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Lombardia

 

Dov'è morto Severino Boezio? Viaggio tra le ricchezze di Santa Maria Assunta
di Emanuele Dolcini

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Le recenti rilevazioni archeologiche su Calvenzano, oltre ad avere grande valore storico in sè, hanno contribuito a mutare sensibilmente i termini di un'affascinante ed un po' dimenticata questione che si lega proprio a questa località: quella del luogo di morte del filosofo cristiano tardoantico Severino Boezio. L'essenza del "giallo" è questa: di Severino Boezio (+ 524 d.c.), autore del De Consolatione Philosophie, si sa con certezza quando e come morì - per pena capitale comminata da Teodorico, re degli Ostrogoti - ma non con altrettanta sicurezza dove. Le cronache medievali, che salgono sino alla stessa età boeziana, indicano come luogo dell'esecuzione un "ager Calventianus" ovvero "Calventianum", da identificarsi con qualcuna delle moderne località lombarde che portano il nome Calvenzano. Piuttosto improbabile che Boezio sia morto in Calvenzano bergamasco (l'unico, attualmente, a far comune a sè) o nel piccolo Calvenzano frazione di Caselle Lurani (Lo), la querelle si è sempre sviluppata fra un "partito" pavese ed uno milanese, che hanno avocato la prigionia, la stesura del De Consolatione Philosophie ed infine il supplizio del pensatore rispettivamente ad un luogo tuttora esistente in Pavia, denominato "Borgo Calvenzano", oppure al già noto Calvenzano di Vizzolo Predabissi.
Sino a pochi anni or sono, dunque, l'obiezione più forte che veniva posta dai pavesi a chi sosteneva l'ipotesi "milanese" in merito alla vicenda, era che, all'epoca dei fatti il questione, di Calvenzano di Vizzolo non si sapeva neppure se esistesse (anche se lo si sospettava). Ora tale obiezione, come si è ampiamente visto, sembra caduta: Calvenzano di Vizzolo, sviluppato con ogni probabilità attorno ad un luogo di culto, esisteva, anche se si resta in attesa di più precise datazioni degli edifici riportati alla luce al di sotto di S.Maria Assunta. In ogni caso, va pur sempre considerata la plausibile differenza di importanza politica e sociale, nel contesto dell'età romano-barbarica, che poteva caratterizzare Ticinum, poi Papia, di contro a Calvenzano "milanese". Mentre Ticinum si avviava a divenire capitale del disorganico dominio longobardo, si può presumere che Calvenzano di Vizzolo non fosse molto più che un modesto borgo rurale.
Resta infine da dire che le reliquie venerate come di Severino Boezio si trovano, insieme a quelle di Sant'Agostino e del re longobardo Liutprando, nel bellissimo romanico di S.Pietro in Ciel d'Oro a Pavia, la cui diocesi venera il filosofo come martire e santo, in seguito ad una concessione di papa Leone XIII. Nonostante ciò, ciascuna delle due chiese che, quindici secoli fa, potrebbero aver fatto da sinistro scenario dell'esecuzione del filosofo, presenta un'epigrafe avocante a sè il tragico e nobile fatto. A Calvenzano di Vizzolo, sul lato nord, il 23 ottobre 1947 ne è stata murata una alla cui stesura ha sicuramente contribuito il card. Ildefonso Schuster. A Pavia le lapidi sono due; una ovviamente in san Pietro in Ciel d'Oro (restaurata, ma di età sicuramente medievale) ed una, più recente, nel tempio dei SS.Gervaso e Protaso.

Boezio ed il suo tempo
Anicio Manlio Severino Boezio, nato a Roma verso il 480 d.c., si trovò a vivere nel pieno delle tristi convulsioni di quella straordinaria creazione politica e civile che era stato l'Impero Romano. Egli infatti divenne console e senatore quando sull'Italia dominava Teodorico, Teoderich o Dietrich, re dei germani Ostrogoti, il popolo che nel 493 aveva sottratto la penisola al precedente "inquilino" barbarico Odoacre.
Boezio fece parte della cerchia di uomini politici, letterati e consiglieri latini più vicini a Teodorico, che, com'è noto, risiedeva ordinariamente a Ravenna. Il regno del sovrano goto, nelle fonti coeve, ci è descritto come un periodo di (relativa) pace e prosperità dopo un secolo, quello dell'agonia dell'impero, dipinto in questi termini dal retore latino Ennodio: "... tutto era devastato da stragi cui non si sfuggiva, mentre la fame uccideva chi sopravviveva alle spade, la scarsezza di viveri vinceva i ripari sulle cime dei monti e le rocche munite, e la miseria, più fiera delle armi, piegava anche quelli che erano rifugiati negli alti luoghi ...". Quanto ci sia di attendibile in queste adulazioni di Teodorico non è dato saper; certo è che le cose ad un certo punto cambiarono, perchè il sovrano barbarico, d'antica educazione bizantina, prese a sospettare che i suoi consiglieri più fidi tramassero per riconsegnare l'Italia all'unico suo padrone legittimo, l'imperatore di Bisanzio. Non era un sospetto infondato: la riconquista infatti avvenne, fra il 535 ed il 553, con la terrificante guerra greco-gotica che devastò ulteriormente il nostro povero Paese. Tuttavia, Severino Boezio cadde nel novero dei presunti congiurati, a quanto pare in base a prove inconsistenti, e come altri insigni uomini di Stato latini, venne incarcerato e quindi messo a morte. La sua importanza, nella storia della cultura occidentale, si lega sicuramente alla provvidenziale funzione di mediatore fra mondo antico e Medioevo, riconosciutagli in ogni epoca. In tempi di tristi circostanze, che ne preannunciavano di più tristi ancora, Boezio voleva esplicitamente tradurre in latino (ma non quello classico, bensì un latino "tecnico", con molti adattamenti per renderlo calzante alla prosa greca) tutto Platone, tutto l'Aristotele rimasto ed alcuni loro commentatori fra cui Porfirio (sec. II d.c.). Ci riuscì solo in parte, con la versione latina delle opere logiche di Aristotele - il cosiddetto Organon -  con una serie di commenti ad altre opere aristoteliche, ed infine attraverso i testi conosciuti come Institutiones boeziane, che, sulla base della filosofia greca, considerano argomenti come la musica, la matematica, la geometria. D'altronde, questo carattere di testimone di un'età che sfuma in un'altra è sempre stato individuato nella più celebre opera boeziana: il De Consolatione Philosophie, scritto in prigionia. In questo volumetto davvero la visione greca della filosofia come consolazione razionale, socratica e stoica, si compenetra con i valori allora nascenti del cristianesimo.

Un po' di critica
Premettendo, dunque, che il futuro della ricerca non è mai scritto in anticipo e quindi il punto di domanda sul luogo di morte di Boezio continua ad essere valido, riteniamo utile tuttavia richiamare le eccellenti critiche svolte in merito dallo storico pavese Faustino Gianani, in un dottissimo studio dato alle stampe quasi quarant'anni fa nella "Collana storica melegnanese". Il Gianani, che considera prevalentemente fonti scritte e non la storia monumentale, propende ovviamente per l'ipotesi "pavese" relativamente a tutta la questione; certo è che tale conclusione è raggiunta dopo un'esegesi estremamente accurata, che non sembra formulare obiezioni per partito preso o per il semplice gusto di difendere una tesi campanilistica.
1) Il più antico documento che offre informazioni sulla morte di Severino Boezio è il Chronicon di Mario Aventicense, vescovo della città di Aventicum, l'attuale Avenches nel cantone svizzero di Vaud. Mario, che vive nel VI sec. sotto il dominio dei germani Burgundi e poi dei Franchi, afferma effettivamente che "Eo anno (524, nda), interfectus est Boethio in territorio mediolanense". Aventicum era il più grande abitato della Maxima sequanorum o Elvetia romana, ma - osserva il Gianani - c'è ragione di dubitare seriamente che mario avesse una chiara percezione, pur nella sua posizione, della differenza corrente fra l'ager, o territorium, milanese piuttosto che quello di Ticinum. Inoltre il Chronicon è un testo che nell'equivalente di due pagine (i medievali non scrivevano su carta!) abbraccia un arco di 156 anni. Per altri cronisti medievali più tardi (Freculfo vescovo, Onorio d'Autun) si può pensare che si limitino a copiare Mario.
2) C'è poi il documento noto come Anonimo Valesiano o Annales Valesiani: un testo che, nel ricostruire certe pieghe della storia d'Italia fra la deposizione dell'ultimo imperatore d'Occidente ed il regno di Teodorico, è una delle fonti più ampie di cui disponiamo. Il problema sollevato dagli Annales è che il passo relativo a Boezio si presta ad una doppia lettura. Alcuni, fra cui il Gianani, lo leggono infatti così: "Rex (Teodorico, nda) vero vocavit Eusebium Praefectum Urbis Ticinum (o Ticini?, nda) et inaudito Boethio protulit in eum sententiam; quem mox in agro Calventiano, ubi in custodia habebatur, misere fecit occidi". Quindi: "Il re (Teodorico) dunque convocò Eusebio, prefetto di Roma (o di Ticinum, a seconda del caso in cui tale vocabolo si declina), a Pavia, e, senza ascoltare Boezio, emise la sentenza a suo carico; e presto (il re) lo fece infelicemente uccidere nel territorio di Calvenzano, dove era in prigionia".
Ma altri critici, fra cui lo Schuster, favorevoli a vedere in Calvenzano di Vizzolo il teatro dell'esecuzione di Boezio, si affidano ad un'altra interpretazione: "(...) Quem mox in agro Calventiano, ubi in custodia habebatur, misit rex et fecit occidi". "Quem", allora non si riferisce più a Boezio, ma al prefetto Eusebio, che Teodorico "manda" (misit) ad eseguire la condanna a morte del filosofo in un ager (territorio rurale) che si intuisce distinto dalla città di Ticinum. In questo caso il Gianani osserva: quanto è attendibile, sia pure considerando la sintassi latina imbarbarita dei secoli bassi, una dizione così tortuosa come la seconda, che ripete un soggetto ("rex") a distanza tanto ravvicinata?
3) C'è infine l'opinione di Ludovico Antonio Muratori. L'illustre storico, redigendo i monumentali Annali d'Italia, riscoprì anche l'Anonimo Valesiano suffragando l'idea che l'"ager Calventianus" indicato dal cronista fosse in effetti quello di Vizzolo. Ma anche qui ci si può domandare: è più probabile che il Muratori, vissuto a Modena per grandissima parte della sua vita, abbia operato una selezione su base critica, oppure, essendo al corrente di un solo luogo chiamato "Calvenzano", quello milanese, abbia indicato l'unico di cui era sicuro?


da IL MELEGNANESE
n.20/1999
sabato 13 novembre 1999


Boezio nella sua prigione,
consolato dalla Filosofia.
Miniatura di un codice del
"De Consolatione
Philosophie"
del sec. XI
(Parigi,
Biblioteca Nazionale)



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