ponte, affinchè il nemico nol potesse seguire, con molta fretta se n'andò ai confini dell'Umbria. Ma essendosi già accomodate le cose di Roma, il Piccinino lasciato da Braccio circa Preneste (38) con parte dell'esercito, saccheggiando d'intorno alla città il bestiame de' Romani, prima destò i Romani a battaglia, e finalmente Sforza a dargli il soccorso. Fu combattuto con vario successo e sempre dall'una e l'altra parte animosamente lungo l'acquedotto: mentre che con grandissimo contrasto il Piccinino si sforzava di difendere la preda e gli Sforzeschi e i Romani di ricuperarla, essendo già menata di lontano. Alla fine sforzandosi e confortando lo Sforza, i Bracceschi furono rotti, tutta la preda ricuperata, e per accrescere l'allegrezza de' Romani e di Sforza, fu preso il Piccinino capitano de' nemici. Costui tanto tempo fu molto umanamente e liberalmente guardato in Campidoglio, nè prima licenziato, che impetrando ciò Braccio i soldati e capitani Sforzeschi confinati da Tartaglia nell'isole del lago di Bolsena (39), fattosi cambio, sani e salvi ritornarono a Sforza.

CAP. XXXI Del re Alfonso rotto in battaglia
Ma molto più nobilmente e assai più felicemente combattè col re Alfonso; quando egli con animo ingrato e armi scellerate contendeva con la regina sua madre, perciocchè essendosi fatta la pace a Gaeta per ordine di papa Martino, nè però contro volere di Lodovico e finalmente restituito Acerre, Sforza era stato scritto al soldo della regina e del re, con questa condizione ch'egli fosse obbligato a servire chi prima lo ricercava e preveniva. Alfonso in quel tempo desideroso di regnare, non poteva a verun modo sopportare le disonestà della sua madre infame nella mostruosa grandezza di Sergiano. Perchè con felice astuzia, fingendosi ammalato, tratto Sergiano per questo, e venendogli a far riverenza e a visitarlo essendo in letto a Castelnuovo, lo fece sostenere con tutta la famiglia, e subito dato di mano all'armi con una banda a ciò scelta di catalani corse a rocca Capuana (40) per pigliare anco la regina. Ma per un caso grande, recando la nuova di Sergiano un fanciullo, il qual facilemnte scampò fra le gambe dei guardiani della porta, la regina salvossi. Perciocchè già il re armato aveva tocco il ponte coi piedi dinnanzi del cavallo quando dal capitan Damiano, urtato il cavallo per la briglia, gli fu serrata la porta sul volto. Onde senza dimora, radunate le genti dall'una e l'altra parte, cominciò a porsi d'assedio e a difendersi con dardi e con artiglierie. Passarono nondimeno i messi della regina con lettere a Sforza, che gli domandavano presto un soccorso nella miseria sua. Venuto dunque Sforza a Mirabello a Napoli, con grandissima prestezza, e accostato le genti alla rocca per uomini sufficienti, pregò il Re, che si volesse rimanere da così brutta impresa, e non cercasse d'acquistarsi gloria opprimendo una donna, la quale era pur sua madre (41), che ciò pareva molto lontano dalla virtù dell'animo reale. E che egli essendo stato prevenuto per la condizione della condotta non poteva mancare alla salute della regina: ma che bene diligentemente avrebbe fatta ogni opera, che la regina l'avesse lasciato regnare egualmente con lei: e che si sarebbero levate via le cagioni della discordia: la qual cosa era facile da farsi: conciossiacosachè già Sergiano era in mano sua, da cui pendeva l'animo della regina esposto a ogni caso di consiglio. A quella ambasciata rispose alteramente Alfonso: che egli non voleva avere Sforza armato per giudice, nè per mezzano. E non molto, da poi, ragunato di quà e di là molte genti, uscito della città con animo reale combattè con Sforza a bandiere spiegate. Essendosi combattuto in quella battaglia con vera virtù, e spesso con diverso successo, per spazio di molte ore; finalmente Sforza, con felice consiglio, ruppe le chiudende degli orti ne' fianchi de' nemici, e avendogli tolti in mezzo con dubbiosabattaglia li ruppe: urtandoli con tanta furia per fianco, che quasi il re istesso tolto in mezzo fu preso. In quella rotta di cavalli e d'uomino Sforza ammazzò di sua mano il primo banderaro della banda del Re, e vi furono presi da due mila uomini d'arme: e fra questi cento venti gentiluomini Catalani, e uomini illustri Raimondo Perillio, Giovanni di Moncada, Bernardo Contellia, e Lupo Correllia. E con quello impeto di vittoria Alfonso fu ributtato nella rocca, tal che le case di tutti i Catalani furono messe a sacco da' Napoletani e dagli Sforzeschi (42).

CAP. XXXII Della rotta ch'egli ebbe a Viterbo.
Combattè nondimeno con felice successo a Viterbo con Braccio, ma fu abbandonato e tradito da Gilberto e Nicolò Orsino, i quali pochi giorni innanzi facendo un secreto trattato con Braccio, gli avevano promesso di voler abbandonare Sforza in battaglia ogni volta che la fortuna gliene avesse dato occasione. E Braccio essendo poi venuto nella selva Saccomana a parlamento con Sforza gli mostrò popi una scritta segnata di mano di Nicolò in testimonio di questa ribalderia. Fecesi la giornata nella via Cassia non lungi dall'acque Bussettane, dove Tartaglia passando le sue genti per il lago di Bolsena si congiunse con Braccio, il quale da Arispamano, e da Bagnoreale (43) (questo fu già il bosco di Feronia (44) era benuto a Montefiascone. Combatterono questi gran capitani, infiammati di grandi odj, e per questo anco forniti di forze grandi, da mezzodì fino al tramontare del sole: non avendo nessuno (come testimoniò dappoi Braccio vincitore) fra tanta gente (perciocchè fu combattuto da otto mila cavalli) nè con maggiore arte, nè con più terribile impeto, nè con più lunga costanza, di quel che fece Sforza. ma mentre che Sforza indarno richiamava i suoi, che tornassero in battaglia, una ferita mortale ch'egli ebbe nella colottola, lo ritenne, avendo perduto mille e settecento cavalli. Fra questi furono presi quarant'otto tra capitani di cavalli, e di fanteria, ma i più chiari di valore furono Foschino, filiuolo d'una sua sorella, Accattabriga e manno Barile, i quali Braccio mandò a guardare nell'Isola di marta, e nella Vesentina (45).

CAP. XXXIII La rotta ch'egli ebbe a Grotta.
Volendosi vendicare delle ingiurie che gli aveva fatto Sergiano, il quale lungo tempo indarno aveva tentato i veleni e i pugnali, e molto prima gli aveva teso insidie al ponte del Sarno, entrò in Napoli con l'esercito armato, gridando gli Sforzeschi il nome della regina: e cercando di Sergiano per volerlo ammazzare, il quale con la sua insolente superbia e malignità, turbava le divine e umane ragioni. Tutta la nobiltà favoriva Sforza, per il concorso della quale, essendo di ciò autore Francesco Morimino, entrando gli era stata aperta la porta. ma Sergiano abbattuto da tanta paura, veggendosi inferior di forze, si rivolse agli inganni; così fu mandato fuor della rocca Francesco Orsino, uomo di grande autorità, il quale dovesse andare a trovare Sforza, e pregarlo a nome della regina, che mettesse giù l'armi: perciocchè facil sarebbe stato, che quella cosa con giustissime condizioni si fosse accomodata , e che egli non doveva volendosi vendicare delle ingiurie private, mettere in pericolo la salute delle cose pubbliche, massimamente offendendo e macchiando la maestà della regina, la quale era costretta correre il medesimo caso di travaglio e di molestia con Sergiano. A queste parole rispose Sforza, che siccome egli con singolar fede aveva per l'addietro in ogni fortuna riverito il nome della regina, così anco allora per cagion di lei avrebbe levato dell'animo suo tutte le ingiurie e le villanie, purchè ella non si lasciasse punto tirare, e aggirare dalle fallacissime arti di Sergiano. E così andando spesso attorno l'Orsino, e fingendo che le cose fossero accomodate, acciocchè gli fosse dato spazio da ragunare e mettere ordine le genti, richiedendolo di ciò la regina: Sforza si ridusse a tale, ch'egli menando i suoi soldati fuor della città, gli mise nei borghi. Questi son posti dirimpetto a Castelnuovo, e si distendono alla contrada della marina, la quale è molto vaga per l'amenità de' giardini. Ora essendosi ridotto tanto furor d'armi in ozio, con speranza di pace; mentre che Sforza si stava senza sospetto alcuno, e passeggiava disarmato sulla riva del mare, l'Orsino avendo messo insieme una gran banda d'uomini armati, improvviso diede fuora, e avendoli disordinati asaltolli; e con tanta prestezza li ruppe, che Sforza mezzo disarmato fu costretto ricevere il caso del non pensato pericolo.Gli Sforzeschi messi in fuga per tutta quella riviera giunsero alla Grotta del monte Posillipo cavata da Coccejo (46). Quivi Sforza per alquanto spazio di tempo, fatto testa, sostenne la battaglia; ed egli finalmente seguitandoli per la Grotta, si salvò a Casale del Principe (47), avendo perduto cinquecento de' suoi cavalli. Ma poi rifattogli l'esercito dalla famiglia Auriglia, ricevuto in Acerra, ritornò finalmente con tanta furia a combattere Napoli, che Sergiano fu costretto dargli i filiuoli per ostaggi, rifargli il danno ricevuto alla Grotta, e rimessa la sua grandezza, sopportarlo per suo eguale.

CAP. XXXIV La rotta ch'egli ebbe a Capua.
Essendo stato rotto ancora da Braccio in una scaramuccia al Borgo di Santa Maria, nel qual luogo fu già Capua vecchia, perdè più che seicento cavalli, di maniera ch'essendo stati presi Accattabriga e Giannuccio dai Bracceschi, prima Tartaglia e poi Sforza medesimo furono cacciati fino ad Aversa. Perciocchè Braccio aveva ascoso alcune bande in un foltissimo bosco, il quale è fra il ponte di pietra del Glanio (48) e la via d'Aversa; le quali bande essendo uscite fuora, e avendo urtato per fianco, le prime squadre de' combattenti furono tolte in mezzo e rotte dagli altri. Ma Braccio, tosto che fu ritornato a Capua, fece morire Giannuccio uomo fortissimo, perchè pochi anni innanzi avendo ricevuto la paga, s'era partito senza licenza del suo campo.

CAP. XXXV Quante volte fu preso in battaglia e per agguato.
Solo una volta fu preso in battaglia, e due volte per inganno de' suoi nemici privati. Ma però con sì felice sorte, che da quella miseria, sempre riuscì più famoso e maggior di sè stesso. Perciocchè oltre gli onori e le ricchezze, le quali senza curarsene abbondantissimamente acquistò per l'innocenza e singolar valore suo, gli venne ancora (il che par cosa di gran diletto nella somma di tutta la vita) sempre con utile e ventura sua, che quasi tutti i nemici suoi, per ammirabile giudicio di Dio furon puniti.

CAP. XXXVI Della battaglia fatta a Casalecchio.
In quella singolare giornata, dove a Bologna, appresso il ponte del Reno, Bernardone francese capitan generale del papa, de' Fiorentini, e de' Bolognesi fu rotto a preso da Alberigo e dal Verme capitani di Giovanni Galeazzo, Sforza anch'egli venne in mano de' nemici. Perciocchè mentre che egli valorosissimamente combatteva, abbandonando Tartaglia il suo luogo, ed egli ritrovandosi nudo di difesa da' fianchi, Facino Cane capitano valentissimo lo urtò con uno squadrone serrato d'uomini d'arme con sì grande e improvvisa furia, che abbattutone molti, Sforza anch'egli feritogli il cavallo in una spalla fu gettato in terra, e cadendogli addosso in un medesimo tempo i vinti e i vincitori, restando quasi affogato, fu a gran pericolo della vita. Ma poi che per beneficio d'Alberigo uscì dal campo de' nemici, con animo grande si mise a confortar i soldati privati, i quali secondo il costume della guerra, spogliati d'armi e di cavalli erano licenziati, che sperassero bene, e che guidati da lui venissero a Fiorenza. Perciocchè i danni ricevuti gli sarebbero stati ristorati dalla cura e diligenza del Senato (49). E così passando a piedi l'Appennino, arrivando alla porta della città, così polveroso come egli era, se ne andò diritto in palazzo, menando seco più che trecento uomini valorosi. Dove giunto parlò di questo modo: Signori, noi altri vostri soldati, come si conveniva, abbiamo valorosamente combattuto per la dignità vostra e per l'onor della guerra, ma la fortuna insolentemente ha fatto ciò che ha voluto e potuto. Ma se noi siamo degni d'essere per vostra cortesia rimessi d'arme e di cavalli, noi faremo ogni sforzo, che voi non vi pentirete punto del giudizio vostro, e noi vi appariremo degni di maggiore stipendio. Piacque molto al Senato in quel pubblico dolor d'ognuno il vigore di quell'animo generoso e costante, e subito Sforza, avendo ricevuto di molti denari, e rifatte le bande, ottenne doppia condotta di cavalli.

CAP. XXXVII Come fu preso a tradimento.
Ora essendo egli oppresso dalla malignità e poco viril sorte d'insidie di Pandolfo Alopo (50), e posto in prigione nel Castelnuovo di Napoli, per quattro mesi continui, altra nuova non aspettò, se non di dovere esser morto per le mani del boja. Perciocchè di questo solo giudicava che si dovesse temere da uomini ribaldi ed effeminati, nei quali per la loro ignobil paura suole essere la crudeltà. Conciossiacosachè eglino per vizio di natura son usati, o di non prendere gli uomini forti e illustri, e specialmente innocenti, o per avventura quando essi li hanno presi siccome quelli che con l'ingiuria hanno alterato gli animi loro, di non lasciarli così senza cagione. Era l'Alopo di nobilissimo sangue, ma per splendore di bellezza, e per piacevolezza di costumi molto più chiaro, con le quali cose, sprezzato l'onore, aveva fatto impazzire la regina del suo amore. Perciocchè ella siccome quella che già gran tempo era vedova, mortole il marito, il quale era di casa d'Austria, duca di baviera, e privata poi del re Ladislao suo fratello troppo scopertamente e liberamente, come la stimolava la lussuria, attendeva agli amori; di modo che i Napoletani secondo il costume de' Greci, prontissimi all'adulazione, con reali onori riverivano l'Alopo, il quale era camerlingodel regno, come consorte dell'Imperio e arbitro di tutte le cose. Costui diffidandosi del primo luogo della grazia, il quale tanto è più sdruccioloso, quanto più s'accosta alla cima, aveva cominciato aver sospetto di Sforza come di rivale, perciocchè la regina, poichè s'eran poste da parte le consulte delle cose importanti, molto famigliarmente e amorevolmente scherzava con Sforza. Perciocchè tanta era la dignità della statura in questo uomo e la bellezza dell'aspetto, e lo ardir militare nel parlare, che facilmente pareva ch'egli potesse occupar l'animo della regina (51), ch'era sempre inclinato da natura alle lascive e agli amori: tanto che da questo costui, il quale era sì grande per la gloria sua e per le forza della milizia confermato dallo strettissimo nodo della grazia, s'usurpasse il nome, e di eccellente capitano, e alla fine di re. Onde per tradimento e invidia di Pandolfo, fu caricato Sforza di nuova sorte di calunnia, essendo stati subornati alcuni i quali dicevano, come egli andava attorno una certa fama, che Sforza era stato eletto innanzi a tutti gli altri per marito della regina, e ch'essendo oggimai mature le nozze, sarebbe stato chiamato re fra pochi giorni. A questo modo non avendo sospetto d'alcuna cosa tale Sforza, fu menato di sala in camera, e di là poi messo in prigione. ma mentre che la regina senza ordinargli altro male si stava, nè però feceva contrasto all'insolente atto dell'amator suo, avvenne appunto che nessuno fra tanti capitani, come aveva sperato l'Alopo, non si ribellò da Sforza, ma tutti gli Sforzeschi, essendo capo loro Lorenzo, si misero insieme alla città di Conza, con animo di voler passare con armi nemiche fino a Napoli, per vendicare l'ingiurie fatte al loro capitano. Molto opportunamente ancora in quel medesimo tempo venne la nuova, che Giulio Cesare di casa capuana s'era fatto signor di Capua, onde egli aveva origine, e che Cristoforo Gaetano s'era ribellato dalla regina, e che Jacopo Candola, il quale era capitan valoroso di guerra, aveva indotto gli Aquilani a ribellione. Perchè l'Alopo mosso dalla necessità di queste cose, non v'essendo alcuno, il qualenè meglio, nè più tosto di Sforza, potesse difendere la regina, castigare i ribelli, nè perseguitarli con l'arme, Sforza con molto onore di parole fu tratto di prigione: perch'egli dato gli ostaggi, e ricevuto di molti denari, subito prese la cura di maneggiare quella guerra, con questa condizione, ch'egli togliesse per moglie la Catella (52) sorella dell'Alopo, col quale parentado testimoniasse d'esser con sincera fede tornato in grazia coll'Alopo. Capo degli ostaggi fu Francesco suo figliuolo, il quale dappoi di valor d'animo e di felicità delle cose da lui fatte avanzò tutti i capitani di quel tempo (53).

CAP. XXXVIII In che modo fu preso a Benevento.
Un'altra volta con eguali insidie, ma con molto più grave pericolo e calamità vieppiù lunga, fu posto in prigione. Aveva la regina preso per marito Jacopo conte della Marca (54), francese, nato di sangue reale, senza alcuna altra più onesta cagione, se non per coprire l'infamia della disonestà sua con l'immagine del marito tolto, ma però con questa condizione, ch'egli a verun modo non si chiamasse re, ma solamente principe di Taranto. Aveva mandato la regina persone, che venendo egli di manfredonia a Napoli andassero a ricerverlo; e innanzi agli altri Sforza, il quale per la dignità, ch'egli aveva di contestabile avanzava tutti gli altri, e con lui Peretto di Savoja, e Cecolino Perugino, condottieri di cavalli, uomini i quali avevavno grandissima invidia alla gloria e grandezza di Sforza. Aveva la regina più d'una volta avvertito costoro, e comandato loro ancora che non salutassero Jacopo con altro nome, che principe. ma poi che furono giunti alla presenza sua, Sforza solo inchinando tutti gli altri con grande astuzia e subita perfidia, all'adulazione, obbedì ai comandamenti della regina, nè anco coll'esempio ch'egli aveva dinnanzi agli occhi fu possibile indurlo, ch'egli offendesse con quella scelleraggine la regina, nè che scordandosi a un tempo l'ufficio e la libertà sua sfacciatamente adulasse. E così gli antichi nemici di Sforza, come avevano congiurato fra loro, andarono a ritrovar Jacopo, e con inviadia molta, e gravemente gli dissero ogni male di Sforza, mischiando le cose vere colle false: e poi con promesse grandi v'aggiunsero, che s'egli voleva avere un'animo degno del nome reale, oltra i fatti, essi tutti avrebbero fatto ogni opera che con certissimo favore dei baroni, e che con favorevolissimo voler del popolo, nè però poi con sdegno della regina, gli sarebbe data la dignità della corona reale. Ma che innanzi ogni altra cosa pareva loro, che si dovesse liberar la regina da due insolentissimi ruffiani e ladroni, i quali arrogantemente s'avevavno usurpato il regno, e sottopostasi con pessimi artificj la regina, lo laceravano, e mettevano in ruina. E che questi erano l'Alopo e Sforza: ma che quello si sarebbe potuto poi facilmente levar via, mentre che prestamente avessero oppresso Sforza presente. A questo modo conchiuso il trattato, deliberarono ammazzarlo in cammino, per alcuni masnadieri avezzi agli omicidj, dei quali era capo Schiavetto di Schiavonia, quando egli nel guado del fiume Calore sprovveduto e disgiunto da' suoi pareva che facilmente si potesse ammazzare. Ma agli omicidi mancò poi l'animo per mettere ad esecuzione la morte di tanto uomo, quando avendolo veduto sopra un cavallo da guerra, il quale per la sicurezza di chi lo cavalcava, aveva nome Speranza, con uno squadron quadrato de' suoi soldati, e con minaccioso volto passare il fiume, ebbero paura di lui. Perciocchè questo uomo, acuto per certe congetture aveva compreso che in secreto da lui s'ordinavano alcune cose, e che si mettevano a ordine le squadre, e aveva anco osservato i volti pallidi in alcuni, i quali pareva, che con animi sospesi trattassero cose terribili e pericolose. Ma essendo egli uomo aperto e generoso non si poteva indurre a credere, che mai gli fosse tramato contra cosa alcuna così crudele, di maniera che non dubitò d'andare a trovar Jacopo nella rocca di Benevento. Quivi secondo che s'era dato ordine, mentre che Giulio Cesare con bruttissime parole, e con villanie l'accusava di tradimento, e all'incontro egli salito in collera, e mosso dal vituperio di quella calunnia, mentendolo come un tristo, lo sfidava a combattere in steccato, alla presenza di Jacopo: la cosa fu ridotta a tale, che Peretto e Cecolino, fingendo di far ciò per debito, li partirono, e presi li menarono in diverse camere. Ma Giulio Cesare subito fu lasciato, ed a Sforza furono messe incontamente le manette di ferro. E senza dimora fattosi un gran concorso, la casa di Sforza fu messa a sacco, e presi tre suoi figliuoli, e quasi tutti i suoi parenti messi in prigione, eccetto Santoparente, il quale ne principio del tumulto sospettando di cose tali, e opportunamente divinando, s'era per buona sorte fuggito.

CAP. XXXIX Come Jacopo di principe fu chiamato re e come Sforza salvossi.
Poi che fu preso Sforza, Jacopo se ne venne a Napoli, e avendogli dato il Castelnuovo un capitano d'Aversa, il quale dal contrario effetto ebbe nome Salvatore, se ne fece padrone, liberò Paolo Orsino, e ammazzando Pandolfo Alopo, bagnò le tavole delle nozze del suo sangue. E non molto dappoi fece la regina consorte del letto maritale, ma levatale l'autorità di tutto il governo, caricata di molte villanie, e severamente castigatala, la fece guardar da' Francesi, che elle non si fuggisse: usurpossi egli per sè i titoli reali, e donò a' Francesi gli onori, le dignità e i magistrati. In questo mezzo Sforza condotto nella rocca dell'isola di Megara, la quale si chiama Castel dell'Ovo, fu dato in mano a un certo Bernardo uomo barbaro, che lo cruciasse con acerbissimi tormenti: acciocchè cavatone i contrassegni al martorio, potessero riavere le castella, ch'eran tenute dagli Sforzeschi. Nè però, come prima avevano deliberato, fu fatto morire. Perciocchè essi avevano paura di tanti valentissimi capitani, e di tanti soldati vecchi, i quali con amore e affezione incredibile, e per molti beneficj e lunghissima pratica erano schiavi al nome Sforzesco, siccome quelli che si ricordavano, che l'anno innanzi poco felicemente s'era fatta la prova di questa cosa. Ora i soldati Sforzeschi fuggendo si rintanarono insieme al castello di Pietrafissa (55) in Basilicata: Micheletto e Lorenzo Attendoli e Santoparente corsero saccheggiando fin nei borghi e sulle porte di Napoli. Per questo Jacopo fu costretto far gente, colle quali Giulio Cesare e Cecolino ritenessero il nemico, e combattessero la città di Tricarico, la quale Ladislao, indotto dalla belle presenza del fanciullo, aveva donato a Francesco figliuolo di Sforza. Erano alla guardia di questa città Micheletto e Michelino Rabignano, il quale aveva preso per moglie Margherita sorella di Sforza, madre di Foschino e di Marco Attendoli, essendo rimasta vedova del primo marito. Costoro solleciti della salute di Sforza avevano opportunamente incominciato a trattare la tregua e l'accordo, e fattosi salvacondotto di potere andare di qua e di là, venuti dal campo de' nemici a Tricarico alcuni nobilissimi uomini, Antonello Puderico, Ruffo Gaetano e Agnolo Velliano castellano di castelnuovo. Contra costoro Margherita immitatrice della virtù del fratello, tutta armata dato di mano a uno spiedo mosse con molta furia, e minacciando loro d'una crudelissima sorte di morte, se non le rendevano il fratello sano e salvo, presili legittimamente li sostenne. Perciocchè essi avevano da domandar salvacondotto da lei, la quale aveva il governo e la signoria di Tricarico, e non da icheletto, nè da Michelino, i quali non avevano ragione alcuna in quella città. Questa prova virile impedì la certissima morte di Sforza; perciocchè fatto subito concorso dai parenti degli ambasciatori al re, facilmente s'ottenne da lui che fosse perdonato a Sforza.

CAP. XL Con quai condizioni Sorza fuggisse la morte.
Con queste condizioni s'accordarono le cose tra gli Sforzeschi e i Reali, che restituito Tricarico, e rimandati gli ambasciatori, i figliuoli di Sforza e tutti i parenti e i soldati fossero rilasciati, eccetto Francesco, il quale per conforto della passata calamità restava in più libera e più umana prigione col padre; che Lorenzo e Santoparente avessero condotta di mille cavalli appresso il re, e che Micheletto a suo piacere con Giovanni, Leone e Alessandro figliuoli di Sforza se n'andassero in Toscana; e che il re con giuramento promettesse, che non avrebbe poi fatto alcun male a Sforza; e che Margherita potesse stare nel regno di Napoli, dove ella volesse; e il medesimo fosse lecito ancora a Catella moglie di Sforza, la quale in così grande scompiglio era fuggita con Lisa sua figliastra alle monache di Santa Chiara. Fu concesso anco a Micheletto, che quando voleva potesse ire a vedere Sforza, e parlargli senza testimonj; ed egli poi, approvandolo e confortandolo a ciò Sforza, se n'andò con seicento cavalli a ritrovar Braccio, come amico vecchio, il quale difendeva le terre di Sforza in Toscana.

CAP. XLI Del castigo ch'ebbe Giulio Cesare, e della felicità di Sforza.
Essendosi pacificato il regno dalle correrie degli Sforeschi, Jacopo teneva nondimeno la regina in guardia, e con tanta insolenza governava il regno, ch'ogni cosa deferiva a' Francesi; e gli uomini Italiani gli erano talmente venuti a noja, che gli ributtava e sprezzava; e finalmente s'era scordato affatto degli illustri amici, i quali con gran ribalderia e pericolo gli avevano dato il nome reale. Da questa indegnità mosso Giulio Cesare, con animo superbo e precipitoso fece pensiero di vendicare e la pubblica e la privata villania. Perciocchè tre volte già era stato repulso, avendo egli cercato d'esser sostituito in luogo dell'Alopo, ch'era stato fatto morire, o di Sforza prigione, o finalmente da Peretto poco innanzi morto; perchè i Francesi occupavano ogni cosa, i quali giudicavano che tutti i grandissimi onori si dovessero a lro. I quali son questi per ordine, il maestro de' cavalieri, il prefetto della corte reale, e il prefetto dell'erario, i quali oggi con nuovo vocabolo si chiamano il contestabile, il siniscalco, e il camerlingo. Perchè Giulio Cesare mosso da collera, segretamente andò a trovar la regina, e si mise a pianger la ingiuria di lui, e le miserie comuni di tutti; alle quali confessò d'aver egli dato principio, ma ricevuta la fede le promise daddovero con animo così forte, come poi poco accorto, di voler mettere fine a tutte queste cose, pur ch'ella con sincera fede ricevesse nell'animo suo un consiglio degno del sangue reale e dello stato presente. Perciocchè le promise di voler ammazzare di sua mano il falso re, per liberare a un tempo la regina e la patria dalla tirannia de' barbari. Allora la regina ringraziandolo colle lagrime agli occhi, e porgendogli la mano gli diede la fede, ch'ella per quell'immortal beneficio gli sarebbe obbligata, se quel che con singolar desiderio s'aveva nell'animo concetto, fosse stato approvato da Dio, e dalla fortuna: ma che pure disponesse il cuore a questa impresa, e fra tre dì ritornasse a lei, acciocchè ogni cosa più accomodatamente, secondo il bisogno, si potesse ordinare e stabilire. Ma la crudel donna che non s'era scordata dell'ingiuria fresca, che essendone stato autore Giulio Cesare, non le poteva uscir di mente, la morte di Alopo, la cui memoria ricordava ella spesso con secreti pianti, e che Sforza tutor del regno e difensore della dignità reale, era stato crucciato co' tormenti, ed ella, privata del seggio reale, era data in guardia a barbari, rivolse l'animo alla vendetta e al tradimento, e riferì ogni cosa per ordine al marito, per mettere nell'animo di lui una fede d'amore incorrotto e di affezionatissima volontà, e con doppio tradimento assalir poi l'uo e l'altro con differenti insidie. Jacopo spaventato da quella novità di pericolo, nè però dando fede all'indizio della donna, poichè coperto dal padiglione udì che Giulio Cesare ordinando il tradimento nella camera della regina le prometteva di volerlo ammazzare, subito uscendo alcuni uomini armati, Giulio Cesare fu preso, ed essendogli poi tagliata la testa su la piazza, pagò la pena, degna del suo inquieto e instabile ingegno. A questo modo Jacopo obbligato per così singolare ufficio della moglie, più famigliarmente, e più spesso andava a veder la regina, e lalasciava, più liberamente dell'usato, passeggiar senza guardia per tutta la rocca (56).

CAP. XLII Della regina, quando fu preso il re, liberata.
Morto che fu Giulio Cesare, e per questa cagione ricevuta la regina nel letto maritale e a mangiare insieme, Jacopo non però pareva che s’avesse levato ogni sospetto dell’animo, perché la regina passeggiando non poteva metter il piè fuor della rocca, né farsi portare in nave. Lande due napoletani, uomini singolari per altezza d’animo presero la cura di trar fuora e liberar la regina, e di cacciar il re; questi furono Ottino Caracciolo, il quale fra i grandi aveva autorità, e ricchezze più che gli altri, e Anechino Mormile capo dei popolari. Erasi di quei giorni opportunamente partito Lordino francese, contestabile, e ito coll’esercito nel contado dell’Aquila, e tacevasi festa con pubblico convito e con danze in teatro. Furono a questa festa, per cagion d’onore, invitati i baroni francesi; ed essendo state menate a quel diporto tutte le nuove spose, e le più belle e più nobili matrone, senza difficoltà, ma nondimeno con grandi prieghi s’ottenne dal re, che la regina intervenisse a questi piacevolissimi e dilettevoli spettacoli. Ma poi che inclinando il dì verso la sera, fu posto fine alle danze, mentre che la regina ringraziava i cittadini, e fingeva di voler ritornare in Castelnuovo, Ottino e Anechino da destra e da sinistra la presero, e ristretti insieme con una valorosa squadra di giovani la menarono in rocca Capuana. Subito fu gridato il nome della regina: furono assaltati i Francesi, e cacciati per tutta la città, ributtati nella rocca. Il re, spaventato per paura al caso del non pensato pericolo, fece serrare le porte. D’altra parte i Napoletani si misero a circondar la rocca, e serrar tutti i passi, e porre al re l’assedio. Ondè egli per queste cose dibitando grandemente non pure della dignità, ma ancora della salute sua, spogliato d’ogni difesa di soldati, e privo in tutto di consiglio, si rese con questi patti, che per l’avvenire non si chiamasse più re, ma principe di Taranto, e che rimandasse in Francia tutti i Francesi, da quaranta in fuora, e che subito fosse tratto Sforza di prigione, e gli fossero restituite le terre toltegli per forza e, rinnovatogli l’antico onore, fosse creato contestabile (57).

CAP. XLIII Delle ingiurie punite per giudicio di Dio.
Senza alcun dubbio per grazia e dono di Dio, ebbe egli in tutto il tempo di sua vita quel piacere che pare il più onorato di gran lunga, e il maggiore di tutti gli altri, che egli vide vendicate le singolari ingiurie sue da coloro per lo più i quali erano amicissimi suoi. Perciocché facilmente avveniva, ch’essendo egli uomo pieno di molto candore, di fede e di bontà d’animo, e che non mai per aggiramenti, né per inganni, ma per via militare e aperta camminava al vero onore; era grandissimamente tradito da coloro i quali codardi, con arti cattive, e con perfidiosa simulazione sono di grande autorità nelle corti de’ principi, o sendogli di gran lunga inferiori di valor guerra, né luoghi segreti dell’animo erano da cieca invidia tormentati. Perciocché coloro non passarono senza la debita pena, la quale col piè zoppo ancora giunge i colpevoli a tempo.

CAP. XLIV Della morte dell’Alopo.
Pandolfo Alopo, il quale la regina Giovanna presa dell’amore di lui aveva fatto gran camerlengo, e datogli ricchezze grandi, e il maneggio di tutto il regno: e a cui postogli l’inore dietro le spalle era talmente schiava, che da uno effeminato e disonesto giovane lasciò mettere in prigione Sforza uomo fortissimo e innocente: fu veduto dai Napoletani sulla piazza col capo mozzo, e starvi tre dì senza esser sepolto, avendo il re Jacopo, il quale teneva anco allora Sforza in prigione, preso questo Alopo, e coltolo a dormire nel letto della regina (58)

CAP. XLV Della morte di Giulio Cesare, di Peretto e di Cecolino.
Il medesimo fine fecero Giulio Cesare captano, Peretto conte di Troja e Cecolino Perugino. Costoro avendo invidia alla virtù e grandezza di Sforza, non avendo egli sospetto d’alcuna cosa tale, lo presero in Benevento: avendo anco pensato due giorni innanzi ammazzarlo, e mandatovi alcuni che ciò facessero. Sforza dunque preso per la malignità e perfidia di costoro, e per la crudeltà del re esaminato al martorio, prima che fosse lasciato di prigione, intese come Giulio Cesare era stato ammazzato dal re di supplicio degno della sua perfidia: e che Peretto, il quale aspettava il medesimo, era morto anch’egli, ma non si seppe se per crudelissimo dolor di corpo, o pur di veleno. E non molto da poi Braccio nelle campagne d’Ascesi, avendogli vinto in una notabil battaglia, prese vivi Carlo Malatesta e Cecolino: e avendo per quella vittoria riacquistato la città di Perugina, lasciò che Carlo come nemico di guerra si riscotesse con molti denari, ma ben fece ammazzare in prigione Cecolino, come nemico particolare e valentissimo capitano della contraria parte.

CAP. XLVI Della calamità del re Jacopo.
Jacopo anch’egli, il quale aveva circondato la regina sua moglie, a uso di prigioniera, da una guardia di Francesi, e col male avventurato favore di Giulio Cesare e di Cecolino era stato chiamato re, appena regnò undici mesi. Perciocché per congiura d’alcuni nobilissimi cittadini, ridotto in possanza della regina, per la superbia e crudeltà sua, provò poi la pena del contraccambio. Ma finalmente impetrandogli ciò papa martino, essendo messo in più libera prigione, subito montato su un naviglio se ne fuggì a Taranto, ma con tal successo di fortuna, che di là combattuto da Maria Bancia moglie del re Ladislao, vituperosamente fu cacciato. Provò poi ancora cacciato d’Italia l’ira di Dio, portato da rabbiosissimi venti nell’isola della Cefalonia, e finalmente con lungo e vario errore condotto in Francia. Perciocché essendo le sue cose poste in disperazione, per coprire l’infamia e la calamità sua col voto della religione, si rese monaco, e così questo uomo, insopportabile per crudeltà e per superbia, oscuramente finì la sua vita tra’ frati (59).

CAP. XLVII Della morte di Sergiano gran siniscalco.
Fu ancora perpetuamente nemico a Sforza Sergiano Caracciolo, il quale essendo favorito della regina, era venuto al colmo di tanta grazia e grandezza, che d’autorità e di ricchezze s’agguagliava al re Alfonso adottato da lei per figliuolo. Essendo costui stato preso dal re, il quale si sforzava di liberare il nome della regina sua da tanti vituperj di disonestà, Sforza l’aveva riscosso: di modo che per amor suo, desiderando soprattutto, e procurando ciò la regina con molto grave cambio, lasciò andare dodici illustri Catalani, i quali, avendo rotto il re, aveva presi. Ma ancora che egli fosse obbligato per sì gran beneficio, non però nell’avvenire mutò punto della natura sua, sì che con pessimi artifici non tentasse ognora, come suo capitalissimo nemico, la rovina di Sforza. Finalmente alcuni uomini illustri, i quali non potevano sopportare questo tal mostro, per provvedere all’onore della regina, essendo egli una notte in rocca Capuana, e chiamatolo fuor della camera, lo tagliarono a pezzi. Giacque il suo corpo mezzo morto nella via pubblica, con tanto scherno della fortuna, che la regina non ne fè pur parola, i parenti non tolsero a vendicar la morte di così grand’uomo, e il magistrato ancora passò quel fatto con mirabil silenzio (60).

CAP. XLVIII Della vituperosa morte di Nicolò Orsino.
Nicolò Orsino ancora figliuol di Bertoldo, dal quale ho detto che nella battaglia di Viterbo Sforza era stato abbandonato e tradito, come Braccio medesimo dopo alquanti anni a Cajanello in parlamento sinceramente fece testimonio, con vituperosa morte portò la pena di quella scelleraggine. Perciocché attendendo egli in Soana, terra del contado di Siena, del suo stato, a tentare insolentemente l’onestà delle donne contadine, fattosi radunanza d’una famiglia, la quale aveva congiurato contra il tiranno, morì passato crudelissimamente dallo spiedo, e dalle mani d’un ben corrucciato aratore.

CAP. XLIX Di Paolo Orsino morto per insidie di Braccio.
Avendo anco rotto l’amicizia antica con Paolo Orsino capitan valoroso, mantenne così grandemente l’odio seco; che tirarono la collera e l’odio fra loro fino allo sfidarsi a singolar battaglia. Ma questa impresa fu distornata da papa Giovanni, che già fu Baldassar Cossa, il quale andando allora la prima volta da Bologna a Roma, Sforza, ch’era scritto al suo soldo, ve l’aveva accompagnato, e aveva fatto mostra in quella pompa per mezzo Roma d’alcune ornatissime bande di cavalli e squadre di fanteria di soldati vecchi, avendogli di ciò invidia Paolo, il quale essendo molto grande per le aderenze e per le forza della fazione Orsina, non poteva sopportare che nessuno gli fosse eguale di potenza e di dignità, e desiderava in ogni modo di regnar solo in Roma. Perciocché egli era valoroso in guerra, ma ambizioso, insolente, sanguinoso, e infame per leggerezza di cervello, e per esser più volte vituperosamente passato da una parte all’altra. Ingegnandosi egli dunque di levare dall’amicizia del papa Sforza da lui con diverse ingiurie stimolato, e cacciato da Roma; perché cacciato lui, pareva che non vi restasse più alcuno il qual potesse raffrenare la licenza e l’ardimento di lui, fece ogni sforzo suo, che Sforza sollecito della salute sua, cacciato per forza, e con ingiurie s’uscisse di Roma e s’accampasse nella selva dell’Aglio; né fu possibile indurlo a voler ritornare, benché il papa avendogli mandato il cardinale di Sant’Agnolo, amico suo vecchio, a nome comune promettesse la fede per Paolo. Perciocché gli rispose, che egli non era per fidare la salute sua alla bestialità di quell’uomo, il quale, essendo già alla presenza di papa Gregorio, non aveva dubitato ammazzar di sua mano il Mostarda valentissimo capitano, e dal non aver avuto castigo alcuno di quella inusitata ribalderia, faceva mostra poi dell’animo suo incrudelito ne’ minori omicidj per spaventar gli uomini. Congiunsesi poi Sforza col re Ladislao, col quale poco dappoi v’andò Paolo, anch’egli avendo tradito la città di Roma, la quale poco dianzi con singolar lode aveva difeso. Ma essendo egli poi stato accusato di tradimento nella guerra dell’Umbria, e per questo sostenuto in prigione a Napoli per farlo morire, tolto via Ladislao d’immatura morte, fu liberato dal pericolo. Ma a fine ch’egli pur pagasse le fatali e meritate pene, la fortuna lo trasse finalmente di prigione con questo patto, di farlo incontrare in Braccio, il quale, mentre che Sforza era tenuto in ceppi, avendolo ritrovato a passeggiare a Monte Fiore, fuor della porta della terra, lo ammazzò, servendolo a ciò fare il Tartaglia e Lodovico Colonna. Dicesi che Sforza avuto la nuova della morte di costui messo in speranza di libertà, ebbe a dire ad alta voce: Iddio adunque caverà tosto me, che sono innocente, di queste catene, il quale, come giustissimo giudice che egli è, ha così tosto dato fine della vita degno di lui a questo crudele e pessimo di tutti gli altri uomini.

CAP. L Del supplicio d’Armalerio traditore.
Ancora ritrovò, ch’Armalerio d’Ascoli, al quale aveva concesso, contra l’usanza antica, che a un medesimo tempo guidasse una banda di cavalli, e compagnie di fanteria, solo fra tanti soldati, s’era scordato del beneficio ricevuto, e con gran tradimento alterato. Perciocché essendo il suo capitano posto in prigione a Napoli, e avendo egli mutato la fede insieme con la fortuna, propose in vendita a Braccio, e tradì la città d’Orbito (61) inespugnabile per natural fortezza. Ma non molto tempo Armalerio si godè quell’oro vituperosamente acquistato. Perciocché essendosi egli portato da nemico, e con accumulata perfidia, nel suo fallace ingegno maneggiando disegni di nuovo tradimento, il Vitellesco patriarca di Coneto lo fe’ impiccar per la gola.

CAP. LI Dell’infelicità della parte Braccesca, e buona sorte della Sforzesca.
Con questo giudicio ancora dell’immortale Iddio, si aggiunse questo al cumulo della felicità, ch’ancora dopo ch’egli fu morto, pare che non passasse punto della giusta vendetta. Perciocché Francesco suo figliuolo raccolse in modo la virtù del padre, le forze, e il favor de’ soldati, che molto dappoi in più d’una battaglia ruppe Braccio, e successivamente i capitani della parte di lui. Perché di là a non molti anni colla grandezza e felicità de’ suoi fatti ruppe talmente e spense non pure le forze di Nicolò Picinino, ma la possanza de’ suoi figliuoli, i quali contendevano seco per emulazion di virtù, che difficilmente si ritrovava alcuno erede del sangue Braccesco, il quale mantenesse la dignità dell’origine e il nome della fama invecchiata.

CAP. LII Della ferita ch’egli ebbe a Viterbo.
Nella battaglia di Viterbo ricevette una gravissima ferita dietro alla collottola: avendogli Brancolino conte, essendogli discacciato l’elmetto, cacciato la punta della lancia fino alla gola. Né mai fu possibile levarlo della battaglia, ancora che gli uscisse di molto sangue, finchè da Santoparente corrucciato e gridandogli, non fu per la briglia del cavallo volto addietro. Perché egli era talmente infiammato d’ira e di dolore che desideroso di vendetta, con una certa pazza bestialità spesse volte ardiva passare con pochi nel mezzo de’ nemici e arrivare fin dove erano l’insegne.

CAP. LIII De’ pericoli ch’egli ebbe nell’assalto di Capitone.
Quasi colla medesima ostinazion d’animo, quando per vendicarsi delle ingiurie, a instanza di Papa Martino perseguitava Braccio nell’Umbria, nell’assalto della terra di Capitone (62) fu a un estremo pericolo di vita. Era difesa animosamente la terra da’ Bracceschi, talmente che gli Sforzeschi avendo quattro volte rinfrescato la battaglia, e sempre riuscitogli vani i disegni, ricevuto di molte ferite, andavano più lenti alle mura. Perché Sforza con animo altiero e sdegnoso, non potendo sopportar che si facesse quella vergogna alla sua presenza, preso una scala di sua mano, l’appoggiò alle mura e salì. Né mancarono i nemici che contra di lui, il quale col suo valoroso esempio infiammava i soldati, non scagliassero gravi pesi di travi e macine da molino, tal che rotte le scale, con terribil danno precipitati, furono distesi per tutta la fossa. Cadde Sforza gettato giù quasi dalla cima del muro, di maniera che con molti rimedi appena dopo lo spazio d’un’ora rinvenne in sé stesso. Non fu però per questo caso restata la battaglia, anzi ella si rifece più aspra; perché con inusitato ardore de’ soldati Sforzeschi, presa la corona del muro, fu saccheggiata la terra e presi i capitani Bracceschi quasi sugli occhi di Braccio, il quale veniva con molta gente per dargli soccorso. Tra i prigioni vi furono alcuni i quali riuscirono poi capitani famosissimi, Brancolino conte, quel ch’io v’ho detto che ferì Sforza a Viterbo e Gattamelata da Narni, la cui statua a cavallo di bronzo oggi si vede posta a Padova dal Senato Veneziano (63).

CAP. LIV Del pericolo della vita ch’egli ebbe in Roma.
Trovassi anco un’altra volta in maggior pericolo della vita, quando in mezzo della città di Roma, continuandosi per tre giorni una sanguinosa battaglia, combattevasi contra gli Orsini, essendogli all’incontro Colonnesi e Savelli, dei quali era capitano Sforza. Perciocché non lungi dalla chiesa della Minerva, dove si va all’arco Emiliano, fu da una finestra con un gran sasso ferito in un braccio, con così gran dolore e fiaccatogli i nervi, e venutogli la vertigine agli occhi, che quasi morto cadde da cavallo, e fu da’ nemici e da’ suoi parimente calpesto gravemente. Ma non essendo punto vinto dal dolore, si rizzò valorosamente sulle ginocchia, e colla man sinistra prese la staffa d’un cavaliere che gli era vicino; era costui Lorenzo Romano, detto per sopranome il Sorda, il quale ferendo colla mazza di ferro quanti ne incontrava, per soccorrerlo, rompendo e sbaragliando i nemici, aveva menato un bravo cavallo a Sforza, confortandolo e avvertendolo che alzasse la visiera dell’elmo, e si lasciasse tirar dalle forze del cavallo; e così preso per la visiera e appoggiatosi sulla staffa, tirandolo il Sordo, a gran fatica arrivò in un luogo sicuro, salvato e sanato veramente con miracolo grande. Conciossiacosachè per più di quaranta giorni non sentì, né si puotè valer del braccio, né della man destra.

CAP. LV Delle insidie da lui valorosamente schivate al fiume Calore.
Tre volte si ritrovò per insidie in gran pericolo della vita: la prima volta al fiume Calore, appresso Benevento, il giorno innanzi che egli fosse preso dal re Jacopo e dai congiurati. Perciocché mentre che egli tentava il guado del corrente e stava discosto da’ suoi, alcuni cavalli a ciò deputati, subito messo mano alle spade e spingendo i cavalli avevano deliberato di fargli villania. Ma egli benché di ciò non avesse alcun sospetto, avendo nondimeno veduto che senza sua saputa s’erano ordinate alcune cose con più tumulto che non suole avere una squadra pacifica e senza paura de’ nemici, con tanto vigor d’animo raccolse le sue genti sotto l’insegna e coll’elmo in testa montò sopra un bravo cavallo, ch’egli soleva usare in battaglia, che i congiurati, soprapresi da un subito spavento, furono talmente impauriti dal terribile aspetto di lui, il quale stava provvisto, che non ardirono metter pur mano all’armi.

CAP. LVI Delle insidie vinte da lui con astuzia al fiume Sarno.
Sergiano Caracciolo, che fu poi memorabile per lo suo vituperoso fine della vita, temendo con molta ansia de’ rivali, e per questo avendo mandato Urbano Aurilia, il quale si confaceva col genio della regina sotto specie d’onore, ambasciatore al concilio di Costanza (64), s’ingegnò colla medesima astuzia di levare anco Sforza: avendo finalmente ottenuto dalla regina ch’egli fosse mandato in Calabria contra i baroni di casa Sanseverina. Perciocché i Sanseverini s’erano partiti dall’antica ubbidienza, ma non s’erano però ribellati. Per questo aveva pensato Sergiano che Sforza poco felicemente avrebbe in ciò servito la regina, e che i Sanseverini ingiuriati da lui gravemente avrebbero turbati i rispetti del parentado e dell’amicizia. Ma Sforza avendo sanato gli animi dei Sanseverini piuttosto con la sua grande autorità, che con la paura di guerra, sì prestamente finì quella impresa, che nel ritorno suo Sergiano in più d’un luogo gli tese gli agguati. Perciocché nello Abruzzo gli furono presi i passi, tolte le vettovaglie, e d’intorno a Salerno sollevati i contadini, i quali tagliandogli le strade assalissero i soldati Sforzeschi, fu messo finalmente alla Scaffata al ponte del fiume Sarno un capitano di campagna, il quale passando lo assaltasse e ammazzasse. Ma ciò riseppe Sforza, perché fatto fermare le sue genti alla terra d’Ancaria, messosi indosso una sopravesta logora e vecchia, e armato di zagaglia e con l’elmo in testa, somigliando un famiglio da stalla ingannò quei che lo volevano ammazzare. Perciocché, portando egli su la groppa del cavallo un sasso con la striglia e avendo il vaglio all’arcione, che avrebbe mai pensato che fosse stato un capitano di sì gran nome?

CAP. LVII Del pericolo ch’egli passò facilmente a Gaeta con picciol caso.
Con poco spazio di tempo ancora e con gran beneficio della fortuna, che gli ebbe rispetto, schivò l’insidie del re Alfonso. Era venuto Sforza a trovar la regina, essendosi ella ritirata con Sergiano a Gaeta, per l’autunno grave di Napoli, dove il re Alfonso anch’egli nella riviera di Gaeta, tra fontane e boschi d’aranci, si stava per fuggire il caldo, per ragionare con ambidue, dopo reso Acerra, delle paghe e del possesso delle terre, quando subitamente entrò nell’animo del re un crudel desiderio di tor’ la vita a Sforza. Perciocché gli pareva che costui solo terribile per virtù d’animo e per esperienza di guerra lo potesse impedire, quando egli con animo ambizioso avesse voluto allargare le sue speranze e scopertamente occupare il regno. Ma essendo Sforza circondato sempre da grande e quasi che real compagnia e da molti valorosi capitani, non gli pareva che potesse esser preso senza dubbioso pericolo. Pensossi dunque il malizioso re uno inganno, avendo invitato Sforza che per cagion d’onore non gli fosse grave montar seco sulla galea per incontrare il Legato del papa. Era costui il cardinal Fonseca, il quale era mandato a lui da papa Martino. Perché Sforza senza sospetto alcuno montò insieme con lui, assicurato della perfidia de’ Catalani: siccome quello, che con aperta fiducia d’animo nobile, giudicava che l’innocenza sua non dovesse temer di cosa alcuna. Erano già apparecchiati ceppi e il capestro secondo il costume di quella nazione e il sacco nel qual messo aveva da essere annegato in mare: quando avendo passato piuttosto dell’opinione d’ognuno quel monte dove si vede di lontano il meraviglioso sepolcro di Planco, dalla riviera di spelonca giunse alla vista loro la galea del Legato. Allora Alfonso, il quale sulla poppa s’aveva fatto chiamare i ministri della ribalderia, levò l’animo suo da quello scellerato pensiero alla solita umanità: per non conturbare l’allegrezza dell’uomo sacro che ne veniva e le cerimonie del pubblico officio con la crudeltà di sì gran delitto. E così Sforza salvato per beneficio di Dio se ne ritornò a’ suoi: avendolo già tutti gli Sforzeschi con verissime lagrime pianto come morto.

CAP. LVIII Della temprata liberalità e astinenza sua, e del dispregio de’ denari.
Tenne la via di mezzo nell’usare la liberalità, colla quale virtù facilmente si possono coprire i vizj grandi, ancor che di ciò diversamente si ragionasse; usando egli nel donare e nel distribuire una considerata e provvida cortesia: quasi che non convenisse a un capitano, il quale sempre aspira a’ governi grandi usare un diligente rispetto, parendo che a un soldato sia migliore l’improvviso e il presto. Ma egli sprezzò ben sempre le ricchezze con così liberal giudicio, che sempre levava gli occhi dall’aspetto delle monete coniate, vituperando coloro i quali pigliavano diletto di quel crudele e velenoso spettacolo. Pareggiava le spese che faceva coll’entrate delle castella e cogli stipendi per non fallire, come e’ diceva, senza proposito alcuno. Rare volte sprezzò i creditori, e non gli ingannò mai: perciocch’era di parere, che l’opinione della roba e delle ricchezze stesse piuttosto nella fede e nella riputazion salva, che ne’ denari contanti. Perché non vi fu alcuno in quel tempo quando era il bisogno né più ricco né più all’ordine di lui. Conciossiacosachè era aiutato ancora e scarico dagli interessi gravi per il singolar amore che gli portavano tutti i banchieri. Siccome gli avvenne allora, quando avendo perduto a Viterbo più di mille cavalli, si ritrovò a un gran bisogno di denari, perciocché gli amici e affezionati suoi lo provvidero a gara sui banchi di Roma sotto una polizza sola trenta mila ducati d’oro. Tacevasi beffe di molti, in questo di Braccio ancora, il quale alcuna volta voleva piuttosto rubare e assassinare l’altrui che pagare i suoi debiti, per obbligarsi gli animi dei soldati con una improvvisa e inconsiderata liberalità. Perciocché la sua special cura fu sempre di difendere i lavoratori e i contadini dall’avarizia de’ soldati, conservare gli ospiti, e messovi una grave e inesorabil pena, raffrenare la licenza militare alle stanze e in campo; e finalmente rallegrarsi più delle città arrese e conservate, che di vederle combattute e disfatte. Talmente che Braccio essendo venuto a parlamento seco nella selva, il quale fu l’ultimo ad ambidue, poi ch’ebbero gravissimamente discorso di molte cose, li dimandò: a che fine si dilettava egli tanto d’acqustarsi lode di severità e d’astinenza, parendogli che ciò fosse tutto lontano da tutto il proposito del militar consiglio, perciocché egli era di parere, che fosse di bisogno acquistarsi il favor de’ soldati ancor con ingiuria del genere umano, se pure essi volevano arrivare a’ stati e ricchezze grandi, siccome dall’umil luogo della fortuna loro avevano felicemente già disegnato. Dicesi che Sforza a quelle parole rispose in questo modo: che non è cosa alcuna, la qual più piaccia a Dio che l’equità e la giustizia: e con questa più che con altra cosa, le ricchezze acquistate in guerra, poste dappoi giù l’armi, con singolar gloria si stabilivano.

CAP. LIX Di due sue concubine.
Essendo egli al soldo di Perugini, appresso i quali Biordo e Cecolino fratelli, avendo ammazzato Pandolfo Baglione capo della nobiltà, avevano indotto lo stato popolare, ed essendo andato alle stanze alla terra di Martiano (65), s’innamorò d’una fanciulla molto nobile, la quale si chiamava Lucia Terzana, di maniera che avendola trattenuta con servigi amatorj e speranza delle nozze, se la teneva e trattava in luogo di giusta moglie. Dalla felicissima fecondità di costei ebbe egli una fortunata razza di capitani e principi grandissimi. Ma dopo alquanti anni non essendo egli più suo pari, avendosi oltra le tante ricchezze acquistato fama di grandissimo valore, dandole una ricca dote la diede per moglie a Lodovico Fogliano, conciossiacosache maneggiando egli nell’animo suo grande grandissime speranze d’acquistarsi stato, la necessità dei tempi lo aveva opportunamente indotto a tor’ moglie. Di costei nacque poi Corrado, il quale fece valoroso e fedel servizio in molte guerre a Francesco Sforza suo fratello uterino. Amò egli dappoi la Tamia, che fu bellissima donna, la quale aveva origine da Cagli città dell’umbria, appresso la via Flaminia, della quale ebbe in Acquapendente, in Toscana, una leggiadrissima figliuola, chiamata Onestina.

CAP. LX D’Antonia Salimbeni sua moglie.
Fu di tal modo desideroso di tor’ moglie, che non pareva punto che di proprio volere entrasse al giogo maritale, perciocché avendo egli tanti figliuoli che gli erano assai rispetto allo stao, nel quale egli era allora, altro più non desiderava se non con certa e legittima ragione acquistate stanze, stabilirsi in alcun luogo l’armi mercenarie ed erranti in sicuri ricetti. Per questo tolse per moglie Atonia Salimbeni donna d’antichissimo sangue in Siena. Aveva ella avuto per marito Francesco Casali signore di Cortona, il quale poco dianzi era stato morto per una congiura de’ contadini (66). Onde a lei degli ornamenti donneschi era toccata una preziosa masserizia e quattro castella in dote. Monte Giove con Monte Negro, e Ripa, e Bagno vicino all’acque di Chiusi. V’aggiunse anco Chiusi città d’antichissima chiarezza, Cocco Salimbeni fratello dell’Antonia, il quale era già stato cacciato da Siena sua patria, regnando quivi la fazione de’ popolari. Perciocché desiderando egli difendere e stabilire lo stao e la riputazion sua coll’appoggio del nuovo parentado, gli era paruto ben fatto di preporre specialmente Sforza fra i molti che vagheggiavano la sorella, siccome uomo valoroso in guerra, ai ricchi e disarmati. E con questo pensiero trasferì ancora la signoria di Chiusi in Sforza, avendo fatto fare di ciò un solenne contratto, acciocché i Senesi volendo riavere quella città e contado per antica ragione si trovassero all’incontro uno animoso e armato difensore. Da questa Atonia ebbe egli un solo legittimo figliuolo, del nobil sangue materno, al quale Sforza pose nome Buoso per rinnovare in casa sua la memoria di Buoso Attendolo suo cugino valorosissimo condottier di cavalli, il quale egli aveva perduto a Spoleti. Questo buoso quasi eguale di virtù d’animo e d’imprese di guerra a Francesco suo fratello, prima che costui favorendogli la fortuna, colla virtù e coll’armi s’acquistasse lo stato di Milano, prese per moglie Chriseide Aldobrandesca, figliuola del conte di Santafiore, illustre per chiarezza di sangue, e per ricchezza di dote: siccome quella che aveva per eredità sette castella, non lungi da Porseno, chiamato così da Porsena re de’ Toscani, e il suo legnaggio, per testimonio di Dante poeta, derivava dall’altissima origine dell’etrusco sangue reale (67). Il nome dunque che fu nell’arcavolo vostro, meritatamente veggiamo rinovato per memoria di lui in Buoso padre vostro. Ma voi avete ricevuto il nome di Guido, che era stato del bisavolo vostro, il qual nome anch’egli con simile e usata ragione aveva derivato dall’avolo suo materno conte di Santafiore. R Federico da Montefeltro duca di Urbino capitan valoroso in guerra, oltra il parentado chiamato ancora alla cerimonia del sacro battesimo, pose il nome suo all’avol vostro. A voi fu aggiunto poi il nome di Ascanio, per un certo augurio fatale, acciocché in voi finalmente ritornasse a fiorire il nome e la riputazione di quel grandissimo e ottimo cardinale (68), risuscitando in un certo modo la dignità della casa: ed è stato ciò tanto più nobilmente, perché egli derivava il nome suo dalla medesima stirpe, ma non già cominciata con legittimo nascimento; ma l’origine vostra è discesa dall’incorrotta linea degli antichi.

CAP. LXI Di Catella Alopa seconda sua moglie.
Ma bene è cosa certa ch’egli tolse la seconda moglie costretto da crudel necessità, quando fu messo in prigione da Pandolfo Alopo gran camerlengo del regno, per invidia della virtù e per gara della grazia, ch’egli si acquistava appresso la regina. Perciocché egli non poteva in altro modo, né pacificar l’Alopo, il quale solo s’aveva usurpato il governo di tutto il regno, né finalmente liberare l’animo della regina dal sospetto della vendetta, se non col tor’ per moglie Catella sorella dell’Alopo (69). Conciossiacosachè l’Alopo colla rara bellezza, colla leggiadria e vaghezza, e finalmente coll’esser gagliardo e di buon nerbo, s’aveva talmente soggiogato e schiava la regina (avendosi facilmente acquistato l’animo della donna col potentissimo amore), ch’esso la governava a’ cenni. Questo parentado celebratosi sontuosissimamente con affrettate nozze, rimise in libertà Sforza, salvato senza alcun dubbio del supplicio, che gli era apparecchiato: e alleggerì anco l’animo dell’Alopo da una gran paura, dubitando egli d’avere le meritate pene dell’ingiuria che gli aveva fatto, da quel fortissimo uomo e fornito di tante spade di soldati. Ma la Catella non recò altro dal fratello in dote al marito, salvo che la bellezza, essendole liberalissimamente data la dote dalla regina. Perciocché per ragion della dote Sforza n’ebbe cinque castella in Basilicata. Partorì la Catella in manco di tre anni tre figliuoli, avendo fatto prima una fanciulla, la quale la regina col nome suo fece chiamar Giovanna, e i due maschi, cioè Lionardo, questo nome gli pose egli in onor del santo, perciocché egli aveva visto in sogno san Lionardo in quella figura, ch’egli si suol dipingere nelle chiese, il quale gli porgeva ajuto, parendogli che la presenza di quel Santo gli rompesse la finestra serrata della prigione e gli levasse i ceppi. Onde il successo della cosa adempì poi la fede del sogno, e l’oracolo del Santo. Perciocché in quel medesimo dì che seguì la notte allegra per il sogno, il re Jacopo perdè il regno e la libertà, e Sforza apertagli la prigione, con allegrezza di ognuno fu fatto un’altra volta gran contestabile. Ma Lionardo essendo ancora bambino morì di malattia. Morì anco d’immatura morte l’altro, al quale Sforza aveva posto nome Bartolo, e ciò in memoria del fratello suo Bartolo valorosissimo soldato, il quale gran tempo prima aveva perduto di peste a Perugina.

CAP. LXII Di Maria Martiana, terza sua moglie.
Ultimamente essendo egli di età di cinquant’anni molto ambiziosamente si procacciò le ultime sue nozze, con continui artifici e con grandi offici d’armi, avendo domandata e menata Maria Martiana figliuola del duca di Sessa, la quale in Terra di Lavoro, al lago Fucino (70), aveva di molte castella. Era stata costei maritata prima a Lodovico II d’Angiò, ed essendo egli venuto a morte innanzi che celebrasse le nozze, s’era maritata la seconda volta al conte di Celano. Costui, signor potentissimo per la signoria di parecchie castella ch’egli avea in Abruzzo e nel contado dell’Aquila, quando egli venne a morte aveva lasciato per testamento la moglie padrona di grandissime ricchezze. Perché quando fu morto anch’egli Sforza d’immatura morte, si trovò facilmente il quarto marito Francesco Orsino, conte di Manapello, il quale due volte e con diversa sorte aveva combattuto a bandiere spiegate con Sforza appresso a Napoli. Nacque di Maria Carlo, che la regina gli pose questo nome in onore di re Carlo suo padre, il quale avendosi acquistato il soprannome di pacificatore per le cose grandi ch’ei fece in Italia, fu morto poi a tavola in Ungheria per congiura dei baroni. Ma il nome di Carlo non durò molto nel fanciullo, perciocché avendolo lungo tempo travagliato l’umor malinconico, e per questo debilitatogli le forze, siccome quello ch’era male atto agli esercizi della guerra, facendo per voto profession di religione, si fece frate, e così rinunziato il primo nome fu chiamato Gabriello. Essendo poi Francesco suo fratello fatto signore di Lombardia, lo trasse dal monastero per ornarlo d’una gran dignità per onore della famiglia. E ciò facilmente s’ottenne da papa Pio. Perché non molto dappoi fu fatto arcivescovo di Milano (71).

CAP. LXIII De’ figliuoli ch’egli ebbe di Lucia Terzana.
Ebbe nel primo parto di Lucia Terzana un figliuolo maschio il quale pel nome di suo zio fu chiamato Francesco (72). In costui per un certo meraviglioso concorso di pianeti, la virtù e la fortuna conferirono tutti gli ornamenti della felicità umana. Nacque in San Miniato, castello in Toscana sopra l’Arno nella via Pisana, l’anno di nostro Signore 1401 ai 25 di luglio, nel tramontare del sole. Militava allora Sforza, nell’età di trent’uno anno, peri Fiorentini i quali avevano mosso guerra ai Pisani. Nel secondo parto gli nacque Elisa, nella quale veggiamo rinnovato il nome dell’avola materna. Ma nel terzo parto con scambievole fecondità n’ebbe un figliuolo maschio al quale per l’arme che gli aveva donato l’imperator Roberto nella guerra di Padova, fu posto nome Leone. Partorì poi l’Antonia, la quale fu bellissima. Ma Leone infin da fanciullo perpetuo compagno a Francesco suo fratello in quasi tutte le guerre, co’ suoi fatti illustri s’acquistò tanto onore nelle guerre che di non molto spazio s’accostò al nome della virtù del fratello. A Leone due anni dappoi successe Giovanni il quale aveva il nome dell’avolo paterno, e fu differente ai fratelli d’ingegno, di forze e di fortuna. Ma dopo lui seguì il quarto figliuolo chiamato Alessandro da papa Alessandro di questo nome Quinto. Costui con tanto studio, e con tanta forza d’animo eccellente maneggiò sempre l’armi, che non pure di vigore d’indomito corpo, e d’animoso ingegno, ma ancora di felicità d’imprese si paragonò con suo fratello Francesco. Perciocché egli fondò a sé stesso, a’ suoi figliuoli e nipoti un principato in Pesaro, per inserire la linea di casa Sforzesca in Romagna, come Francesco suo fratello in Lombardia.

CAP. LXIV Dei parentali ch’egli fece con gran prudenza.
Maritò l’Elisa a Leonato di casa Sanseverina, nobilissimo e valorosissimo giovane, per acquistarsi un genero illustre per l’esercizio dell’armi e grande per le aderenze e per gli Stati nella costa di Melfi e in Calabria, quasi con certo appoggio per adjutore e difensore alle cose sue, contra la potenza de’ nemici e specialmente di Sergiano, da cui chiaramente si vedeva di continuo assalire con macchine e mine, e combattuto con insidie. Dell’Elisa nacque Roberto Sanseverino, eccellentissimo capitano e degno d’esser preposto ai grandissimi capitani di quel tempo, se non che nell’estremo punto della vita sua rotto e morto in battaglia da’ Tedeschi sull’Adige oscurò il nome delle vittorie passate. Diede per moglie ancora a Marino Caracciolo fratello carnale di Sergiano la Chiara Attendola, sorella di Foschino e di Marco; (era costei figliuola di margherita sua sorella), procurando e confortando ciò la regina, per levar via gli odj i quali spuntavano, anzi eran già cresciuti per le scambievoli offese. Maritò poi l’Antonia ad Ardiccione, figliuolo del conte di Carrara il quale era signore della città d’Ascoli in Puglia; per tirare il padre di lui capitano di grande autorità, il quale governava allora di molti soldati nella parte della regina, ingannando anco in ciò la speranza di Braccio suo nemico, il quale con molte offerte cercava d’acquistarsi il conte di Carrara. Ottenne anco felicemente dalla regina Polissena Ruffa, la quale per ragion dotale portava alle sue nozze tre città e più di venti castella in Calabria, per moglie a Francesco suo figliuolo: ma ebbe poi infelice successo, avendo inteso che la zia, donna crudelissima e ribalda, avea avvelenato nelle vivande la Polissena, e una bambina sua nata pur dianzi di quell’infelice corpo. Fece anche dar per moglie Polissena Sanseverina a Michelotto Attendolo, e Giovanella Gesualda a Domenico di Buoso; perciocché queste donne per antica ragione di Stato possedevano negli Irpini (73) grandissime ricchezze le quali erano a proposito per sostenere in piedi la casa Sforzesca. Né anco per altra cagione tolse in casa sua per nuora la figliuola di Tartaglia, sposata a suo figliuol Giovanni, se non per levare a Braccio un valente guerriero, e a sé un antico nemico; siccome quello che molte volte usava dire, che a lui non pareva cosa alcuna né più comoda né più utile che essendogli messi innanzi tre nemici, col primo far pace, e col secondo tregua per adoperar poi l’armi più gravi e più spedite contro il terzo.

CAP. LXV Della clemenza e severità verso i suoi.
Usò egli tanta varietà in un tempo la clemenza e la severità, che ora crudelmente punendo, e ora facilmente perdonando i delitti de’ famigliari e de’ soldati suoi, non s’acquistava salda fama né di questa, né di quella virtù. A Schiavetto Dalmatino, valoroso condottier di cavalli, il quale per piacere a Giulio Cesare Captano s’era vantato di voler essere il primo feritore, che nel passare il fiume Calore cacciasse il pugnale ne’ fianchi a Sforza, così generosamente perdonò; che avendolo preso alla Casa di Mario, e per ragion di guerra spogliatolo d’armi e di cavalli, non pure (contra il voler degli amici) lo lasciò andar sano e salvo, ma ancora cercato con gran cura e restituitogli tutte le sue bagaglie, nel rimandò colle cose sue, sicchè non gli mancò nulla: contento d’una umanissima e nobil domanda, quando gli ebbe detto: Qual furor d’animo dispietato e crudele, o Schiavetto, che pur sei uomo valoroso, ti mosse, non essendo tu provocato da ingiuria alcuna a così largamente promettere di voler in ogni modo riportare la spada sanguinosa della morte mia al re Jacopo? Ma quell’uomo crudele avendo per allora fisso gli occhi in terra, non molto dappoi convinto da Filippo (74) duca di Milano d’aver fatto tradimento in guerra, fu impiccato per la gola.

CAP. LXVI Di martino Pasolino salvato da lui.
La medesima grandezza d’animo usò verso Martino Pasolino capo della parte contraria, col quale essendo d’ambedue le parti fatte di molte uccisioni avevano per alquanti anni avuto gli Attendoli guerra e discordia. Perciocché chiaro è che trovandosi egli scacciato d’ogni luogo e fuggendo l’armi nemiche degli Attendoli, disperate le cose sue, si gettò ai piedi di Sforza, e subito ottenne da lui salute, perdono e pace, e ciò con tanta maggior lode di lui, ch’essendo egli ancor giovane e grandemente infiammato di desiderio di vendetta, sempre maneggiava quegli odj con animo nemico e colle mani sanguinose.

CAP. LXVII Della clemenza verso Biso.
Perdonò ancora a Biso da Cotignola, capitan di fanteria contra l’opinion d’ognuno, una grandissima ingiuria e la pena d’un gravissimo delitto. Perciocché avendo già Sforza alla presenza di due re, e rotto e messo in fuga i nemici, e spinto le insegne nemiche quasi dentro la porta del Carmine di Napoli, la dappocaggine e perfidia di Biso solo lo impedì ch’egli non avesse la vittoria compita. Perciocché essendogli comandato che facesse una imboscata con due insegne di soldati vecchi pedoni dentro le chiudende degli orti, e al segno dato uscisse fuora per torre in mezzo i nemici scorsi innanzi per l’ardore del combattere, egli non venne nel luogo che gli era stato commesso, né prima comparve che dopo la battaglia di tre ore, udì sonar la tromba a raccolta. Per questo dicesi, che Sforza con animo corrucciato non contento di quella mediocre vittoria, gridò molte volte con parlare fioco, spesso replicando il medesimo: Biso scellerato, traditore rendimi i capitani de’ nemici presi e i loro stendardi ritenuti, i quali dalla tua incredibile dappocaggine e perfidia ci sono stati tolti di mano. Ma essendo egli per la coscienza dell’animo suo, abbattuto di paura e scusando il delitto con inette parole, gli comandò che s’uscisse di campo con questa condizione: che essendo aggravato di perpetua infamia, se egli veniva mai alla vista del campo fosse punito d’un crudelissimo supplicio. Ed è questo il serrarlo in una bombarda, e poi datogli il fuoco, mandarlo in aere e straziargli tutte le membra.

CAP. LXVIII Dell’inusitata sorte di pene.
Un uomo d’arme padovano della banda di Scorpion da Lugo, il quale aveva rubato di notte a un medico bolognese, che medicava in campo, una veste paonazza fuor della tenda, quando e’ dormiva, fu da lui fatto vestire della medesima veste, e colle mani legate fu menato per tutto il campo; tal che ridendogli e fischiandogli dietro tutti i soldati, egli per non restare vivo al dolore e alla vergogna s’ammazzò con un pugnale (75); e un cozzon da cavalli e il luogotenente del maestro di stalla, di Terra di Lavoro, i quali avevano cominciato a levar l’orzo ai cavalli di guerra e a venderlo, li fece pigliare e legare pei piedi alle code dei cavalli, i quali correndo per li campi e per li prati gli ammazzarono in quel modo. E un uomo d’arme nobil Ferrarese, il quale contra il bando, ancorché più volte ne fosse stato avvisato, aveva in campo una femmina in abito di ragazzo coi capelli mozzi, castigò con una vergognosa pena di scorno, avendolo fatto vestire da donna e menare per tutto il campo sopra un cavallo armato.

CAP. LXIX Del supplicio di Graziano.
Quando la regina assaltata sprovveduta dall’armi del re Alfonso e assediata nella rocca Capuana, confortandola poi e accompagnandola, Sforza si ritirò in Aversa, mise Graziano da Faenza a guardia della rocca, commendando Sforza la virtù e le fede di lui, il qual con beneficj grandi e condotte, di fantaccin privato l’aveva alzato ai primi onori della milizia. Costui scordandosi dei beneficj ricevuti, per vituperare la reputazion militare colla ribalderia dell’avarizia e del tradimento, essendo corrotto dai Catalani con molto oro, promise di dar loro la rocca. Ma essendo state ritrovate le lettere e scoperto il tradimento da Santoparente, volle Sforza castigare severissimamente costui, il quale con scellerato tradimento aveva rotto la religione del sacramento e la fede della privata amicizia: e così nella strada d’Aversa appresso al ponte di pietra del fiume Gladio, lo fece impiccare sopra un altissimo arbore, e quivi lo lasciò mangiare degli uccelli.

CAP. LXX Dell’umanità sua verso Brancolino conte.
Non mancò in lui, il quale era riputato troppo severo contro i suoi, la lode dell’umanità, e d’un candore grandissimo verso i nemici. Essendo stato preso da lui Brancolino conte, dalle cui mani nella battaglia di Viterbo era stato ferito e quasi morto, quando e’ prese per forza Capitone, ed avendo facilmente potuto e senza odio alcuno ammazzare, questo suo pubblico e privato nemico in quel tumulto, tanto cortesemente appresso se lo tenne, che avendo egli una grandissima paura per la coscienza sua, Sforza lo lodò grandemente a tavola e lo liberò affatto d’ogni paura. Gloriossi anco in questo che in tanta iniquità di fortuna, non da un privato né vile soldato, ma da un mobilissimo e fortissimo capitano fosse stato ferito. Era Brancolino grandemente affezionato alla parte Braccesca, e Liberto suo figliuolo mantenne sempre anch’egli il medesimo animo contra gli Sforzeschi per non partirsi dalla disciplina del padre, onde finalmente se n’acquistò la morte. Perciocché asceso Francesco con tanta felicità allo Stato di Milano, e veggendo egli la parte Braccesca in ogni luogo ruinata e disfatta, coll’animo suo inquieto dall’odio e dall’invidia antica si volse al tradimento. E così preso e posto in prigione per liberarsi dal castigo, che per ciò meritava, con un manico molto acuto d’una lucerna di ferro si passò la vena della gola e morì in quel modo.

CAP. LXXI Dell’odio che s’acquistò per la morte di Tartaglia.
Acquistassi egli un grand’odio per la morte di Tartaglia, benché avesse avuto la pena che meritava il suo tradimento, perciocché si diceva che con poco sincera fede chiamatolo in amicizia e parentado l’aveva ingannato, avendo tenuto secreto fino a quel tempo, e dappoi scoperta la malignità della natura, per vendicarsi delle ingiurie antiche levando via un concorrente nel valore di guerra, e un fortissimo capitano. Ma gli scrittori confessano che ciò fu fatto per commissione di papa Martino, e massimamente il Campano (76), il quale nelle istorie è in ogni luogo nemico a Sforza, e per lo contrario sfacciatissimamente favorisce la gloria di Braccio tacendo, ovvero scemando con parole tutte le cose, le quali Sforza felicemente fece con consiglio e con mano. Ritornava papa Martino nel regno Lodovico III d’Angiò, col mezzo di Sforza per cacciare la regina Giovanna coperta da tutti i vituperj di disonestà. Ed ella aveva fatto venire Alfonso d’Ispagna, e adottatolo per figliuolo, e tacevasi perciò un’asprissima guerra, sicchè a fatica Sforza sosteneva sì gran peso di guerra; quando Braccio capitano in quel tempo famosissimo condotto con premj e stipendi grandi, s’era accostato alla parte della regina, furono pareggiate poi le forze colla venuta di tartaglia, il quale papa Martino avendolo l’anno innanzi levato dall’amicizia di Braccio, aveva mandato in ajuto a Sforza con mille e cinquecento cavalli. Ora in quell’anno servì Tartaglia con tale artificio che fatto molto pigro e tardo contra la natura dell’ingegno suo, pareva che piuttosto volesse vedere spogliato Sforza della sua gloria antica e rotto, che Braccio in alcun modo fosse vinto. Perciocché al fiume Sarno s’era ritirato da parte co’ suoi, non aveva mai voluto ubbidire al compagno, s’era rimaso di far le correrie, colle quali pareva che i Campani e i Napoletani da Aversa, come aveva comandato Sforza, facilmente potessero essere danneggiati e molto più stretti, mettendoli a sacco. Aveva anco accresciuto Braccio quel sospetto, il quale di quei dì contra l’usato costume della guerra soleva confinare alle galee de’ Catalani i soldati Sforzeschi che erano presi in battaglia, e quei di tartaglia cortesemente lasciarli. Andavano ancora molto spesso innanzi e indietro messi e trombetti da Tartaglia a Braccio, di maniera che non v’era più alcuno, il quale non credesse che l’amicizia non fosse rinnovata con Braccio, e che per questo Tartaglia, vedendosi l’occasione si sarebbe passato ai nemici. Essendosi dunque scritto queste cose al papa, venne dalla città di Roma Cola Squarcia dottor romano, il quale per gl’indizj esaminasse il colpevole. Costui avendo posto le mani addosso a Tartaglia per l’improvvisa venuta di Sforza, e preso, lo mise al martorio: e avendo egli confessato il tutto, dopo tre dì, gli fece tagliare la testa sulla piazza d’Aversa.

CAP. LXXII Della natura dell’animo suo.
Per la disciplina e tutto l’ordine della vita sua e per il successo delle cose, si può giudicare ch’egli fosse più valente di mano che di consiglio, ciociossiacosachè per poco accorta facilità, o per contumacia quasi contadinesca, era più volte spinto a prendere quei partiti onde non se ne vedeva alcuna felice riuscita, per le simulate volontà di molti, ed era necessario provvedersi di soccorso dalla fatal virtù o dallo ajuto di Dio. Perciocché sopportando egli in pace grandissime ingiurie, non poteva poi comportar una leggiera villania: di maniera che le più volte entrava in collera alla sprovvista, dicendo ch’egli era meglio morire, che muoversi punto per la disonestà dell’ingiuria. Fu travagliato questo uomo con astuzia secreta, e posto in grandissimi pericoli della vita da Paolo Orsino e poi dall’Alopo e da Sergiano. Ma Iddio mosso dalla virtù e innocenza di quell’uomo, s’oppose di maniera alle insidie degli uomini malvagissimi, che ben parve poi, come egli volontariamente vendicò quell’ingiurie. Non passò mai da una parte all’altra, non si partì mai dall’ufficio se non per cagioni grandi, talchè non mai fatto nemico all’improvvisa mise mano all’armi, ma prima rinunziò l’amicizia e rimandò gli stendardi, e ciò affine di ributtare con quel fatto in altrui la cagion della discordia, e per far conoscere a ognuno com’egli era per mover guerra per mantener l’onor suo non già con insidie e con inganni, ma con vera virtù.

CAP. LXXIII Della disciplina domestica e militare.
Essendo egli di parere che si dovesse far vista di non vedere molte cose, né volendo essere diligentissimo vendicatore dei delitti, s’era talmente ordinato in casa sua, che gli sprezzatori d’Iddio e degli uomini non vi praticassero punto, che i ladri di notte e quegli ancora che per modo di scherzo rubavano ancora di secreto le cose ch’erano senza guardia ne fossero puniti, e che nessun spiasse senza pena. Aveva grandissimamente in odio i pazzi e i buffoni che avevano l’umor malinconico; perché eglino con dubbioso giuoco potevano muovere a un tratto il riso e il pianto, perciocché di ciò fu fatto accorto con pericolo suo; conciossiacosachè già un pazzo a Colle, castello del contado di Siena, essendo fuor di modo provocato dagli scherzi de’ soldati e per questo volendo trar d’un sasso a chi lo attizzava, aveva a Sforza con gran pericolo della vita tratto la berretta di capo. In tutto il tempo della vita sua ebbe in odio nel campo il giuoco, siccome quello ch’è di grandissimo danno al capitano e ai soldati, e però spendeva talmente i tempi dell’ozio che esercitava tutti gli ordini per uso della milizia. Solevasi allora fare alle braccia con molta arte, trarre un sasso di gran peso, lanciare il palo di ferro, scagliare un palo rotondo colle mani volte dietro alle spalle, ed esercitarsi molto a correre e saltare. Ne’ quai giuochi essendo egli molto forte di braccia e industrioso, facilmente vinceva tutti i più gagliardi. Ma ne’ tempi piovosi e di notte, perché egli non aveva imparato punto delle lettere latine, leggevasi le istorie e le favole de’ baroni e paladini di Francia (77) scritte in versi volgari, onde ne pigliassero esempio coloro i quali con la guida di lui avessero deliberato d’acquistarsi fama con chiarissimi fatti.

CAP. LXXIV Del vestire e mangiar di lui.
Era nel portamento e vestir suo piuttosto temperato che elegante e sontuoso. Aveva in odio l’attillature delle vesti. Ma però desiderava talmente lo splendor delle sopravvesti, e dell’armi, che veggendo in alcuni le macchie e la ruggine li castigava con villanie, e talora con battiture. Essendo un uomo d’arme che veniva dalle stanze colle armi rugginose in presenza de’ nemici gli comandò severamente che egli entrasse in battaglia colla visiera alzata, cioè affine che con suo pericolo fosse conosciuto, s’egli poco valorosamente avesse combattuto. Ma nondimeno nelle pompe, e quando si facevano le rassegne degli eserciti vedevansi sajoni di seta e ricamati d’oro e d’argento, e anco barde dorate e leggiadramente dipinte, della quali erano coperti i cavalli all’usanza di Persia. E a quegli uomini d’arme era fischiato dietro, i quali non avevano bei pennacchi nell’elmetto. E l’onore delle tavole non era giudicato nelle delicate e squisite vivande, ma nella lieta semplicità, nella continua copia, nella piacevolezza e nella frequenza degl’invitati.

CAP. LXXV Della devozione sua verso Dio e i Santi.
Onorò Iddio e tutti i Santi suoi piuttosto sinceramente che religiosamente, siccome quello che non giudicava convenirsi punto alle maniere della guerra stancar Iddio con goffe cerimonie e finte preghiere, essendo necessario a un che fa guerra mettere sottosopra ogni cosa con rapine, con omicidj, e che non si potevano punire le scelleraggini ancor che grandissime, essendo già corrotta la disciplina militare. Nella qual cosa bisognava che grandissima differenza fosse tra un capitano e condottier di guerra, dalla severità degli ufficiali delle città. Ma in pubblico riconosceva la colpa di queste cose e in secreto ne domandava perdono, ed era usato di udir ogni dì messa, e se pure era impedito per qualche negozio che l’importasse, l’udiva l’altro giorno, e ogni anno con animo divoto e pentito confessar i suoi peccati, e ricevere il Sacramento dell’Eucarestia. Soleva dire che ufficio di buono ed onorato capitano era seguitare che aveva più onesta cagione di far guerra, non lasciar rubar le chiese, difender l’onestà delle donne prese, non fare ammazzar i soldati fuor di proposito, né si rallegrare della morte de’ nemici.

CAP. LXXVI Dell’amore verso la patria.
Mostrò ancora un singolar esempio d’amore verso Cotignola sua patria, quando essendo ella arsa per un fuoco natovi a caso, la prese a rinnovar colla sua privata liberalità, confortando tutti i cittadini che volessero edificare più sontuosamente, perché egli prometteva loro di servirli graziosamente e senza prezzo di mattoni, di materia, di calcina. Onde si fece poi che rifatto prestamente ed adornate le casa, drizzate le strade, in pubblico e in privato fu grandemente di ciò ringraziato il magnificentissimo signore, per aver egli con opportuna liberalità provvisto alla comodità privata e alla eleganza pubblica.

CAP. LXXVII Dell’amor verso i parenti.
E finalmente con incredibil carità e con rarissimo esempio mostrò segno d’amore verso i parenti suoi. Perciocché essendo una grandissima pestilenza nel contado di Perugina e trovandosi quivi a Martiano ammalati di peste Bartolo e Francesco suoi fratelli, tanto animosamente andò a visitarli, che benché gli amici di ciò nel pregassero molto, non fu possibile spiccarlo da loro: sicchè essi abbandonati dagli altri e venendo a morte toccava loro il polso e li medicava. I quali essendo poi prestamente morti, edificò loro un sepolcro e una cappella, e ordinovvi un prete, il quale in certi dì della settimana dicesse messa per l’anime loro. E col medesimo ufficio ed amore accompagnò Buoso suo cugino, essendo egli a Spoleti per le fatiche ch’egli aveva fatto il verno in campo, debilitato de’ nervi, lo fece diligentissimamente medicare, e poi che fu morto, con singolar pompa lo pose nel sepolcro de’ fratelli.

CAP. LXXVIII Dei precetti che diede a Francesco suo figliuolo.
Avendo Sforza allevato Francesco suo figliuolo sotto questa disciplina e mandandolo in Calavria alle città ch’egli aveva avuto in dote, gli diede capitani e soldati di singolar valore, i quali in guerra e in pace governassero la giovinezza di lui, e lungo tempo confortò il giovane che osservasse la pietà e la giustizia, e con nobil pensiero d’animo si rendesse certo, che piuttosto colla virtù che coll’arti cattive s’acquistava gloria e ricchezze. Aggiunse ancor questo ai precetti di gravissima importanza, e l’avvertì più d’una volta che non guardasse mai con occhi di lascivia la moglie dell’amico, né del vassallo suo. Che non ferisse né battesse alcuno troppo aspramente, o se pur ciò gli fosse accaduto o per caso, o per collera, subito mitigatolo e fattogli qualche onorato dono lo mandasse lontano. Ultimamente gli comandò che non montasse mai su cavallo sboccato, né mai si servisse di cavallo che per aver l’unghia tenera facilmente si sferrasse; perciocché si ricordava che cavalcando egli una volta certo cavallo, per altro bonissimo, ma duro di bocca, il quale per questo si chiamava il Drago, ed essendo uscito d’imboscata i nemici Bracceschi, benché si sforzasse di fermarlo colla briglia, era però stato trasportato e precipitato nella fossa d’Aversa; e nell’Umbria ancora essendo egli in scaramuccia su un cavallo, il quale si chiamava il Gazza, per il colore di quell’uccello, rimanendo il cavallo nel maneggiarlo sferrato da tutti i piedi, a fatica egli lasciandolo quivi s’era fuggito dalle mani de’ nemici. Perché Francesco osservando molto questi precetti, quello che quasi non era più accaduto riuscì felice in tutti i consigli, e vincitore nelle battaglie: onde egli adempì la speranza concetta della onorata creanza sua dal giudicio del padre, e il destino, e il desiderio degli uomini.

CAP. LXXIX Della prudenza che s’acquistò dai giudicj altrui.
Mantenne sempre costantissimamente questo tenore di prudenza e giudicio militare fino al fine di sua vita, che non ordinava mai temerariamente alcuna cosa nell’imprese di guerra, se prima non comunicava ciò con ogni benché infimo capitano e soldato vecchio: acciocché esaminatosi separatamente il parer d’ognuno, col giudicio di molti si provasse quel che s’aveva da fare. Ma ciò tentava egli cos’ copertamente e da lunge, che sempre con esordj lontani e con favole nascondeva il pensiero dell’animo suo, e dappoi acconciamente dandosi principio a un nuovo ragionamento, si veniva a cadere sopra quel ch’ei voleva. Perciocché in questo modo senza scoprire giammai il secreto disegno dell’animo suo, manteneva onoratamente la riputazion sua, né perciò gli animi dei minori capitani s’enfiavano di persuasion di prudenza. Conciossiacosach’eglino sempre facilmente si credevano d’esser stati chiamati per altra cagione, e poi così nel ragionare a caso esser caduti per umanità del capitano a consultare di cose più importanti. Ma finito il negozio lodava piuttosto piacevolmente, che gravemente in pubblico coloro, che felicemente avevano indovinato nel discorso, e ciò faceva egli con amorevole grazia, perché liberalmente e senza alcuna superbia pareva di voler far parte altrui della sua gloria.

CAP. LXXX Del candor dell’animo e della memoria di lui.
Era egli naturalmente d’animo candido e piuttosto aperto che doppio e astuto. Onde valendo egli poco negli inganni e ne’ segreti artifici della corte, facilmente inciampava nei tradimenti, ma quindi rilevandosi anco subito si rizzava per una cotal virtù. Imparò ben dappoi nell’età più matura per le secrete volontà degli uomini, e per i volti finti, e anco a fine d’ingannar le spie, a raffrenar la lingua, a temprar la collera e opportunamente e secondo i tempi vestirsi ora una persona, ora un’altra. Ma nondimeno s’egli o faceva, o diceva alcuna cosa più simulatamene, era facilmente conosciuto dai famigliari e domestici suoi. Perciocché di sua natura aveva in odio coloro i quali erano d’animo doppio, e avevano molti ripostigli e diverse coperte, discordando massimamente la fronte, nella quale appresso gli uomini generosi e dabbene suole onoratamente abitare e la fede e l’onore. In lui regnò parimente, assai più di quel che si potrebbe credere, una meravigliosa memoria delle cose e dei nomi con tanta felicità, che non tenendo egli libro alcuno, non pure si rammentava i nomi de’ soldati, ma de’ cavalli ancora. Né mai s’ingannò in cosa alcuna in dar la paga.

CAP. LXXXI Dello studio delle lettere toscane.
Egli non sapeva punto di lettere latine, ma ben l’ammirava in altrui, seguitando le toscane e le volgari, le quali gli parvero più comode per il bisogno della guerra. In queste per un certo bisogno aveva grandemente impiegato tutto quell’ozio che gli avanzava dalle faccende, a fine di saper le istorie, le quali era usato di leggere tradotte dai greci e latini scrittori, avendo invitati colla sua liberalità gli uomini letterati a pigliar quella impresa, tra i quali fu il padre del poeta Porcello, ch’ebbe in dono da lui un’onorata casa con alcuni orti per aver tradotto Cesare e Sallustio. Scusatasi nondimeno molto amorevolmente di non saper lettere, dicendo: ch’egli non aveva potuto imparare a tenere in un medesima mano insieme il libro e la spada. Né ancora scrisse mai di sua mano lettere, se non con caratteri frettolosi e da muover riso, di maniera che dettando egli le lettere scritte da’ cancellieri suoi, volendo sottoscrivere il nome suo, vi soleva fare piuttosto una cifra e così mandarle. Adoprò nell’ufficio delle lettere e della cancelleria alcuni frati, e diceva anco che non c’è altra cosa più accomodata, né più sicura di questa sorte d’uomini per ispiare in ogni luogo, perciocché sotto pretesto di religione, e in ogni luogo e sempre si mescolano in tutti i negozi delle cose divine e umane con libera e sempre impunita simulazione.

CAP. LXXXII Della generosità dell’animo suo verso i nemici.
Quando il re Ladislao con forze grandi combatteva a Todi, e Braccio essendo all’improvviso uscito fuora assaltando Paolo Orsino suo nemico vecchio, ruppe in tal modo le sue genti che cacciato e fuggendo il capitano stesso, elle furono cacciate della piazza e finalmente di tutti gli alloggiamenti, non si ritenne Sforza che subito non andasse a soccorrere colui che era tolto in mezzo e quasi preso, avendo egli potuto con ottima ragion di guerra difendere il luogo a lui consegnato nella sua parte degli alloggiamenti, e starsi oziosamente a vedere la rovina del nemico; e nondimeno messo in ordine le fanterie e i cavalli discese da un luogo rilevato, e ritardò la furia del nemico vincitore, il qual veniva innanzi di maniera, che fattosi una lunga e asprissima scaramuccia, i Bracceschi ributtati dentro della porta e ricevuto una non mediocre rotta, furono costretti a voltar le spalle, gridando tuttavia e facendosi beffe di lui Braccio, perché Sforza, con nome di clemenza e di pazza umanità aveva salvato il nemico comune, ch’egli doveva ammazzare. Ma mentre che paolo tra la paura e la vergogna ringraziava Sforza, egli con alta voce, sicchè fu inteso da tutti, gli rispese: E non bisogna, o Paolo, che pensi di voler rendermi grazie, perché oggi per singolar beneficio da me ricevuto, tu sia stato salvato colle insegne e colle genti tue: conciossiacosachè tutto quello che valorosamente e a gran bisogno s’è fatto, si fece per riputazion del re e pubblica di tutti noi, cioè a fine che negli occhi del re e miei non si facesse qualche vituperio da non scusarsi mai. Ma tu non resterai per questo di perseguitarmi, e con armi avvelenate ancora: nondimeno io valorosamente e da uom dabbene mi vendicherò dell’ingiurie da te ricevute a torto, allora che la fortuna, la quale ora mi ti fa compagno, mi ti farà incontrare come nemico. Lodò grandemente il re Ladislao quei fatti e quelle parole, e donò a Sforza un cavallo bardato, e una bellissima sopravvesta di broccato d’oro e di scarlatto lavorata con scaglie d’argento, la quale egli soleva usare nelle battaglie, per far pubblico testimonio della rara virtù e della clemenza ch’era in Sforza.

CAP. LXXXIII Della fortezza di lui in sopportare il dolore.
Mostrò ancora sempre una meravigliosa fortezza d’animo e pazienza nella cose avverse in sopportare ogni dolore. Perciocché riputava che non fosse cosa da uomo il rompersi né perdersi d’animo, né imbrattarsi d’alcun segno di lagrime: siccome avvenne allora quando in un medesimo tempo insieme quasi affogato dal concorso di molte disgrazie, non mostrò segno alcuno d’animo dolente, né turbato. Perciocché essendo egli su un rilevato poggio sopra la porta di Terra di Lavoro, dove assediava Napoli, avendo circondato gli alloggiamenti di riparo secondo il costume romano, prima che Lodovico III arrivasse coll’armata in quella contrada, Francesco suo figliuolo essendogli stato passato la corazza doppia di ferro da un verrettone (78) d’una balestra grossa, ferito mortalmente, e Faschino ancora figliuolo d’una sua sorella ferito della simile arma, giacevano, quasi disperato ogni soccorso. Oltre di ciò Leonato suo genero, capitano di tanta aspettazione, sfidato a far prova di maestria e di virtù della milizia a cavallo, avendo combattuto con Corassello Caraffa mobilissimo cavaliere, senza che fosse tra loro alcuna inimicizia, entratogli la punta della lancia per l’elmetto, piangendolo tutto l’esercito s’era morto. Il qual dolore crebbe maravogliosamente per la mala nuova che gli venne di Calavria, che Polissena sua nuora e una bambina figliuola di Francesco e nipote di lui, erano stete crudelmente avvelenate dalla zia; un’altra crudel nuova ancora, nata per artificio e inganno di Sergiano, e seminata per tutto il campo, aveva messo una gran paura e un disuato spavento. Perciocché si diceva che Lodovico avendo messo da parte la provisione dell’armata, ch’ei faceva a Marsiglia, aveva prolungato la sua venuta, e l’apparato dell’impresa di mare di quella guerra, cominciata ai primi segni della primavera, talmente, che i soldati essendo oggimai disperato il soccorso, e venendone Alfonso, entrata il loro una grandissima paura, si stavano pensando di qualche artificio di guerra per rimanersi dall’impresa, e per potersi ritirare coll’esercito a salvamento in luoghi sicuri. Ma bench’egli fosse combattuto da così gravi danni di privato pianto e di pubblico dolore, nondimeno con tal grandezza d’animo e pazienza sopportò quell’affanno, che non si ritirò nel padiglione, né con alcuno ancorché tacito pianto, né minimo sospiro si cambiò di quel suo generoso aspetto di volto. Perciocché con tale vigore d’occhi e con tanto spirito d’eloquenza soleva egli rilevar gli animi dei soldati, e mantenere la riputazion sua, che allora massimamente quando egli era vinto dalla fortuna, senza dubbio avresti creduto ch’egli avesse vinto.

CAP. LXXXIV Della piacevolezza sua.
Non mancò di piacevolezza nelle sue parole, essendo le più volte falso, e se alcuno provocandolo tentava, sapeva benissimo rimorderlo e a tempo. Siccome avvenne allora quando da Sergiano gran siniscalco gli fu rinfacciata la favola della zappa, per tassarlo di viltà di sangue. In questo disse Sforza, per quel ch’io posso vedere, noi siamo eguali di origine di sangue, perché Adamo, che fu il primo uomo, lavorò anch’egli la terra. Ma io veramente, quel che tu non mi puoi negare, con quella mia zappa, son riuscito molto più nobile che non hai fatto tu col tuo membro virile e colla tua penna. E con questo motto molto leggiadramente lo trafisse, avendo acutissimamente tassato in lui la dignità acquistata colla lussuria, con tanto odio, e il padre suo ch’era stato uno ignobil notajuzzo al tribunale del podestà, ed era poi stato condannato di falsità, perché contraffece un testamento.

CAP. LXXXV D’una facezia sua.
Un cavalier da Nola d’animo infame, che s’era fuggito del campo de’ nemici, dicendo, per acquistarsi grazia con Sforza, che tartaglia con ogni qualità di villanie aveva detto mal di lui a un convito, e spesso giurando affermasse ciò perché gli fosse creduto: E non bisogna, disse Sforza, amico mio, che tu t’affatichi molto in farmi credere questo, conciossiacosachè Tartaglia non disse mai parola di alcuno, che non dicesse male: e allora è da credere che come tu di’, egli abbia versato tutto l’impeto del mal dire con maggior rabbia, e più liberamente assai, quando egli si trova in luogo a ciò molto accomodato: avvertendo acutissimamente in un medesimo tempo il rapportatore, e rinfacciando i suoi vizj a tartaglia, cioè lo essere scilinguato, ond’egli s’era acquistato il soprannome, e anco l’ubbriachezza, essendo egli e piuttosto per natura che per età il maggior beone che si trovasse in quei tempi.

CAP. LXXXVI D’uno arguissimo suo motto.
Quando Sforza, spaventato dall’insidie e dall’armi di Paolo Orsino, se n’uscì della città di Roma e si accampò nella selva dell’Aglio, andò a ritrovarlo il cardinale di Sant’Agnolo ambasciatore del papa per promettergli la sua fede, e per assicuralo e farlo ritornare in Roma. Dove fra i molti ragionamenti avendogli detto il cardinale: Avrai tu dunque Sforza paura d’un Orso? Essendo sicurissimo sotto la colonna? Subito gli rispose: Or non vi parrò io monsignore pazzo affatto, se mentre io mi sto indarno chiamando soccorso da un marmo sordo, io non avrò punto paura d’una gran bestia terribile per i denti e per le unghie, la quale spesso cammina ancora come fanno gli uomini? Dimostrando in questo modo molto leggiadramente i lontani e poco pronti ajuti de’ Colonnesi, e gentilmente dipingendo e l’animo e le forze presenti di Paolo Orsino.

CAP. LXXXVII Della statura del corpo suo.
Fu di statura di corpo dritta e rilevata più che il mediocre, e di carnagione piuttosto magro che grasso, di membra molto gagliarde per un certo fermissimo gruppo di nervi, ma di gambe fino alla polpa molto piene di muscoli e poco tonde, aveva una mano molto grande e lunga, e così forte per la congiuntura delle dita, che pigliando un ferro di cavallo in mano felicemente l’apriva e spezzava in due parti, e alzava da terra, pigliandola dal calcio, una lunghissima lancia da uomo d’arme. Mostrava nel petto largo e nelle spalle aperte una maestà di soldato, e aveva così poca pancia, che si cingeva strettissimamente, talchè colla cintura facilmente si poteva aggiungere coi diti lunati dall’una e l’altra mano. Era di volto mezzo contadino e poco allegro, e quasi nero per un certo suo colore quasi di piombo, e gli occhi suoi di color molto azzurro con minacciosa apparenza si stavano molto riposti in dentro, e le ciglia aveva molto pelose e molto rilevate. Ma il naso suo rilevato in mezzo, ma non però molto aggravignato, e le labbra convenienti, e i bianchissimi denti gli facevano un bel volto. Andò sempre coi capelli tosi e colla barba rasa, perciocché così tornava bene a quei che portavano l’elmo chiuso. Portava sempre in capo una berretta paonazza, la quale per due gradi s’innalzava a foggia d’un’alta e accanalata piramide. Ma con tanta apparenza rispondevano in questo uomo le parti delle cose differenti con ragione e con ordine per rappresentare la riputazion militare, che ancora da uomini rozzi e contadini, i quali non l’avessero mai più veduto, e vestito d’un medesimo abito fra molti altri, e spesse volte anco senza compagnia, era conosciuto come signore e capitano di tutti.

CAP. LXXXVIII Della destrezza de’ suoi membri.
Era di tanta destrezza che senza che alcuno ve lo ajutasse o spingesse, avendo posto il piè sinistro in staffa, benché fosse tutto armato e coll’elmo in testa, montava leggiadrissimamente in sella, e spesse volte camminava anco di molte miglia tutto armato da uomo d’arme, avendo le membra avvezze a sopportare tutti gli esercizi d’ogni dura fatica, e specialmente il freddo. Perciocché in tutto il tempo di vita sua, non portò mai veste foderate di pelli. Era facilmente tormentato dalla sete quando egli era bisogno ne’ caldi grandi della state cavalcare e combattere, di maniera che quando egli era armato diceva, che piuttosto poteva esser morto di sete che di ferro; e temeva grandemente di questa sorte di morte. E per questa cagione s’aveva apparecchiato un ragazzo, il quale sopra un gagliardo cavallo gli portasse sempre addietro fiaschi d’acqua e di vino e altri soccorsi alla sete fatti di zucchero, né se gli partisse mai da lato né anco negli estremi pericoli della battaglia. Ma fu però sempre di gagliarda e indomita temperatura di corpo, che coll’esercizio cacciava facilmente i principj del male, e se gli veniva alcuna febbre, con incredibile pazienza coprendosi colla coltre per sudare e soprattutto colla dieta, rifiutando tutte l’altre medicine, felicemente la vinceva.

CAP. LXXXIX Dell’infelicità della morte sua.
Essendo egli giunto finalmente agli anni cinquantacinque dell’età sua, e già parendo che in lui tutte le virtù, le quali convengono a un singolar capitano, avessero ricevuto quasi perfetta maturità, l’insolente fortuna gli ruppe a un medesimo tempo il corso delle vittorie e della vita. Perciocché essendosi posto Braccio con fatale ostinazione all’assedio della città dell’Aquila, e ritornato poi in Ispana il re Alfonso, il quale indarno l’aveva richiesto di soccorso alle sue cose poste in travaglio, Sforza fatto capitan generale di grandissimi principi in Italia, si partì di Puglia per liberar l’Aquila dall’assedio, a instanza di papa martino, della regina e di Filippo Visconte, per andarsene poi in Toscana con speranza di fare cose grandi. Erano nell’esercito suo sette mila cavalli, e una grossa banda di fanteria. Avendo dunque cacciato le genti di Braccio fuor della città di Lanciano e di Millionico, giunse a Ortona. Quivi avendo tenuto dodici giorni in riposo i soldati e avendo con gran devozione celebrato le feste della Natività di nostro Signor Gesù Cristo, giunse al fiume Aterno, il quale oggi si chiama Pescara, per la terra che gli è appresso. Era venuto Braccio ai popoli Marucini (79), avendo lasciato la metà dell’esercito all’assedio dell’Aquila, per non lasciar passare Sforza. Perciocché avendo piantato nella riva di spessi e molto acuti rami d’alberi, e legato a quelli un naviglio con grosse funi, e messovi sopra alcuni arcieri, guardava il luogo dove era più certo il guado. Aveva anco messo la guardi di due compagnie di fanteria e di quattrocento cavalli ai ripari del ponte di pietra alla terra di Pescara. In quella difficoltà di passare, Sforza fece drizzare l’insegne a man destra verso le foci, dove il fiume entra in mare. Quivi tentato il guado Micheletto, Santoparente e Francesco figliuolo di Sforza, armati e cogli elmi in testa, con altri seicento cavalli passarono il fiume, seguitandoli poi Sforza. Francesco felicemente scaramucciò coi Bracceschi, i quali erano usciti di Pescara per cacciar i nemici della riva, di maniera che avendone morti e presi molti, ributtò gli altri dentro la porta della Terra. Non fu mai cosa che più dilettasse agli occhi, né all’animo di Sforza di quello spettacolo. Perciocché dalla maraviglia del valore ch’egli vide nel figliuolo, se ne prese incredibil piacere parendogli che felicemente adempisse la grande speranza ch’egli aveva già concetto della sua matura riuscita. In questo mezzo soffiando il vento di maestro, e per l’onde del mare che lo percuotevano, il fiume cominciò a gonfiare, di maniera che sull’altra riva si vedevano le bande de’ cavalli i quali stavano sospesi e dubbiosi, né per alcun segno si potevano indurre che volessero entrare nell’altissimo fiume. Allora Sforza spinto dal suo destino, cacciò un’altra volta il cavallo nel fiume per far animo a quei ch’avevano paura coll’esempio suo. Quivi porgendo egli la mano a un ragazzo il quale annegava, per aiutarlo, mancandogli sotto il guado fangoso, il suo cavallo benché fosse gagliardo mancò delle gambe di dietro: e così egli, aggravandolo l’armi, si affogò. Dicesi ch’egli alzò due volte la man destra armata, né però alcun gli diede ajuto, essendo giunta l’ora della sua morte (80).

CAP. XC Del giudicio e della lode di Braccio verso il morto, e della morte di lui.
Dicesi che Braccio il qual partendo da Civita di Chieti alla prima nuova del nemico, che passava frettolosamente, e mandando innanzi le bagaglie s’era messo in viaggio per giungere innanzi all’Aquila a grandi viaggi, venendogli un messo dopo l’altro, della morte di Sforza non mostrò già segno alcuno d’allegrezza, ma increspato la fronte e abbassato gli occhi umanamente si dolse del caso si quel fortissimo uomo: di maniera che poiché l’invidia aveva dato luogo, accompagnò allora il morto con singolari e verissime lodi; né perché egli fosse liberato da così gran pericolo della presente guerra, mostrò però più lieto volto ai soldati, siccome quello che consapevole del secreto fatale aveva inteso dagli astrologi che Sforza morendo di morte subitana, gli sarebbe ito innanzi, ma che poco dappoi anch’egli quasi della medesima sorte, doveva correre il rischio dell’istessa fortuna. Aveva Braccio più tempo si Sforza, otto mesi solo e nove giorni: di maniera che allora la scienza de’ matematici si acquistò una gran fede per la morte di questi due valent’uomini. Perciocché egli sopravisse appena cinque mesi, perché dopo che egli ebbe per tredici mesi continui combattuto indarno e assediata l’Aquila, alla fine in una notabil giornata vinto e morto per la spada d’un soldato Sforzesco, adempì la fede e delle stelle e di molti indovini.

CAP. XCI Dei segni i quali significarono la morte di lui.
Il giorno innanzi ch’egli si partisse da Ortona (81), dopo che egli ebbe udito la messa, essendo salutato da tutti gli ordini, narrò in un cerchio di tutti i capitani un sogno che dormendo aveva fatto nell’alba. Perciocché disse d’aver sognato d’essersi trovato oppresso in una profonda quantità d’acqua e posto in estremo pericolo della vita, dove vide un uomo di statura gigantesca, molto simile a S. Cristoforo, il quale benché più d’una volta pregato da lui, non lo volle però soccorre mai. Da questo infelice augurio furono talmente spaventati Francesco suo figliuolo, Micheletto, Santoparente, Accattabriga e Manno Barile, i quali raccontarono poi questa cosa in molti luoghi, che lo pregarono che si volesse rimanere da quel viaggio, e benché strettamente ne lo scongiurassero, non poterono ottenere il riposo di tre dì: perciocché stando egli indurato nel suo proposito, gli aveva fatto conoscere che tutta la speranza di metter in rotta il nemico e d’acquistarsi la vittoria era posta nella prestezza. Il capo degli alfieri ancora, il quale portava la cornetta, stendardo del generalato, uscito della porta d’Ortona e cadendogli sotto il cavallo, piantò sì forte lo stendardo in terra che imbrattatosi l’insegne di fango, l’asta vi si ruppe. Ma ne anco ciò lo potè ritenere, andando egli animosamente verso la sua fine. Perciocché sempre gli uomini mal accorti giunti al fine della vita allora più che mai sprezzano i segni, quando il destino li stringe e metton quella terribile e d’ogni provvidenza maggior necessità agli incauti egualmente, e a quei che fanno contrasto (82).

 

Vite
degli Sforzeschi

di
Paolo Giovio, Scipione Barbuò, ecc.
Stato di Milano nel secolo XV
Repubblica Ambrosiana,
vita
di Giovanni delle Bande Nere
Cronaca di Milano
con prefazione e note
di Massimo Fabi

Milano
presso Franc. Colombo Librajo-Editore
Contr. S.Martino, n.549-A
1853

Biblioteca
Storica Italiana
vol. II


 

Bibliografia Sforzesca

Stemma Sforzesco




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