Lombardia

 

Compendio delle croniche della gran città di Milano

Nuovamente dato in luce, ove si racconta come, e da chi fu edificata ed ampliata, e terre e luoghi che sono stati sotto il suo dominio, i grand'uomini che ne sono usciti, gli erioci fatti, e generose imprese de' suoi cittadini, colle guerre ed altre cose assai memorabili successe nello spazio di 3173 anni.

  home
     

Capitolo primo
Dei diversi nomi di Lombardia, e perché fu così chiamata.
Avendo a descrivere i successi della gran città di Milano dopo la sua origine, per maggior soddisfazione dei curiosi ingegni, mi è parso di dire prima della regione ove ella è posta, la quale secondo la diversità de’ tempi ha avuto diversi nomi; ma lasciando da parte alcuni nomi particolari imposti ad alcune parti, e non a tutta essa regione, come poco convenevoli al mio proposito. Dico che fu prima nominata questa regione Gallia cispadana ossia Cisalpina, cioè di qua dalle Alpi, dai Galli, i quali passando le Alpi, e scndendo in questi paesi, ne scacciarono i Toscani, e quivi si fermarono, come scrive Livio nel V Libro, e Polibio nel III (1). Fu poi detta Longobardia, dai Longobardi che lungo tempo ne furono signori, i quali passarono di Germania dall’isola di Scandia, posta nel mar Germanico, nell’Italia, ed erano così chiamati dalle lunghe barbe che portavano, siccome Longobardi secondo Paolo Diacono (2) ed altri scrittori. Ed è da saper che due fiate passarono i Longobardi nell’Italia. Prima furono condotti da Narsete capitano di Giustiniano imperatore contra di Totila re degli Ostrogoti, e poi altresì (pur da lui addimandati) essendo adirato contra Giustiniano imperatore. Vero è, che non vennero infino che lui visse, ma lui mancato, correndo l’anno della salute nostra 578 scesero in Italia, e la tennero soggiogata insino nel 800, secondo il Volaterrano (3), ma secondo il Candido, nel III lib. Delle “Istorie d’Aquileja”, infino al 774 (4), e secondo Platina, 776, quando fu fatto prigione Desiderio loro re da Carlo Magno. Onde tirannizzarono Italia anni 232. ma Elia Capriolo nel V libro delle “Istorie Bresciane” dice, che vi stettero solamente 204, soggetti però a 21 re, o a 22, secondo il Candido nel I libro. Adunque da questi Longobardi fu addimandato questo paese Longobardia, oggi detta Lombardia, levata la sillaba “go” per maggior dolcezza nel pronunziare. E ancora che di tutta Italia fossero padroni i Longobardi, niente di meno più domesticamente e lungamente dimorarono in questa regione che altrove, e però gli fu imposto tal nome, dappoi che fu coronato imperatore Carlo Magno da Leone III papa. Il quale nome insino al presente è perseverato.

Capitolo II
Della prima origine di Milano, e perché fu addimandata Mediolanum.
Diverse sono le opinioni de’ scrittori circa la edificazione di Milano il qual è chiamato Mediolanum da Strabone (5), Catone (6), Polibio, Livio, Trogo, Cornelio Tacito nel XVII libro (7), Ammiano Marcellino nel XVI lib., Antonino nell’ “Itinerario”, Plutarco nella “Vita di Marcello”, Procopio nel II libro dell’”Istoria de’ Goti”, con molti altri nobili autori. De’ quali alcuni scrivono, che dopo l’universale diluvio della terra, passò si Scozia in questo continente di terra (ora Italia addimandato) Tubal figliuolo di Jafet (8), di Noè figliuolo, e pigliò tutto quel paese, che si trova esser fra Taranto e il Po con tutta questa amena e piacevole pianura, che si ritrova a man destra nel Po, insino all’Alpi di Legione e di Vessiane (9).
E quivi abitando, visse cento novanta sette anni, ed ebbe dalla moglie novanta figliuoli fra maschi e femmine, dei quali ne vide uscir tredici mila e settecento nipoti. Ai quali consegnò e divise tutto detto paese da Taranto al Po insino alle Alpi anzidette. Vero è, che aggradendogli questa bella campagna (poi Gallia Transpadana addimandata, e al presente Lombardia di là dal Po) vi cominciò a fare alcune casuzze in forma di una contrada, nominandola Subria (10). mancato tubal, rimase in suo luogo Messalo suo nipote, che accrebbe molto questa contrada e la intorniò di mura addimandandola da sé Messapia. Ma non potè però far tanto, che estinguesse il primo nome, anzi parea, che quanto più s’affaticasse d’estinguerlo, tanto più crescesse. Poi essendo cresciuti di popolo questi paesi, dopo molto tempo passando di qua dell’Appennino i Toscani soggiogarono ogni cosa eccetto che Subria, la quale, eziandio dopo molte battaglie, la ottennero per forza. Onde uccisero tutti gli abitatori di essa, e poi che l’ebbero saccheggiata, l’abbruciarono. Quanto a questo nome di Mediolano, cioè perché fosse detta questa città varie sono opinioni. Alcuni dicono, che talmente fu nominata per esser posta fra due Iami, o siano due fiumi, cioè Adda e Tesino. Altri scrivono che tal nome vi fu imposto da Belloveso, per comandamento degli Dei, avendogli fatto intendere che ‘l dovesse far una città, ove ritrovasse una Scrofa mezza nera e mezza bianca, che avesse la lana sopra le spalle. Onde ritrovandola quivi la fece, nominandola Mediolano quasi a dire mezza lana (11). Catone dice che traesse il nome da Olano capitano dei Toscani, che fu il primo a fermarsi quivi con gli altri Orobici, e poi scacciati i Toscani da Medo capitano dei Galli Insubri, e avendo costui aggradito questa città, ch’era una contrada, l’aggradì parimente di nome, mettendo il suo nome Medo, innanzi al nome Olano, e così ne risultò Mediolano. Il dotto Andrea Alciato dice circa questo nome così: edificarono questa città i Biturici, e gli Edui, secondo che scrive Livio, onde ciascun d’essi gli diede l’arma sua, i Bituricesi un montone, ch’è la loro insegna, e gli Edui una porca. Onde di queste due insegne ne composero una, cioè disegnando una porca lanata, e così per tale ragione nominarono la città Mediolano, perché in lingua Celtica antica Medel vuol dir pulcella (onde ancor in Germania è la città Medelbog, detta dalla medesima ragione), e lano significa terra e paese. La dissero adunque terra della pulcella, cioè di Minerva, la quale ivi si adorava con gran cerimonie, come eziandio scrive Polibio, e il suo tempio per la fede cristiana, fu poi distrutto, ed edificato un altro consacrato al nome di S. Tecla (12), la quale in quei tempi era in grandissima venerazione delle sante vergini, come scrive Girolamo nella cronica d’Eusebio, onde detto Alciato fece l’infrascritto epigramma, che ora si ritrova nel libro degli Emblemati suoi (13) per questa causa.

Bituricis veruex, Heduis dat sicula signum.
His populis patriae debita origo meae est,
Quam Mediolanum sacramdixere puellae
Terram: nam vetus hoc Gallica lingua sonat.
Culta Minerva fuit, ninc est, ubi numine Thecla
Mutato ma tris virginia ante domum.
Laniger huic signum sus est, animalque biforme,
Acribus hanc setis, lanitio inde levi.


Sono altre opinioni circa l’imposizione del nome di questa città, ma per essere di poca autorità, e forse di manco verità le lasceremo da parte. Io crederei gli fu imposto questo nome di mediolano dai Galli, o fosse per comandamento degli Dei, ovvero per le loro insegne, come nota Claudiano (14) quando dice:

Continuo sublime volans ad moenia Gallis
Condita lanigerae suis ostentantia pellem
Pervenit, adventu Veneris pulsata recedunt,
Nubila, rarescunt puris aquilonibus Alpes.


Capitolo III
Come Belloveso venne in Italia, e scacciò i Toscani di Subria, e l’aggrandì, nominandola Mediolano, e della venuta di Breno re de’ Svevi.
Era questa città, come è detto, una contrada nominata Subria, come potemmo conoscere da Livio e da Stradone, il qual dice nel libro II: “Insubres hac in aetate sunt qui Mediolanum metropolim habent. Ea quidam pridem vicus erat. Omnem enim vicatim habitabant, hac vero tempestate esimia dignitatis Transpadanum civitas est, quodammodo Alpibus finitima. Ora essendo venuto qui Belloveso di Gallia, e avendone scacciato i Toscani, i quali dopo molte battaglie l’avevano ottenuta per forza, aggrandì questa contrada, e molto la magnificò, e da detti Galli fu Mediolano nominato. Onde Livio e Trogo dicono che la fu edificata dai Galli, cioè aggredita, conciossiachè sovente usano li scrittori questo vocabolo d’edificare invece di ristorare e di aggrandire. Narrano le antiche croniche, che vi fece Belloveso una muraglia larga 24 piedi ed alta 614, e circondava e serrava dentro tutto l’ambito della città, e facendovi 130 torri in essa muraglia di smisurata grossezza ed altezza, delle quali n’erano sei porte principali. E ciò fu fatto 270 anni avanti che scendesse nell’Italia Breno re di Svevi e Ungheri, secondo Merula nel I libro dell’”Istorie dei Visconti”. Ora avendo Belloveso fatto talmente questa fabbrica, si fece nominar re di questi paesi, ove signoreggiò quarant’anni. Nel qual tempo i Galli da lui condotti in Italia ristorarono e aggrandirono molti luoghi e città in questa regione ed anco in altre. Mancando Belloveso gli successe in signoria Segoveso suo figliuolo, uomo prode nell’armi, e ciò fu d’anni 700, avanti la nascita di Cristo; secondo una cronica, ma secondo un’altra 644. Avendo Segoveso tenuta la signoria, non solamente di questa regione, ma anco di tutta la Gallia Cisalpina 58 anni, passò di questa vita, lasciando suo successore nel regno Brunisedo, o sia Bruniesvido suo figliuolo. Il qual tenne l’imperio di Milano e degli altri luoghi della Cisalpina 51 anni, o siano 70 secondo altri. Regnando costui con felicità scese nell’Italia Breno re de’ Svevi e Ungheri con gran esercito, contra il qual passo Brunisedo con gran compagnia d’armati, e azzuffati insieme, dopo lunga battaglia, rimase debellato Breno. Il qual fuggendo ne’ suoi paesi, ragunò poi un grosso esercito, dicono di quaranta mila persone, e ritornò nell’Italia, e passò a Milano, ove uccise Brunisedo. Poi andò a Roma, e fu superato dai Romani, come dimostra Livio, il che fu innanzi l’avvenimento del nostro Signore Gesù Cristo anni cinquecento sedici. Dopo la partita di Breno, accrebbe Milano tanto in moltitudine di popolo quanto di ricchezze. Onde era chiamato Metropoli, o sia capo di tutto questo paese, come dice Polibio nel II libro, Stradone, e Plutarco nella vita di Marcello (15).

Capitolo IV
Come Milano fu soggiogato dai Romani, e saccheggiato da Attila, e dell’autorità degli arcivescovi di coronar i re d’Italia.
Essendo dunque Milano con gran parte della Gallia Transpadana dai Galli insubri posseduto, fu mandato M. Marcello e C. Cornelio consoli da Romani contro di quelli dei quali era re Virodomato, ed azzuffati insieme, fu ucciso detto re da M. Marcello. Le cui spoglie opime consacrò Marcello a Giove Feretrio in Campidoglio, e così soggiogò Milano capo degli Insubri. Di poi stette Milano sotto i Romani lungo tempo onde accrebbe molto in ricchezze e in popolo, e massimamente sotto gl’imperadori. Dei quali molti si dilettarono d’abitar quivi, aggradendoli il luogo, e anco per la comodità ch’avevano di guerreggiar coi Galli e Germani quando bisognava. Laonde Cesare assai fiate vi soggiornò, e Nerva; e a Traiano tanto gli aggradiva il luogo che vi edificò un superbo palazzo che ora si dice il “Palazzo” (16). Si fermò eziandio quivi Adriano, e altresì Massimiano Erculeo che vi fabbricò un gran tempio, dedicandolo ad Ercole, ove al presente appare la Chiesa di S. Lorenzo. Vicino a questo tempio furono da lui poste sedici colonne di marmo, sopra le quali fece un’ornatissimo palazzo per gli imperatori. Il qual fu poi abbruciato e non vi rimase altro che le colonne. Si dilettò assai d’abitare in questa città Filippo imperatore cristiano, e dopo lui Costantno, Sostanzio, Gioviniano, Valente, Valentiniano e Teodosio. Fiorendo il glorioso dottore della chiesa Ambrosio arcivescovo di questa città. Fu donato ai Milanesi dal detto Teodosio uno dei chiodi, coi quali fu confitto sopra la croce il nostro Salvator Gesù Cristo e anco il serpente di bronzo fatto da Mosè nel deserto (17). Il chiodo ripose S. Ambrogio nella chiesa di S. Salvatore, che poi fu detta S. Tecla, e il serpente nella chiesa di S. Gervasio e Protasio, al presente di S. Ambrogio. Passò alla vera vita tanto dottore quivi l’anno della nostra salute 393 ai 4 d’aprile (18). Morto Teodosio e le sue ossa portate a Costantinopoli, parve ai Milanesi che passasse con esso il seggio Imperiale, rimanendo come abbandonati. Lande essendo molto mesti e di mala voglia, vi fu mandato da Teodosio Giuniore per governo d’essi e degl’Insubri e de Cenomani, e di molti altri paesi di qua dal Po Giacomo. In questi tempi passando in Italia Attila re degli Unni e avendo rovinato la città di Aquleia nel 440, passò quivi e saccheggiò la città di Milano, essendo arcivescovo il beato Eugenio. Successe a Giacomo nel governo di Milano, e degli altri paesi d’Italia, Richimere uomo savio e prudente. Costui essendo animoso, passò contra Igoro re degli Alani (ch’era sceso nell’Italia con grandissimo esercito, e aveva già soggiogato Bergamo) e lo scacciò fuori d’Italia. Poi passò a Roma e uccise Antemio con Bilimere goto capitano dell’esercito nemico e soggiogò Roma, e indi a tre mesi dopo avuto tanta vittoria, passò all’altra vita. Mancato lui, pigliò le insegne dell’imperio occidentale Olimbrio a lui date dal popolo Romano, e dopo lui Glicerio e poi Augustolo. Il quale avendo fatto prigione Oreste padre di Odoacre re degli Eruli e dei Turilingi in Pavia, e avendolo ucciso in Piacenza passò a Roma e si fece re d’Italia, come scrive Paolo Diacono nel XXVI libro (19), Biondo nel II e III libro (20), il Volaterrano nel XXIII libro dei Commentarj. Ma le croniche antiche di Milano dicono che mancato Richimere fu creato re d’Italia Diocleziano milanese, e coronato nella chiesa di S. Ambrogio da Teodoro arcivescovo, il quale più volte rimase vittorioso dei Galli e Germani ch’erano entrati nell’Italia. Dopo morto costui dicono che Massimiano de’ Conti di Castello di Separo fu parimente coronato re d’Italia dall’anzidetto Teodoro arcivescovo. E riportò questo prode re, secondo che elle dicono, gloriosa vittoria di Alessio re d’Ungheria, ch’era passato nell’Italia. Io non posso intendere come fossero coronati re d’Italia questi uomini soprannominati dall’arcivescovo di Milano, non avendo mai ritrovato che loro fosse data tal autorità da chi la potea dare. Pur si potrebbe dir che in quelli in felicissimi tempi nei quali parea essere stata data Italia in preda a tutte le nazioni del mondo essendo tanto attenuata, e mancata la possanza degl’imperatori che anco loro non si poteano difendere da diversi barbari, che parea lecito a ciascuno di procacciare d’insignorirsi di quella in qual modo le paresse e potesse. E così sorsero gli arcivescovi di Milano che loro pareva di tener il primato in Italia, non riconoscendo ancora il pontefice Romano per lor superiore usurpandosi tal officio, coronavano i re d’Italia, ch’erano eletti dal popolo Milanese, se pur vero quel che dicono quelle croniche.

Capitolo V
Dell’ordinazione della corona di ferro, colla quale s’incoronavano gl’imperatori a Milano.
Passato di questa vita Massimiano sopradetto, venne in Italia Teodorico re degli Ostrogoti, mandato dall’imperatore di Costantinopoli e ucciso Odoacre ch’aveva usurpato Italia, s’insignorì d’essa e venne a Milano, ove, si fece coronar della Corona di ferro in segno ch’è necessario, a chi vuole insignorirsi dell’Italia, e massimamente della città di Milano di pigliarla con l’armi di ferro in mano. Così dicono le croniche le quali soggiungono, che costui fu il primo che ordinasse si dovessero coronare i re d’Italia di tal corona in Milano. Poi fu ridotta questa coronazione a Monza, che si dovesse però fare per l’arcivescovo di Milano con molte cerimonie. Altrimenti dice, Biondo nel XIII libro, aver ritrovato, cioè che fu fatta questa ordinazione da Gregorio V papa, ovvero da Ottone imperatore I, ovvero dai primi elettori dell’impero, che quel che fosse dichiarato re di Germania, andando a Roma, per la confirmazion dell’impero, dovesse pigliar due corone nel viaggio, una di paglia a Monza e l’altra di ferro a Milano dall’arcivescovo. Successe nell’imperio d’Italia a Teodorico Alarico suo nipote, qual fu coronato in Milano della detta Corona di ferro nella chiesa di S. Ambrogio, dal B. Dazio arcivescovo. E essendo ucciso nel terzo anno del suo imperio, pigliò la signoria Guidetto, nominato Vitige da Biondo nel IV libro.

Capitolo VI
Come Milano essendosi dato a Belisario, fu con grande uccisione saccheggiato e rovinato da Uraia, e della venuta dei Longobardi in Italia.
Avanti che Vitige fosse fatto prigione, essendo divenuto in fastidio ai Milanesi il governo de’ Goti, dirizzarono a Roma Dazio arcivescovo (21) a Belisario sopradetto capitano di Giustiniano, pregandolo volesse mandar un prode capitano con soldati a Milano, che gli darebbero la città liberandosi dalle mani dei Goti. E così Belisario vi mandò Mundilla, uomo molto esperto nell’armi, e gli fu data la città. Il che intendendo Vigite, incontamente vi dirizzò Uraja suo nipote con mille Borgognoni a lui mandati da Teodoberto re di Francia, e talmente assediò Milano, che non vi potendo entrar cosa alcuna divenne a tanta necessità delle cose per il bisogno del vivere, che gli fu necessario, se non voleano pericolare dalla fame, d’arrendersi a lui, ed entrando nella città non servando patto alcuno, ne fede data, uccise più di trenta mila persone, e diede a sacco ogni cosa ai borgognoni insieme con le femmine; poi fece rovinare gli edificj con le mura della città. Fatto poi prigione Vitige e condotto a Giustiniano imperatore in Costantinopoli da Belisario, successe nella signoria d’Italia ovvero sopra i Goti Ildibardo, e fu coronato della Corona di ferro in Milano. Il qual ucciso da Bovilla suo cameriere, entrò nella signoria Bertero suo figliuolo, che solamente visse nella signoria sei mesi, e morì nell’anno di Cristo apparso nel mondo cinquecento sessantatre. Dopo cui fu creato re Totila, cognominato Baldovilla nipote di Ildibardo, il qual eziandio pigliò la Corona di ferro con le solite cerimonie in Milano. Fece questo eccellente re gran cose, e prese Roma due volte; alfine fu ucciso nella giornata fatta a Caglio fra lui e Narsete capitano di Giustiniano imperatore. Morto Totila, e superati i Goti, rimase alquanto in riposo Italia e parimente Milano essendo governato da Narsete anzidetto, in nome dell’Imperio.
Regnarono i Goti in Italia 72 anni, cominciando dalla venuta di Teodorico I re, insino alla morte di Totila loro ultimo re. Scesero poi i Longobardi in Italia, dopo la morte di Narsete, essendo loro re Alboino per il Friuli, e avendo soggiogato tutta la region di Venezia passarono a Milano, e dopo lungo assedio l’ebbero a patti, onde secondo l’usanza Alboino si fece coronar della Corona di ferro da Frontine (22) Arcivescovo. Ucciso Alboino fu creato re de’ Longobardi Alefi (23) suo nipote, o sia Dric, il qual volle anco esser coronato della Corona di ferro. Dopo la ruina de’ Goti (come innanzi ho detto), e l’entrata de’ Longobardi nell’Italia, fu mandato in Italia da Giustiniano imperatore Longino Esarca (24) contra i Longobardi, e fu a lui soggetta la maggior parte d’Italia.

Capitolo VII
Come i Longobardi crearono trenta Duchi, non volendo re, poi crearono ancora i re, e come ebbero fine nell’Italia.
Ucciso Alefi dai suoi, il secondo anno da che era stato coronato re, crearono i Longobardi trenta Duchi non volendo più i re. De’ quali quattro furono maggiori cioè quel di Roma, di Narni, di Spoleto e di Benevento. Onde i Milanesi fecero loro duca, Perideo, ossia Alom, secondo Paolo Diacono nel II libro. Dopo dieci anni essendo entrato nell’Italia Smaragdo Esarca, e avendo pigliato Classe (25), città vicina a Ravenna, e quivi superato i Longobardi radunandosi insieme li anzidetti duchi, crearono loro re Autari, già figlio di Clefi, cognominandolo Flavio dalla dignità, lande poi tutti i re Longobardi furono detti Flavii, secondo Paolo Diacono nel libro III. Morto Autari successe nel reame Agiolfo (26) eletto per marito e re da Teodolinda regina, di volontà di tutti i duchi. Il qual fu ornato dell’insegne reali in Milano. Fece questa Teodolinda a Monza il magnifico tempio dedicato a S. Giovanni, ornandolo di molte eccellenti ricchezze, delle quali eziandio ora parte si vede, cioè una chioccia con alquanti pulcini d’oro, con molti vasi preziosi. Dopo Agiolfo successe nel reame Adaloaldo suo figliolo, ed a costui seguitò Arioaldo, e poi Rotari, e dapoi Rodoaldo suo figliuolo. Ucciso Rodoaldo, pigliò la corona del reame Ariberto figliuolo di Gundoaldo, fratello della regina Teodolinda. Mancando Ariperto di questa vita divise la signoria ai figliuoli così: lasciò a Gundeberto Pavia, con una parte del reame, e a Perterito Milano, con un’altra parte. Ma dopo la morte d’Ariperto, Grimoaldo duca di Benevento uccise a tradimento Gundeberto per farsi lui re. Il che vedendo Perterito ancora fanciullo, fuggì da Milano, e poi dopo la morte di Grimoaldo fu egli creato re. Il qual fu cristianissimo e pigliò in sua compagnia per il governo del regno Cudiberto suo figliuolo, benché fanciullo, il qual lasciò sotto la cura di Aspirando, passando di questa vita. Onde isdegnato Ragimberto, duca di Torino, mosse guerra a quello, ed azzuffati insieme rimase debellato Aspirando vicino a Novara, con Rotari duca di Bergamo, e così Ragimberto si coronò del reame. Al qual successe nel regno Ariberto suo figliuolo. Il qual (anch’egli) superò Aspirando con Rotari, e altri duchi dei Longobardi, presso al Tesino, e fece prigione detto Rogatari, che si era coronato in Lodi del reame, e lo fece tosare per maggior sua vergogna, e alfine lo fece uccidere in carcere con Liutperto fanciullo. Dappoi per forza soggiogò l’isola Comacina, posta nel lago di Como, ove era fuggito Aspirando, e rovinò insino ai fondamenti il castello che quivi era (27). Vero è, che avanti ottenesse detta isola, già era fuggito Aspirando in Baviera per la Valle di Chiavenna. Onde avendo ragunato un potentissimo esercito ritornò nell’Italia e fece la giornata presso al Tesino col detto Ariberto, e lo superò in tal guisa, che volendo fuggire e passar il Tesino rimase sommerso nell’acqua. Poi fu coronato re il prefato Asprando dai duchi signori e baroni dei Longobardi. Dopo alcun tempo consegnando l’insegne del regno a Liutprando suo figliuolo, passò all’altra vita. Morto poi Liutprando, essendo ragunati i duchi, signori e baroni del regno, per coronar Irprando figliuolo di Liutprando, secondo le consuete cerimonie dei longobardi apparve sopra l’asta del detto l’augel cuco, di che pigliandone i signori ragunati tristo augurio non lo vollero per loro re, anzi coronarono Rachesio duca di Friuli. Costui (pensando ai fatti suoi) dopo alquanto tempo rinunciò la corona del reame ad Astolfo suo fratello, e andò a Roma con la moglie e figliuoli, e lasciando la vita del mondo pigliò l’abito monacale, acciò più quietamente potesse servir a Dio. Fece assai cose Astolfo, e poi passò di questa vita, essendo a cacciare le salvaticene, ove fu ferito da un fiero cinghiale, secondo scrive Merula, ma Biondo dice che morisse d’apoplesia. A cui successe Desiderio, il quale (dopo molte opere da lui fatte) alfine fu sprigionato da Carlo Magno in Pavia, e condotto in Francia, e in costui ebbero fine i re de’ Longobardi nell’Italia, avendovi regnato da duecento trentadue anni con gran felicità. Il seggio dei quali era in Pavia e in Monza, e sovente furono coronati i loro re in Milano, come è detto. Ai quali era soggetta qusi tutta l’Italia, ma più abitarono di qua dall’Apennino che di là, nel paese oggi Lombardia addimandato, per le ragioni che nel principio abbiamo dette (28).

Capitolo VIII
Come l’imperio dimorò nella stirpe di Carlo magno cento anni; poi fu eletto Berengario della stirpe de’ Longobardi e delle guerre che ne seguì.
Rovinata la signoria dei Longobardi nell’Italia da Carlo Magno, fu fatto re d’Italia da esso Pipino suo figliuolo, e questo morto, fu mandato Bernardono (29) suo nipote. Successe poi a Carlo Magno nell’imperio, Lodovico Pio suo figliuolo, il quale fece uccidere Bernardono re d’Italia per aver trattato d’ucciderlo. Nel cui luogo pose Poteri primo suo figliuolo che prese la corona dell’imperio, morto il padre. Dopo Poteri fu incoronato imperatore Lodovico secondo, il qual morì poi a Milano, avendo governato l’imperio Romano ventun’anno. Mancato di questa vita Lodovico, pigliò l’insegne dell’imperio Carlo II detto il Calvo, figliuolo di Lodovico Pio. Ed avendo Carlo tenuto lo scettro imperiale anni sei, fu coronato imperatore Lodovico III cognominato Baldo; insieme con Carlo III detto Grosso, ebbe cura dell’imperio; ed essendo lui morto, rimase solo nell’imperio detto Carlo, il quale imperò dieci anni, e poi essendo divenuto come pazzo, vi fu dato per compagno Arnolfo figliuolo di Carlo Magno, il quale amministrò i negozi dell’imperio da dodici anni. Mancando Arnolfo mancò insieme con lui la dignità imperiale della stirpe di Carlo Magno, nella quale era stata circa cento anni, come chiaramente dimostra Biondo, Platina, Sbellico Volaterrano, con Roberto Guagnino nell’istorie loro. Benché (morto Arnolfo sopraddetto) fosse dai Galli eletto imperatore Lodovico, suo figliuolo, e da sei anni fosse riverito da quelli, non fu però confermato dal papa, secondo la consuetudine, né accettato dai Romani, anzi essi elessero imperatore Berengario duca di Frioli, della stirpe dei Longobardi, uomo molto ricco e nelle armi prode. Il che intendendo Lodovico, scese nell’Italia con grand’esercito, ed azzuffandosi insieme, fu superato Berengario. Ma essendosi poi rimesso, passò contra Lodovico presso Verona, e tanto fu l’ingegno e forza di Berengario, che non solamente ruppe l’esercito di Lodovico, ma anco lo fece prigione, e cavandogli gli occhi, l’uccise. Avendo regnato quattro anni Berengario, passò di questa vita, e pigliò l’insegne dell’imperio, Berengario II. Il qual dopo tre anni fu scacciato d’Italia da Ridolfo re di Borgogna. Parimente avendo tre anni tenuto l’imperio Ridolfo, fu altresì scacciato da Ugone di Arli (30). Regnò costui dieci anni, e mancando lasciò suo successore Loterio suo figliuolo, che regnò due anni, e passando all’altra vita lasciò Adleida sua consorte signora di Pavia. Il che intendendo Berengario terzo nipote del primo, nato da una figliuola, venne in Italia con Adalberto suo figliuolo, e si insignorì d’essa, e la tirannizzò undici anni, e incarcerò Adleida regina di Pavia, e scacciò fuora d’Italia Enrico duca di Baviera. Non potendo i Romani sostentar la tirannia d’esso, chiederono ajuto a Ottone (31) figliuolo d’Enrico duca di Sassonia, il quale scese in Italia con quaranta mila combattenti, e si azzuffò con quello al Friuli, e lo superò. Dippoi gli consegnò parte della Gallia Cisalpina di là dal Po. Ma costui non contento di tal parte, essendo ritornato Ottone in Germania, cominciò di ragunare un esercito per acquistare tutta l’intiera signoria. Il che intendendo Ottone, ritornando nell’Italia con grand’esercito, combattè con lui, e lo superò facendolo prigione con Adalberto suo figliuolo. Uno dei quali mandò a Costantinopoli, e l’altro menò con lui, e pigliò per sua consorte la regina Adleida, da cui ebbe Ottone secondo che a lui successe nell’imperio Romano, avendo imperato anni trenta. Al secondo Ottone che passò a miglior vita nel 17 anno del suo imperio, seguita il terzo Ottone figliuolo di quello. Costui governò l’imperio 19 anni. Nel cui tempo fu promulgata la legge degli elettori dell’imperio da Gregorio V papa, cioè che si deve tener quello esser imperatore, che canonicamente fosse eletto da quelli elettori, cioè da duca di Sassonia, dal marchese di Brandeburg, dal conte Palatino, e per cagione di discordia dal re di Boemia, la qual legge insino ad oggi è stata osservata. Mancato Ottone fu eletto dagli elettori imperatore Enrico duca di Baviera, e in questi tempi si nominano imperatore in Italia, Ardoino m marchese d’Ivrea, essendo eletto dai vescovi e gentiluomini delle città vicine di Lombardia. La qual cosa intendendo Enrico imperatore, scese nell’Italia con valido esercito contra Ardoino, e combattè con lui, e rimase perditore. Essendo poi Enrico esortato dall’arcivescovo di Milano a ristorare l’esercito, e un’altra volta, tentare la fortuna della battaglia, ritornò nell’Italia e animosamente azzuffandosi con Ardoino, dopo lunga contesa, alfine lo superò. E fece la vendetta contra quelli, ch’erano stati cagione di tal cosa. Entrò poi in Milano, e si fece coronar della Corona di ferro, secondo la laudevole consuetudine. Ed avendo imperato anni 8 divotissimamente rese l’anima al Creatore. Fu poi eletto imperator Corrada Suevo, che passò nell’Italia con grande esercito, e assediò Milano per soggiogarlo, ma non potè per la prodezza del popolo che lo difese. Onde si partì senza verun profitto, e ritornò in Germania. Dice Merula con Biondo che apparse S. Ambrogio all’imperatore assediando Milano, e gli minacciò la morte, se non lasciava l’assedio della città.

Capitolo IX
Del carrozzo che fecero le comunità d’Italia per l’arte militare, e come la Chiesa di Milano venne sotto l’obbedienza del papa.
Ancora che fosse Milano agl’imperatori soggetta, era nondimeno amministrata la giustizia dai capitani, e altri officiali dal popolo eletti, tenendo però il primato della città l’arcivescovo eletto dai cittadini. E occorrendo che dai detti cittadini fossero eletti più uomini all’arcivescovato, era mandata l’elezione all’imperatore, e quello otteneva l’arcivescovato, che da esso imperatore era eletto. Nel tempo che il sopraddetto Corrado guerreggiava in Lombardia. Cominciarono i popoli d’Italia a pigliar ardire ed esercitarsi nell’armi contro i nemici. Ed acciò che con qualche ordine andassero alla battaglia, fecero un carro per ciascuna comunità nominandolo carrozzo (32). Il quale era più alto delle comuni carra da quattro rote, ornato di panno rosso, nel cui mezzo era un’asta lunga dalla cui sommità scendevano assai funi, da molti uomini tirate, sopra la quale appariva una bella croce d’oro, da cui pendeva una bandiera bianca con la croce rossa nel mezzo. Conducevano questo edificio quattro paja di buoi, copertati di bianco, con la croce rossa. E teneva cura d’esso un prode, animoso, e gagliardo cavaliero, e acciò fosse riverito ed onorato, eragli donato dalla città una maglia ed una spada che seco portava. Con il carrozzo sempre eravi un sacerdote per celebrare la messa, e ministrare i sacramenti secondo il bisogno. Seguitavano detto officio otto trombetti della città salariati. Questo dava segno ove si doveva fermare l’esercito fermandosi lui. Quivi eziandio si riducevano le squadre rotte, e pigliata la forza ritornavano alla battaglia. Perduto il carrozzo era rovinato l’esercito. Governandosi adunque i popoli d’Italia in libertà sotto l’imperio, passò Corrado di questa vita avendo imperato anni 15, e fu eletto in suo luogo Enrico II suo figliuolo. Insino a questi giorni aveva prosuntuosamente osservato la Chiesa di Milano di eleggere un arcivescovo a suo piacere, senz’altra osservazione, la qual libertà era di durata oltre duecento anni, ma rivedendosi del suo fallo ed errore, in questo tempo si sottomise al papa, riconoscendolo per capo della chiesa militante, e seguitarono in questa cosa la Chiesa di Milano, quasi tutte la Chiese dell’Occidente (33). Ed a tanta impresa era stato mandato a Milano il letterato Pietro Damiano (34) da Ravenna, vescovo Ostiense, e cardinale della Romana Chiesa, il quale egli testifica nelle sue opere, ridusse essa Chiesa Milanese all’antica obbedienza della Chiesa Romana. Cominciò eziandio in questi giorni gran discordia, e travaglio tra la nobiltà e la plebe di Milano, talmente in libertà governandosi; onde sovente combattendo insieme, alfine fu scacciato Ottifredi arcivescovo (35) capo della nobiltà, da Erembalaso capo della plebe, e fu eletto arcivescovo Tealfio Castiglioni. Il qual con sua prudenza riconciliò la plebe con la nobiltà.

Capitolo X
Come i Milanesi soggiogarono Lodi e ristorarono Tortona rovinata, poi essendo Milano preso a tradimento e rovinato, e dopo ristorato, ebbero vittoria nella crudel battaglia di Barilano.
Passata all’altra vita Enrico II imperatore, fu eletto in suo luogo Enrico III suo figliuolo, nemico della Chiesa Romana, il quale avendo imperato 49 anni mancò di questa vita, e di comun consentimento degli elettori, pigliò lo scettro imperiale Enrico IV suo figliuolo non meno nemico della Chiesa Romana del padre. Nei cui tempi bruciò la maggior parte di Milano. Il che non dee parer impossibile, perché erano in quei tempi le abitazioni di creta e di legno, che talmente erano fatte al meglio ch’era stato possibile dopo ch’era stata rovinata la città nei tempi passati come s’è detto. Onde era facil cosa di bruciarsi tutte, accendendosi il fuoco in un luogo e spirando il vento. E per tanto fu fatto uno statuto, che ne’ tempi dei venti non presumesse alcuno d’accendere foco in casa, né per cocere cibi, né per altra cagione. Lande occorreva che durando lungamente il vento, alcuna volta appena si poteva trovar pane, ed altre cose cotte necessarie per il vivere umano. Era in questi dì arcivescovo Giordano Clivio (36). Essendo pacificata la città, furono ricercati i Milanesi dai Bresciani in ajuto contra i com’aschi, i quali ebbero vittoria, e poi soggiogarono Lodi vecchio e gli rovinarono le mura, scacciandone fuori il popolo e facendolo abitare nelle ville quaranta anni in tanta miseria e calamità, che non è così duro cuore che l’intenda, che a compassione non si muovi come scrive Merula nel III libro (37). Avendo tenuto l’imperio 15 anni Enrico IV passò all’altra vita, nel cui luogo dagli Elettori fu posto Lotteri duca di Sassonia. Il quale venendo a Milano fu coronato della corona di ferro da Anselmo Posterla arcivescovo. Fu questo Anselmo che rovinò Como (38), essendo ritornato Lotteri in Germania e superò i Pavesi. In questo tempo levò il papa dalla soggezione dell’arcivescovo di Milano, il vescovo di Bobbio, con tre vescovi di Corsica, dandoli per suffraganei al vescovo di Genova, il qual fece arcivescovo. Fu eziandio fatto il monastero di Chiaravalle, per opera di S. Bernardo (39). Poi che ebbe Lotteri amministrato l’imperio anni undici, mancò della presente vita, e fu eletto in suo luogo Corrado secondo Svevo duca i Baviera, già nipote d’Enrico IV. Nei giorni di questo imperatore cominciarono le fazioni dei Ghibellini e Guelfi, e fu ucciso in Siria per la fede di Cristo Martino Torriano, detto il “gigante” per la sua fortezza.
Passato 15 anni ch’era stato nell’imperio, abbandonando i mortali successe nel seggio imperiale Federico Barbarossa Svevo fratello del detto Corrado. Il qual pigliò lo scettro dell’imperio, non contraddicendoli gli elettori, piuttosto che fosse eletto. Onde fatto re dei Romani passò in Italia, e pigliò per forza Asti, rovinò Tortona a prieghi dei Pavesi e passò a Milano. Onde fu coronato della Corona di ferro da Uberto arcivescovo con gran favore del popolo (40). Coronato poi a Roma della corona dell’imperio ritornò in Germania. Passato lui in Germania ristorarono i Milanesi Tortona, e cominciarono ad infestare i Pavesi, trattandoli molto male. Il che intendendo Federico, tutto isdegnato ritornò in Italia e dimostrassi nemico ai Milanesi, non solamente per aver ristorato Tortona, e aver maltrattato i Pavesi e Lodigiani e Cremaschi, ma eziandio per ubbidire papa Alessandro, di cui era nemico. Onde assediò Milano con potentissimo esercito, e dopo alquanto tempo non avendo vettovaglia i Milanesi fu tradita la città da alcuni malvagi cittadini e vi entrò, e fece gettare a terra le mura di quella da quei popoli ch’erano stati ingiuriati dai Milanesi, cioè Pavesi, Lodigiani, Bergamaschi, Com’aschi e Novaresi (41). E mandò quindi a Colonia i corpi dei tre santi magi i quali erano nella chiesa di S. Eustorgio (42). Partì poi il territorio di Milano in sei contadi, cioè: nel contato di Martesana, di Lecco, Patrazzo, Borbaria, Bazana e di Seprio; mettendo sopra ciascun d’essi un conte Alemanno. Volendo che sopra di tutti quelli vi fosse un suo vicario, che abitasse in Milano. Istituì poi i Catanei e Valvassori suoi officiali (43), che portassero le insegne imperiali. E uccise tanti quanti ne potè aver dei conti di Angera, dei quali vi scampò dalle mani solamente Viviano, il qual fuggì a Bologna. In questo tempo usarono i Tedeschi tanta crudeltà contra i Milanesi, e loro fecero tante ingiurie che pensò, non tante averebbono fatte i Turchi. Correndo poi l’anno di Dio umano 1167, drizzando il capo molte città di Lombardia contra Federico, ch’era passato a Verona e a Vicenza, fecero consiglio di ristorare Milano che furono Cremona, Piacenza e Verona con alcune altre, essendo creato arcivescovo Galdino da Sala, dopo la crudel morte di Uberto Pirovano. E così cominciarono ai 7 d’aprile a ristorare detta città nel 1167. Passò Federico a Roma contra Alessandro (44) Papa e non lo potendo aver (perché s’era ridotto a Benevento) ritornò tutto adirato in Lombardia, e vedendola tutta in arme contra di sé, non ebbe ardire di andarli contra, ma andò in Germania e radunò un potente esercito, e lo condusse in Italia per vendicarsi dei Milanesi, Bresciani, Veronesi, Novaresi, e Verzellini. I quali intendendo il grande apparecchio che aveva fatto Federico e che gli veniva contro, radunate tutte queste città insieme col carrozzo, gli andarono contro infino a Barilano (45) nella via che passa da Milano a Como. Onde incontrata l’una parte e l’altra, cominciarono a combattere amendue le parti con tanto sdegno, ira e ardire, che per buona pezza non si potè discernere chi fosse vincitore. Pur facendo un gran sforzo i Tedeschi incalzarono tanto fortemente i Milanesi, che si ritrassero al carrozzo. E quindi considerando in che termine si ritrovavano, deliberarono di voler piuttosto morire gloriosamente che vivere in servitù. Ed esortandosi insieme, ritornarono contra il nemico e con tanto ordine combatterono, che finalmente ne riportarono gloriosa vittoria, benché con loro grande uccisione, ma molto maggiore de’ nemici avendo ucciso il banderale che portava lo stendardo dell’Aquila, e morto il cavallo di Federico, credendo ognuno essere anco lui ucciso. Fu grande l’uccisione de’ Tedeschi ma molto più quello dei Pavesi e Com’aschi ch’erano in compagnia di Barbarossa. Il qual avuto che ebbe questa rotta fece pace coi Milanesi (46).

Capitolo XI
Dei magistrati di Milano e d’alcuni successi memorabili.
Fu Federico il primo che istituì i vicarii detti dell’imperio sopra questi paesi, e i podestà sopra le città. L’ufficio dei quali era d’aver cura della città, tanto nei tempi della pace, quanto della guerra, d’amministrare giustizia, e di radunar gli eserciti, e di condurli contra gl’inimici come già facevano i consoli Romani. Eziandio erano eletti in città ciascun anno alquanti consoli, che doveano esser sempre in compagnia del podestà per consigliarlo nel governo della repubblica, avendo libertà di far pace o guerra. In Milano vi erano aggiunti i savii della Credenza (47), cioè consiglieri secreti dei consoli. Poi aveva l’arcivescovo di Milano un vicario addimandato vicecomite, che giudicava le differenze del popolo e puniva i cattivi. Erano ancora i Questori o siano tesorieri, che fedelmente tenevano buon conto delle entrate della città. Non era lecito ad alcuno trattare quest’officio, se non fosse stato console. Vi erano i capitani della plebe e i Valvassori, ossiano servitori di quelli; e altri detti dalla Motta che avevano cura di liberar i poveri dalla rabbia dei mali uomini e porgere aiuto a quelli, che non avevano modo di aiutarsi. Questo era l’ordine del governo di Milano in questi tempi. Avendo Federico tenuto l’imperio anni 17 ed essendo passato all’acquisto di Terra Santa, pericolò in un fiume presso Iconico (48) volendosi lavare, e fu eletto imperatore Enrico V suo figliuolo. Sotto cui la plebe di Milano ordinò il maestrato della Credenza di sant’Ambrogio. Imperato che ebbe Enrico otto anni, morì in Palermo, a cui successe nell’imperio, di consentimento degli elettori, Filippo suo fratello. Il qual regnò 9 anni e poi fu ucciso dal conte Palatino, e crearono gli elettori imperatore Ottone IV duca di Sassonia, il quale venne a Milano a coronarsi della Corona di ferro, secondo l’antica usanza. Onde dopo quattro anni, abbandonando la mortal spoglia, fu posto nel seggio imperiale dagli elettori Federico II già figliuolo d’Enrico V. Il qual superò i Milanesi presso al fiume Oglio, facendo prigione Pietro Tiepolo Veneziano loro podestà, ed Enrico da Monza capitano, eziandio pigliando il carrozzo loro. Onde per tanta vittoria andò a Verona trionfante. Ristorando poi i Milanesi l’esercito saccheggiarono Bergamo amica di Federico col territorio di Cremona, ove era Federico, che mai ebbe ardire d’uscire contra loro. Avendo poi Federico raunato un potente esercito, passò a danni dei Milanesi, i quali arditamente vi andarono contra, essendo loro capitano Ottone Mandello, e azzuffandosi insieme dopo lunga battaglia, rimasero vittoriosi i Milanesi, i quali ritornarono tutti lieti a Milano, e Federico passò nella Puglia (49). Il che fatto crearono i Milanesi podestà, Pagano Torriano per essere uomo molto popolare, dolce, affabile, liberale e di grande ingegno. E questo fu il primo de’ Torriani che avesse magistrato in Milano, secondo Merula nel V libro. Passarono i suoi avoli a Milano da Valle Sassina del territorio di Como, e per le gran ricchezze che avevano s’amicarono tutto ol popolo (50).

Capitolo XII
Come ebbero i Milanesi vittoria contra Fedrico, e poi s’insignorirono i Torrioni di Milano, e dopo molte gloriose imprese di Napo, furono scacciati.
Essendo creato Pagano podestà continuamente crescevano i mali umori degli odii fra la plebe e la nobiltà, essendo arcivescovo Lione di Perego, fautore di detta nobiltà. Così passando le cose in Milano ritornò ancora Federico con grande apparato di soldati contra i Milanesi, il qual uscendo animosamente di Milano contra di lui, lo scacciarono e pigliarono suo figliuolo vicino ad Adda (51), e con gran trionfo lo condussero a Milano, e poi graziosamente e onoratamente lo lasciarono libero. Mancò poi Federico nemico della Chiesa Romana scomunicato e deposto dell’imperio da chi fu eletto imperatore 28 anni. E pigliò il seggio imperiale Corrado suo figliuolo da alcuni degli elettori eletto, il qual fu avvelenato da Manfredi. In quell’anno che morì Federico, nacque Matteo Visconte, poi Magnifico nominato, per l’opere grandi che fece. Concordandosi gli elettori, crearono imperatore Rodolfo conte de Aldeburg. Crescendo pur gli odii fra la plebe e la nobiltà di Milano, com’è detto, fu, a compiacenza dell’arcivescovo, eletto podestà dai capitani e valvassori Paolo Soresina, ch’era capitano della nobiltà contra la plebe e Credenza loro. Il che non volendo sopportar la plebe, elessero anche eglino Martino Torriano, acciò difendesse loro dall’insolenza dei nobili. Ma poi concordandosi elessero di comune volontà un forestiero, deponendo quei due primi fatti. Nientedimeno non poterono molto tempo star in pace, ma dopo pochi giorni, drizzando l’armi la plebe contra i nobili, tanto fecero che scacciarono Lione arcivescovo con tutta la nobiltà, essendo loro capo Martino Torriano. Il qual si fece poi nominare signor della Credenza. Vero è che poco dopo facendo forza i nobili, scacciarono esso Martino, ma ritornò ancor col favor della plebe, e si fece maggior che prima, quasi totalmente insignorendosi di Milano. Mancando Lione arcivescovo, fu posto in suo luogo Ottone Visconte da Urbano papa. Passò poi all’altra vita Martino Torriano, essendo signore di Milano nell’anno di Cristo 1263 e fu sepolto nella chiesa di Chiaravalle. Fu Martino uomo molto prudente, mansueto, clemente e benigno, non dimostrava segno alcuno di crudeltà. Soleva dir che mai avrebbe fatto uccidere alcuno, perché egli non ne aveva generato essendo la sua moglie sterile. Successe nella signoria Filippo suo fratello uomo di grande ardire. Soggiogò costui Bergamo, Novara e Lodi, e fece assai cose e maggiore ne avrebbe fatte, se lunga vita gli fosse stata conceduto. Con ciò fosse che in esso si ritrovava (oltre la grandezza dell’animo) una certa benignità e graziosità, dalle quali era ciascuno sforzato ad amarlo. Mancò di questa vita nel 1265. E pigliò la signoria Napo suo nipote, il qual con potente esercito passando Oglio, soggiogò Palazzuolo castel del Bresciano con altri castelli. Nei tempi di costui furono annoverati in Milano trenta mila uomini da portar armi. Si insignorì anco Napo di Lodi e di Vigevano, ed ebbe prigione Succio Vestarino signore di Lodi con due figliuoli, e li fece morire in prigione, essendoli dati da Pietro Tentacolo. Esaltò i Fisiraghi in Lodi, nemici dei Vestarini. Superò eziandio Gottifredi Languisco signore di Pavia con i fuorusciti di Milano presso al fiume Guaisca vicino ad Angera, e fece prigione detto Gottifredi con Tebaldo Visconte fratello di Ottone arcivescovo e padre di Matteo e di Uberto, con molti altri fuorusciti di Milano, e fece loro tagliere il capo. Dappoi che ebbe più volte rotto gli eserciti de’ fuorusciti di Milano nel 1277 combattendo contra Ottone arcivescovo, del cui esercito era capitano Riccardo Languisco vicino al castello Decimo, fu fatto prigione dal detto Riccardo, essendo ucciso Ponzio Amato Cremonese con Francesco Torriano suo carissimo cugino (52).
Onde fu cacciato di Milano Cassone suo figliuolo che si ricoverò a Parma. E fu con gran gloria e trionfo Ottone arcivescovo condotto a Milano coi Mandelli, Mirabelli e Castiglioni, i quali poi furono tutti creati Cutanei dal detto Ottone. Il qual tenne la signoria di Milano alquanto tempo, avvenga che fosse conturbato da Cassone Torriano e da Raimondo Patriarca d’Aquileia suo cugino, e da Guglielmo marchese di Monferrato. Avendo Ottone alquanto tempo molto pacificamente governato Milano nel 1284, consegnò l’amministrazione della città a Matteo suo nipote, dandogli per compagni alcuni nobili e prudenti cittadini, e tra gli altri Enrico da Monza e Ottone Mandello, che fossero seco a governare la città. E così ciascun’anno se ne consegnava due nobili saggi e maturi cittadini, acciocché ogni cosa passasse quietamente. Onde Matteo talmente si governò nell’amministrazione della repubblica, ed eziandio nella guerra che meritamente fu nominato Magno.

Capitolo XIII
Origine della mobilissima famiglia dei Visconti.
Or pensando dar piacere ai curiosi lettori, voglio qui descriver la genealogia dei Visconti, come la descrive il Merula nel V libro. Il qual dice che questa mobilissima famiglia ebbe origine dai re Longobardi, ch’erano passati dopo la presa di Desiderio loro re, con la moglie e figliuoli in quei luoghi ove avevano avuto imperio i loro re. Ed avvenga che dopo Carlo Magno fosse governata Italia dai re, da lui e dai suoi successori dati, o dagl’imperatori o pei loro vicari e procuratori, nondimeno sempre fu osservata l’antica consuetudine, che i conti d’Angera della stirpe dei Longobardi dovessero servire all’arcivescovo di Milano coronando i Cesari della Corona di ferro. Lande fu osservata quella usanza infino che Federico Barbarossa guastò Milano e uccise Tanti quanti ne potè avere dell’anzidetta famiglia. Onde non vi rimase alcuno di questa, eccetto Viviano che fuggì a Bologna; i cui successori o fosse per povertà o per sciocchezza, o per paura vivevano molto privatamente, non si facendo addimandare Conti ma Visconti, quasi diminuendo il loro titolo. Più oltre non parla Merula degli antenati di Viviano, né similmente dei suoi successori. Ma il Coiro ne parla più minutamente e dice che Iliprando (il qual uccise Baverio nipote di Corrado imperatore) abbandonando la vita nel 1075 lasciò Ottone. Essendo costui passato in Soria con Gottifredi Buglione all’acquisto di Terra Santa, e combattendo con Voluce principe Transjordano, l’uccise e tolse il cimiero ov’era una gran vipera a sette rivolture con uno scorticato fanciullo in bocca e prese quest’insegna. Di questo Ottone e di Lucrezia sua consorte di regia stirpe di Francia, rimasero Andrea e Ottone II. Di questo nacque Uberto e Giovan Francesco. Successe Andrea nella signoria del padre, e lasciò dopo sé Galvagno nato della figliuola del conte di Savoia. Seguì poi Viviano che fuggì a Bologna. A Viviano successe Andreotto, e a costui Tibaldo. Uscì Matteo Magno di Tibaldo nella terra di Invorio, Opizzo, Azione e Ottone che fu poi arcivescovo di Milano. Nacque didietro fratello di Tibaldo, Lodrisio e Gasparo. Matteo Magno lasciò Galeazzo, Marco Luchino, Giovanni e Stefano padre di Matteo II, di Galeazzo II e di Bernabò: così scrive Coiro (53).

Capitolo XIV
Come Matteo Visconte fu fatto Vicario dell’imperio da Arnolfo imperatore, poi dopo molte prove rinunciò la bacchetta, e ritornarono i Torriani a Milano.
Seguitando il primo proposito, dico che avendo tenuto lo scettro dell’imperio Rodolfo anni 19, ed essendo mancato di questa vita, successe a lui di consentimento degli elettori Arnolfo conte d’Assia, che visse nell’imperio anni sei, e poi fu ucciso da Alberto già figliolo di Rodolfo imperatore. Costituì Arnolfo, Matteo Visconte Vicario imperiale di Milano, e di tutta Lombardia, e gli donò l’aquila nelle sue insegne. Onde si cominciò a nominare Matteo Vicario nell’imperio nel 1294; soggiogò Matteo Como, ed entrando nel Monferrato, pigliò Trino, Ponte di Stura, Moncalvo con molti altri castelli facendoli tributare, che dovessero pagare a lui tre mila lire di moneta d’Asti. L’anno seguente passò all’altra vita Ottone arcivescovo d’anni 88 di sua età, nel monasterio di Chiaravalle. Fu Ottone uomo molto saggio, prudente e buono. Nei cui tempi accrebbe molto Milano, e in ricchezze e in nobiltà. Onde si ritrovavano in esso da cento dottori di leggi, e furono annoverati cento cinquanta mila cittadini. Tra i quali erano due, che facevano cose da far maravigliar ognuno cioè Uberto della Croce, e Guglielmo da Posterla. Il primo per la sua gran forza, correndo un possente cavallo a tutta briglia, lo riteneva che più oltre non passasse, e altresì portava un giumento carico di frumento. Eziandio non ritrovava alcun tanto gagliardo, che lo potesse muovere, essendo fermo solamente sopra un piede. L’altro era di tanto ingegno dalla natura dotato (benché non avesse mai imparato altro che un poco di grammatica) che tanto drittamente sentenziava in ciascuna lite e causa, che non era alcun dottore, che vi potesse dire contra, ovvero aggiungerli cosa alcuna. Onde essendo Podestà di Bologna, con tanta prudenza, e con tanto ingegno decideva ogni causa che tutti i dottori si meravigliavano, non avendo cosa da opporli. Mancato Ottone, soggiogò Matteo Novara, e vi lasciò Galeazzo suo figliuolo per Podestà. Successe nell’imperio ad Arnolfo Alberto duca d’Austria, che l’aveva ucciso in battaglia. Confermò Alberto Matteo nel Vicariato di Milano, e di Lombardia, ed egli istituì Galeazzo suo figliuolo governatore di Milano, e gli dette per moglie Beatrice figliuola di Azione da Este, marchese di Ferrara. Congiurando insieme Alberto Scoto primo uomo di Piacenza, Filippino Languisco tiranno di Pavia, Corrado Rusca da Como, Simone avvocato da Vercelli, Guglielmo Bruciato da Novara, con molti altri tiranni di Lombardia, condussero un grand’esercito nel territorio di Milano contra matteo. Il qual vedendo di non poter resistere, rinunciò la bacchetta del Vicario ad Alberto Scoto, e passò a Piacenza nel 1302. Onde ritornarono a Milano i Torrioni, che erano stati fuorusciti circa 25 anni. E questi furono Mosca, Guidetto, Francesco e Simoncino, con tutti gli altri di detta famiglia.

Capitolo XV
Come Mosca Torriano scacciò la nobiltà, e s’insignorì di Milano, poi si pacificò coi Visconti per mezzo d’Enrico VI imperatore, il quale confermò ai Monzaschi la coronazione.
Entrato Mosca in Milano, scacciò fuori tutta la nobiltà, e fece Podestà Guglielmo Bruciato soprannominato. Dipoi egli si fece signore della città, ma poco visse in signoria. Lasciò dopo sé Cassone, Pagano, Rainaldo, Odoardo, Napo, e Meschino suoi figliuoli. Successe al Mosca nella signoria Guidetto suo fratello, molto più civile, e grazioso di lui. Pigliò costui la signoria di Piacenza per due anni con ajuto d’Alberto Scotto, e vi mise podestà Passarono Torriano. Dopo 15 mesi s’insignorì d’essa città detto Alberto, avendone scacciato Tegnarca Palavicino, podestà mandato da Guidetto. Mancando poi l’arcivescovo di Milano, fu eletto Cassone Torriano. Essendo stato nell’imperio Alberto anni dieci, passando il Reno fu ucciso da Giovanni figliuolo del fratello, e fu riposto nel seggio imperiale dagli elettori Enrico VI (54) duca di Lucimborgo nel 1308. E nel 1310 scese nell’Italia e venne a Milano, conducendo seco Matteo Visconte, e pacificò i Visconti coi Torrioni, e pigliò la Corna di ferro con le solite cerimonie, da Cassone arcivescovo, nella chiesa di S. Ambrogio, e fu dichiarato esser re dei Longobardi, ed essendogli dato lo scettro col pomo d’oro, ov’era descritta l’Asia, Europa ed Africa, essendovi soprapposto una croce d’oro. Sedeva quivi vicino la regina con le bionde trecce pendenti dietro le spalle, cinta d’una ricca corona d’oro, ornata di pietre preziose. Coronato Enrico fece 50 cavalieri dei circostanti baroni, dei quali fu il primo Matteo Visconte, e Guglielmo Posterla, e cinse loro la spada donandoli alcuni nobili presenti. Si rappresentarono i Monzaschi lamentandosi, perché non era andato a Monza a pigliar la Corona di ferro nella chiesa di S. Giovanni Battista secondo l’antica usanza. Ai quali con buone parole soddisfece Enrico, e loro confermò il privilegio, che avevano di detta coronazione, e quei gli presentarono cinquanta mila ducati d’oro per tal confermazione. Bandì poi Enrico i Torriani da Milano. Rinnovò la compagnia della Credenza di S. Ambrogio in favor della plebe, ed eziandio la compagnia imperiale contra quelli che straparlassero dell’imperatore. Diede ancora lo stendardo giallo con l’aquila negra alla nobiltà, onde fu divisa la città. Confinò anco Matteo in Asti, e Galeazzo suo figliuolo a Trivigi. Ma poi li rivocò a Milano, ed a Guarnero di Aspurg (55), imponendo il governo di tutta Lombardia, il qual volle aver in sua compagnia nel governo Matteo. Fu ancora da esso Enrico consegnato Galeazzo podestà ai Piacentini, e Luchino ai Bergamaschi. Passò poi a miglior vita Enrico nel quinto anno del suo imperio.

Capitolo XVI
Di molti egregi fatti di Matteo Visconte, e suoi successori.
Nacque gran discordia tra gli elettori nell’elezione del nuovo imperatore, imperocché parte elesse Lodovico duca di Baviera, e parte Federico duca d’Austria. Onde otto anni insieme amendue combatterono. Alfine avendo Lodovico superato Federico due volte passò nell’Italia, e si fece coronare a Milano della Corona di ferro, e a Roma da Stefano Colonna della corona imperiale, con le solite cerimonie, contra la volontà del papa, al qual fu sempre nemico, e perciò fu scomunicato e privato d’ogni onore e grado d’ufficio che avesse o potesse avere. Ma esso non istimando il pontefice né la sua autorità, fece antipapa Pietro di Corbario dell’ordine dei Minori, uomo temerario, come dimostra Biondo, Platina, S. Antonino, Sbellico, e il Volaterrano con tutti gli scrittori di quei tempi. Essendo in tal termine le cose s’insignorì di Piacenza Galeazzo, avendone scacciato Alberto Scotto, e fu confirmato procuratore perpetuo d’essa, di Cremona e di Crema dall’anzidetto Lodovico Bavaro. Guerreggiò Galeazzo contra Filippine Languisco, signor di Pavia, e lo pigliò nella battaglia, e l’incarcerò in Milano, e poco dopo s’insignorì anco di Tortona. Così felicemente succedendo le cose de’ Visconti, fece far Matteo Gibellino Castello (56) alla bocca del fiume Iria, ove mette capo nel Po, per proibire la vettovaglia ai nemici. Superò eziandio Matteo sovente i Torrioni, con molti altri nemici e fuorusciti di Milano, e pigliò Goffredi vescovo di Padova, fratello di Pagano, Odoardo fratello del Mosca, Amorato, e Guidetto di Guido tutti Torrioni con 80 nobili Milanesi, e uccise Ricciardino figliuolo di Filippine Languisco. Fu ancora ricevuto per signore da’ Pavesi, ai quali consegnò per podestà Luchino suo figliuolo, e fece in Pavia una Rocca. Parimente lo chiederono per loro signore gli Alessandrini, ove mise per podestà Marco suo figliuolo. Vennero ancora sotto la sua signoria i Valentiani (57), e gli consegnarono Antonio Fisiraga, già tiranno di Lodi, che tenevano in carcere. Ed esso lo mandò a Milano, e lo fece mettere in carcere, ove morì.
Passò eziandio delle presente vita in questi giorni Ubertino fratello di Matteo, uomo di grande ingegno, e molto prode nell’armi, e fu onorevolmente sepolto in S. Eustorgio. Fabbricò eziandio Matteo il palazzo della piazza de’ Mercanti, ove si dovessero ragunare i dodici savi uomini a giudicare i negozii dei mercatanti, e imporre gli onesti prezzi alle robe da vendere. Poscia nell’anno 1313. Cassone Torriano rinunziò al papa l’arcivescovato di Milano, e accettò il patriarcato d’Aquileja, acciò potesse quietamente vivere, vedendosi contraria la fortuna a sé ed a’ suoi. Nel cui luogo fu eletto dal chiericato Giovanni figliuolo di Matteo. Ben è vero che ‘l pontefice già vi avesse designato per arcivescovo Aicardo, uomo prudente, e letterato dell’ordine dei predicatori. Onde giunto a Milano non potè entrare nella città, così avendo ordinato matteo, e per tanto fu dal papa scomunicato, e interdetta la città. Il che vedendo Matteo, acciocché non paresse esser stato escluso l’anzidetto Aicardo di suo consiglio, depose il nome del Vicariato, e si fece nominar capitano del popolo e difensore della libertà. Signoreggiava Matteo a Milano, Cremona, Bergamo, Lodi, Pavia, Piacenza, Novara, Vercelli, Acqui, Alessandria e Tortona. Teneva stretta amicizia con Giovanni Quirino da S. Vitale, e con Orlando Rosso, uomini di grande autorità in Parma, avendoli ajutati a scacciar fuori di Parma Gilberto da Correggio loro contrario. Aveva altresì grand’amicizia con Cane della Scala signor di Verona. E per tante cose che aveva fatte, ottenne il cognome Magno onde da tutti era così addimandato. Riportò anche in questi tempi Galeazzo molte vittorie sui Torrioni, e soggiogò Crema, e scacciò di Cremona i Cavalcaboi. Essendo Matteo di 72 anni (dopo tante cose da lui fatte) nel 1322 passò della presente vita, e fu sepolto nel monasterio di Cressenzago. Fu Matteo molto allegro, presumendo assai delle sue forze, terribile di voce, in tal maniera ch’era detto Bruglia, dal forte ruggito che faceva. Era tanto costumato, che da tutti i cittadini era amato ed aveva tanta prudenza ed ardire in trattar i negozi della repubblica, ed eziandio tanta felicità in maneggiar le cose della guerra che parea esser creato a dover signoreggiare. Fu anco cattolico, e divoto circa in offici sacri, in tal modo, che non si sdegnava aiutare a vestire il sacerdote per celebrare la messa. Lasciò dopo sé questi figliuoli: Galeazzo, che fu nominato dal frequente canto dei galli che si udiva quando nacque, Marco, Luchino, Giovanni arcivescovo e Stefano. Nella signoria successe Galeazzo, il quale poco dopo ne fu scacciato dai fratelli, ma presto ritornò con essi suoi fratelli, cioè nel medesimo anno, che fu nel 1322. Avendo poi lungamente combattuto col legato del papa, e riportatone vittoria, venne alle mani con marco suo fratello. Essendo poi passato a Milano Lodovico Bavaro nel 1327 fu incarcerato Galeazzo nel carcere di Monza, che egli avea fatto fare, con Giovanni arcivescovo, Luchino, e Azione suoi fratelli, auspicando il Bavaro che l’avessero voluto tossicare. Nacque tal sospizione, perché servendo Stefano loro fratello al detto, e facendogli la credenza del vino incontamnete s’infermò e morì. Incarcerati adunque i Visconti, designò il Bavaro ventiquattro cittadini che avessero governo della città, lasciando per suo Vicario di Lombardia Guglielmo conte di Monteforte. Furono poi lasciati liberi i Visconti l’anno seguente, i quali subitamente cavalcarono al Bavaro, che era in Toscana, e dimorando a Pescia mancò di vita Galeazzo d’anni 51 di sua età. Fi Galeazzo, secondo Bernardino Coiro nella terza parte dell’istorie, bellicosissimo principe e forte, di mediocre statura, ben carnoso, di color bianco e rubicondo, con la faccia rotonda, liberale più che qualunque altro uomo, magnifico in donare e far conviti, non timido nelle avversità, di gran consiglio, raro in parlare, ma facondo. Mancato questo principe designò per suo Vicario il Bavaro in Milano Azione suo fratello che fu nel 1326. Onde con gran favore ritornò in Milano. Poi nel 1334 fu creato arcivescovo di Milano Giovanni fratello di Azione. Ed ottenne Azione Cremona, e nel 35 comperò Piacenza da Francesco Scotto e da molti altri cittadini, e pigliò anco Brescia e Como. Dopo molte altre egregie opere da lui fatte ai 14 d’agosto del 1339, e di sua età 83, disse vale ai mortali, non lasciando alcun figliuolo legittimo. Era Azione di comune statura, rotondo di faccia ed allegro, coi capelli alquanto rizzi, giocondo d’aspetto, piacevole e umano, ed oltremodo liberale, e di gran prudenza, per la quale molto aumentò la signoria di Milano. Dopo la morte d’Azzone, di comune consiglio de’ cittadini e del popolo milanese, pigliarono la signoria di Milano Giovanni arcivescovo e Luchino fratelli. Ben è vero che Giovanni lasciò tutto il governo temporale a Luchino insino che visse, il qual governò tanta repubblica con grandissima umanità e prudenza. Nel 1346 fu eletto imperatore Carlo IV figliuolo di Giovanni re di Boemia. Passò poi a miglior diporto Luchino a’ di 23 gennaio nel 1349. Fu Luchino uomo di grandissima prudenza e di grande animo, giusto ed amorevole. Ebbe sotto il suo governo Milano, Brescia, Cremona, Piacenza, Parma, Lodi, Asti, Alessandria, Alba, Vercelli, Novara, Bobio, Bergamo e Crema. Fece fabbricare a Bergamo quella fortezza detta la Cappella. Successe a Luchino Giovanni suo fratello arcivescovo nella signoria non solamente di Milano, ma eziandio di tutti quelli altri luoghi. Il quale, come ebbe pigliato la signoria, incontamente rivocò d’esilio Bernabò e Galeazzo I suoi nipoti, che Luchino aveva confinati. Fece quest’uomo gran cose, per tal guisa che ne venne sotto la sua signoria Bologna, e Genova nel 1353. Dopo molte eccellenti opere da lui fatte abbandonò questa vita nel 1354 ai 5 d’ottobre in domenica alle 14 ore, lasciando eredi della signoria Matteo, Bernabò e Galeazzo II, figliuoli di Stefano suo fratello, e divise la signoria in tal maniera. Lasciò a Matteo Bologna, Piacenza, Lodi, Lugo, Massa, Bobio, Pontremoli, con Borgo S. Donnino. A Bernabò Cremona, Crema, Soncino, Bergamo, Brescia e Val Canonica, Luni. La Riviera del lago di Garda, Rivolta, Caravaggio col Ponte di Vario. A Galeazzo Como, Novara, Vercelli, Asti, Alessandria, Tortona, Castelnuovo, Bassignana, Vigevano, il Ponte del Tesino, S. Angelo, Monte buono e Mirano. Volle che Genova fosse sotto tutti tre. Sepolto l’arcivescovo, questi fratelli insieme elessero un podestà, che facesse ragione in Milano. E nel1355 furono tutti tre da Carlo imperatore fatti Vicari di Milano, Genova, Savona, Ventimiglia, e di Alberga con tutta la riviera di Levante e Ponente dal Corno insino a Monaco, col Vicariato di Locarno, ed esi dettero all’imperatore per presente cinquanta mila fiorini d’oro, con dodici corsieri copertati di sandalo, foderato di vairo, Passò poi all’altra vita l’anno seguente Matteo, la cui parte della signoria divisero fra sé i due fratelli. Lasciò poi questa mortal vita Galeazzo II in Pavia d’anni 59 di sua età, e nel ventun’anno della sua signoria, nell’anno di Cristo 1378. A cui successe nella signoria Giovan Galeazzo suo figliuolo, nominato conte di Virtù, per avere avuto per dote d’Isabella sua consorte, figliuola del re di Francia, il contado di Virtù, la quale nel 1360 l’aveva menata per sua sposa a Pavia. Nel medesimo anno che morì Galeazzo sopraddetto, morì eziandio Carlo imperatore, a cui successe, così volendo gli elettori, Vincislao suo figliuolo. In questi tempi Bernabò divise la signoria ai suoi figliuoli in tal modo. Consegnò a Marco la metà della signoria che aveva in Milano. A Lodovico Lodi e Cremona. A Carlo Parma e Borgo S. Donnino. A Ridolfo Bergamo, Soncino con Ghiera d’Adda. E a Mastino Brescia, la Riviera di Salò e Val Canonica. Poi nel 1385 dopo molte grand’opere fatte per mezzo di Egidio Palazzone Modenese, capitano del suo esercito, fu fatto prigione esso Bernabò da Giovan Galeazzo conte di Virtù suo nipote, avendo imperato con gran felicità anni trenta, e devotamente passò all’altra vita nella Rocca di Trezzo ai 18 d’agosto, essendo d’anni 66 di sua età. Fu Bernabò molto al furore soggetto, nel giudicar severo, e ove giustizia intendeva mirabilmente quella seguitava. Fece molti ottimi istituti i quali sono stati osservati. Deputò assai cappelle da essere continuamente ufficiate. Ebbe cinque figliuoli maschi legittimi, cioè; Marco, Lodovico, Carlo, Rodolfo e Mastino, ed ebbe dieci figliuole femmine.
La Verde che fu maritata a Leopoldo duca d’Austria, con dote di cento mila fiorini d’oro. Tadea maritata a Stefano duca di Baviera con altrettanto di dote. Agnese a Francesco Gonzaga. Anglesa a Federico Norimberg, Valentina a Federico re di Cipro. Caterina a Giovan Galeazzo suo nipote conte di Virtù, tutte con la somma dei predetti denari. Antonia a Corrado conte Virtemberghese, con settantacinque mila fiorini. Maddalena a Federico principe di Vindelicia con cento mila fiorini. Elisabetta detta Piccinina a Ernesto duca di Baviera con settantacinque mila. E Lucia a Edemondo figliuolo del re d’Inghilterra. Di diverse donne trasse altri figliuoli, cioè Ambrogio, e Nestore di Bertramella dei Grassi, Lancillotto di Donnina dei Porri con Palamidese. Galeotto di Caterina da Cremona, e Sacramoro di Montanara Lazani. Questo Sacramoro ebbe d’Achiletta sua moglie Leonardo, di cui nacque un altro Sacramoro, padre di Francesco Bernardino Visconte, e Leonardo che fu abate di S. Celso, con Pietro Francesco di cui uscì Alfonso. Generò eziandio detto Bernabò molte figliuole naturali (58).

Capitolo XVII
Come Giovan Galeazzo fu creato duca di Milano e conte di Pavia e d’Angera da Vincislao imperatore.
Incarcerato com’è detto Bernabò, pigliò la signoria di Milano e di tutte l’altre città e luoghi Giovan Galeazzo soprannominato, il qual maritò nel 1387 Valentina sua figliuola a Lodovico duca di Turronia fratello di Carlo re di Francia con la dote di quattrocento mila fiorini d’oro, colla città d’Asti e coi castelli e terre del distretto d’essa città. Questo parentado fu poi la rovina di casa Sforzesca e di Milano nel 1499, come narra Coiro con tutti gli scrittori. Dipoi pigliò Giovan Galeazzo Verona scacciandone Antonio dalla Scala nel detto anno, e anche s’insignorì di Vicenza e di Padova, scacciandone i Carraresi. E nel 1395 fu creato duca di Milano da Vincislao imperatore, con gran cerimonie (come dimostra il Coiro) infeudandolo dell’infrascritte città, castelli, ville, terre, munizioni, provincie, distretti, monti, colli e piani cioè di Brescia, Bergamo, Como, Novara, Vercelli, Alessandria, Tortona, Bobio, Piacenza, Reggio, Parma, Cremona, Lodi con le terre congiunte, Trento, Crema, Soncino, Bormio, Borgo S.Donnino, Pontremoli, Massanuova, Feliciano (59) con la terra e Rocca di Araffo (60) con tutte le pertinenze nella diocesi d’Asti, Serravalle, contadi e giurisdizioni pertinenti al sacro imperio, acque, stagni, torrenti, laghi, fiumi nelle nominate diocesi, e parimente Verona, Vicenza, Feltre, Belluno, Bassano con le sue giurisdizioni, Sarzana, Laventino (61) Carrara, S.Stefano con tutte le fortezze e terre e ville che sono nella diocesi di Luni. Dipoi nel 1397 fu creato conte di Pavia e conte d’Angera, e di tutte le terre sopra il Lago Maggiore dal detto imperatore. Da qual contado soleano esser insigniti poi i primogeniti dei duchi di Milano, innanzi che pervenissero alla successione del ducato. Acquistò anche Giovan Galeazzo Marcarla, Casadegno, S. Michele con Campanello (62) del marchese di Mantova. E nel 1399 s’insignorì di Pisa comprandolo da Gerardo Apiano. In quest’anno fu deposto dall’imperio, dagli elettori, Vincislao, siccome uomo indegno di tanto maestrato, e fu eletto Roberto di Baviera conte del Reno, in suo luogo. E nel 1402 detto duca ebbe Bologna, e assediò Fiorenza con un potente esercito in tal maniera, che se’ l non se gli interponeva la morte, l’avrebbe avuta fra poco tempo. Onde morì quell’anno del mese di settembre, in Melegnano d’anni 55 di sua età, lasciando la signoria a Giovanmaria e a Filippo Maria suoi figliuoli. Nondimeno consegnò a Giovanmaria primogenito Anglo (63) il ducato di milano, Bologna, Cremona, Lodi, Como, piacenza, Parma, Reggio, Bergamo e Brescia con tutto il paese insino al Mincio. A Filippo Maria Anglo secondogenito Pavia, col contado di Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Verona, Vicenza, Feltre, Belluno, Bassano con la Riviera di Trento insino al Mincio. A Gabriele Anglo naturale Pisa e Crema (64). Fu questo principe prudentissimo e astuto, e di vita solitario, fuggendo le fatiche quanto più poteva, timido nelle cose avverse, e audacissimo nelle prospere, e assai simulava, sontuoso, e non di pecunia spenditore anzi prodigo. Più promettea che non osservava, studiava che si divulgasse la fama sua per tutto il mondo. Oltra tutti i principi nei suoi successi fu fortunatissimo. Passò adunque di questa vita tanto principe in Melegnano ove aveva apparecchiato i regj ornamenti per farsi coronare re fra pochi giorni.

Capitolo XVIII
Come molte città si ribellarono della signoria di Giovan Maria Anglo, poi furono ricuperate da Filippo Maria.
Dopo la morte di Giovan Galeazzo successe nel ducato di Milano Giovan Maria Anglo, sotto il quale fu tutto travagliato il ducato, perché da lui si ribellarono quasi tutte le città della paterna signoria, e si insignorirono di essa molti tiranni. Tra gli altri Giovanni Suardo si fece signor di Bergamo. I Ciglioni di Trezzo, Giorgio Benzoni di Crema, Giovanni Vignate di Lodi, Gabrin Fondulo di Cremona, Ottobon Terzi di Parma e di Reggio, Bologna ritornò sotto la Chiesa, Gabriel Visconte vendè Pisa ai Fiorentini, Siena si ridusse alla sua libertà, Perugina ad Assisi furono restituite alla Chiesa, Verona e Vicenza si diedero ai Veneziani, e così quasi ogni cosa andò sottosopra. Fu questo duca uomo bestiale, imperocché cacciava gli uomini la notte coi cani, come si cacciano le selvaggine, e per le sue bestialità fu ucciso dai cittadini essendo alla messa in S. Gottardo nel 1412. A cui successe nel ducato Filippo Maria Anglo conte di Pavia suo fratello. Essendo mancato in questi tempi Roberto imperatore, fu designato a governar l’imperio dagli elettori Sigismondo duca di Lucimburgo figliuolo di Carlo re di Boemia e d’Ungheria, con favore di Giovanni XXIII papa ricoverò il duca Filippo quasi tutta la signoria paterna nella Lombardia con Genova perduta nei tempi di Giovan Maria essendo suo capitano Francesco Carmagnola; essendo poi detto Carmagnola con giusto isdegno da lui partito e aderito ai signori Veneziani; si ribellò Bergamo e Brescia, e si diedero ai detti Veneziani. E nel 1431 venne a Milano Sigismondo imperatore, e fu coronato della Corona di ferro secondo l’antica consuetudine con le solite cerimonie da Bartolomeo Capra arcivescovo di Milano, mettendogli nel dito annulare della mano destra un prezioso anello, e dandogli una spada nuda di gran prezzo e consegnandogli eziandio lo scettro col pomo d’oro (65), avendolo coronato di detta corona. Dopo la cui morte fu eletto imperatore Alberto duca d’Austria, genero del prefato Sigismondo. Ed essendo costui dopo due anni passato alll’altra vita, fu dagli elettori posto in suo luogo Federico III duca d’Austria. In questi tempi Filippo duca diede per moglie Bianca Maria sua figliuola naturale a Francesco Sforza da Cotignola, con la dote di Cremona e di Pontremoli. Al fine avendo perduto Genova, Bergamo e Brescia, e non le potendo ricuperare ed eziandio essendo morto Nicolò Piccinino nel quale aveva posto la sua speranza, e già essendo divenuto vecchio e cieco, e aggravato d’infermità passò di questa vita molto vecchio nel 1447. Fu Filippo di bella statura e di venerando aspetto, munifico, liberale, di sottil ingegno e molto astuto, facile nel punire, difficile nell’audire, mansueto e dolce nel parlare, non curandosi nel culto del corpo, e molto dedito alla caccia. Non poteva quietamente vivere per essere molto desideroso di signoreggiare. E quindi avvenne che tenne isvegliati tutti i signori d’Italia, per ogni picciola cagione faceva pace e similmente guerra. Fu meraviglioso artefice di simular le cose, e altresì di dissimulare. Aveva maggior compassione ai soldati che ai cittadini, di rado apparea in pubblico, talmente dava l’orecchie ai detrattori e riportatori, che per ogni minima suspicione lasciava i fedelissimi amici. Non potea udir cosa a lui più odiosa della morte quando se ne parlava. Temeva oltra modo le folgori e i tuoni dell’aria. Nei tempi suoi non fu veruno principe, con cui tanto liberalmente giocasse la fortuna quanto con lui, conciossiachè essendo fanciullo lo privò della signoria, di poi essendo giovane lo restituì, nella vecchiezza poi lo vessò e di pietosa madre, le divenne crudel matrigna. Soggiogò Genova, ebbe prigione due re con molti principi. Sovente combattè coi Veneziani e Fiorentini, dei quali più volte ne riportò vittoria. Domò gli Elvezj, gente ferocissima. Pigliò Bologna, Forlì e Imola, e poi le restituì alla Chiesa Romana. Non solamente conturbò Eugenio pontefice, ma anche fu cagione che fosse da Roma scacciato, e parea questo principe essere nell’Italia siccome maestro della nave, stando appoggiato al timone e drizzandola a suo volere (66).

Capitolo XIX
Della discordia che nacque in Milano dopo la morte di Filippo, e come il popolo si drizzò in libertà, poi creò duca Francesco Sforza.
Mancato Filippo mancò la signoria del ducato di Milano nella stirpe dei Visconti, la quale con tanta felicità era regnata in Milano per tanti anni. E si drizzò il popolo in libertà, benché dicesse Carlo duca d’Orléans francese a lui appartener il ducato di Milano, essendo nato di Valentina figliuola di Giovan Galeazzo I duca di Milano, e similmente Federico III imperatore, facesse intendere essere devoluto questo ducato all’imperio, essendo finita la linea dei Visconti secondo il tenore della investitura, e non meno affermarsi Francesco Sforza esser successore lui di Filippo per Bianca Maria sua consorte, già figliuola di detto Filippo. Ma prevalse la furia del popolo, ed elessero dodici cittadini che dovessero conservar la libertà, nominandoli conservatori della libertà. Il che fatto stracciarono il testamento del duca Filippo e crearono loro capitano contra i nemici della patria Francesco Sforza. Il quale, come fu eletto capitano, ricuperò Piacenza e Lodi ove erano entrati i soldati dei Veneziani da quei popoli chiediti. Ruppe poi l’esercito dei detti Veneziani a Caravaggio. Alfine fu creato duca di Milano detto Francesco da tutto il popolo nel 1450, e gloriosamente entrò nella città nel giorno dell’Annunciazione della madonna, ove fu con gran gaudio da tutto il popolo ricevuto. Pigliò poi l’insegne ducali colle solite cerimonie, e creò conte di Pavia Galeazzo suo figliuolo primogenito. Fece pace coi Veneziani, e fu creato signor di Genova e di Savona dai Genovesi e Savonesi. Rinnovò il castel di Porta Zobia (67) rovinato dai Milanesi dopo la morte del duca Filippo, e di tanta fortezza lo fece, che pochi simili in tutta Europa si ritrovano. Alfine poi che gloriosamente aveva passato i suoi giorni con gran dolore del popolo Milanese, nel 1464 abbandonò questa mortale spoglia. Lasciando di sé e di Bianca Maria sua consorte Galeazzo, Lodovico, Ascanio (che fu poi cardinale), Filippo, Ottaviano e Ippolita Maria femmina. Fu Francesco di bella statura, di onesta faccia, occhi allegri, largo nelle spalle, alto di petto, di capo calvo, e al tutto ben formato. Facondo nel parlare, e molto copioso, sottile d’ingegno, desideroso di gran cose, nel negoziare molto cauto, alle fatiche infaticabile, avveduto in tutte le sue operazioni, ad ingannare i nemici astuto, e solerte nel prevenire i suoi consigli. Di raro s’azzuffò alla sprovveduta co’ suoi nemici, più tosto li superava col tempo, che combattendo, si dilettava della moltitudine della fanteria nel suo esercito, coi quali dimostrava di quanto ingegno fosse e di quante forze. Altresì dilettatasi di vedere i suoi soldati ornati d’oro e d’argento. Fu presto sempre in eseguire i suoi consigli, dimostrando in tutte le sue opere con la tolleranza della fatica la prestanza dell’animo. Dopo la di lui morte pigliò il ducato di Milano Galeazzo suo figliuolo con le solite cerimonie. Il qual fu gran guerriero, e fu ucciso da’ suoi cittadini per la intemerata lussuria nel 1478 nella chiesa di S. Stefano, lasciando dopo sé Giovan Galeazzo, e Ermes suoi figliuoli, tratti di Bona figliuola del duca di Savoia sua moglie, con molti altri naturali. Fu Galeazzo molto bello di corpo, forte, robusto, e terribile nella battaglia, di sottile ingegno, paziente alla fatica, giusto nel giudicar e severo, fedele nelle promissioni, intemerato nella lussuria. Vero è che mai per forza non volle aver a far con femmina alcuna. Ucciso Galeazzo, fu ornato delle insegne del ducato di Milano Giovan Galeazzo suo primogenito, essendo ancora fanciullo sotto la tutela e cura di Bona sua madre e di Cecco Calabrese (68), uomo di grande ingegno di somma integrità. In questi tempi passò di questa vita Federico III imperatore, avendo governato l’imperio anni 47, nell’anno di Cristo nato 1486. A cui successe nell’imperio Massimiliano II suo figliuolo, già eletto re dei Romani. Regnò Giovan Galeazzo insino al 1494 ai 20 d’ottobre, lasciando dopo di sé Francesco II d’anni quattro che trasse d’Isabella sua consorte figliuola d’Alfonso II di Aragona re di Napoli. Questo duca, benché fosse bello di corpo, fu molto tardo d’ingegno, e poco ornato,e dotato dei beni dell’animo. Onde non pigliò mai il governo dello Stato, ma sempre fu governato dalla madre o da Lodovico suo zio.

Capitolo XX
Come Lodovico Sforza fu eletto duca, e ottenne l’investitura dal ducato con i suoi figliuoli legittimi e naturali da Massimiliano imperatore, poi fu prigione di Giovan Giacomo Trivulzio in nome del re di Francia.
Giovan Galeazzo mancato alla presente vita (essendo Francesco suo figliuolo molto fanciullo) e ritrovandosi Italia tutta in conquasso, per esservi passato Carlo Ottavo re di Francia, contra Alfonso d’Aragona re di Napoli, parve ai baroni del ducato di Milano che si dovesse eleggere un duca, uomo d’ingegno, esperto in trattare le cose dello Stato in tanti travagli, Onde elessero Lodovico Sforza (detto il Moro) che aveva amministrato i negozi, non solamente del ducato di Milano (essendo tutore di Giovan Galeazzo) ma ancor d’Italia. Il qual poi che ebbe ottenuto l’investitura da Massimiano imperatore, fu onorato dell’insegne ducali con gran solennità nel giorno di S. Teodoro martire, nell’anno della salute nostra 1495, con grande allegrezza di tutta la città di Milano. Fu questo Lodovico il primo degli Sforzeschi, che legittimamente fosse ornato di questa dignità ducale dello Stato di Milano, per non aver mai potuto ottenere gli altri Sforzeschi l’investitura dal sacro imperio. Fu investito Lodovico del ducato anzidetto con i suoi figliuoli legittimi, rispettivamente succedendo l’uno all’altro, ed eziandio ottenne detta investitura per i figliuoli suoi naturali, mancando i legittimi. Governò Lodovico il ducato di Milano insino all’anno 1499. Nel qual anno passando in Italia Giovan Giacomo Trivulzio con potente esercito, mandato da Lodovico XII re di Francia, già duca d’Orléans per ricuperare il ducato di Milano, dicendo appartenere a sé, per rispetto di Valentina sua ava, già figliuola di Giovan Galeazzo Visconte primo duca di Milano. Fuggì Lodovico il Moro in Germania, e così Giovan Giacomo pigliò tutto il ducato di Milano, eccetto Cremona con Giera d’Adda, ch’era stata consegnata ai Veneziani da Lodovico re ne’ patti fatti fra lui e detti signori, contra Lodovico Sforza. E così ottenne detto ducato il re, e fu gridato duca dal popolo. Ma l’anno seguente, ritornò Lodovico Sforza nell’Italia, con potente esercito d’Elvezj, e ricoverò quasi tutto il perduto Stato, eccetto il castel di Porta Zobia e Novara. Poi avendo assediato Novara, ove era Giovan Giacomo Trivulzio con l’esercito francese, fu dagli Elvezj per una quantità di danari tradito e dato nelle mani dei nemici, onde fu in Francia condotto, e morì nella città di Borgo in Francia nel 1508, lasciando due figliuoli legittimi, cioè Massimiano e Francesco II, tratti di Beatrice figliuola d’Ercole da Este primo duca di Ferrara sua consorte, e Giovan Paolo naturale. Fu Lodovico Sforza di bella abitudine di corpo, e molto venerabile, umano, benigno, grazioso, amato dai virtuosi, essendo lor molto liberale, di grande ingegno, cauto, astuto, e molto cupido di regnare. In giudicar retto, e in poche parole gran liti giudicava, e quasi inestimabili. Era di tanto ingegno, che parea, non che Italia, ma che tutta Europa fosse da lui governata. Fu molto pietoso e religioso. Pigliò il cognome di Moro per esser di color fosco. Condotto in Francia lo Sforzesco, venne a Milano Lodovico XII re di Francia, e fu insignito dell’insegne ducali. Il qual avendo fatto gran cose in Italia, ne fu alfine scacciato dagli Elvezj (69) e Veneziani per opera di papa Giulio II, nel 1512; e fu posto nel ducato di Milano Massimiano, già figliuolo di Lodovico Sforza, e investito da Massimiano imperatore.

Capitolo XXI
Come il re Francesco pigliò Milano, poi fu scacciato, essendo creato imperatore Carlo V, alla cui coronazione vennero i Monzaschi a Bologna offrendogli la Corona di ferro.
Dopo la morte di Lodovico re di Francia fu creato re. Francesco duca d’Angoulème, il qual volendo ricuperar il ducato di Milano, scese nell’Italia, e azzuffandosi con gli Elvezj presso Marignano, dopo lunga battaglia sopravvenendo Bartolomeo Alviano capitano dei Veneziani, furono rotti gli Elvezj. Onde Massimiano Sforza ritrovandosi nel castel di porta Zobia, temendo, diede il castello al detto re con alcuni patti. E così prese le insegne del ducato di Milano il re Francesco, passando in Francia Massimiliano, ove poi morì. E nel 1515 ai 12 di gennaio lasciò questa vita Massimiliano imperatore, avendo tenuto l’imperio anni 33. Nel cui luogo fu posto dagli elettori Carlo V figliuolo di Filippo re di Spagna, Sardegna, Sicilia e Napoli, arciduca d’Austria, conte di Fiandra e signor dell’acquisto di Terranova, o sia Mondo nuovo. Dipoi nel 1521 essendo stato scacciato il re Francesco dell’Italia dalla lega, nella quale era papa Leone X. Carlo V imperatore, e i Fiorentini (essendo loro capitano Prospero Colonna, da cui nel 1522 furono superati i Francesi alla Bicocca con sua grande uccisione) fu post nel ducato di Milano Francesc II Sforza, già figliuolo di Lodovico, e fratello di Massimiliano. E perseverò nello Stato insino all’anno 1535, nel qual passò all’altro secolo.
E spesse volte fu disturbato, prima da Francesco re di Francia, e poi da Carlo imperatore, nondimeno ritornò poi in grazia di questo a Bologna, quando pigliò la corona dell’imperio nel 1530, ove vennero i Monzaschi con la corona di ferro, supplicando sua Maestà che volesse degnarsi di ricevere il loro servizio, secondo l’antica usanza. Di che furono molto laudati e ringraziati da quello, e confermò loro gli antichi privilegi; nondimeno pigliò poi detta corona nel palazzo di Bologna per mano di Clemente VII papa.
Mancò in Francesco sopraddetto la gloriosa stirpe degli Sforzeschi signori di Milano. A cui successe nel ducato Carlo V imperatore, del quale fu luogotenente, o sia vicerè, primieramente Alfonso d’Aulos, march. Del Vasto, d’Aimone, ecc., uono certamente da ragguagliar con quei capitani Romani tanto celebrati dagli antichi storici (70). Il qual lasciò la mortal spoglia nel 1546, nel cui luogo mandò Carlo, Ferrando Gonzaga (71), uomo da governar ogni gran reame, per la provvidenza, giustizia e umanità che in lui si ritrovavano.
Dopo di molte opere mancò di questa vita Carlo V d’anni 57, mesi 7, giorni 21 di sua età, nel 1558, il giorno di S. Matteo in un monastero (72) dove s’era ritirato per attendere quietamente alla salute dell’anima, avendo prima investito di tutti i suoi regni Filippo suo figliuolo, il qual ora vive felicemente (73).

Capitolo XXII
Del bel sito e sontuosi edificj di Milano.
E’ adunque la gran città di Milano posta in un molto agiato luogo, ove possono essere portate dalla Gallia Cisalpina (oltre a quelle che raccoglie abbondantemente nel suo territorio) tutte le cose tanto necessarie per il vivere dei mortali quanto eziandio per le delizie e piaceri. Ha grande ambito questa mobilissima città, ed è da riporre fra le grandi di tutta Europa, ed è stata ancora molto aggrandita dai larghi e lunghissimi bastioni che la intorniano, che vi sono tali di quella che ragguagliar si potrebbono con grandi città d’Italia, di maniera che cinge ora Milano 5936 braccia (74). Circondano tanto la città quanto i borghi larghi canali d’acque, per i quali da diverse parti con le barche si conduce grande abbondanza di robe d’ogni sorta, e per tanto ogni cosa con basso prezzo si vende. Invero è cosa meravigliosa di veder la grand’abbondanza che qui si ritrova delle cose per il bisogno dell’uomo. Quivi veggonsi tante differenze d’artefici ed in tanta moltitudine che sarebbe cosa molto difficile da poterla descrivere. Lande si suol dire volgarmente che chi volesse rassettare Italia, dovesse rovinare Milano, acciocché passando gli artefici d’esso altrove, inducano l’arti sue in detti luoghi. Sono in questa città magnifici e superbi edificj tra i quali evvi il grande e sontuoso tempio, detto il Duomo, fatto con innumerabile spesa e con tanto artificio, che pochi tempj in tutto il mondo si possono paragonare ad esso, tanto nella grandezza ed artificio, quanto nella preziosità dei marmi e magisterio. Conciossiacosachè oltre che tutto è crostato di marmi bianchi, tanto di dentro quanto di fuori, vi sono anche meravigliose immagini di marmo, molto artificiosamente fatte. Vi sono eziandio altri magnifici tempj, tra i quali è la chiesa delle Grazie, dei frati predicatori, dirimpetto al forte castello di porta Zobia, ov’è quella suntuosa Trona, avvero cupola (come si dice), fatta da Lodovico Sforza, sotto la qual volea essere sepolto con la moglie (75), avendo fatto fabbricare una bella sepoltura di marmo, ov’era scolpito lui con Beatrice sua consorte, ma non gli fu lecito, essendo morto in Francia, e così è rimasta detta sepoltura imperfetta (76). Vi è quivi il bel monastero dei frati anzidetti (77), con quella magnifica libreria da annoverare fra le prime d’Italia, ed ancora nel refettorio si dimostra quel cenacolo di Cristo con gli apostoli, dipinto meravigliosamente da Leonardo da Vinci, fiorentino. Nel qual appare il gran magisterio di lui, cosa da ognuno nella pittura perito, sommamente lodata. Poscia nella sacristia sono conservate assai sacre veste d’oro e d’argento, fatte da Lodovico Sforza, per ufficiare la chiesa, cosa certamente rarissima (78). S’io volessi raccontare una ad una tutte le chiese di Milano bisognerai far un maggior volume di questo, perché trovo che vi sono cento e cinque parrocchie (79), sonovi assai edificj per la città dei cittadini molto superbi, ed il castello di porta Zobia, prima fortezza d’Europa, la quale non mai per forza è stata pigliata, ma sì ben per il mancamento delle cose necessarie. Evvi eziandio la Corte vecchia, ove si vede la picciola chiesa di S. Gottardo, nella quale appaiono alcune nobili sepolture d’alcuni dei signori Visconti (80). Assai altri edificj vi sono che per brevità li lascio. Così scrive Faccio degli Uberti di questa città nel quarto canto del terzo libro del “Dittamondo” (81).

Giunti a Milano così volli vedere
A sant’Ambrogio, dove s’incorona
Quel di Lamagna re, se n’ha ‘l podere.
Hercules vidi del qual si ragiona
Che infin ch’è giacerà, come fa ora,
Lo imperio non potrà forzar persona.
Poi fui in san Lorenzo più d’un’ora,
Vago di quel lavoro grande e bello,
Ch’esser mi pareva in Roma allora.
E veder volli ancor il degno avello,
Nel qual Gervasio e Protasio ciascuno
Foron d’Ambrosio come di fratello.
E fui ancora, dove insieme funo
Ambrosio ed Augustino in loco antico,
Per disputar di Quel ch’è tre ed uno.


Capitolo XXIII
Degli uomini segnalati che sono usciti di Milano.
Vi è in questa città grandissimo popolo, molto industrioso, sonovi ancora molti nobili, magnifiche e signorili famiglie, delle quali sono usciti molti uomini illustri, che hanno dato gran nome e fama a questa città e anche a tutta Italia. Tra i quali è stato Alessandro II papa di Badaggio (82), Urbano III de’ Crivelli, Celestino IV de’ Castiglioni, e Pio IV de’ Medici (83).
Furono eziandio di questa città Didio Giuliano e Massimiliano Erculeo (84) imperatore, il qual fece le Terme Erculee. E quivi in Milano depose l’insegne dell’imperio. Ha ancora Milano partorito Simone di Borsino (85), Giovan’Antonio da S. Gregorio detto il cardinale Alessandrino (86), cardinale della romana chiesa, uomini letteratissimi con Branda Castiglione, parimente cardinale, egregio dottore, che fiorì nel 1440, e Scaramuccia, ed Agostino amendue dei Triulzi, creati cardinali da Leone X e Giacomo Simonetta, e Giovan Morone, parimenti fatti cardinali da Paolo III. Ora vive Carlo Borromeo, meritevolmente posto nel numero dei cardinali da Pio papa IV, e per le sue eccellentissime virtù fatto degnissimo arcivescovo di Milano. Uomo certamente cattolico e devoto, amatore della giustizia, e di tanta integrità di vita, che merita il governo delle chiavi di Pietro, nonché dell’arcivescovato di Milano (87). Hanno ancora illustrato questa patria molti dotti uomini di diverse sorti di lettere. E prima nelle leggi Salvio, Giuliano avolo di Giuliano imperatore Operto dall’Hosto, che compose “De usu feudorum”, e Gerardo Carapisto. Fiorirono nelle leggi canoniche, Vincenzo Glossatore, Paolo Eleazarno, e Giovanni Lignano, il quale condotto a Bologna con gran premio, vi rimase, e fatto cittadino, da lui è preceduto la nobil famiglia dei Legnani. Dierono eziandio gran lume agli studenti di leggi imperiali, Pileo dei Medicinis da Monza, Sigismondo Omodeo, Cristoforo e Guarnero di Castiglione, Giasone del Maino, Filippo Decio, con molti altri legisti. Fu Milanese Moro, Valerio Massimo istorico e astrologo, come appare per una pietra di marmo in essa città, ove così si legge: M. VALERIUS M AXIMUS SACERDOS, D.S.I.M.STVD.ASTROLOGIAE SIBI, ET SEVERIAE APR. VXORI H.M.H.N.S. (88). Ceulo Conico nacque ancora qui, e Giovan Giacomo e Camillo Ghelini, Tristano Calco, Galeazzo Capella, Giovan Stefano Cotta, Platino Piato, Lancino, Curzio, e Andrea Bilio dell’ordine degli Eremitani. Furono altri, che nel trattare le armi diedero nome a questa città, tra i quali fu Virginio Ruffo, che fu tre volte console, capitano delle legioni sopra il Reno, che giace sepolto nella villa di Alsia con questo epitaffio:

Hic situs est Rufus, pulso qui vindice quondam
Imperium asseruit, non sibi, sed patriae”.


Scrisse costui, essendo già vecchio, i libri della “Retorica”, molto lodati da Fabio Quintiliano, e parla assai delle cose fatte da lui Cornelio Tacito.
Fu ancor valoroso capitano degli armati Dacio Mandello contra Federico Barbarossa, Aliprando nei tempi d’Azzone Visconte, Opizzone Alciato nei tempi di Giovan Galeazzo Visconte primo duca di Milano, Antonello e Tomasino Crivelli sotto Filippo Maria duca, Ambrogio Longhignana sotto Galeazzo Sforza, Gian Giacomo Renato, e Teodoro Trivulzio sotto Lodovico Sforza, e Lodovico XII re di Francia. Ha dato ancora gran nome a questa città per tutta Europa Andrea Alciato, in ogni sorta di lettere eccellente dottore, il quale ha letto con gran premio in Francia, a Pavia, a Bologna ed a Ferrara con tanta soddisfazione de’ studenti che da ogni parte d’Europa concorrevano a esso, siccome all’oracolo d’Apolline. Ha anche Milano prodotto Bonaventura da Castiglione degno ed elegante scrittore, il quale ha scritto “De Gallorum Insubrium antiquis sedibus”, opera molto dotta e curiosa. Assai altri illustri uomini ha partorito questa mobilissima patria, che per non aver notizia, li lascerò descrivere ad altri (89).
Finito è il libro delle “Croniche” della gran città di Milano, e stampato da Valerio da Meda l’anno 1576.

 

NOTE

1

Cioè Tito Livio nel V libro della prima decade della sua “Storia Romana”, e Polibio nel secondo libro parimente della sua “Storia Romana”.

 

 

2

Quest’autore nato nell’ottavo secolo fu testimonio delle ultime rivoluzioni dell’impero Longobardo, fu diacono della chiesa d’Aquileia, e scrisse varie opere, ora dimenticate, se si eccettui la “Storia de’ Longobardi”, unico autentico documento che abbiamo sopra questa nazione. Fu tradotta da Q. Viviani e pubblicata a Udine nel 1826, arricchita di molte note e della vita dell’autore.

 

 

3

Nella seguente opera: “Commentariorum urbanorum octo libri, Lugduni 1552”

 

 

4

L’epoca precisa è questa, adottata dal Sismondi, dal Balbo, e da altri distinti storici moderati.

 

 

5

Nella sua Geografia.

 

 

6

Nell’opera intitolata “Origini”, pubblicata da Annio da Viterbo, insieme ai frammenti di Fabio pittore, alle antichità di Beroso ed altri. Ma si scoprì che questi libri non erano che fattura di Annio, ed ora non si tengono in niun conto.

 

 

7

Anticamente le Storie e gli Annali di Tacito formavano una sola serie, ora però vennero divise. Gli Annali occupano 16 libri, le “Storie” 5,, pel 17 libro si deve dunque intendere il primo delle Storie.

 

 

8

Tutte queste discendenze da Noè o da Enea, che facevano la predilezione de’ vecchi cronisti, ed anche di quelli di maggior fama, ora sono andate in disuso, e le origini delle città si estendono fin dove possono concorrere i documenti, e se non ve ne sono, si tralascia del tutto dal farne parola.

 

 

9

Cioè le Alpi Svizzere.

 

 

10

Chi ne vuole sentire delle più grosse, legga l’origine di Milano di Paolo Morigia: per esempio dice che fu cominciata 55 anni dopo il Diluvio, “Historia dell’antichità di Milano”, p. 2.

 

 

11

Sopra un angolo dell’antico palazzo della ragione, ora dell’Archivio pubblico, vedesi ancora un’antichissima scultura rappresentante una “scrofa”, già simbolo dell’origine di Milano.

 

 

12

La chiesa di S. Tecla si trovava nell’attuale piazza del Duomo, e vi stette fino al 1548, nel quale Ferrante Gonzaga la fece spianare per rendere più ampia in fronte al duomo la piazza, dovendo ricevere in Milano l’imperatore Carlo V.

 

 

13

E’ il secondo emblema dell’ediz. Di Rovillio. Lione 1575.

 

 

14

In nuptias Honori et Mariae filiae Stiliconis.

 

 

15

Chi fosse desideroso di avere una giusta idea dell’Insubria e dell’origine di Milano legga le seguenti opere scritte da eletti ingegni: “Milano e il suo territorio”, Milano 1844, tom. I, nel quale avvi uno schizzo storico di Cesare Cantù: “Notizie naturali e civili su la Lombardia”, Milano 1844. Si è pubblicato il solo primo volume, il quale fra le altre cose racchiude un introduzione, del dottor Carlo Cattaneo, che comprende un quadro generale dell’Insubria e della storia di Milano. Si possono eziandio consultare con profitto: il primo capitolo della “Storia di Milano” di Pietro Verri, e il primo libro della “Storia” della medesima città di Carlo Rosmini.

 

 

16

Questo palazzo esisteva nella contrada di S. Giorgio detto al palazzo. V’ha chi ne dubita. Vedi le “Vicende di Milano, rammentate dai nomi delle sue contrade”, di Lorenzo Sonzogno. Milano 1848.

 

 

17

E’ una favole che il serpente di bronzo che trovasi in S. Ambrogio sia quello di Mosè.

 

 

18

Nacque in Arles secondo alcuni, o in Treves, come vogliono altri (due città della Francia) l’anno 540 o in quel torno. Vedi la “Vita di S. Ambrogio”, scritta da S. Paolino, con moltissime note. Pavia 1789.

 

 

19

Paolo Diacono non scrisse già 26 libri di Storie. Ma solo i 6 di quella de’ Longobardi. Alcuni antiquari de’ passati secoli raunarono varj frammenti di Storia Romana, dividendoli in libri, e li stamparono col titolo di “Historia Miscella”, sta nel primo volume degli Scrittori delle cose italiane del Muratori.

 

 

20

Flavio Biondo scrisse le storie dalla declinazione dell’imperio di Roma, sino al suo tempo. Venezia 1542 e 44. In questa edizione trovansi eziandio i Commentarj del Volaterrano.

 

 

21

S. Dazio era di Agliate: fu uomo delle più alte virtudi (a detta di Cassiodoro), e venne tenuto in gran conto dall’imperatore Giustiniano. Morì ai 14 gennaio dell’anno 554, e fu sepolto nell’antica Basilica di S. Vittore. Vedi Giuseppe Vagliano: “Sommario delle Vite ed azioni degli arcivescovi di Milano”, Milano 1715, pag. 151 e seg. – Coiro, “Historia patria Mediolanensis”, foglio VI dell’edizione “principe” di Milano 1503, e non quelle di Venezia e di Padova, perché sono mutilatissime e poco apprezzate.

 

 

22

Intendi: Gionto Frontone, il quale salì sul trono di S. Ambrogio colla protezione dei re longobardi. Fu un arcivescovo simoniaco ed inumano. Il già mentovato Vagliani nella vita di questo arcivescovo comincia in questo modo: “Vorrei non saper scrivere, pauroso di macchiar gli abiti sacri della santità vicini alle laidezze del vizio. Serva di antimuro alla virtù il tracollo di Frontone detto Simoniaco”. Opera succitata, pag. 143. Intorno poi ai fatti di Alboino, leggi il libro II della “Storia dei Longobardi” di Paolo Diacono.

 

 

23

Meglio Clefo o Clefi, che fu eletto re l’anno 374, e regnò soltanto un anno e mezzo.

 

 

24

Cioè: “governatore”, perché governava le provincie d’Italia sottoposte all’impero d’Oriente, esso tenea residenza in Ravenna.

 

 

25

Antica città in oggi quasi interamente distrutta, e formante già, per così dire, un sobborgo di Ravenna, diviso solo dal porta; perché in allora Ravenna sorgeva sulla sponda dell’Adriatico, ed ora è discosta circa quattro miglia.

 

 

26

Meglio Agilulfo (come scrive Paolo Diacono). Era duca della città di Torino.

 

 

27

L’isola Comacina chiamatasi eziandio “Cristopoli”, era isola di S. Giovanni, e sta nel distretto IV di Menaggio. Nel Medio Evo essa costituì una repubblica, il cui piccolo impero si estendeva ad alcuni villaggi sulla costa. Era molto ben popolata, e gli abitanti fieri ed audaci, seguivano il partito guelfo. Furono in guerra coi ghibellini Com’aschi, i quali distrussero la Comacina, obbligando gli abitanti ad emigrare a Varenna. Al presente è luogo abitato da poveri pescatori: veggonsi alcuni ruderi de’ suoi antichi edifizj.

 

 

28

Chi volesse più estese notizie intorno alla storia dei Longobardi, oltre alle opere del Sismondi, del Muratori e di Paolo Diacono, legga: Antonini, “Dei re d’Italia augurali o no colla Corona Ferrea”. – Zanetti, “Del regno dei Longobardi in Italia. – Storia dei popoli Settentrionali contenuta nella Raccolta della Storia Universale”, scritta da una società d’Inglesi; e la “Historia Miscella”, che sta nel primo volume degli “Scrittori delle cose d’Italia”, del Muratori.

 

 

29

Intendi: “Bernardo”, il quale giunse in Italia nel 812. Morì dopo che gli furono cavati gli occhi, e venne sepolto nella basilica di S. Ambrogio in Milano. Vedi il Puriceli: “Monumenta basilicae Ambrosianae”.

 

 

30

Ossia: “Arles”, città della Provenza.

 

 

31

Succedette al padre nel regno l’anno 936: principe, che fu terrore dei Barbari, e per le sue grandi imprese in guerra, per l’amore e la propagazione della religione, per lo zelo della giustizia, e per altre luminose virtù, giustamente dopo Carlo Magno si meritò l’attributo di “grande”.

 

 

32

Megio “Carroccio”, inventato dall’arcivescovo Ariberto d’Antimiano, che fu assunto all’arcivescovado di Milano nel 1026. Il Carroccio venne abolito da Ottone Visconti nel 1285, a causa del suo peso e dell’imbarazzo che recava nei movimenti delle armate, e vi sostituì uno stendardo coll’immagine di S. Ambrogio e le armi della città.

 

 

33

Intorno alle dissensioni fra la chiesa romana e l’ambrosiana, consultisi: Il Ripamonti: “Hist. Ecclesiae Mediolanensis”; ed il Soriani: “Origine della Chiesa Milanese”.

 

 

34

Questo cardinale venne ascritto al novero dei santi, e fu uno degli uomini più dotti che fiorissero nell’undicesimo secolo in Italia. Le sue opere si stamparono a Parigi in quattro volumi in foglio. Vedi: “Le Memorie storiche dei cardinali della santa romana Chiesa”, scritte da Lorenzo Cardella. Roma 1792, t. I, parte I, pag.129.

 

 

35

Ossia: “Gottifredo”, della nobile famiglia Castiglioni, il quale fu cacciato dal trono arcivescovile, e surrogatovi non già Tealfo (come nota questa Cronaca), ma Tealdo della medesima famiglia.

 

 

36

Vale a dire: Giordano de’ Capitanei de Clivio, nobile milanese, che morì nel 1120. Vedi il Giulini: “Memorie di Milano”, tom.V, pag. 143 e seg.

 

 

37

L’eccidio di Lodi ebbe luogo nell’anno 1111.

 

 

38

La guerra contro Como ebbe origine dalle contese fra Landolfo da Carcano milanese e Guido da Grimoldi di Cavallasca, i quali si disputavano la sede episcopale di Como: il primo venne dal papa scomunicato e scacciato dal popolo, e si rifuggì nel castello di Maliaso; i Com’aschi però lo assalirono, lo fecero prigione ed uccisero molti de’ suoi difensori, quasi tutti milanesi. I parenti di questi ultimi si recarono a Milano, e ne chiesero vendetta all’arcivescovo Giordano da Clivio, congiunto di sangue col summentovato Carcano, il quale, salito in bigoncia, chiamò il popolo alle armi, e bandì la croce addosso ai Comaschi. Questa guerra durò dieci anni.

 

 

39

Per ciò che spetta a questo monastero, vedi le pag. 19 e 38 delle “Vite dei dodici Visconti”, che forma il primo volume di questa “Biblioteca”.

 

 

40

Ebbe luogo, dicesi, questa incoronazione nell’anno 1134. Siconio, Muratori, Sassi ed altri disputano sopra questo fatto, i di cui pro e contro si possono leggere nella già citata opera dell’Antolini, pag. 360 eseg.

 

 

41

L’eccidio di Milano avvenne nell’anno 1162. Vedi le “Vicende di Milano durante la guerra con Federico I imperatore”, Milano 1778. Opera importantissima per lo studio di quell’epoca, adorna di rami, e d’un’ampia carta topografica di Milano prima della di lui distruzione.

 

 

42

Vedesi ancora il vuoto sepolcro di marmo, scioccamente imbiancato dappoi.

 

 

43

Intorno ai Valvassori e Cutanei o capitani, vedi le “Memorie del Giuliani”. Tom. II, pag. 299 e seguenti, pag. 120, 277, e VI, p. 23 esg.

 

 

44

Alessandro III, papa di elevati spiriti e fierissimo guelfo.

 

 

45

Nella vita di Alessandro III scritta dal cardinale d’Aragona e pubblicata dal Muratori. Nel tomo III degli “Scriptores rerum italicarum” chiamasi questo luogo “Barranum”, invece, Tristano Calchi e sir Raul, Borsano. Infatti è Borsano, villaggio nel distretto di Cuggiono, e non come dice il cronista sulla strada da Milano a Como, ma bensì a due miglia circa da quella che partendo da Milano va a Somma e Sesto Calende e vicino a Legnano, per cui questa battaglia fu detta comunemente battaglia di Legnano. Vedi Voigt. “Storia della lega Lombarda”. Milano 1848.

 

 

46

La battaglia di Legnano successe il 29 maggio 1176.

 

 

47

Vedi la nota seconda a pag. 22 delle “Vite de’ dodici Visconti”, di Paolo Giovio, tom. I di questa “Biblioteca”.

 

 

48

Cioè nel fiume Salef l’anno 1190. Vedi la “Vita di Federico Barbarossa”, scritta da Cosimo Batoli. Milano 1829, libro molto commendevole.

 

 

49

Questa sconfitta che diedero i Milanesi a Fedrico II avvenne nel 1239 vicino a Castrate nella provincia di Pavia.

 

 

50

Vedi la “Vita di Ottone Visconti”, di Paolo Giovio, tom. I, pag. 18 e 19 di questa “Biblioteca”, ove a lungo parlasi di Pagano della Torre e de’ suoi discendenti.

 

 

51

Questo figliolo denominato “il re Enzo”: fu sconfitto a Gorgonzola l’anno 1243: Enzo venne tre anni dopo nuovamente battuto, e fatto prigione dai Bolognesi alla battaglia di Foss’Alta; ma invece di mostrarsi generosi al pari dei Milanesi, lo chiusero in un carcere, ove morì dopo 24 anni.

 

 

52

Ora che ha principio la “Storia dei Visconti e Sforzeschi” vi aggiungerò solo poche note, giacchè alcune furon già collocate nelle “Vite dei dodici Visconti”, ed altre in quelle “degli Sforzeschi”, alle quali invio il lettore per maggior schiarimento su questa Cronaca.

 

 

53

Sulla genealogia Visconti, vedi Litta, “Famiglie celebri italiane”.

 

 

54

Da alcuni scrittori è detto anche “Arrigo”.

 

 

55

Il Giulini lo dice di Umberg, della diocesi di Basilea, di una ragguardevolissima famiglia, e di esperimentato valore. Vedi il Giulini: “Continuazione alle Memorie di Milano”, tom. I, pag. 14.

 

 

56

Questo castello è denominato oggidì “Zibello”, ed è situato nel ducato di Parma. Anticamente chiamatasi Gibello, perché Matteo Visconti che lo fabbricò era fierissimo ghibellino. Alcuni però opinano che il detto Visconti l’abbia soltanto ristaurato, imperocché trovasi nelle storie fatta menzione di questo luogo, molto tempo innanzi a lui. In quanto poi al fiume Iria, che il cronista accenna, devesi intendere il “Larda”. Un altro castello, pure nel ducato di Parma, e ad otto miglia circa dalla destra del Po, esiste tuttora col nome di “Castel Guelfo”.

 

 

57

Cioè: gli abitanti di Valenza, al nord di Alessandria.

 

 

58

Rispetto ai matrimoni dei figli di Bernabò, avvi qui qualche varietà in confronto di quanto scrive il Giovio nelle “Vite dei dodici Visconti”. Vita di Barnabò Visconti, tom. I, p. 198 di questa Biblioteca.

 

 

59

Meglio: “Felizzano”.

 

 

60

Intendi: la Rocca d’Arazzo.

 

 

61

Vogliasi intendere Levanto, città a 12 miglia dalla Spezia, nella provincia di Levante.

 

 

62

Casadegno, cioè Casatico – S. Michele o S. Michele in Bosco – Campanello o Campitello tutte frazioni di Marcarla.

 

 

63

Anglo, ossia conte di Angera, in latino “Anglera”, primo titolo che si dava al primogenito ed agli altri.

 

 

64

Questa divisione dello Stato è alquanto intralciata: a mo’ d’esempio nel Giulini troviamo Pavia data a Giovanni Maria. Chi vuol conoscere per esteso come Giovan Galeazzo scompartisse tra’ figli i propri Stati, legga l’opera di Tenaglia, intitolata: “Del Magistrato straordinario, ec.”: il Coiro ed il Giulini ne danno solo il succinto.

 

 

65

Il Giulini dice che il portatore del pomo d’oro, il quale rappresentava il globo della terra, fu il gran capitano di Filippo Maria, Nicolò Piccinino, il quale avea schierato tutte le sue belle truppe sulla piazza di S. Ambrogio, mentre la funzione avea luogo nella chiesa stessa.

 

 

66

Altre particolarità di questo duca si possono leggere nella Vita che scrisse di lui il Decembrio. Vedi la “Bibliografia Viscontea”, di fronte al primo volume di questa Biblioteca.

 

 

67

Del perché questo castello si chiamasse di porta Zobia o Giobbia. Vedi la nota a pag. 14 del I vol. di questa Biblioteca.

 

 

68

Intendi lo sfortunato Cecco Simonetta.

 

 

69

Questi Elvezj furon condotti in Italia dal cardinale di Sion, uomo scostumato e feroce, il quale teneva alquanto dell’indole di quel cardinal Rufo, condottiero delle bande napoletane contro i Francesi sul principio del presente secolo, e di cui abbiamo una forte dipintura nella “Storia del reame di Napoli” del Colletta.

 

 

70

Il primo governatore di Milano fu Antonio de Leyva nell’anno 1535, epoca della morte dell’ultimo Sforzesco. Il Leyva morì nel 1536, e a lui successe il cardinale Caracciolo, che morì nel 1538, e fu sepolto in Duomo con un sontuoso mausoleo, del celeberrimo scultore Agostino Busti, detto il Bambaja. Al Caracciolo successe Alfonso d’Avalos, che morì a Vigevano nel 1546.

 

 

71

Ad Alfonso d’Avalos successe don Alvaro di Luna, che governò interinalmente per sei mesi. Chi bramasse più ampie notizie sui governatori di Milano legga il bello ed erudito lavoro di Francesco Bellati, intitolato: “Serie dei governatori di Milano”. Milano 1776.

 

 

72

Questo monastero chiamatasi di S. Giusto, in Spagna, nella provincia di Estremadura. Vedi Robertson, “Vita di Carlo V”, lib. 12.

 

 

73

Filippo II. Questa cronaca fu stampata nell’anno 1576. Filippo II morì nel 1598.

 

 

74

Il circuito di Milan, prendendolo dalla circonvallazione, è ora di 12,347 metri.

 

 

75

Questa cupola è del Bramante.

 

 

76

Le statue in marmo bianco di Lodovico il Moro e sua moglie Beatrice che stavano in questa chiesa vennero trasportate alla Certosa di Pavia.

 

 

77

I Frati predicatori vennero soppressi nel secolo scorso, la bella libreria si disperse.

 

 

78

Tutto è andato perduto.

 

 

79

Al presente sono 23 sena i corpi santi; a quell’epoca si contavano in Milano circa 75 conventi e un 250 chiese.

 

 

80

La corte ducale fu rimodernata dal celebre Piermarini, scolaro del Vanvitelli. Della chiesa di S. Gottardo non vedesi ora che il bellissimo e gotico campanile. I sepolcri dei Visconti andarono dispersi, buona parte però di quello di Azione vedesi in casa del marchese Triulzio in Milano.

 

 

81

Faccio o meglio Fazio, viveva nel secolo XIV.

 

 

82

Cioè Baggio, umile villaggio a quattro miglia da Milano.

 

 

83

A questi quattro pontefici alcuni vi aggiungono eziandio Gregorio X della stirpe Viscontea, quantunque altri lo vogliano di Piacenza. Vi deve però aggiungere Gregorio XIV di casa Sfondrati, che morì verso la fine del XVI secolo.

 

 

84

Alcuni autori lo pongono in dubbio, altri all’opposto lo vogliono nato nel villaggio di Severo; ma tutto ciò è un “gratis asseritur” non essendovi documenti né scrittori contemporanei che ne parlino.

 

 

85

Simone Borsano che morì nel 1381.

 

 

86

Venne creato cardinale da Alessandro VI nel 1493, e fu vescovo d’Alessandria di Piemonte.

 

 

87

Noti il lettore che questo libro, come già dissi, fu stampato nell’anno 1576, e Carlo Borromeo morì sei anni dopo.

 

 

88

L’opinione che Valerio Massimo sia milanese è ora svanita.

 

 

89

Chi volesse un’estesa notizia intorno agli uomini illustri che produsse Milano, oltre le opere del Morigia, Lattuada, Torre, Giulini, ecc., legga le seguenti: PIcinelli, “Ateneo de’ letterati Milanesi”. Milano 1670. Saxius, “Biblioteca scriptorum Mediolanensis”, id. 1745, quattro vol. in f°. Corte, “Dei medici scrittori milanesi”, id. 1718.

 

Vite
degli Sforzeschi

di
Paolo Giovio, Scipione Barbuò, ecc.
Stato di Milano nel secolo XV
Repubblica Ambrosiana,
vita
di Giovanni delle Bande Nere
Cronaca di Milano
con prefazione e note
di Massimo Fabi

Milano
presso Franc. Colombo Librajo-Editore
Contr. S.Martino, n.549-A
1853

Biblioteca
Storica Italiana
vol. II
 

Prefazione

Genealogia degli Sforza

Vita di Sforza Attendolo

Bibliografia Sforzesca

Stemma Sforzesco

Quadro generale dello Stato di Milano

Repubblica Ambrosiana

Francesco I Sforza

Galeazzo Maria Sforza

Giovanni Galeazzo Maria Sforza

Lodovico Maria Sforza

Massimiliano Sforza

Francesco II Sforza

Vita di Ascanio Sforza

Vita di Giovanni de' Medici

Compendio delle croniche della gran città di Milano


sito di proprietà della Associazione Culturale Zivido
webmaster@aczivido.net