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Lombardia

 

Tradizione e innovazione nel governo delle acque a Milano nel sec. XV
di Giuliana Fantoni

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1 - Introduzione: Milano alle soglie del Quattrocento
L'aspetto odierno di Milano è quello di una città senz'acqua, ma per molti secoli della sua storia, e solo fino a una settantina di anni fa, essa ha goduto di un assetto urbanistico diverso. Infatti, e ben ce lo illustrano testimonianze scritte e iconografiche, era solcata da canali che ebbero un ruolo basilare nel suo sviluppo.
La sua posizione, al centro di un'estesa pianura, e la sua condizione di essere facilmente raggiungibile da più parti risultavano penalizzate dalla mancanza di un corso d'acqua naturale, quello che in altri casi aveva consentito fin dai tempi più antichi la nascita e l'affermazione di forme di vita associativa. Nel sec. I a.C., in occasione della conquista della Gallia, Milano si rivelò prezioso punto d'appoggio nell'organizzazione della campagna militare, le venne, pertanto, assegnata la dignità di "municipium" e si iniziarono a porre le consistenti premesse dell'organizzazione del problema idrico.
La presenza di un corso d'acqua, infatti, era ritenuta indispensabile, perchè garantiva molte delle funzioni vitali di un centro destinato ad assumere un'importanza sempre maggiore: facilità di collegamento, possibilità di fortificazione, smaltimento dei rifiuti, funzionamento di ruote di mulino, nonché pesca e, più tardi, rifornimento delle terme. Sfruttando sia la caratteristica di un terreno naturalmente ricco d'acqua, sia la presenza di fiumi di modeste dimensioni che scorrevano nei pressi della città, come l'Olona, il Nirone e il Lambro, Milano che, non a caso, deve, molto probabilmente, l'origine del proprio nome al fatto di essere "in medio amnium", in mezzo ai fiumi, fu provvista di una rete di canali che, tra l'altro, ne garantivano il collegamento col Po, e quindi con gli altri centri della pianura raggiungibili per via d'acqua, e soprattutto con il mare. I Romani che, com'è noto, oltre che costruttori di strade, furono anche particolarmente attenti alla rete idroviaria, posero le basi di un sistema destinato a mantenersi, pur con alterne vicende, fino alle soglie dei nostri giorni.
Del resto, la struttur statale romana godeva dei mezzi tecnici e organizzativi adeguati ad una situazione che richiedeva una premura costante e un costante interesse, ma anche successivamente, pur nelle mutate condizioni politiche e pur nell'abbandono verificatosi per lungo tempo a cuasa della carenza di un potere centrale, i canali continuarono ad esistere e a svolgere la loro funzione. Funzione che poteva essere molteplice: canali scavati in prima istanza con uno scopo, fosse di raccolta, o di fortificazione, o di trasporto, finirono poi con l'adempiere, oltre a quello principale, anche ad altri, o talvolta a tutti questi insieme.
Dopo i fervidi lavori dei secoli successivi al Mille, al sorgere del sec. XV la città lombarda era già fornita di un'importante rete idrica e l'acqua rappresentava una voce tutt'altro che secondaria nella gestione del potere. L'uso dell'acqua, infatti, richiedeva un impegno su più fronti: prima di tutto se ne doveva provvedere l'approvvigionamento relativo ai vari impieghi che si facevano dell'acqua, poi occorreva sorvegliare l'erezione dei manufatti idraulici e disporre per la loro conservazione, ma soprattutto si doveva fare in modo che l'acqua fosse fruita in maniera adeguata e secondo le esigenze sia pubbliche, sia private, queste ultime fattesi particolarmente urgenti a partire soprattutto dalla seconda metà del sec. XIV, quando si incrementò l'attività manifatturiera. L'acqua, infatti, era indispensabile ad artigiani e bottegai perchè azionava le macchine, permetteva la raccolta e l'allontanamento delle scorie, consentiva, attraverso i canali e le soste, il trasporto delle merci e dei prodotti. L'importanza dell'acqua, però, è legata anche all'intervento su di essa operato dagli organi attraverso i quali si esprimeva il potere e anzi proprio la gestione e il governo di questo bene consentono un significativo riscontro. Se è vero, infatti, che nella cura amministrativa confluiscono le due caratteristiche dell'acqua di essere oggetto fisico e oggetto sociale e di conservare contemporaneamente la duplice valenza di essere un fatto pubblico anche quando di pertinenza di privati, è proprio nella modifica della concezione giuridica a essa inerente, più ancora che nei criteri di gestione, che si avverte il cambiamento di cui furono protagonisti, nei secoli di quello noto come basso medioevo, gli organi del potere, tendenti a una centralizzazione mai realizzata compiutamente e sempre alle prese con potentati riottosi ad abbandonare un'autonomia, erosiva della stabilità di una già precaria compagine statale.
Il largo impiego dell'acqua e soprattutto i diversi modi di considerarne il significato sono in stretto rapporto con lo sviluppo delle vicende politiche e istituzionali dello stato milanese, dal momento che, pur nel mutare delle situazioni precipuamente afferenti alle sfere del potere, le necessità urbane non solo si mantenevano costanti, ma a esse se ne aggiungevano di nuove, conseguenti all'ascesa economica e commerciale della città, aspetto questo che costituiva uno degli interessi preminenti dell'autorità, al punto da condizionarne in più casi l'azione.

2 - La legislazione prima e dopo l'ascesa di Giangaleazzo Visconti (1385)
A partire dalla seconda metà del sec. XIII e poi per tutto il sec. XIV si era assistito al passaggio dalle istituzioni comunali a quelle signorili, affermatesi queste ultime, anche da un punto di vista formale, con l'assunzione del controllo politico nel 1385 da parte di Giangaleazzo Visconti, insignito, dieci anni più tardi, del titolo ducale.
Parallelamente, anche l'attenzione rivolta ai problemi di utilizzo dell'acqua e la sua stessa concezione si erano modificate considerevolmente. Il "Liber consuetudinum", il primo testo normativo successivo al Mille in cui si faccia menzione dei problemi d'acqua è del 1216, e le consuetudini ivi raccolte, in questo modo confermate nella loro validità, risalgono in gran parte a un'epoca precedente. Da un lato ciò stava a significare che la gestione di questo aspetto della vita sociale non aveva dovuto, per lungo tempo, subire modifiche di rilievo, dall'altro, la mancanza di una documentazione specifica su questo argomento, mentre è resente per altre questioni, induce a ritenere che le situazioni dovessero svolgersi in modo da non suscitare motivi di dibattito, o di contenzioso.
Fu a partire dalla metà del sec. XIII che si registrò un cambiamento: del 1256 sono gli "Statuta utentium de aqua Vitabiae", la prima raccolta di disposizioni interamente dedicata a questioni d'acqua, a cui seguirono, quattro anni più tardi, gli "Statuta Nironis". Si trattasse di fiumi naturali, come il Nirone, o di canali, come la Vettabbia, l'acqua e le questioni ad essa inerenti necessitavano ormai di una normativa specifica, vuoi per l'ampiezza che tali questioni avevano assunto in conformità allo sviluppo cittadino, vuoi per l'allargarsi delle pertinenze giuridiche e delle competenze amministrative e per l'inevitabile intreccio che ne seguiva. Tuttavia, sono ancora esempi che, per quanto significativi, possono essere considerati la risposta pragmatica a necessità provenienti da uno stato di cose; diversi sono, quasi un secolo più tardi, gli "Statuti delle strade e delle acque", del 1346, in cui è evidente il tentativo da parte dell'autorità centrale di prendere coscienza della gestione delle strutture urbane come strumanto per l'affermazione di un potere ancora ampiamente condizionato dai particolarismi. Sebbene questa iniziativa nei suoi esiti risulti lacunosa e frammentaria, in quanto dettata da una mentalità legislativa ancora più attenta alla soluzione di casi concreti che alla formulazione di principi, in essa tuttavia si percepisce la preoccupazione di esercitare il controllo di una complessa serie di problemi che rivestivano un ruolo importante nella vita cittadina.
E', però, con Giangaleazzo, come si deceva, che si determinò la svolta istituzionale all'origine di una serie di innovazioni e cambiamenti. Prima di tutto la riforma amministrativa del 1386 che dispone una modificata ripartizione degli ambiti di gestione e la presenza di nuovi funzionari di nomina ducale, a cui seguì per quanto riguarda la normativa, la redazione degli "Statuta Mediolani" del 1295. Nonostante essi ripresentino in forma "grosso modo" analoga i limiti giuridici dei precedenti statuti, puntualizzano elementi che, seppure importanti, erano rimasti fino ad allora privi di una regolamentazione. Ad esempio si definiscono i termini entro i qiali era possibile derivare l'acqua con bocche, o con rogge e le relative sanzioni per i contravventori, o anche come sitemare chiuse negli alvei dei fiumi: vengono, cioè, specificatamente e puntualmente considerati quegli elementi attraverso i quali sia possibile esercitare, da parte degli organi di governo, il controllo sulla fruizione dell'acqua. Sono provvedimenti nuovi, certamente importanti in se stessi, ma il dato più innovativo è rappresentato dalla concezione che si viene formulando relativamente all'acqua: svuotatasi in modo graduale della sua configurazione di "res publica", l'acqua finisce con l'entrare a far parte dei beni patrimoniali del signore. Proprio questa situazione spinge il signore e i suoi rappresentanti ad un controllo più diretto e serrato e il cambiamento istituzionale appare in larga misura ispirato, tra gli altri motivi, anche dal desiderio o dalla necessità di acquisire questa fonte di ricchezza.
Questo atteggiamento, emanazione di un'autorità che ambiva a presentarsi come unica fonte del potere, fu poi rafforzato dai successivi duchi Giovanni Maria e Filippo Maria Visconti e a contrastarlo mancavano strumenti adeguati. Per quanto riguarda le acque, le istituzioni comunali, alle quali in linea di principio sarebbero dovuti competere i compiti di gestione di questa risorsa cittadina, seppure non soppresse in epoca ducale ed anzi contemplate dagli statuti, non godevano dell'autonomia sufficiente nello svolgimento delle proprie mansioni. Infatti, anche se non esautorate, esse, di fatto, si trovavavno nell'impossibilità di esercitare fino in fondo e con pieno diritto la propria autorità cittadina, costrette ad agire all'interno di uno stato in cui il duca, attraverso una politica in un primo tempo di concessione di privilegi fiscali e giurisdizionali, poi di infeudazione, si garantiva l'apoggio dei signori e delle comunità del contado a scapito delle autonomie locali.
Se dunque a Milano erano le istituzioni comunali, il Vicario e i XII di Provvisione coadiuvati dagli officilai e dai campari a stabilire i parametri secondo i quali era permesso l'utilizzo e lo sfruttamento dell'acqua, era il duca a goderne i vantaggi fiscali e di concessione. Vantaggi necessari, tra l'altro, al finanziamento delle guerre volute da Filippo Maria, e vantaggi che, paradossalmente, potevano essere tanto maggiori quanto più frammentato e puntuale era il contenuto della normativa emanata dal duca, disposta ormai più a incrementare gli introiti del signore, che non mediata in vista di una più funzionale organicità.

3 - La visione dell'acqua come risorsa cittadina sotto Francesco Sforza
Un'ulteriore svolta si definì intorno alla metà del sec. XV, dopo che Francesco Sforza nel 1450 si fu insignorito di Milano. Questo cambio al vertice si verificò dopo il fallimento del tentativo, condotto dalla Repubblica Ambrosiana alla morte di Filippo Maria, di ridare alle istituzioni comunali l'antico ruolo direttivo. Questo tentativo se, per un verso, può essere ritenuto manifestazione di una coscienza civica non del tutto spenta, giungeva, però, in una forma ormai sostanzialmente lontana dal modello a cui si ispirava e alla quale non potè essere estraneo il ridimensionamento del significato politico che appunto le istituzioni comunali si erano trovate a sperimentare con i Visconti. Ridimensionamento imposto prima di tutto dall'essere la Repubblica Ambrosiana espressione cittadina, mentre l'evoluzione politica dei decenni precedenti, e non solo a Milano, si era, ormai, orientata decisamente verso l'organizzazione di forme di potere supercittadine. Questo stato di cose si sommava alle discordie che travagliavano un'oligarchia poco compatta e pertanto incapace di far emergere dal prorpio interno la figura di un signore. Proprio questo vuoto di potere, che di fatto si traduceva nell'impossibilità di fronteggiare i nemici, e l'assedio posto dallo Sforza, fu all'origine della consegna della città allo Sforza medesimo.
A questo punto, però, non sitrattava più di una figura, come quella dei Visconti, la cui autorità si era trasformata nel corso del tempo; l'autorità dello Sforza, per quanto non esente da nuclei di opposizione, poggiava proprio, anzi per il momento si potrebbe dire quasi soltanto, sul riconoscimento da parte dei cittadini. Ecco che allora quello che per i suoi predecessori era stata un'acquisizione ottenuta alternando bruschi colpi di mano ad atteggiamenti di lenta erosione, per Francesco sforza è piattaforma di partenza per organizzare, con machiavellica virtù, il proprio stato, secondo una concezione destinata ad accentuarne il carattere dinastico-patrimoniale.
Co questa idea di autorità, anche la considerazione riservata all'acqua è diversa rispetto al passato e il duce di Milano da subito dimostra, a questo tema un'attenzione particolare e, rispetto ai suoi predecessori, molto più articolata. L'acqua, infatti, non è più vista solo come cespite fiscale, per quanto questo aspetto continui ad essere presente e con tutta la sua importanza, ma come un bene irrinunciabile che merita di essere salvaguardato, incentivato e protetto per poter essere sfruttato.
Nei capitoli della pace di Lodi, che, nel 1454, poneva termine alla lunga rivalità con Venezia, lo Sforza, rinunciando, e non senza rammarico, a Crema, cede alla Repubblica di San Marco anche la ragione dei Cremaschi di derivare dall'Adda la roggia Retorto, nascente nel territorio di Cassano, cioè nel ducato. Rinuncia non da poco, se si pensa all'importanza che la coltura dell'irriguo aveva - ed ha ancora adesso - nella zona, rinuncia, tuttavia, a cui lo Sforza si mantenne fedele, ed è Venezia stessa a dargliene atto, nonostante i numerosi motivi di contenzioso, inevitabili quando un corso d'acqua ha origine in uno stato per poi scorrere in un altro. La volontà politica dello Sforza di mantenere il più possibile la pace con la potente e temibile vicina derivava anche dalla consapevolezza che, dato il ruolo economico svolto dall'acqua, qualunque danno apportato in quest'ambito avrebbe provocato nella Serenissima una reazione di un'entità difficile da quantificare, ma facile da prevedere. Inoltre, ed anche di ciò lo Sforza era perfettamente conscio, diritti d'acqua su territori contigui potevano affermarsi, ed essere realmente fruibili, solo se considerati e rispettati nella loro interezza, nonostante la presenza di confini e di divisioni politiche.

4 - Il Filarete, l'igiene ed i canali milanesi
L'importanza dei canali cittadini si mostrò, poi, in modo evidente e specifico in occasione della costruzione di una grande opera pubblica: l'ospedale. Col desiderio di accattivarsi il favore dei Milanesi, così prezioso, come si diceva, per la stabilità del potere del duca e nell'intento di incentivare il ripristino della normalità in una città provata dalla guerra e dall'assedio, Francesco e Bianca Maria, nel 1454, donarono, con privilegio ducale, il sito per l'erezione della Ca' Granda. L'incarico per l'esecuzione dei lavori fu affidato ad Antonio Averlino detto il Filarete. Costui, erede della tradizione architettonica che aveva prodotto i begli esempi di Firenze e di Siena, e per questo non gradito nell'ambiente lombardo in cui riuscì ad inserirsi solo grazie alla protezione dello Sforza, sfruttò con originale spirito innovativo la presenza del fossato, che correva lungo due lati dell'edificio, per smaltire le sostanze luride. Attraverso una finestrella aperta accanto a ciascun letto, si potevano gettare in un cunicolo, appositamente scavato e confluente nel canale, liquami e putridume senza che infettassero, o ristagnassero nelle aree circostanti. E' l'Averlino stesso che descrive nell'Ospedale progettato per la Sforzinda, la sua città ideale pensata sotto gli auspici del duca di Milano, questo sistema, sottolineando prima di tutto la necessità che l'edificio in questione dovesse sorgere presso un canale e conquelle caratteristiche di cui lui medesimo aveva dotato appunto l'ospedale della città lombarda.
L'interesse del duca di Milano per l'acqua si manifestò di nuovo tre anni più tardi in modo esplicito, quando, su richiesta di un gruppo di nobili milanesi, con decreto ducale del 1 luglio 1457 concesse l'autorizzazione allo scavo di un canale che sarà poi detto naviglio della martesana. L'idea risaliva a un quindicennio prima ed era già stata accolta da Filippo Maria nel 1443, senza che, però, se ne cominciasse nemmeno la realizzazione, ma il progetto appoggiato dallo Sforza si mostrava decisamente più ambizioso e interessante. Non solo un canale, come aveva pensato il Visconti, che da Concesa alla Molgora consentisse l'azionamento di impianti idraulici, sempre che l'acqua estratta dall'Adda non danneggiasse il corso di questo fiume, la cui importanza strategica contro Venezia era enorme, ma un canale che, dopo avere azionato impianti idraulici, irrigato campagne, trasportato derrate, giungesse in città, immettendosi nella fossa interna cittadina e si collegasse in tal modo anche al naviglio Grande, derivato, come si sa, dal Ticino. Si sarebbe così stabilito un tracciato che latitudinalmente avrebbe toccato i confini del ducato da un capo all'altro, consentendo, grazie alla fitta rete di rogge provenienti dai canali principali, di garantire la distribuzione dell'acqua sul territorio.
Questo, infatti, continuava ad essere l'obiettivo, tanto semplice nella sostanza, quanto complesso nella sua realizzazione. Se, infatti, lo scavo dei canali principali si presentava impegantivo ed è evidente il largo impiego di mezzi che ciò richiedeva, altrettanto, e per certi versi, ancora più impegnativa era l'opera necessaria alla quotidiana fruizione dell'acqua. Essa richiedeva lavoro costante, interventi puntuali, attenzione capillare, in quanto qualunque ostacolo, o impedimento, o diversione poteva compromettere parti più o meno grandi della rete idrica. In breve, si trattava di assicurare la manutenzione di tutti icanali, qualunque fosse la loro dimensione, degli edifici idraulici, come i mulini, le chiuse, le conche, i ponti e di regolamentare l'uso dell'acqua, affinchè essa potesse essere utilizzata per tutti gli scopi previsti e nelle quantità e condizioni stabilite. Ognuna di queste intraprese ne conprendeva a sua volta altre: la manutenzione dei canali, delle rogge e degli edifici idraulici significava rafforzare rive e argini, ripulire l'alveo dai detriti e dalla vegetazione spontanea, cosa che richiedeva lo svuotamento temporaneo dell'alveo medesimo, la sostituzione o la riparazione degli incastri, che, costruiti in legno, erano soggetti a continuo deterioramento e ugualmente richiedevano interventi continui i ponti e le strade che costeggiavano i canali.
Si tratta di aspetti della gestione delle risorse idriche, o meglio dei manufatti ad esse connesse, che hanno accompagnato in ogni tempo la presenza di una fitta rete di canali e, certo, a mano a mano che larete si infittisce e si completa, la sua manutenzione diventa un onere sempre più gravoso, così come sempre più difficile diventano le operazioni di controllo e di verifica degli abusi; tuttavia ancora una volta quest'ordine di problemi va collocato in una più generale gestione del potere, di cui l'acqua è voce importante, ma non unica, né isolata.

5 - Legislazione nuova e interessi individuali
Contemporaneamente a quello che abbiamo definito un graduale svuotamento del significato di acqua come "res publica" e la sua conseguente acquisizione tra i beni patrimoniali del signore, si assiste, si è detto, ad un incemento normativo, che nella seconda metà del sec. XV, se non completo, si è, però, conservato in misura cospicua, sono contenute tutte le disposizioni ducali riguardanti la città e il territorio del ducato. Mentre quelle che concernono altri aspetti dell'amministrazione tendono gradualmente a diminuire, indice di un equilibrio che, in qualche modo, si riteneva raggiunto, sempre più numerose sono quelle inerenti ai problemi d'acqua: si tratta di ingiunzioni, disposizioni, minacce di sanzioni, ripetizioni di precedenti provvedimenti, minuziose annotazioni riguardanti la ripartizione degli oneri in denaro e in opere, misurate in base alle proprietà posseduta dai beneficiari dell'acqua, o alla loro attività. Esse si soffermano anche sui compiti che spettano ai funzionari, soprattutto quelli che, come i campari, svolgevano "in loco" le proprie masioni e quindi si trovavano più drettamente coinvolti nella questione. Tutta questa massa documentaria è sintomo certamente di una situazione importante, e quindi bisognosa di regole, ma proprio da tutte queste regole, valide, ancora una volta, più caso per caso che non in linea generale, emerge chiaramente come l'onere della manutenzione in tutti isuoi aspetti siaormai di totale competenza dei fruitori dell'acqua, di coloro, cioè, che possiedono bocche, oppure che abitano lungo i canali, o ancora che svolgono una attività per cui sia necessario l'uso di molta acqua, fruitori dai quali l'autorità centrale riscuote tasse ordinarie e straordinarie. Ed emerge anche la difficoltà a gestire una situazione resa così complessa proprio dalla mancanza di una forma che precisi l'assunzione di responsabilità da parte degli organi di potere. Una normativa troppo estesa e carente dal punto di vista del programma amministrativo finisce per determinare un vuoto legislativo in cui unici punti di riferimento sono l'avidità fiscale e il privilegio.
Siamo lontani dai tempi in cui contro il Barbarossa si scavava un "fossatum comunis Mediolani" e negli stessi anni con la pace di Costanza i comuni si vedevano finalmente assegnare le regalie sull'acqua e questa concezione privatistica dell'acqua così chiaramente affermata dal signore nel corso del sec. XV provoca nei singoli un altrettanto spiccato atteggiamento di difesa dell'interesse individuale. Si va a caccia di esenzioni fiscali, si richiedono privilegi di cui è praticamente impossibile verificare le pezze giustificative, o più semplicemente si viene meno alle disposizioni nella speranza, o nella certezza, che il controllo non venga effettuato, che gli officiali siano corruttibili, oppure che la multa venga condonata, o cada in prescrizione. Il quadro, infatti, di cui si dispone è da un lato di una normativa vanificata nella sostanza da una ridondante quantità di casi eccezionali, o di disposizioni straordinarie e dall'altra di una risposta che deve essere stata fiacca a giudicare dalle continue, ripetute ingiunzioni e minacce. Tuttavia i canali funzionavano e l'economia prosperava, segno dunque che un equilibrio, seppure diverso da quello che si potrebbe ipotizzare, doveva essere stato raggiunto.

6 - I magistrati incaricati della gestione delle acque
In questo contesto, un ruolo importantissimo fu svolto dalle magistrature ducali sforzesche, in particolare dai magistrati delle Entrate Straordinarie. I Magistrati delle Entrate erano sei, tre per le Entrate Ordinarie, tre per quelle Straordinarie. Essi compaiono con la riforma amministrativa di Giangaleazzo Visconti e, come dice bene la loro qualifica, loro compito era occuparsi del fisco. Fu nella seconda metà del se. XV che acquisirono un'importanza decisamente più rilevante che per il passato: frequente è, infatti, il caso in cui a loro vengono affidati incarichi che li vedono in rapporti di stretta collaborazione con il signore e proprio ai magistrati delle Entrate Straordinarie viene affidata la gestione delle acque.
A partire dall'epoca viscontea si era affermato in modo stabile e duraturo un officiale preposto alla gestione delle acque: il giudice, appunto delle acque. La creazione di questa carica seguiva quella di altri funzionari precedenti, come il "magister acquarum civitatis Mediolani",prima magistratura comunale di cui si ha notizia nel 1286, e altri ancora precedenti, come il camparo, o i "sex sapientes viri". Con gli "Statuta Mediolani" di Giangaleazzo, a partire cioè dal 1395, la sua carica diviene quella di "giudice delle acque, delle strade e dei ponti"; costui in taluni casi collaborava con le istituzioni comunali, la cui giurisdizione, a differenza della sua, era,com'è ovio, limitata alla città, ed essendo egli di nomina ducale, il suo parere e il suo intervento risultano senza dubbio avere un peso diverso e preminente.
La situazione, però, mutò radicalmente dopo il 1450. Fu infatti Francesco Sforza a dare ai Magistrati delle Entrate quel ruolo di suoi stretti collaboratori che fu all'origine appunto della loro posizione di primo piano nell'amministrazione dello stato. Il nuovo signore di Milano da subito considerò di vitale importanza definire una rosa di funzionari ai quali asseganre i compiti più delicati. Essi dovevano dare al pari garanzie di capacità e di affidabilità politica ed erano provenienti da una ristretta cerchia di famiglie più vicine al duca. Questi funzionari sono i "domini de Consilio Secreto" e i Magistrati delle Entrate. Di fatto, quindi, tutte le più importanti questioni dell'amministrazione vengono affrontate ed eventualmente risolte in questo ristretto e collaudato ambito politico. Le altre cariche previste dalla burocrazia dello stato milanese, comprese quelle di "giudice" e di "officiale delle strade, delle acque e dei ponti", non vengono soppresse, ma, divenuta la loro funzione di fatto ormai superflua, vengono utilizzate dallo Sforza in altro modo. Con il suo consenso comincia ad affermarsi la prassi secondo la quale gli offici vengono messi all'incanto, oppure concessi dietro sovvenzione fatta alla Camera Ducale, in pratica vengono venduti, o ceduti gratuitamente a qualche protetto del duca. Ciò significava che il criterio per la nomina del funzionario non era più l'esperienza e le capacità, quanto piuttosto la necessità di denaro da parte del duca.
Questo stato di cose soddisfaceva una duplice esigenza dello Sforza: da un lato, come si è detto, rimpinguare le casse dello stato, dall'altro mentenere un controllo più circoscritto sui funzionari che lavoravano attivamente nell'amministrazione statale. Esso, però, si incontrava anche con l'ambizione di una certa fascia sociale cittadina che, senza correre alcun rischio, si veniva a trovare a contatto col principe e con la corte, godendo di un vantaggio in termini di prestigio e di possibilità di ricevere successivi favori superiori certamente alla modesta remunerazione. E si incontrava anche con l'esigenza dei grandi ceppi magnatizi e nobiliari che, con l'affermarsi della Signoria "non perdono, anzi rafforzano il loro potere politico e sociale: ma è dallo Stato che ora esso deriva (seppure per privilegio e in deroga a Statuti e decreti) ed è nell'ambito dello Stato che ora esso si esercita. La via per ogni affermazione politica e sociale passa ora necessariamente attraverso la cort, come punto di riferimento obbligato".
Con il passare del tempo questa prassi si fece sempre più frequente fino a divenire quella usuale e di pari passo si assiste ad un emergere sempre più evidente dei Magistrati delle Entrate Straordinarie nella gestione delle acque. Sono loro, e non più il giudice o gli officiali, ad emanare disposizioni per conto del duca e lo fanno godendo di un'autorità e di un prestigio superiore di certo a quelli goduti prima dagli altri funzionari. La loro non è una carica amministrativa, ma politica e non a caso si affida loro la gestione di una delle maggiori fonti di ricchezza come l'acqua, data l'ormai provata impossibilità, o incapacità, da parte degli organi di governo di individuare un'altra strategia amministrativa efficace.

7 - Gli ingegneri e la questione della sopravvivenza di maestranze antiche
C'erano poi altri funzionari che partecipavano alla gestione delle acque: gli ingegneri ducali. Eredi di una tradizione che aveva visto gli "inzinerii" già al servizio del comune, essi erano soprattutto funzionari stipendiati, ma, in quanto officiali del duca, godevano del privilegio di essere in contatto diretto con il principe e con la corte. La loro formazione poteva essere quella tecnico-ingegneristica, oppure quella più solida e più modesta del "magister" di particolare talento, o ancora quella di intagliatori, scultori e pittori che, grazie alla loro familiarità con il disegno, potevano occuparsi anche di architettura e ingegneria civile e militare. Il loro reclutamento avveniva principalmente sulla base della tradizione famigliare e della pratica di cantiere, in quanto le loro competenze derivavano prorpio dalla sapienza di una tradizione di lavoro su cui si poteva innestare l'ingegno personale.
Erano sostanzialmente dei tecnici, ai quali si richiedeva, da parte del duca, di affrontare qualunque lavoro si ritenesse opportuno, e che in generale vi riuscivano grazie alla loro formazione basata soprattutto su di una collaudata pratica di mestiere e su di un approccio ai problemi di carattere eminentemente empirico. Dal punto di vista della loro impostazione professionale, quindi, l'opera di Frontino "De acquaeductu urbis Romae", si inserirebbe a proposito proprio in questo contesto milanese, dato che l'autore classico non ha in mente una trattazione teorica, ma la redazione di un testo che presenta i risultati di un'intensa esperienza diretta. Tuttavia il manoscritto e le successive edizioni cominciarono ad essere conosciute troppo tardi. Perchè i suoi contenuti potessero essere assimilati dall'ambiente milanese, dove mancava, tra l'altro, una figura di intellettuale in grado di maturarne i risultati inserendoli nella propria trattazione teorica e nella propria attività pratica, come fu, per esempio, il caso dell'Alberti.
Sarebbe, però, difficile negare che parte di quel sapere tramandato in famiglia e nei cantieri non sia in qualche modo anche sopravvivenza di un patrimonio di conoscenze più antico, di cui si poteva anche non percepire cansapevolmente la derivazione, come, d'altra prte, sarebbe altrettanto difficile negare che attraverso la pratica e l'esperienza di situazioni analoghe, vissute per i medesimi obiettivi non si possa giungere ad intuizioni o risultati altrettanti analoghi, per quanto autonomi. Resta, perciò, pressochè impossibile valutare la reale consistenza ed incidenza di un sapere dopo tanti secoli. Quello che invece è possibile, è analizzare atteggiamenti e iniziative e cercare di ricostruire un filo conduttore di ricerca, di curiosità, di necessità che può essersi mantenuto attraverso i secoli e di cui si possono individuare le premesse remote.
Già in Frontino, ad esempio, è presente l'esigenza di definire l'uso e la gestione delle acque secondo i criteri emanati dallo stato e i suoi commentari sono principalmente dedicati alla soluzione dei problemi tecnici di approvvigionamento e distribuzione delle acque.
Se in lombardia l'approvvigionamento non rappresentava un particolare problema, poiché il territorio era naturalmente ricco d'acqua, diverso è il caso della distribuzione e infatti uno dei problemi più importanti con i quali si confrontano sia itecnici, sia gli amministratori lombardi dei secoli XIV e XV è quello della regolamentazione delle bocche. Tale problema riguardava in prima istanza il numero delle prese, e conseguentemente delle rogge che, data la facilità con cui si poteva scavare il terreno di Lombardia e data la natura pianeggiante di quest'ultimo, non era difficile aprire ed eventualmente "spostare", cioè riaprie in un altro punto, a seconda delle necessità e non sempre mantenendo le medesime dimensioni. Anchequesto aspetto era già noto a Frontino, egli, infatti, definisce "intolerabilis fraus" il comportamento di un nuovo proprietario che sopprimesse una fonte già esistente per aprirne una nuova. In seconda istanza la regolamentazione delle bocche poneva un problema anche più complesso: la quantificazione dell'acqua in rapporto alla portata del canale. Dalla documentazione lombarda risulta che i termini presi in considerazione a tale scopo sono il diametro della bocca e il tempo per il quale dura il deflusso dell'acqua, utilizzando un approccio geometrico, l'unico evidentemente allora possibile, che, però, consentiva un calcolo solo approssimativo. A ciò si cercò di ovviare tenendo conto, senza, però, riuscire a tradurla in termini numerici precisi, della pendenza del terreno.
Frontino aveva anticipato questo problema soffermandosi a determinare i criteri di calibratura delle tubature, alla ricerca di parametri che potessero consentire una determinazione quantitativa della portata delle fonti e intuendo che l'altitudine di quest'ultima dovesse avere importanza sul modo di deflusso dell'acqua. Solo il calcolo infinitesimale consentì di risolvere questo problema, con l'inserimento dei valori numerici di una terza dimensione: la velocità. Si può dire, però, che da Frontino in avanti la misurazione dell'acqua continuò a scontrarsi con questo problema. Problema la cui ricerca di soluzione prosegiì nell'arco di secoli e fu all'origine di una vasta serie di sperimentazioni; del resto la caratteristica di essere l'idraulica una tecnica emenenemente legata al "reale", concezione che era anche di Frontino, nasceva con ogni probabilità proprio dall'impossibilità, data dalla carente strumentazione matematica, di superare un approccio esclusivamente empirico della misurazione dell'acqua. L'idraulica era dunque vissuta come una tecnica in grado di osservare i fenomeni, di tradurli nella pratica con grande sapienza fattuale, senza, però, poterli possedere e controllare in termini teorici.
In questa contraddizione concettuale, a cui, in ogni caso, fa riscontro una grande capacità di analisi e di progettualità, il cui apice è forse rappresentato da Leonardo, risiede gran parte del fascino che i problemi d'acqua di quei secoli possono ancora suscitare negli studiosi.




da "Technology, Ideology, Water: from Frontinus to the Renaissance an Beyond" " estratto degli Acta Instituti Romani Finlandiae, vol.31. Edited by Christer Bruun and Ari Saastamoinen. Roma 2003



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