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Lombardia

 

Siamo davvero Longobardi?
di Emanuele Dolcini

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E' inevitabile che l'area del corso meridionale del Lambro, sviluppandosi fra Milano - cittÓ peraltro in indiscussa decadenza all'epoca del dominio longobardo - e Pavia, abbia restituito e continui a restituire testimonianze, magari non cruciali ma comunque interessanti, che richiamano questa pagina di Medioevo profondo. Non si tratta inoltre di una rivelazione conclusa: ne fa fede ad esempio il ritrovamento, nel 1999, di una tomba longobarda, per quanto spoglia di corredo funebre, lungo gli argini dell'Adda a Spino (Cr). Pur tenendo sempre a mente quello che Tacito giÓ nel I secolo diceva di questo popolo, "longobardos paucitas nobilitat" (lo scarso numero nobilita i longobardi ) (1) - senza figurarsi quindi il loro marchio ad ogni piŔ sospinto - si pu˛ affermare che anche la nostra storia locale non Ŕ del tutto avara di informazioni su questi antichi ed almeno inizialmente infausti avi calati dal nord.
Ci sono innanzitutto, com'Ŕ ovvio, le testimonianze materiali, le quali, esclusi gli oggetti d'arte decorativa rinvenuti nelle sepolture, comprendono alcuni manufatti convenzionalmente datati ai secoli VI - VIII: la scultura nota come il "Capitello del Monasterolo", ad esempio, rinvenuta a Zeloforamagno, o la lunetta murata nella porta E della chiesa di S.Maria in Prato, frazione di San Zenone al Lambro, anche se per quest'ultima, in passato, sono state proposte datazioni parziali che arrivano sino all'etÓ celtica.
Sempre sorprendente, inoltre, Ŕ il lascito linguistico dei "secoli bui", ma non vuoti, dell'alto Medioevo. I termini superstiti non sono moltissimi, si stima duecento in tutto, ma cognomi vivi tuttora come Gazzola, G(C)astaldi, Stucchi, Bre(ai)da, riecheggiano l'antico linguaggio germanico sovrappostosi al latino, anche se ci˛ non significa che chi li porta abbia un legame diretto ed ininterrotto con eventi cosý remoti. Anche la toponomastica offre le sue rivelazioni.
L'indimenticato Giuseppe Gerosa Brichetto, ad esempio, in uno studio pubblicato nell'ormai lontano 1973 (2), invitava a puntare l'attenzione sul costrutto "Zelofora(o)magno". Se la prima parte del composto Ŕ chiara, Ŕ l'agellus" romano (piccola proprietÓ rurale), la seconda sembra proprio unire due fra i pi¨ noti vocaboli del mondo romano-barbarico: "fara" e "arimmanni(orum)". La voce "fara", con significato di "spedizione/migrazione" e successivamente stanziamento di popoli non romanzi, Ŕ presente e studiata in un numero considerevole di toponimi italiani, ma quella riconosciuta in "Zeloforamagno" rappresenterebbe l'unico caso relativamente vicino a noi. L'arimannýa, invece, istituzione del germanesimo primitivo - ammesso che sia davvero un'ereditÓ longobarda, il che qualcuno dubita (3) - Ŕ costituita da un presidio di soldati, exercitales, i quali come compenso del loro servizio militare ricevono una terra. Non c'Ŕ in questo nulla pi¨ del principio generale del feudalesimo, ma il carattere singolare dell'arimannýa consisterebbe nel fatto che questi soldati - agricoltori non entrano mai in rapporto vassallatico, perchŔ il garante della loro libertÓ Ŕ il re e solo il re. L'arimannýa, dunque, introdotta in Italia dai Longobardi o dai Franchi - questo Ŕ il punto- rappresenterebbe l'ammirevole conservazione di un senso minimale dello Stato, della publica auctoritas, nel mezzo del galoppante costume feudale, che impone di trovare protezione all'ombra di un potente locale piuttosto che nell'evanescente autoritÓ regia.
L'etimologia germanica Ŕ accreditata anche per Cassignanica, frazione di Rodano, che svilupperebbe, come diverse localitÓ italiane, la diffusa radice "g(k)ahagi" - latinizzata in Gaium e resa successivamente in volgare italiano da "gÓggio" o "gaz(z)˛lo". Il termine gÓggio, nell'economia curtense, indica "terreno, bosco, pascolo e altro riservato, bandito"; ove tale voce toponimica ricorre, dunque, Ŕ il ricordo della legislazione romano-barbarica sui "terreni riservati", non aperti allo sfruttamento spontaneo della comunitÓ. Pi¨ controverso il caso di Vizzolo Predabissi, che potrebbe bensý far propria la medesima radice (Vico-gaz˛lo, il villaggio del "bosco chiuso"), ma anche rappresentare una semplice forma diminutiva della dizione "vicus", giÓ latina e quindi attestata nell'italiano antico (4).
Sempre il Gerosa, nel testo citato, avendo a disposizione un gran numero di fonti originali e seguendo i classici studi di Gian Piero Bognetti, ripercorreva la lunga vicenda delle arimannýe in terra ambrosiana. Egli mostrava come il concetto di "legge longobarda" e la qualifica di "arimanno" (soldato, ovvero uomo libero per eccellenza) attribuita a se stessi da parecchi personaggi, persistano ben oltre la conquista carolingia del nord Italia. Lo studio, in particolare, si soffermava sulle vicessitudini delle terre arimanniche possedute nella pieve di Mezzate dai Menclozi e dalla cosiddetta "Adelmanýa di San Giorgio", famiglie preminenti di antica origine longobarda. La storia delle arimannýe in territorio milanese ha anche dei risvolti, a modo loro, divertenti. Nel 1158, ad esempio, all'approssimarsi a Milano del terribile Barbarossa, il quale rivendicava all'autoritÓ imperiale "marche, contee, regimi comunali, consulatus, zecche, fodro, imposte indirette, arimannie, acque pubbliche, piscatico, monopoli, testatico" (5) si verificano tra gli arimanni improvvisi traffici giuridici, vendite di proprietÓ "a scatola cinese", diremmo noi, oppure generosi lasciti "pro remedio animae" a chiese e monasteri (salvo conservare per se stessi, finchŔ si vive, l'usufrutto di tali doni). Il tutto per occultare agli occhi dell'imperatore svevo l'antica origine fiscale, quindi pubblica, dei benefici goduti per secoli dagli arimanni.
Vi sono, infine, anche alcune pagine di "grande storia" dei Longobardi che ci potrebbero riguardare da vicino. Cesare Amelli ed altri autori di storia locale, ad esempio (6) hanno sempre ricordato, al momento di raccogliere quel poco che si sa sulla Bassa nei primi secoli della nostra era, che alcuni episodi narrati da Gregorio di Tours nella "Historia Francorum" e da Paolo Diacono nella "Historia Langobardorum" ebbero con ogni probabilitÓ per teatro la valle meridionale del Lambro, dove pare che allora come in ogni altra epoca si allevassero soprattutto maiali (il magister porcarius Ŕ figura economica chiave di quel mondo, ricordata nell'Editto di Rotari). Si tratta degli scontri fra eserciti franchi e longobardi, accesisi fra il 583 ed il 590 d.c.; i due popoli si combatterono in "luoghi di pianura" fra Milano e Pavia, dove si era rifugiato Autari, monarca successore di Alboino.

Note
1) Cornelio Tacito, De origine et situ germanorum, 40. La stima dell'intera popolazione dell'Impero Romano d'Occidente all'apogeo (sec.II d.c., dai censimenti romani) Ŕ di 50/60 milioni di abitanti, valore circolarmente raggiunto solo nel XIV secolo. Per i secoli successivi c'Ŕ concordia nel ritenere che la popolazione europea, compresi i territori al di fuori del mondo romano - barbarico, si sia almeno dimezzata, toccando forse i 20 milioni nell'VIII secolo (Pinto 1996). Per i barbari si sono ipotizzate le seguenti cifre: Ostrogoti 100.000 (Schmidt 1934), Longobardi 300.000, ma per questi ultimi ci sono versioni che scendono sino a 100.000 fra armati e non (Aa.Vv. 1980). Nel complesso si stima che l'Italia, anche al culmine dell'Alto Medioevo (sec.VI - VII), non fu mai abitata da meno di 4/5 milioni di anime (Doren 1934, Pinto 1996). I barbari rappresentarono dunque un apporto >10 <2 % della popolazione.
2) G.Gerosa Brichetto, Fuori di Porta Tosa, Milano 1973.V. anche, dello stesso autore, La chiesa e il comune di Zeloforamagno, Peschiera B. 1992.
3) Giovanni Tabacco, Egemonie sociali e strutture del potere nel Medioevo italiano, Torino 1979 Einaudi.
4) "Dizionario dei nomi geografici italiani", Torino 1992 Utet.
5) Ibid., p.34
6) Cesare Amelli, Storia di Melegnano, 1974 - seg.; Luciano Previato, San Giuliano Milanese, cenni storici, 1975.


da IL MELEGNANESE
n.18/2000
sabato 14 ottobre 2000



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