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Lombardia

 

La città di Milano dalla caduta degli Sforza al dominio spagnolo
di Giorgio Chittolini

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Gli ultimi decenni del dominio sforzesco
Negli anni Settanta del Quattrocento si era delineato il tentativo di affermazione piena, quasi regia, del duca Galeazzo Maria Sforza, con sistemi di governo nuovi, energici, accentratori. Ma nel giro di pochi anni si era anche manifestata l’irrealizzabilità del progetto, per le forti resistenze che esso incontrava. Anche la famosa congiura del 1476, in cui Galeazzo Maria aveva trovato la morte, non è da vedere come il gesto irragionevole di alcuni sconsiderati , ma come frutto di un disegno condotto con un largo coinvolgimento di esponenti di spicco dell’aristocrazia milanese, e nel contesto dei più complessi problemi dell’intero equilibrio italiano (di lì a poco il regime mediceo a Firenze veniva scosso gravemente dalla congiura dei Pazzi). Momento cruciale, questo della congiura, perché si manifestava in essa, in modo drammatico, la difficoltà della dinastia sforzesca a farsi riconoscere al vertice di un forte principato e al vertice dei ceti dominanti nella società lombarda; e si manifestavano parimenti le difficoltà di un sistema politico italiano che si fondava su regimi spesso deboli e instabili (Fubini, 1978). La crisi, nei suoi aspetti più gravi, fu per allora superata (come anche a Firenze). A Milano, dopo una lunga lotta per la successione, che si protrasse per vari anni, si affermò infine Ludovico il Moro; e si aprì anzi un periodo che apparve a molti contemporanei uno dei più splendidi della storia della città. Come già dopo l’avvento di Francesco Sforza, pareva "che tutto fosse accomodato per la pace – notava un cronista – e non altro si attendeva che ad accumulare ricchezze, per le quali era aperta ogni via". E Milano manteneva alto il suo prestigio di grande centro artistico e culturale. La civiltà pittorica e artistica che questo volume illustra per lo scorcio del Quattrocento si inseriva in un quadro che vedeva operanti umanisti e letterati fra i primi in Italia. Leonardo, oltre che come pittore scultore e architetto, era impegnato come ingegnere idraulico, inventore di macchine teatrali per le feste di corte. La corte di Ludovico il Moro e della sua sposa Beatrice d’Este aveva la fama di essere la più ricca e la più splendida della penisola. E fuori della corte, le grandi famiglie milanesi rivaleggiavano con gli Sforza nelle committenze ad artisti famosi, nell’organizzazione di feste e spettacoli, nel lusso dei costumi e dello stile di vita.
In realtà i motivi della crisi politica che si era manifestata negli anni Settanta non erano risolti. Dalle fonti (cronachistiche come diplomatiche) degli ultimi due decenni del Quattrocento si possono ricavare facilmente notizie sulla disaffezione dei sudditi, talora su un vero e proprio odio de "li populi de Milano" verso il duca e verso la dinastia: sentimenti che spesso si intrecciano ad altri, di ostilità verso la "gente nuova" di cui gli Sforza si circondano. Era "gente nova e di minimo essere", notava il Coiro; erano individui, scriveva il cronista Ambrogio da Paullo, che "de una sorte vile e abiecta … per favore del Moro erano fatti grandi. E aveva depresso li omini da bene de nobil sangue di Milano per esaltare tale sorte"; gli uomini di umili origini di cui anche il nobile giureconsulto comasco Francesco Muralto denunciava le troppo rapide fortune (uomini di umili origini come del resto gli Sforza stessi potevano essere considerati; e amava ricordarlo, fra gli altri, Gian Giacomo Trivulzio, che usava chiamare il Moro semplicemente Lodovico da Cotignola). Disaffezione di "populi" che non va intesa soltanto come constatazione di una generica mancanza di consenso, o di una scarsa popolarità di un regnante o di una dinastia, ma va intesa soprattutto come segno di un profondo distacco fra governanti e governati, e soprattutto del mancato coinvolgimento dei ceti dominanti nella gestione della cosa pubblica; come constatazione quindi dell’impossibilità di attivare meccanismi essenziali – in campo fiscale e di ordine pubblico soprattutto – per il governo dello Stato; là dove viceversa appariva necessaria la collaborazione fra principe e cittadini. Di qui la spirale di una politica fiscale dura e impopolare, di scontri e frizioni con esponenti dell’aristocrazia milanese e lombarda; e il germogliare di aspirazioni verso altri regimi, ad esempio verso un governo dei Francesi (come ricordano lo stesso Machiavelli e altri testimoni dell’epoca), che erano ritenuti capaci di "far buona signoria", senza imporre tributi troppo gravosi.
La situazione era complicata dalle delicata situazione di Milano nel sistema della politica italiana ed europea. Da un lato il Ducato era parte integrante dell’assetto politico della penisola, e di quel sistema dell’equilibrio che ne costituiva la caratteristica. E tuttavia, per la sua posizione geografica – sui confini, a ridosso delle Alpi, nel punto ove le principali vie d’Europa verso l’Italia convergevano e s’incontravano -, per il suo rilievo di Stato vasto e ricco, si trovava coinvolto, più direttamente di altri Stati italiani, in un gioco che si svolgeva nel più ampio orizzonte europeo, e da quel gioco era influenzato più direttamente, subendone le spinte e i movimenti, in modo sempre più evidente nello scorcio del XV secolo. Il Ducato di Milano, più di altri Stati della penisola, si trovava a far parte di due sistemi, italiano ed europeo, che tendevano a compenetrarsi, ma operavano ancora secondo regole diverse e non unificate. Da ciò le difficoltà incontrate da Ludovico il Moro, e di qui ancora lo stile spegiudicato e avventuroso che molti fra i contemporanei imputarono alla sua politica, l’oscillazione fra alleanze diverse, l’incapacità, infine, di opporsi efficacemente alla minaccia francese. Queste difficoltà rendono comprensibili le cause della crisi, la caduta cioè del Moro nel 1499. Crisi, in primo luogo, di uno Stato relativamente piccolo e privo di forze proprie e di alleanze nello scontro con una grande potenza d’Oltralpe, nell’urto violento che il mondo politico italiano frammentato nei suoi Stati regionali, e ora profondamente diviso, subiva da parte delle grandi monarchie nazionali che si erano formate e che venivano definendo un nuovo assetto europeo. Crisi, sicuramente, di una dinastia che, se riuscirà a riemergere ancora in seguito, si troverà sempre in posizione di debolezza e scarsa credibilità, più pedina di un gioco altrui che dotata di forza propria e capace di un ruolo di protagonista. E crisi, anche, di un organismo politico, di quel principato indigeno autonomo che durava dagli inizi del Trecento, e che allora era stato considerato come l’unica forma di governo possibile per la Lombardia, mentre ora, segno significativo del mutarsi dei tempi, la Lombardia sembrava destinata a trovare uno stabile assetto politico solo come provincia di una potenza straniera.
Di fronte a queste circostanze la città di Milano si rivelava impreparata, e relativamente inerte: soprattutto per la mancanza di un ceto dirigente milanese capace di farsi ceto dirigente di una grande repubblica. Il fatto che Milano fosse da due secoli retta da un principato – che aveva inevitabilmente limitato la partecipazione al governo dell’aristocrazia e aveva favorito la trasformazione della città da "dominante", quale era stata fra XII e XIII secolo, in semplice capitale e "residenza" della dinastia – impediva ora quella identificazione tra le sorti e le fortune "private" dei milanesi con quelle "pubbliche" degli Sforza e della dinastia che avrebbero potuto produrre (come più naturalmente si realizzava invece, per esempio, a Venezia e a Firenze) un forte e organico coinvolgimento della popolazione nel governo dello Stato: importantissimo elemento di forza, suscitatore di energie nei momenti di difficoltà e di crisi, come appunto si vide negli stessi anni nelle altre due città. Al momento della caduta del Moro, e poi nei decenni fra la prima dominazione francese e l’assestarsi del dominio spagnolo, Milano mostrò non solo scarse possibilità di intervento, ma anche una limitata partecipazione: lamentando le rovine e i lutti che la travagliavano, ma senza avere la volontà e la forza di prendere iniziative. Il tentativo di creare un governo provvisorio dopo la fuga del Moro, nella memoria della Repubblica Ambrosiana, fallì subito, per il mancato riconoscimento dei Francesi. I ceti dirigenti milanesi, se si trovarono sbalzati in primo piano dal succedersi degli eventi – almeno come interlocutori obbligati dei potentati che si affacciavano in Lombardia -, non apparvero però capaci di dar vita a una strategia complessiva di governo: conseguenza di un’acquisita e rassegnata consapevolezza che le sorti della città e dello Stato erano nelle mani di altri, né vi era ormai spazio d’intervento. Le grandi famiglie non erano assenti, ma facevano una politica propria; ovvero, con gli altri gruppi sociali, esprimevano occasionalmente "governi provvisori", o "comitati d’affari", per trattare con i signori che si succedevano, senza riuscire a esprimere una volontà né un progetto di governo di ampio respiro per una grande repubblica o per un grande stato regionale. E’ una constatazione che numerosi cronisti, letterati, politici contemporanei, esponenti di culture "urbane" formulano in termini pesantemente negativi: i milanesi non sanno reggersi da soli, manca loro una tradizione di governo e di spirito civico; essi non sanno esercitare quel ruolo di ceti dirigenti di un grande Stato cittadino a dimensione regionale come i cittadini di Venezia e di Firenze. E’ una constatazione che in termini sdegnati esprime lo stesso Machiavelli. Ma la secolare estromissione dal governo dell’aristocrazia urbana rendeva impossibile a Milano affrontare quelle difficoltà che risultavano gravissime anche per le antiche repubbliche cittadine: di fronte a una situazione del tutto nuova, in cui, con le grandi potenze straniere, "era entrata in Italia una fiamma ed una peste che non solo mutò gli stati, ma e’ modi ancora di governagli ed e’ modi delle guerre" (Guicciardini, 1509, ed. 1931).


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Milano nell'orbita spagnola

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da "Pittura a Milano, Rinascimento e Manierismo" 1998, Cariplo, Milano - Ed. Arti Grafiche Amilcare Pizzi



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