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Lombardia

 

Il Parco del Carengione
Passato, presente e futuro dell'oasi naturalistica di Peschiera Borromeo
di Sergio Leondi

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Città di Peschiera Borromeo
(Provincia di Milano)
Amministrazione Comunale

Il Carengione si avvia a diventare, finalmente, un patrimonio pubblico a disposizione di tutti gli amanti della natura.
Per la creazione dell'omonimo Parco, sono infatti passati alla pubblica proprietà oltre 38 mila metri quadrati di terreno, in parte a bosco.
In tal modo, l'oasi verde di Peschiera Borromeo esce dal limbo delle discussioni, per farsi sostanza concreta; soprattutto, può aprire ufficialmente i suoi sentieri agli amanti della natura. D'ora in avanti saremo quindi liberi il d'andare a passeggiare in tutta tranquillità su quell'area, senza il pericolo di vederci sbarrare il passo da chicchessia.
Da due decenni gli amministratori di Peschiera Borromeo hanno puntato gli occhi sul Carengione, individuato come una risorsa straordinaria dal punto di vista ecologico.
L'occupazione per pubblica utilità, disposta formalmente dalla Provincia, su iniziativa del nostro Comune, premia pertanto gli sforzi molteplici dispiegati in questi lunghi anni, oltre che da noi e da chi ci ha preceduto, da varie associazioni ambientaliste, e dai cittadini più sensibili alle medesime tematiche.
Adesso occorre procedere velocemente su questa strada, con nuove acquisizioni, riqualificando la zona, rendendola più accessibile, senza peraltro snaturarne le formidabili caratteristiche di bio-diversità, le quali fanno del Carengione un habitat ideale per flora e fauna, vero gioiello "smeraldino" per l'intero circondario.
Le pagine che seguono sono state redatte con la solita bravura e perizia dal Professor Sergio Leondi, acclamato storico del Comune, che qui ringraziamo e complimentiamo: servono a ripercorrere le vicende antiche e recenti del Carengione, a partire dalla curiosa origine del nome, fino a delineare alcune possibili iniziative da attuare nel prossimo futuro; serve altresì, la parte finale, come "guida pratica" per vivere e visitare l'oasi.
Peschiera Borromeo è in movimento. Forse a chi resta lontano dal Municipio, ciò non sempre appare, eppur si muove, la nostra città, e i risultati sono nero su bianco, incontrovertibili.
Come nell'esempio del Carengione, e in quelli consimili del ripristino dei fontanili, del recupero del nucleo storico, ambientale e paesaggistico attorno al Castello Borromeo e vicinanze, e più complessivamente della tutela e miglioramento delle aree verdi, parte delle quali inserite nel grande Parco Agricolo Sud Milano, di cui siamo strenui difensori in ogni occasione.
Su questi argomenti così strategici per la qualità della vita a Peschiera Borromeo, non abbasseremo mai la guardia, anzi aumenteremo l'attenzione e l'impegno, sia in sede locale che fuori, per conseguire sempre nuove conquiste di civiltà.
Marco Malinverno
Sindaco di Peschiera Borromeo

Città di Peschiera Borromeo
(Provincia di Milano)
Assessorato alla Cultura - Assessorato all'Ecologia

Gli Assessorati alla Cultura ed Ecologia, insieme, promuovono questa pubblicazione, dedicata al Parco del Carengione. Riteniamo infatti che la sua storia passata, presente e futura, costituisca un argomento d'interesse comune ad entrambi i nostri Settori.
Occuparsi di Cultura, significa anche far conoscere e valorizzare quanto di bello il nostro territorio offre dal punto di vista naturalistico, illustrarne la genesi e il divenire, la fruibilità da parte della popolazione. Così come l'Ecologia è un fatto innanzitutto culturale ed educativo, prima ancora che una branca della biologia, quella che studia le relazioni tra organismi viventi e ambiente circostante.
Ecco perché, in perfetta sintonia, abbiamo accolto con entusiasmo il presente lavoro di Sergio Leondi, che coniuga magnificamente la ricerca storica e documentaria con l'indagine scientifica e naturalistica, dimostrando nel contempo una sensibilità ecologica esemplare.
All'Autore esprimiamo quindi tutto il nostro apprezzamento, per averci fatto scoprire il Carengione, piacevolissima realtà, conosciuto forse sì, ma finora poco frequentato. Adesso che la cittadinanza può finalmente avvalersi dello studio che qui introduciamo, utile anche come "guida" pratica, l'invito che rivolgiamo a tutti è di visitare questo Parco così straordinario, incontaminato "cuore verde" di Peschiera Borromeo, in grado di regalarci istruttive cognizioni, sane emozioni, occasioni di svago, aria buona e salute.
Tosca Bertolini, Assessore alla Cultura
Vittorina Masini, Assessore all'Ecologia

CARENGIONE STORY
Il Carengione? Credo che ormai la maggioranza dei peschieresi sappia cos'è, e dove si trovi. Per quei pochi che ancora cadono dalle nuvole, sentendo la parola Carengione, e per chi ritiene sempre utile rinverdire le conoscenze acquisite, dico allora che con quel vocabolo ci si riferisce ad una determinata zona al centro del territorio comunale, ad est di Mezzate e a nord di Bettola.
Ancora venti anni fa, misurava circa 204 pertiche milanesi, pari a 13,35 ettari, ossia 133.500 metri quadrati; di essi, il 40% era occupato da bosco, il restante 60% da prati. In due occasioni successive, come vedremo, la superficie venne allargata.
Per le sue peculiarità geografiche e naturalistiche, quest'area viene considerata come il cuore verde di Peschiera Borromeo: l'oasi del Carengione, oggetto di attenzione e studi, tra l'altro, presso varie associazioni ambientaliste.
Perché Carengione? Fino a ieri ero convinto che il nome derivasse dal milanese caréggia o carénsgia, riconducibili all'italiano carrareccia, con allusione ai solchi lasciati sul terreno dalle ruote dei carri, la carreggiata. E quindi, un sentiero campestre battuto, segnato dai carri, identificabile con la strada vicinale Mezzate-Fiorano, prolungamento della via Turati (prima che si costruisse la pista aeroportuale del Forlanini, arrivava fino a Linate). Un sentierone, un carengione appunto, espressione acquisita da un bel tratto dell'area che attraversa.
Oggi invece non sono più così sicuro, di questa origine… carrabile. Propendo anzi per una diversa interpretazione. Il dubbio m'è venuto sfogliando certi documenti facenti parte dell'Archivio Storico del Conte Gian Vico Borromeo di Peschiera, che egli, con la consueta cortesia, mi ha permesso di esaminare (il Carengione è appartenuto per secoli ai suoi avi).
Più di una volta dunque, su vecchie carte notarili riguardanti compra-vendita o affitti di terreni, mi sono imbattuto nei vocaboli cariggio o careggio, al plurale cariggi, cariggioni o careggioni. Molto illuminanti i seguenti due atti: sotto la data del 1871, nel rogito di vendita della Possessione Fornace si accenna ad un appezzamento di terra chiamato cariggione, qualificato come "fondo sortumoso - acquitrinoso -, coltivabile a risaia e nella maggior parte da zappa"; scendendo più indietro nel tempo, 1834, nei dintorni della cascina Deserta si parla di "varie campagne denominate i Cariggioni di Fiorano ed i Cariggioni di Biassano, per una parte incolti e che producono solo il cosiddetto cariggio".
Sorpresa! Questo cariggio altro non è che il carice, pianta palustre delle Ciperacee a portamento cespitoso, conosciuta pure come falasco, con foglie verdi azzurrognole e fiori bruni raccolti in spighe. Da tale pianta si ricava la materia prima per impagliare le sedie.
Consultando i dizionari del dialetto milanese e quelli di toponomastica, trovo nuove conferme: careggio o carreggio, col corrispondente accrescitivo, in Lombardia deriva da carecc, carice; alcuni sbagliando lo traducono con giuncheto; più correttamente occorrerebbe italianizzarlo con cariceto.
Oltre a quelli citati sopra, altri cariceti o cariggioni indicano le carte dell'Archivio Borromeo a San Bovio, Mirazzano, Longhignana. Come dire: pressoché ovunque!

IL CARICE

Tipico delle zone fredde-temperate, ombreggiate ed umide, il carice (dal latino carex - caricis, connesso a carere, cardare o graffiare, per via dei margini fogliari duri e taglienti) è una pianta "colonizzatrice", cioè si insedia per prima nei pressi delle rive di lanche e depressioni colme d'acqua stagnante. Si conoscono circa 1100 specie, un centinaio delle quali crescono in Italia. Quelle che a noi interessano particolarmente, sono il carice di ripa (carex riparia), e il carice irto (carex hirta). Con i suoi rizomi tale pianta trattiene i sedimenti vegetali, organici e terrosi concorrendo, recita l'Enciclopedia Motta, "alla formazione di prati acidi ed acquitrinosi che si trasformano successivamente in pseudo-praterie a terreno molle e quindi in torbiere verdi".
Esaurita la sua funzione di apripista, pian piano il cariceto declina fino a scomparire, sostituito da altre specie erbacee semi-palustri (sedano d'acqua, crescione, ecc.), per giungere al termine del processo evolutivo-insediativo e botanico, con piante del tutto terrestri: rovi, ontani e salici, pioppi, olmi, e così via… È questa una delle ragioni (congiunta alla bonifica intrapresa dall'uomo) per cui adesso i carici sono piuttosto rari a Peschiera Borromeo, fatta eccezione… per il Carengione, dove si può ancora rinvenirne diversi esemplari.
Sollecitato dalle informazioni fornitemi dai documenti del Conte Gian Vico Borromeo, sono andato ad interrogare le mappe catastali dei Comuni di Peschiera e Mezzate, datate 1722. Scrutando i cosiddetti "sommarioni", che sul bordo delle tavole elencano i proprietari delle singole particelle immobiliari, con relativa estensione ed uso del suolo, mi sono sentito maggiormente confortato nella mia tesi, circa la provenienza del nome Carengione.
Soprattutto a sud-ovest della Deserta (cioè esattamente dove sta il Carengione attuale) si rintracciano "prati e pascoli liscosi - da lisca, pianta palustre imparentata col carice, usata per rivestire seggiole e fiaschi - e sortumosi detti il cariggio", "pascoli liscosi e paludosi", ovvero risaie chiamate il cariggio o carigge.

CARENGIO, CARENGIONE E CARENGETTO

Se ne deduce pertanto che la bonifica, la trasformazione del terreno (spontanea ma in particolare artificiale, umana), è avvenuta da noi in modo molto graduale, scaglionata nel tempo, nel lungo periodo. Ricordo le parole usate nel luglio 1526 da Francesco Guicciardini, famoso letterato e politico, luogotenente generale del Papa presso l'esercito della Santa Lega di Cognac, per descrivere i nostri posti: "Siamo venuti a la Peschera, luogo de' Bon Romei… el paese è forte et paludoso, che è difficoltà uscirne, et in fatto non comparisce el camminare… Se fusse di verno - d'inverno - non usciremmo così presto".
Un secolo innanzi, la situazione doveva essere ancora peggiore. Su un fascio di pergamene dell'Archivio del Seminario di Milano si legge che nei pressi di Longhignana c'era un blocco di 1026 pertiche di terra così descritta: "petia una carrigiorum", ossia "dei carici".
Le stesse pertiche figurano su precedenti atti del 1318; i frati Umiliati proprietari di quei beni, esigevano dai loro conduttori e coloni la raccolta e trasporto dei carici fino alla loro grangia (fattoria) e cassinas di Longhignana (la grangia venne ceduta nel 1456 a Filippo Borromeo e trasformata in Castello, ora di proprietà Temporali, sede della rinomata Trattoria dei Cacciatori).
Tornando all'origine del toponimo Carengione, rispetto alla interpretazione finora accettata per buona e derivante da carreggiata, mi sembra di poter concludere, sulla base delle scoperte archivistiche più recenti, che quest'altra, la quale lo fa discendere dalla pianta del carice, sia più plausibile (con una minima storpiatura: l'aggiunta di una enne centrale).
Ovviamente hanno la stessa etimologia Carengio e Carengetto : il primo corrisponde per l'esattezza alla porzione settentrionale dell'area complessiva di cui sto discorrendo, ubicata a monte della strada sterrata Mezzate-Fiorano; il secondo alla striscia di sud-est. Con Carengione occorrerebbe cerchiare sulla carta geografica solo quella centrale, sebbene per comodità e antica consuetudine, quest'ultimo toponimo abbia ormai assorbito anche gli altri due "minori".
Data la conformazione e la qualità acquitrinosa del terreno, nel corso dei secoli l'uomo ha evitato di insediarsi stabilmente al Carengione, andandoci solo per lavoro, o a caccia e pesca. Registriamo un'unica eccezione: nelle mappe del Catasto asburgico del 1722, sul bordo meridionale della stradina anzidetta figura il "sito della cassina del Cantaluppo"; anch'essa, come tutto il resto, appartenente al conte Carlo IV Borromeo.
Si trattò comunque di una parentesi effimera: dalla cartografia dei primi anni dell'Ottocento, la cascina scompare. Forse i lupi da cui essa prendeva il nome… misero in fuga gli abitanti, e convinsero il proprietario a demolirla, per recuperarne, se non altro, il materiale edilizio.

ARRIVANO I CAVATORI

Oggigiorno il Carengione ha un aspetto, in alcuni tratti, quasi selvaggio: boscaglia impenetrabile, intervallata da stagni, dossi e rilievi; negli spazi aperti e pianeggianti interstiziali, coltivazioni di soia, girasole e mais.
Non sempre è stato così. Alla metà del XX secolo, ultimati i lavori di prosciugamento e risanamento, si presentava con caratteristiche simili al territorio circostante: campi ove si raccoglievano foraggi e cereali. Prati solcati da canali, fossi, fontanili (cavo Responsale, fontanili Nuovo della Bettola, Boschetto o del Bosco, di Mezzate, Carolina, ecc.); sugli argini dei quali crescevano prevalentemente, allineati in bell'ordine, pioppi e gabbe (salici capitozzati), ed altre piante di pregio.
Erano però terreni più sabbiosi, argillosi, umidi e "acidi" degli altri, riferiscono i vecchi agricoltori che li avevano in affitto, e come tali meno remunerativi. Per questo motivo la proprietà del tempo, il Pio Istituto Buzzoni-Nigra di Sartirana Lomellina, verso il 1955-56 decise di darlo in concessione per usi extra-agricoli ad una impresa di cavatori, emanazione del Gruppo Cabassi (a Peschiera Borromeo l'attività estrattiva furoreggiava: esistevano diverse cave, un paio delle quali ancora attive).
Sul posto giunsero potenti draghe e scavatrici meccaniche, che presero a "saggiare" il terreno rimuovendo le zolle superficiali e i primi strati sottostanti. Si formarono pertanto, da un lato, buche di varie dimensioni, con affioramento della falda acquifera, e dall'altro enormi ammassi di terriccio. Secondo alcuni testimoni oculari, l'intento era anche quello di tracciare con la terra spostata una pista o piattaforma, sopraelevata rispetto al piano di campagna, per gli autocarri della Ditta cavatrice.
Per migliorare la viabilità interna, alcuni corsi d'acqua artificiali ed i fontanili presenti vennero - ahimè - interrotti, deviati o interrati (sicché oggi risulta difficile irrigare quei terreni, e a volte bisogna ricorrere alle idrovore, che pescano l'acqua più o meno lontano).
Durarono gli assaggi molti mesi, quindi cessarono all'improvviso. A quanto si vocifera, probabilmente i cavatori non ottennero le necessarie autorizzazioni per l'apertura della cava, oppure l'esame dei campioni di sabbia e ghiaia prelevati - di scarsa qualità - sconsigliarono dal proseguire.
Nel luglio 1960 la proprietà di quelle circa 200 pertiche passò formalmente all'Asilo Infantile Avvocato Giovanni Buzzoni di Mezzate, eretto in Ente Morale; dopo pochi anni il Consiglio di Amministrazione dell'Asilo le vendette a privati. Adesso appartengono in massima parte a Giuseppe Melzi e figli, titolari di una società dedita a lavori di cava, con sede a Sesto San Giovanni.

NASCE L'OASI
Intanto al Carengione s'era creato un paesaggio "lunare" con crateri, trincee, avvallamenti pieni d'acqua ferma, un su e giù di catene di montagnole (alte da uno a tre metri, specie a sud), radure, spiazzi, collinette isolate…
Rimasta abbandonata a sé stessa, questa fetta di territorio si ricoprì ben presto di una vegetazione lussureggiante, tipica delle zone "umide", quale pressappoco affollava anticamente la bassa Lombardia: una foresta di erbe e cespugli, piante acquatiche e d'alto fusto. Pregiate essenze arboree autoctone, ormai eliminate dalla zona o ridotte al classico lumicino di candela, fecero la loro ricomparsa, crebbero forti e robuste: aceri campestri, carpini, ontani, querce farnie, ciliegi silvestri, noccioli, salici, olmi…
Di pari passo con la flora, altrettanto intraprendente si dimostrò la fauna, variamente colonizzando e popolando il Carengione: aironi rossi e cinerini, germani reali, gallinelle d'acqua, fagiani, lepri, tassi, ricci, rapaci, rane ed altri anfibi, rettili - innocui! - e invertebrati, perfino carpe e pesci gatto, seminati nei laghetti (o nelle "cavette", come venivano chiamate le depressioni) da aspiranti pescatori.
Grazie al suo isolamento dai centri urbanizzati, al traffico scarsissimo, alle peculiarità fisiche e geomorfologiche, il Carengione divenne una specie di oasi naturale, habitat ideale per numerose specie di piante e animali. Come tale acquistò una certa fama, e avventurosi pionieri esploratori ne fecero una delle loro mete preferite per escursioni caserecce in mezzo alla natura.
D'accordo: paragonando il Carengione ad altri ambienti montani o marini, fluviali o lacustri, la sua importanza si ridimensiona parecchio; ma qui, non dimentichiamolo mai, siamo alle porte della metropoli milanese, ingolfata di auto, avvelenata dallo smog, priva di verde.
Di conseguenza dobbiamo essere orgogliosi della nostra piccola "isola felice", prezioso lembo di terra da salvaguardare, memoria storico-biologica dell'Insubria, rifugio spontaneo scelto "naturalmente" da uccelli ed animali, ricercato con passione dagli ultimi discendenti dell'homo sapiens sapiens, quelli che vanno a caccia… di emozioni sane, di un contatto più immediato e diretto con la natura incontaminata.

IL PRIMO DIVULGATORE
Uno dei primi a scoprire e ad aver chiara l'idea di cosa fosse e poteva diventare il Carengione, fu Egidio Gavazzi, giornalista, fondatore e direttore del prestigioso mensile Airone. Gavazzi abitava a Peschiera Borromeo, quartiere San Felice: nelle ore di tempo libero inforcava la bicicletta e si tuffava nel verde del Carengione, armato di binocolo e macchina fotografica con teleobiettivo. Prediligeva, guarda caso! … gli aironi, e al Carengione trovava di che saziarsi, ad abundantia.
Quando lo incontrai stava preparando il "numero zero" della sua rivista, che mi mostrò in anteprima (il titolo, chissà? forse glielo ispirarono gli splendidi omonimi pennuti dell'oasi peschierese!). Parlammo per ore del Carengione, e al termine della chiacchierata lo pregai di passarmi un pezzo per il Confronto, giornale locale che allora dirigevo.
L'articolo apparve sul numero di settembre-ottobre 1980, ad impreziosire un mio "Speciale Cave di Peschiera Borromeo", che riscosse un certo interesse nei lettori. Lo scritto bellissimo di Egidio Gavazzi (al termine del paragrafo ne riproduciamo ampi stralci) smosse perfino le acque solitamente stagnanti della politica, suscitò e calamitò sul Carengione l'attenzione degli amministratori pubblici e dei cittadini più sensibili alle tematiche ambientali.
Del Carengione si prese a discutere sempre più spesso, un numero crescente di persone vedeva ormai quell'area non più, com'era accaduto in passato, alla stregua di un'occasione mancata di sviluppo industriale (la cava abortita, mai nata), ovvero come una discarica disordinata, o equivoco ritrovo di balordi (purtroppo il Carengione fu teatro addirittura di uno sconvolgente fatto di sangue, l'assassinio di una ragazza della Milano-bene, 26 marzo 1976). I più lungimiranti si resero conto che il Carengione poteva trasformarsi in una valida risorsa in termini ambientali per il Comune e l'intero circondario.

IL CARENGIONE
Gli aironi ed altri uccelli acquatici nidificano a poche centinaia di metri dalle abitazioni, in questa zona palustre che può diventare una importante oasi naturalistica per Peschiera Borromeo.
di Egidio Gavazzi, Direttore di "Airone"

… Da vent'anni il Comune di Peschiera difende con successo il proprio territorio dagli assalti della speculazione, un territorio che oggi è il più integro, il meglio urbanizzato, e pertanto socialmente sano, fra tutti quelli dell'hinterland milanese a egual distanza dal capoluogo. Prova ne sia la destinazione di parte del territorio comunale al futuro, quanto un po' fantomatico, Parco Est (poi inglobato nell'attuale Parco Agricolo Sud Milano - N.d.R.).
Proprio nel comprensorio del futuro parco, fra centinaia di ettari di vergine campagna lombarda con splendide architetture rurali di cinquecentesche cascine, fontanili di acqua purissima avvolti nell'ombra di ontani, di querce, di olmi e di altre essenze spontanee della pianura padana, vi sono un paio di cave di cui ci preme parlare: si tratta della cava Farsura (ubicata a sud dell'Idroscalo e ad ovest di Mezzate - N.d.R.) e della località detta il Carengione, dove in passato qualcuno tentò un "assaggio" di cava e quindi piantò subito il lavoro, lasciando, come era consuetudine, il terreno sconvolto da solchi e da buche riempite d'acqua, da argini e collinette di terriccio e di ghiaia.
Sono passati anni e gli argini di monticelli si sono ricoperti di vegetazione spontanea mentre le buche e i solchi si sono popolati di rane e di pesci: il "Carengione" è diventato un angolo di natura spontanea in un territorio così intensamente sfruttato a fini agricoli, da non presentare altri scampoli dell'ambiente naturale primitivo.
Il Carengione e la cava Farsura presentano dunque caratteristiche tali, sia per il loro stato attuale, sia per la loro posizione defilata, lontana da strade e da insediamenti, che consentono loro di diventare i "poli umidi" di un'autentica oasi naturalistica destinata alla flora e alla fauna padana, da istituire e da gestire nell'ambito del costituendo Parco Est.
In questi luoghi, che per fortuna pochi conoscono, nidificano ancora fra le canne il tarabusino, la gallinella d'acqua, e perfino l'airone rosso, un uccello di grosse dimensioni che sorprende di trovare così vicino a Milano. In questi luoghi, qualora vi fosse vietata la caccia come da più parti si auspica, d'inverno troverebbero sicuro rifugio stormi di anatre, di beccaccini, di pavoncelle e di tante altre specie di migratori.
Chi ci legge a questo punto potrà chiedersi come è possibile conciliare le esigenze degli uccelli selvatici con quelle del numeroso pubblico che vorrà frequentare il parco. Ebbene, la vocazione del Parco Est, preceduto uscendo da Milano dal Parco Forlanini, dal Parco dell'Idroscalo, dal Parco di Novegro, dal Luna Park e da tutte le infrastrutture sportive che vi orbitano attorno, non ci sembra sia quella di ripetere forme e scopi delle altre aree ricreative, ma piuttosto quella di diventare qualcosa di più raffinato a disposizione di coloro che vogliono assaporare una più discreta comunione con l'aria aperta e col verde.
Pertanto noi vedremmo parcheggi lontani dagli epicentri naturali del Parco; sentieri di penetrazione soltanto pedonali, equestri e ciclabili; divieto di uscire dai percorsi stabiliti al fine di conservare l'ambiente naturale in prossimità degli epicentri naturalistici (mentre le aree di verde calpestabile dovrebbero restare alla periferia e in prossimità dei parcheggi dove verrebbero situati anche i servizi); infine, nel centro del Parco, nel centro di un'autentica oasi, un breve percorso su passerelle e una grande terrazza di legno attrezzata con ristoro, sedie, tavolini, e cannocchiali a gettone, consentirebbe al pubblico dei frequentatori di ammirare il cuore dell'oasi: una grande distesa d'acqua, con bordi di tifa e di canne, e la superficie fiorita di ninfee e di loti, percorsa dal tranquillo andirivieni degli uccelli acquatici resi confidenti dal rispetto e dalla protezione.
Attorno alle due zone umide proposte, un'ampia fascia cintata potrebbe ospitare animali di maggiori dimensioni appartenenti alla fauna lombarda, come potrebbe essere il caso di un branco di cervi che qui potrebbero vivere in condizioni di semilibertà, mentre un oculato rimboschimento con essenze proprie della Valle Padana potrebbe rendere ancora più "naturale" l'aspetto dell'oasi.
Chi ci legge non creda che la nostra proposta nasca da un atteggiamento romantico, sognatore, utopistico. Niente affatto: abbiamo visitato e abbiamo goduto questo tipo di parco naturale alle periferie di Vienna, di Londra, di Parigi, di Madrid, di Zurigo e di tante altre città europee; e pertanto ci siamo chiesti perché soprattutto in questo campo noi italiani dobbiamo continuare a essere il fanalino di coda?
(dal giornale locale "Il Confronto", Settembre-Ottobre 1980)

DUE VISITE IMPORTANTI
Nel gennaio 1984 il Corpo Forestale dello Stato effettuò un sopralluogo al Carengione, su invito della nostra Amministrazione Civica, e il 1° febbraio indirizzò al Comune una lettera evidenziandone l'importanza sotto il profilo naturalistico.
Dalla relazione allegata, stralciamo questi passaggi assai significativi: "L'alternanza di spazi aperti e di fasce arborate… caratterizza l'intera zona dandole il tipico aspetto padano e garantendo i presupposti per una notevole ricchezza e varietà di fauna (mammiferi, uccelli, rettili, anfibi, crostacei, insetti). Ciò è anche documentato dalle specie osservate durante il sopralluogo (germani, scriccioli, pettirossi, ecc.)", nonché dalle testimonianze raccolte.
"Le fasce arborate sono costituite da robinia, platano, ontano, farnia, salici e pioppi; numerose anche le varietà arbustive, tra cui noccioli, biancospini, sambuco, ecc. La vegetazione è in molte parti in buono stato vegetativo, numerose le piccole superfici residuali tra coltivi e canali che potrebbero essere rimboschite con specie d'alto fusto o con arbusti per privilegiare la sosta e riproduzione dei piccoli uccelli.
"In attesa di definire con maggiore precisione modalità e tipi degli eventuali interventi di tutela, si ritiene che l'Amministrazione Comunale possa limitare il transito sulle varie strade campestri che interessano la zona".
Alla fine dello stesso mese di febbraio, sempre su segnalazione del nostro Comune, al Carengione ci andò il WWF Lombardia (Fondo Mondiale per la Natura, Commissione Conservazione). Nel rapporto successivamente inviato (13 marzo) si segnalavano "fasce di vegetazione spontanea di notevole interesse", composta principalmente da ontani, pioppi, salici, farnie, sanguinelli, noccioli, cannucce di palude, tife, giunchi. "Durante il tragitto" furono avvistati pettirossi, scriccioli, fringuelli, allodole, codibugnoli, merli, germani reali, migliarini di palude, passeri d'Italia, cornacchie grigie, barbagianni, bisce dal collare, moscardini, molluschi.
"L'area è molto interessante perché presenta una grossa varietà di piccoli ambienti… che permettono l'insediamento di un'alta diversità di specie"; ed è perciò meritevole "di essere tutelata e salvaguardata adeguatamente e al più presto".

IL COMUNE AVVIA LA TUTELA
Forte di questi autorevoli pareri, la Giunta Comunale, su proposta dell'Assessore all'Ecologia Marco Chittò, nella seduta del 3 aprile '84 individuò e definì i percorsi campestri del Carengione e vicinanze "di interesse silvo-pastorale", inaugurando ed esercitando in pratica un'azione preventiva di tutela paesaggistica.
L'anno dopo, per la precisione il 22 marzo 1985, toccò al Consiglio Comunale occuparsi del nostro… beniamino. Chittò propose all'assemblea dei consiglieri ed ottenne l'approvazione di una variante al Piano Regolatore Generale vigente per "sottoporre ad una speciale normativa ecologica" quest'area, "le cui caratteristiche ambientali risultano eccezionali" sia per la flora che per la fauna.
Ad essere vincolati furono 23 ettari di terreno (231 mila metri quadrati): il Carengione originario, più una cintura esterna di protezione, fatta di campagne coltivate.
Tra l'altro si disponeva la completa inedificabilità "anche per impianti o attrezzature di carattere provvisorio", nonché il regime di particolare autorizzazione preventiva, da parte della Commissione Edilizia integrata con la presenza dell'Assessore all'Ecologia, per "ogni opera che modifichi lo stato naturale del luogo, come interventi sul sistema idrico, movimento di terra, taglio di alberi o arbusti, modifiche colturali", esclusa la normale rotazione agraria.
A seguito di detta deliberazione, con atto successivo e in pari data il Consiglio Comunale chiese inoltre alla Regione Lombardia, ai sensi dell'articolo 2 della legge regionale 86 del 30 novembre 1983, di dichiarare l'area medesima come "zona di particolare rilevanza naturale ambientale". Malauguratamente tale richiesta non ebbe seguito, poiché l'apposita Commissione Provinciale competente non venne mai investita della questione da parte dell'organo regionale.
Di lì a poco, con la legge n. 41 del 23 aprile 1985 la Regione modificò ed integrò le norme della precedente legge 86, introducendo l'ipotesi del riconoscimento dei parchi locali di interesse sovracomunale.
Ritornò alla carica il Comune di Peschiera Borromeo, 15 marzo 1990, approvando in Consiglio all'unanimità l'istituzione in località Carengione di un "parco naturale locale" così classificato, cioè "d'interesse sovracomunale".
Stavolta la Regione Lombardia, alla quale era stato chiesto il relativo riconoscimento, rispose (10 dicembre '90) di non poter prendere in considerazione la domanda, in quanto l'area interessata ricadeva nell'ambito del Parco Agricolo Sud Milano, istituito con la legge regionale n. 24 del 23 aprile 1990. Da questa data in avanti fu perciò l'Ente Parco ad occuparsi in prima battuta del Carengione, d'accordo con il Comune di Peschiera.

LA RICERCA PER IL PARCO SUD
Facciamo un passo indietro. La nascita del Parco Sud era stata preceduta da un serrato dibattito tra le forze politiche, e segnava una grossa conquista per le associazioni e quei cittadini che a gran voce il Parco avevano chiesto e voluto. In vista della sua istituzione, il WWF Sezione Sud Milanese (con sede a San Donato) nel dicembre '88 aveva chiesto alla Regione Lombardia, per il Carengione, una "espansione della zona da sottoporre a norme di salvaguardia", portandola da 23 a 40 ettari.
L'associazione ambientalista dichiarava inoltre la propria disponibilità "ad avviare un corretto e necessario dialogo con gli agricoltori interessati", dando per certo un loro coinvolgimento, ed infine "a studiare forme di gestione della riserva che veda il WWF parte attiva".
Su sollecitazione di molti, Regione Lombardia e Provincia avevano in precedenza attivato un "Comitato di proposta per l'istituzione del Parco di cintura metropolitana Sud Milano", allo scopo di individuare l'area da perimetrare, avviare "studi conoscitivi", elaborare una bozza di legge istitutiva.
Per quanto attiene al secondo obiettivo, il Comitato concentrò la propria indagine su tre zone, in virtù della loro valenza ambientale e paesaggistica: ad ovest il Ticinello, al centro-sud Morivione, ad est … il nostro Carengione!
Agli Assessorati al Territorio ed Ecologia provinciali venne demandato il compito di svolgere la ricerca sul Carengione, la prima della serie prevista. Con il coordinamento generale di Renato Rigamonti e Neia Peraldo, la responsabilità tecnico-scientifica di Uberto Ceriani (attuale Direttore del Parco Sud), un folto gruppo di persone lavorò per mesi e nell'ottobre del 1989 realizzò (in forma ciclostilata) un elaborato dal titolo serioso: "Ricerca Parco Sud Milano. Studi e proposte. Carengione".

RICCHEZZA DI AMBIENTI
Gli autori si proposero di "coniugare la tutela dell'ambiente con l'uso sociale", in modo da rendere l'area effettivamente fruibile, e appetibile! da parte di numerose categorie di pubblico. Per tale motivo l'analisi spazia oltre i confini del Carengione vero e proprio, ed individua possibili percorsi "turistici", da percorrere preferibilmente a piedi o in bicicletta, fra l'Idroscalo e la Villa - Tenuta Invernizzi di Trenzanesio, transitando per il Carengione, il Castello di Peschiera, la riserva naturale Sorgenti della Muzzetta, nel Comune di Rodano. Dei vari siti toccati si delineano in maniera sintetica le vicende storiche; per le cascine, a ragione considerate elementi di forza del paesaggio, lo stato di fatto e l'uso.
Più specificamente, la ricerca verte sugli aspetti vegetazionali del Carengione (molto accurato il censimento del patrimonio arboreo e arbustivo), le modalità di utilizzo dei suoli, le caratteristiche quali-quantitative dell'idrografia.
Assai valide le motivazioni che portavano a chiedere, in base alla legge regionale 86/1983, l'istituzione di una "riserva naturale": meritano di essere rispolverate, pur a distanza di anni. Il Carengione, si affermava, è come "un'isola oltre che per la disposizione dei terreni boscati lungo il perimetro, a circondare l'area coltivata ed ai boschetti all'interno, soprattutto per i vari habitat che vi si sono creati a seguito degli interventi di rimodellamento del terreno e della successiva crescita del bosco. È proprio la diversità degli habitat riscontrati (spazio aperto dato dal terreno coltivato all'interno, zone umide, zone asciutte, discreta estensione del bosco, elevato numero di specie arboree e arbustive, corsi d'acqua presso il perimetro esterno, ecc.) a valorizzare l'area sotto questa luce, perché la variabilità è un indice di naturalità e di stabilità di un ambiente.
"Se l'ecosistema è polimorfo - multiforme - offre possibilità di adattamento a più specie animali e possibilità di instaurazione di una adeguata rete trofica - inerente la nutrizione - che è alla base anche della creazione di una comunità animale equilibrata.
"Diventa perciò indispensabile che il Bosco Carengione, assieme alla vegetazione cresciuta spontaneamente lungo la fascia di zona umida e quella conservatasi nelle zone cuscinetto - immediatamente fuori del Carengione, cerniera con gli abitati -, siano sottoposte ad opere di valorizzazione e protezione, perché questo ambiente possa evolversi in un giusto equilibrio tra le esigenze naturalistiche e quelle antropiche. Il Bosco Carengione allo stato attuale sta a dimostrare che certi interventi umani, se debitamente controllati e finalizzati, possono tornare vantaggiosi per l'ambiente stesso".

LA FAUNA IERI
Il personale della Provincia, laddove aveva accennato alla "creazione di una comunità animale equilibrata", si era avvalso di un'accurata indagine scientifica attuata nell'estate 1987 dal Centro Studi Erpetologici Emys di Milano. Come dice il nome, tale istituto era specializzato in ricerche sui rettili; in quell'occasione però, i bio-investigatori operarono a più largo raggio.
Rita Mabel Schiavo e Vincenzo Ferri compirono visite mensili al Carengione da maggio a settembre. Nella loro relazione finale si legge che il lavoro, benché "limitato a pochi gruppi animali, vuole fare il punto sulla fauna presente e valutando i dati raccolti, soprattutto sull'erpetofauna, trarre conclusioni sull'importanza dell'area e dare suggerimenti per la sua futura gestione faunistica".
La ricerca ha interessato "i sentieri e le sponde sterrate, i bordi dei prati e dei campi, tutte le ripe dei fontanili e dei fossi scolmatori. I campionamenti sugli anfibi e rettili sono stati effettuati con la cattura diretta o utilizzando un retino ... per le specie acquicole e le forme larvali. Tutti gli animali raccolti dopo la determinazione ed eventuali rilevamenti biometrici e bromatologici, sono stati rilasciati in loco. L'ornitofauna è stata censita visivamente; i dati sui mammiferi provengono da avvistamenti diretti o dall'osservazione di tracce, orme, fatte (escrementi) e tane".
Sintetizzando, ecco i risultati della ricerca: tra i mammiferi, i roditori figuravano come il gruppo più rappresentato; a parte il ratto di chiavica e il ratto nero, infestanti e per niente simpatici, abbondavano topolini di campagna e microtini, quali le arvicole d'acqua, nonché i moscardini. Tra gli insettivori risultavano comuni la talpa, il riccio, raro il toporagno.
Le specie di uccelli osservate direttamente furono 22, un numero ragguardevole, ritenuto comunque assai inferiore alla realtà. Molto diffuse le seguenti specie: cornacchia grigia, storno, merlo, passera mattugia, passera d'Italia, rondine, allodola, fringuello. Meno frequenti: cardellino, pettirosso, cutrettola, codibugnolo, cinciallegra, usignolo, gallinella d'acqua, colombaccio, tortora, fagiano. Pochi esemplari: cuculo, martin pescatore, averla minore, verdone. Sempre in tema di selvaggina, la Schiavo e Ferri segnalano conigli selvatici e lepri, possibili prede di una donnola e una faina, localizzate, ma giudicate altresì "individui erratici".
Passando agli anfibi, i due studiosi elencano rane verdi, raganelle, rospi smeraldini, tritoni crestati e tritoni punteggiati. Dei rettili censiscono lucertole, ramarri, biacchi, bisce d'acqua o dal collare, bisce tassellate, ipotizzando la presenza dell'orbettino. A completare la rassegna animale, pipistrelli, e negli specchi idrici numerosi pesci non meglio dichiarati.
Queste le valutazioni conclusive degli zoologi: "I dati raccolti, per quanto incompleti, bastano ad indicare la ancora sufficiente condizione faunistica di questa località. La conservazione del biotopo nelle attuali dimensioni è quindi auspicabile. Sono altresì necessarie alcune azioni di recupero e di restauro ambientale… Va controindicata ogni attività di ripopolamento ittico con forme predatrici e non autoctone", con esclusione di pesci della famiglia dei ciprinidi, tipo alborella, gobione, triotto, sanguinerola, non dannosi agli effetti della riproduzione degli anfibi.
"Le colture agricole limitrofe dovrebbero essere mantenute a prato stabile o comunque a colture foraggiere (minimo utilizzo biocidi). Andrebbe estesa la fascia arborea riparia per aumentare le presenze ornitiche e la zona di nascondiglio dei rettili. Va posta attenzione all'eccessivo riempimento degli invasi ad opera delle piante acquatiche o dei detriti vegetali caduti. Per evitare il ristagno e la conseguente asfissia o peggio, l'interramento, va considerata la periodica pulitura del fondo (in inverno).
"Per alcune specie di anfibio si potrà procedere in futuro a piccoli controllati ripopolamenti, con esemplari provenienti da località limitrofe. Se un domani l'ambiente avesse ripreso il giusto grado di naturalità e, con la costituzione a Parco Comunale, il giusto grado di protezione, non sarebbe impossibile pensare alla reintroduzione del rospo bruno del Cornalia".
Così si esprimevano Rita Mabel Schiavo e Vincenzo Ferri nel 1987. E oggi: quale sarà la situazione attuale al Carengione, dal punto di vista faunistico? Per saperlo, occorrerebbe un aggiornamento di quel tipo di ricerca, in particolare adesso che la realizzazione del Parco è, come vedremo, già avviata.

LA FLORA OGGI, di Novella Ricotti
(Nota di S. Leondi - Quanto auspicato nel paragrafo precedente, ossia un'indagine scientifica che ci dia lo stato di fatto odierno del Carengione riguardo alla fauna, riferito alla flora non ha bisogno di sollecitazioni: una ricerca siffatta, su questa materia, è appena stata portata a termine da una nostra giovane concittadina, che si è brillantemente laureata in Scienze Naturali all'Università degli Studi di Milano discutendo una Tesi dal titolo: "Parco Agricolo Sud Milano: flora e vegetazione del Carengione". L'Autrice, la Dottoressa Novella Ricotti, con squisita cortesia ha accolto un mio invito e redatto lo scritto sottostante, nel quale sintetizza brevemente il proprio lavoro, la cui importanza risulta evidente a chiunque. Una copia integrale della Tesi è depositata alla Biblioteca Comunale, per la consultazione).
Passeggiando per il Carengione, si può osservare una flora spontanea tipica della Pianura Padana, ancora discretamente conservata e abbastanza diversificata a seconda del tipo di ambiente in cui cresce.
Lungo le strade sterrate che solcano l'area, le prime piante che si notano sono quelle arboree: esemplari di Farnia, quercia autoctona della nostra pianura, di Platano e Robinia, provenienti da altri paesi e perfettamente adattati al nostro clima, ed anche parecchi Olmi minori, ormai ridotti ad arbusti perennemente malati a causa di una parassitosi fungina (grafiosi), che infestandoli, qui come altrove, ne ostacola la crescita.
Inoltrandosi invece nei numerosi boschetti, riconosciamo le "ontanete", boschi ad Ontano nero, tipici delle zone umide, che al Carengione si estendono soprattutto in lunghezza mantenendo una larghezza di circa 20-30 metri. In queste formazioni boschive all'Ontano nero si accompagnano il Salice bianco, l'Olmo minore, il Pioppo euroamericano, il Ciliegio selvatico, l'Acero campestre, il Sambuco nero e il Sanguinello.
A terra c'è quasi sempre un fitto strato di Rovo comune ed Edera, tra i quali in primavera sbucano sovente i fiori del Mughetto, dell'Anemone dei boschi e della Scilla biflora, oggi piuttosto rari in Pianura Padana, e pertanto protetti dalla legge, nonché quelli più comuni della Viola e del Favagello.
Nella parte più settentrionale dell'area, dove si trova il cosiddetto "cuore" del Carengione, si sviluppa un bosco un po' diverso dall'ontaneta. Si tratta di un "saliceto" in cui dominano le fronde argentate del Salice bianco accompagnate da quelle del Salice cinereo.
Entrare nel saliceto risulta un po' difficoltoso a causa dei numerosi rovi che lo circondano e del terreno che in questa zona si infossa di un paio di metri. Una volta superate le difficoltà iniziali, tuttavia, si penetra in un bosco abbastanza aperto, costituito da esemplari di Salice bianco piuttosto vecchi ai quali si aggiungono piante di Ontano nero, Platano, Pioppo euroamericano, Robinia, Sanguinello e Biancospino.
Nel sottobosco, in mezzo ad un tappeto di Rovo ed Edera non troppo fitto, spiccano cespi di Carici e sporadici individui di Vetriola, Vilucchione e Brachipodio selvatico.
Il Carengione però è caratterizzato non soltanto da boschi e alberi; l'area anzi è in buona parte occupata da colture irrigue come Mais, Soia e Girasole. All'interno dei campi coltivati si sviluppa una vegetazione spontanea costituita da piante infestanti quali l'Ambrosia, la Cannarecchia, il Pesarone e la Camomilla.
In funzione delle colture, ecco numerosissime rogge lungo le quali si rinvengono sia piante lianose che erbacee: il Luppolo, l'Ortica, la Canna palustre e i Carici sono onnipresenti, mentre solo all'inizio della primavera ammiriamo i rari fiori dell'Iris giallo e, a tarda estate, quelli purpurei della Salcerella.
Laddove l'acqua ristagna formando delle piccole paludi, ci si imbatte nel canneto semisommerso, formato esclusivamente dalla Mazzasorda maggiore, pianta diffusa in tutto il mondo, che occupa sia le sponde che la parte più esterna di quelle depressioni. Al centro degli stagni, se la profondità non è troppo elevata, scorgiamo il Ceratofillo, pianta perfettamente adattata a vivere sott'acqua, mentre la superficie è spesso ricoperta da un tappeto verde brillante di piccole piante galleggianti: le Lenticchie d'acqua.
Infine, semplicemente percorrendo le carreggiate e prestando attenzione a dove si posano i piedi, si può osservare un tipo di vegetazione assai particolare, rappresentata da piante erbacee in grado di sopportare il calpestio: le Piantaggini, la Carreggiola, l'Erba porcellana e le Gramigne.
Il Carengione evidenzia quindi una grande varietà di aspetti vegetazionali: alcuni sono strettamente legati alla presenza dell'uomo, e di conseguenza piuttosto comuni; altri, come nel caso delle ontanete e dei canneti, denotano al contrario un buon grado di naturalità, e pertanto meritano di essere tutelati e valorizzati.

FARE SCUOLA AL CARENGIONE
Mentre in alto loco, a livello scientifico e politico (Centro studi Emys e Provincia), si operava e rifletteva sul Carengione, esso venne in un certo senso "adottato dal basso", cioè scelto come area privilegiata di osservazione, studio e salvaguardia ad opera delle scuole elementari e medie di Peschiera Borromeo: eravamo a cavallo tra gli ultimi anni Ottanta e Novanta.
La locale Sezione del WWF ed il nostro Assessorato alla Pubblica Istruzione organizzarono diverse passeggiate per gli studenti, mentre a livello superiore la delegazione lombarda del medesimo sodalizio inserì il Carengione "nel proprio programma didattico", facendone luogo di gite per le scolaresche non solo peschieresi.
Divenuto meta di ricorrenti, festose ed istruttive uscite didattiche in mezzo alla natura (qualcuno si accorse con stupore che la Natura, con la esse maiuscola, stava appena dietro l'angolo dell'edificio scolastico o di casa), ci fu chi raccolse erbe officinali, chi catalogò le specie arboree, altri esaminarono la fauna, la qualità delle acque, e così via…
In quest'opera di ricerca, divulgazione e pubblicizzazione del Carengione, si distinse in particolare la Quercia Farnia, un'associazione nata praticamente in ambito scolastico, composta in prevalenza da giovani alunni della Scuola Media Statale "Virgilio" di Peschiera Borromeo.
Grazie alla collaborazione tra il medesimo Istituto, la Quercia Farnia, il WWF e l'Amministrazione Comunale, Assessorato Ecologia, nel 1992-93 furono attuate due rilevanti iniziative pro-Carengione: una per l'apertura e ripristino di alcuni sentieri quasi cancellati dalla vegetazione invasiva (rovi soprattutto), l'altra per la rimozione dei rifiuti che durante gli anni, disgraziatamente, si erano colà accumulati. Nel corso dell'Operazione Carengione Pulito, i valorosi intrepidi partecipanti raccolsero e spazzarono via tanta immondizia da riempire fino all'orlo un gigantesco container !
Frutto dell'intesa con il Comune fu anche la redazione, a cura dei soci della Quercia Farnia, di un'ottima "Guida ai sentieri del Carengione", apparsa in bella veste tipografica su un opuscolo di ecologia distribuito gratuitamente nel settembre 1993 a tutte le famiglie, testo (evergreen!) ripreso e inserito nel mio libro "Peschiera Borromeo. Storie Ambienti e Antichi mattoni" del '96, e che qui si ripubblica in appendice per completezza di informazione.
All'anno precedente (2 maggio) risaliva una ordinanza del Sindaco, promossa dal Settore Ecologia, che vietava tassativamente il transito dei veicoli a motore nel Carengione, salvo quelli agricoli addetti alla lavorazione dei campi, per preservare la zona da ogni possibile forma di inquinamento atmosferico e acustico.

SOLDI DALLA PROVINCIA
Frattanto nella sede della Provincia, e presso l'Ente Gestore del Parco Agricolo Sud Milano, si pensava a come valorizzare e tutelare concretamente il Carengione. Nel contesto del Piano Territoriale di Coordinamento per il Parco Sud (presentato nell'autunno 1993, approvato dalla Regione Lombardia nell'agosto 2000), la Provincia propose di aumentare l'area del Carengione, per meglio salvaguardarla, fino a raggiungere la cifra di 130 ettari (1.300.000 metri quadrati), creando una nuova cintura protettiva, dopo la prima del 1985.
Non solo: dopo un lungo iter procedurale, l'Assessore ai Parchi e Sviluppo Agricolo, nonché Presidente dello stesso Parco Sud, Paolo Matteucci, riusciva a portare in discussione all'assemblea del Consiglio Provinciale del 10 dicembre 1998 una proposta di deliberazione così concepita: "Approvazione del progetto preliminare e definitivo - esecutivo, 1° lotto, 1° stralcio, interventi per la sistemazione forestale e la riqualificazione ambientale dell'area d'interesse naturalistico denominata Carengione, Comune di Peschiera Borromeo, per un importo complessivo di lire 1.296.937.552 = comprensivo del contributo ex articolo Legge 109/84".
Gli interventi interessavano una porzione di oltre 38 mila metri quadrati, su una superficie totale di 130 ettari ("60 dei quali in sub-zona di interesse naturalistico, 70 invece in sub-zona di transizione tra aree di produzione agraria e ambiti di interesse naturale").
Si prevedevano due fasi operative di preparazione e di impianto, avvalendosi della consulenza e dell'opera dell'Azienda Regionale alle Foreste; "preliminarmente - si dichiarava - dovranno essere acquisite al patrimonio dell'Amministrazione le necessarie superfici fondiarie mediante procedure d'espropriazione". A tal fine veniva destinata la somma di quasi un miliardo e 200 milioni di lire. Altri 100 milioni andavano invece all'esecuzione dei lavori di forestazione e riqualificazione ambientale.
Venne approvata all'unanimità (con una sola astensione), la proposta. Molto importante il punto 7: "Le procedure espropriative e d'eventuale occupazione d'urgenza dovranno essere iniziate entro il 30 settembre 1999 e terminate entro il 31 dicembre 2000, mentre i lavori dovranno essere iniziati entro il 30 novembre 1999 e terminati entro il 31 dicembre 2000" (i termini per l'inizio e fine lavori a maggio 2000 sono stati prorogati dalla Giunta Provinciale, e fissati rispettivamente al 31 marzo 2001 e 31 marzo 2002).

L'OCCUPAZIONE PER PUBBLICA UTILITÀ
Dall'approvazione della delibera del Consiglio provinciale, trascorsero 15 mesi senza che alle belle parole seguissero fatti evidenti. In burocrazia, purtroppo le pratiche vanno sempre a rilento, e spesso le decisioni solennemente assunte vengono disattese. Per fortuna, stavolta è andata diversamente dal solito.
Nonostante l'apparente silenzio, qualcosa ha continuato a ribollire nella pentola di via Vivaio e dintorni, e seppure in ritardo la risoluzione tanto attesa è arrivata: il decreto della Provincia numero 2594 del 17 marzo 2000 ha disposto "l'occupazione d'urgenza per pubblica utilità" dei terreni censiti in Catasto ai mappali 7 ed 8 del Foglio 26, rispettivamente di metri quadrati 38.110 e 260 ("Ditta Intestataria: S.r.l. Agricola Immobiliare, poi di Melzi e Figli S.r.l. con sede in Sesto San Giovanni"); terreni "occorrenti per l'esecuzione dei lavori di sistemazione forestale e riqualificazione ambientale dell'area di interesse naturalistico denominata Carengione, 1° lotto, 1° stralcio".
Con un ulteriore atto del 4 maggio, il Dirigente dell'Unità Operativa Espropri della Provincia, geometra Leopoldo Bordogna, ha invitato il nostro Sindaco Marco Malinverno a far pubblicare all'Albo Pretorio municipale un "avviso riguardante la procedura di occupazione d'urgenza". Mai come in quell'occasione, un invito fu accolto con tanto calore ed entusiasmo, e prontamente eseguito.
Il documento a chiare lettere indica l'ora ed il giorno della "prevista presa di possesso degli immobili e redazione dei relativi stati di consistenza": ore 9,30 del 1° giugno 2000, da effettuarsi direttamente sul luogo, a cura di funzionari tecnici dell'Amministrazione Provinciale, con la "necessaria presenza" di due dipendenti del Comune di Peschiera Borromeo, in qualità eventualmente di "testimoni idonei a sottoscrivere gli stati di consistenza". L'indennità di occupazione sarà determinata successivamente "dalla Commissione Provinciale Espropri di Milano a seguito di richiesta dell'Ente occupante, e comunicata ai proprietari".
Lo storico meeting c'è puntualmente stato. Senza inutili discorsi retorici, né fanfare o sbandieramenti vari, uno sparuto drappello di uomini, laggiù in mezzo ai campi e al bosco, in modo semplice ma preciso ha finalmente scritto - evviva! - una pagina importantissima nella storia del Carengione, dando il via ad una stagione nuova, cominciando a coronare il sogno e le speranze di tutti quelli… che hanno la natura nel cuore.
I terreni occupati stanno a nord, rispetto all'area complessiva del Carengione. In seguito verranno gli altri. Certo, la strada che porta alla meta finale - l'intero Carengione di proprietà pubblica, ambientalmente riqualificato - è irta di ostacoli, richiede risorse finanziarie, tuttavia se la volontà politica c'è - lo verificheremo -, tali ostacoli si potranno superare.

IL FUTURO DEL PARCO CARENGIONE
Per ora è stato compiuto un primo passo, di eccezionale valore, e come tale va salutato e ricordato. Resta da fare ancora parecchio. Non scordiamolo: per il momento gran parte del Carengione rimane in mano ai privati, per cui sarebbe vietato andarvi a spasso dappertutto.
Eppoi la mancanza di cure, la non sorveglianza, l'assenza di infrastrutture ricettive, ne limitano e ostacolano la fruibilità da parte di molti ipotetici visitatori. Diversi sentieri, specie quelli settentrionali, tra i più interessanti, adesso sono quasi impraticabili, perché invasi dai rovi. Nemmeno i più fanatici della wilderness integrale, io credo, vorranno che tutto perduri così com'è (a partire dalla proprietà privata del bene).
Quelli qui sopra accennati sono handicap da superare nel più breve tempo possibile. Successivamente alla "riforestazione" già programmata, e a quella che seguirà ai nuovi auspicati espropri, servirebbero sentieri attrezzati, punti di sosta e riposo, bacheche, cartelli segnaletici, postazioni per il bird-watching, per safari fotografici, e quant'altro la fantasia e l'amore per la natura possono ispirarci.
I parchi naturali non sono una riserva preclusa agli umani, accessibile solo agli uccelli, agli animali. Devono invece essere vissuti e goduti da parte di tutte le specie viventi (flora compresa), con rispetto reciproco e mutuo guadagno.
Se ben governato e considerato, il Carengione, come qualsiasi altro parco naturale, può costituire per la cittadinanza un'àncora di salvezza di fronte al crescente stress metropolitano, un "salvagente" per il fisico e la mente, un polmone verde che ci regala ossigeno e occasioni di svago.
Ma pure il mondo vegetale e quello animale possono trarre benefici da persone che la natura trattano "coi guanti": se ad esempio in un parco gli alberi si ammalano, rischia di sparire l'intero ecosistema locale, con ripercussioni negative incalcolabili. Ecco allora che l'intervento dell'uomo, fatto con criterio e scienza, risulta provvidenziale, salva "capre e cavoli", ossia animali e piante dal pericolo incombente, ricostituisce, dove si altera, l'equilibrio ecologico.
Sia chiaro: il Carengione non deve diventare qualcosa come il Parco Forlanini, né l'Idroscalo, tantomeno uno dei soliti parchetti urbani peschieresi, peraltro oltremodo essenziali alla popolazione, e nei casi qui citati, belli da vedere e frequentare.
Il Carengione è bene che conservi la propria "diversità", bio-diversità; lì la normativa dev'essere ferrea, e fatta osservare in maniera draconiana. Tutt'intorno infine occorre che rimanga un vasto anello di campi coltivati, con gli agricoltori conquistati alla politica del verde, attori veri e primi del mantenimento e ripristino ambientale, cintura agraria a cui si deve affiancare una molteplicità di aree ricreative e sportive.
Sono questi, sostiene il Sindaco Marco Malinverno, alcuni dei principali obiettivi che il Comune di Peschiera Borromeo, strenuo paladino del Carengione, perseguirà nel prossimo futuro, sia localmente, sia presso l'Amministrazione Provinciale e l'Ente Parco Agricolo Sud Milano, come pure altrove, ovunque sarà necessario, al fine di avere quanto prima un grande bio-parco, un'oasi naturalistica in piena regola.
Per i cittadini di oggi e le generazioni che verranno, ma altresì per piante ed animali, inseparabili compagni del nostro vivere quotidiano.

GUIDA AI SENTIERI DEL CARENGIONE
A cura della Associazione "La Quercia Farnia"
DATI NATURALISTICI
La zona di interesse naturalistico è costituita da due nuclei boschivi situati rispettivamente a nord e a sud della strada vicinale che attraversa il territorio in direzione est-ovest. Il sentiero natura strutturato all'interno del bosco permette di ammirare alcuni luoghi molto pittoreschi, di percepire suoni e profumi della natura, di osservare erbe, arbusti, alberi, interessanti dal punto di vista naturalistico, utili per le loro proprietà medicinali e aromatiche.
La parte settentrionale del sentiero ha forma semicircolare e si divide in due tratti: a est prende il nome di Sentiero del ciliegio silvestre, a ovest Sentiero del salice bianco; è caratterizzata da fitta vegetazione e piccole zone umide, che si sono formate per la natura argillosa del terreno. La parte meridionale si presenta come una lunga striscia verde circondata da campi coltivati. L'accesso a questa zona è un po' difficoltoso ma il percorso è assai suggestivo, delimitato sia da arbusti che da alberi che con le loro chiome formano una pittoresca volta verde.
SENTIERO DELLA COVA
Deve il suo curioso nome al fatto di essere il luogo preferito da uccelli di media taglia per nidificare; le covate trovano sicuro riparo nel fitto sottobosco e tra il groviglio impenetrabile di rovi. Il sentiero inizia in prossimità della strada vicinale, e attraversa il bosco in direzione sud, fra siepi di sambuco, sanguinello, biancospino; costeggia un'ampia depressione, ormai asciutta in ogni periodo dell'anno, vera e propria galleria naturale di erbe, arbusti, alberi. Il sentiero termina sull'argine di un piccolo stagno, circondato da canne palustri e brulicante di vita.
SENTIERO DEL CILIEGIO SILVESTRE
Prende il nome da questa essenza arborea abbastanza rara, di cui sono presenti alcuni esemplari in tutti i percorsi naturalistici del bosco. Il sentiero inizia in prossimità dell'entrata est e si addentra nel folto bosco in direzione nord. Piante di tipo comune (pioppo, platano) si alternano ad altre di particolare valore ambientale (farnia, acero, sambuco, ontano).
Per tutta la sua lunghezza costeggia una ampia depressione percorribile per un tratto; in essa è presente un gran numero di giovani preziose piante, nate ai piedi dei loro anziani genitori; nella parte più settentrionale la depressione diventa paludosa, e in essa si deposita e si decompone una grande quantità di resti vegetali e animali.
SENTIERO DELLA GRANDE PALUDE
Ha ricevuto questo altisonante nome per la presenza di una profonda depressione che lo costeggia quasi per intero dal lato est; in essa l'acqua è molto variabile: in periodi di magra è il luogo preferito dalle gallinelle d'acqua.
Alle specie arboree presenti anche sugli altri sentieri, si aggiunge il nocciolo, pianta ormai piuttosto rara in pianura. In questa zona di bosco, ricchissima di acqua (il cavo Responsale lo costeggia dal lato ovest), il sottobosco è oltremodo rigoglioso e abbonda di erbe e arbusti utili in erboristeria e in cucina.
SENTIERO DEL SALICE BIANCO
Prende il nome dal filare di salici bianchi che lo delimita per un lungo tratto. Il sentiero inizia in prossimità della entrata ovest e procede in direzione nord. Il percorso è ampio e attraversa una parte di bosco non molto fitta. È suggestivo per l'effetto luminoso che danno le foglie argentate dei salici ad ogni soffio di vento. Vi si possono notare parecchi esemplari di pioppo bianco e luppolo. Numerosi tronchi caduti offrono un ottimo substrato a muffe e funghi. In questa zona il terreno è molto argilloso.

Come raggiungere il Parco
Da Ovest: In fondo a Via Turati, Mezzate, oltre la cascina Cantonazzo dei Lietti.
Da Sud: Sentiero campestre all'estremità settentrionale di via Dante, a Bettola, dopo il Centro Giovanile L'Esagono.
Da Est: Strada vicinale Mezzate - Fiorano, che incrocia la via Lombardia nei pressi del Campo Pratica Golf.
Con i mezzi pubblici: da Milano, il Carengione è raggiungibile con l'autobus proveniente da San Donato Milanese, fermata Mezzate. Da est, lungo la Paullese, prendendo i pullman delle Autoguidovie Italiane.
Per visite guidate: contattare l'Associazione La Quercia Farnia - ONLUS, c/o Baratelli, via Abruzzi 4/D, Peschiera Borromeo (Milano), tel. 027531519, fax 0270305253, e-mail baratelli@infinito.it

Referenti tecnico-istituzionali del Carengione:
Dottor Giordano Bellotti, Parco Agricolo Sud Milano, viale Piceno 60, Milano, tel. 0277403274, fax 0277403272.
Architetto Carlo Maria Nizzola, Comune di Peschiera Borromeo, via XXV Aprile 1, tel. 02516901, fax 0255303197.l

per gentile concessione dell'Autore, che ancora una volta ringraziamo sinceramente

Proprietà letteraria e artistica riservata all'Autore
Contributi di Egidio Gavazzi, Novella Ricotti, Associazione "La Quercia Farnia"
Disegno di copertina: Roberto Leone
Illustrazioni originali: Augusta Frappetta
Fotografie: Maurizio Durelli e Sergio Leondi
© Copyright 2001 by: Comune di Peschiera Borromeo (Milano)
Stampato in Italia - Printed in Italy by :

1ª edizione: aprile 2001

 



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