Lombardia

 

Il governo del Duca d'Ossuna e la vita di Bartolomeo Arese

Scritta da Gregorio Leti con prefazione e note di Massimo Fabi

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Vita di Gregorio Leti

Da antica e patrizia famiglia bolognese trasse i natali Gregorio Leti in Milano, correndo il 1630, epoca luttuosissima per questa città, che flagellata da orribile pestilenza, deplorava la perdita di un numero stragrande di abitanti.
In ancor tenera età rimaneva orfano d’ambo i genitori; per la qual cosa di lui e dell’educazione sua prendevasi pensiero ora l’uno, or l’altro parente. Ma avendo il Leti sortito da natura grande svogliatezza d’ingegno e vivacità di spirito, potè con queste doti sopperire al manco di quell’ordine e regolarità negli studj che ne agevolano la riuscita, e che le famigliari circostanze gli vennero contrastando. Uscito di fanciullo, e tocco quello stadio della vita, in cui l’uomo sospinto dall’indole e inclinazione propria, si manifesta qual egli è, Gregorio si mostrò proclive ai piaceri, amante del bel sesso, e geloso soprattutto della propria indipendenza; per cui l’animo suo mal poteva piegarsi alle rigide e severe rimostranze di un suo zio, dipoi vescovo di Acquapendente, e presso il quale dimorava. Lande insofferente di quel giogo, risolse di sottrarsene senza più; e quindi un bel giorno, abbandonò la casa dello zio, e dopo aver qualche tempo viaggiato per Italia e per Francia, si ridusse a Ginevra, centro in allora de’ più grandi ingegni italiani, cacciativi da turbine di religiosa procella. Colà vedeansi riuniti i Diodati, i Burlamacchi, i Pepoli, i Pinelli e parecchi altri sfuggiti al furore dell’Inquisizione e alla tirannia de’ principi, che avevano dannata la loro vita agli orrori di tetro carcere, o al martirio del rogo. Non appena stette il Leti tre mesi in quella città, seguace delle dottrine di Calvino, uno de’ primi riformatori e forti intelletti del secolo precedente, che esso pure abbracciò il calvinismo, e poscia recatosi a Losanna, quivi sposò la figlia di un dotto medico, per nome Guérin. Da questo momento egli aprì a Ginevra scuola di belle lettere, e con essa die’ principio alla pubblicazione di molti suoi scritti, i quali risentivano però alcun poco della satira di Luciano; ma siccome egli appariva mordace sempre nel suo dire, e le sue opere recavano l’impronta del motteggio, si guadagnò gran sequela di nemici, per cui fatto segno al loro livore, videsi costretto a togliersi di là, e di nuovo trasferirsi in Francia, ove s’introdusse alla corte di Luigi XIV, dal quale fu largamente retribuito per un’opera da esso dedicata a quel monarca. Quivi pure non restò lungo tempo il Leti, e la troppo scorrevole e pungente sua dicitura l’obbligò a presto dipartirsene. Ritirassi quindi in Inghilterra, ove Carlo II, conscio della fama di questo Italiano, volle onorarlo di sua protezione, e colmollo di donativi, esortandolo a mandare alla luce una storia Inglese, che scrisse di fatto, e pubblicò al termine di due anni. Ma pur questa volta non seppe il Leti frenare la mordacità di quel dente che non risparmiava né popoli, né re, e la sua storia gli mosse contro l’universale malcontento. Ne restò offeso Carlo II, sdegnata la nazione, per cui l’autore, onde scamparla dalla tempesta che lo minacciava, volse il tergo ad Inghilterra e portossi ad Amsterdam. Questa città, sempre libera, e ricovero di letterati, possedea celebri tipografie che davano alla luce scritti d’ogni genere, fra’ quali gli Elzevir, i Bleu, i Wander AA; e i migliori ingegni d’Europa vi inviavano le produzioni del loro intelletto, altrove colpiti da irrevocabile anatema. Laonde Amsterdam sino all’epoca della rivoluzione francese ebbe meritato vanto di santuario delle lettere.
Quivi Gregorio Leti si strinse in amichevole corrispondenza con parecchi uomini illustri, fra cui Leclerc, al quale diede una figlia in isposa: parentela che gli procacciò grandi protezioni e il titolo d’istoriografo regio. Fermata alfine stanza in questa città, visse tranquillo in essa, fino al 1701, in cui fu da morte improvvisa colpito.
L’Italia va debitrice a Gregorio Leti di parecchi scritti, che ci fanno ritratto del secolo XVII, con quella verità propria ad uomo indipendente. La relazione da esso mantenuta coi più ragguardevoli personaggi d’Europa, la varietà e grande copia delle sue opere, ed anche l’arguto frizzo, che sempre da esse traspariva, levarono in altissima fama il Leti; e le opere sue, benché stampate in siti stranieri, pure erano avidamente ricercate e lette; giacchè può dirsi che la Storia d’Italia politica e civile e letteraria è in essa riassunta. Scrisse egli di fatto : “L’Italia regnante”, quattro volumi che vertono intorno gli uomini illustri, la popolazione, le leggi, il governo, le scienze, le lettere e simili, dell’Italia all’età sua. Il “Vaticano languente”, la “Vita di Donna Olimpia”, il “Cardinalismo di S. Chiesa”, la “Vita di Sisto V”, il “Nepotismo di Roma”, il “Livello politico”, i “Dialoghi politici”, e la “Stadera dei porporati”, sono tutte opere che riguardano i pontefici e gli abusi della Corte romana, non pochi e gravi molto, in quel secolo memorabile. Pel reame di Napoli ci ha lasciato la “Vita del duca d’Ossuna”, e per lo Stato di Milano la “Vita di Bartolomeo Arese”, e il “Governo del duca d’Ossuna”, parente del Vicerè di Napoli. E se vuolsi dare un’occhiata a quanto scrisse sulle altri parti d’Europa, sappiamo possedere di lui: “Il Teatro Britannico”, la “storia di Ginevra”, la “Monarchia universale, di Luigi XIV”, le “Memorie della casa di Sassonia e di Brandeburgo”, la “Vita di Cromwell”, quella di “Elisabetta”, di “Filippo II”, di “Carlo V”. Lasciò pure un bel lavoro intorno a Cesare Borgia, detto il “duca Valentino”, agli “amori di Carlo Gonzaga”, duca di Mantova, con Margherita contessa della Rovere, al “Cerimoniale politico”, ed altresì un poema, in oggi divenuto raro, intitolato il “Presagio”. Per dir breve, il Leti scrisse, come egli stesso dice nella sua “Raccolta di lettere”, oltre cento volumi, che vennero in gran parte tradotti e ristampati in diverse lingue.
Questo autore rimase per quasi un secolo dimenticato; ma a dì nostri si volle trar dall’oblio le opere sue, e primo a darne esempio fu Torino, in cui il Pomba riprodusse nella “Biblioteca popolare” la “Vita di Sisto V”, i Borroni e Scotti eziandio ristamparono in Milano la “Vita del duca Valentino”. Altre opere del Leti meriterebbero pure ri riveder nuovamente la luce, come è altresì a desiderarsi che qualche dotto scrittore italiano facciasi a studiare questo autore e il suo secolo, che ne risulterebbe al certo profitto grande agli studj storici intorno alla patria nostra. I documenti non vengono meno; imperocché di costui diffusamente parlarono l’Argelati, il Niceron, il Liclerc, e soprattutto il Chaufepié nel suo “Supplemento al Dizionario” di Bayle, e anzi tutto la Raccolta di lettere del Leti stesso, Amsterdam 1700.
Fu Gregorio Leti scrittore mordace, faceto, di mente vivace, di spirito bizzarro e piacevole nel suo dire, e le sue opere riescono di amena lettura, segnatamente per gli aneddoti che seppevi inserire, e che a lui riuscì facile di accorre pel carteggio continuo da esso tenuto con molti personaggi aderenti alle principali corti d’Europa, e che senza di lui mai non sarebbero a noi pervenuti.

 
Il governo
del
Duca d'Ossuna
e la vita
di
Bartolomeo Arese
scritta da
Gregorio Leti
con prefazione e note
di Massimo Fabi


Milano
presso Franc. Colombo Librajo-Editore
Contr. S.Martino, n.549-A
1854

Biblioteca
Storica Italiana
vol. III
 
Gregorio Leti
 

Prefazione

Vita di Gregorio Leti

Duca d'Ossuna

Bartolomeo Arese


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