Lombardia

 

Il governo del Duca d'Ossuna e la vita di Bartolomeo Arese

Scritta da Gregorio Leti con prefazione e note di Massimo Fabi

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Il Governo del Duca d’Ossuna, dello Stato di Milano.
Stampato per la prima volta in Colonia appresso Battista della Croce 1678.

Al lettore
Amico lettore.
Non pensar già nello scorgere il titolo di questo libricciuolo, ch’entro vi siano cose rilevate proprie per pasturare il tuo ingegno, come si converrebbe. L’opera non è che una semplice relazione dell’opere indecenti del duca d’Ossuna, mentre resse le abene dello Stato di Milano. So bene che si sarebbero potuto fare mille riflessi politici, ed io stesso nel tracciare la relazione, mentovandomi d’alcune regole politiche, conoscevo bene che se ne potevano adattare molte, e da queste scorrere a riflessi, quantunque quai riflessi poteva dare un corpo offuscato da’ vizj come l’Ossuna? Ma non è stato mio pensiero di far commentarj o di darti quivi un tipo d’un uomo tale, quale dovrebbe essere un governatore prudente, ed un uomo capace di governare. Può far fede chi lo pone in luce, che mi sono posto a scrivere, dopo esserne stato ricercato molte fiate da molti cavalieri di quello Stato, ed anche in luogo assai distante. Me ne sono difeso quanto ho potuto, ma come forse sono il solo, che abbia potuto penetrare alcune cose segrete, mi hanno talmente spinto ad imbandire la penna, che sono stato costretto a cedere agli altrui voleri. Non mi tacciare dunque d’ardire e di presunzione se te la metto avanti agli occhi. Si deve in questa occasione piuttosto aver riguardo alla causa morale che alla fisica, quindi se non sei soddisfatto della mia lieve fatica, lamentati, e biasima quelli, che me l’hanno comandato, come d’aver fatto oprare una penna, se non incapace di scrivere, incapace però di scriver bene, posciachè al certo se tu vedessi la mia scrittura, diresti esser una graffiatura di gatto. Se tu sei assai cortese, come mi persuado, di ricevere con umanità queste mie linee, mi ti confesserò tenuto; che se sei assai incivile ed indiscreto per critichizzarmi a qualsiasi modo, mi dichiaro che non sono pronto a scriver per te, né per darti spasso o soddisfazione.
Per la verità del contenuto, sappi non esservi cosa benché minima, che non sia verissima; che se per questo unqua hai gradito la fatica altrui, mi lusingo di credere, anzi son certo del tuo aggradimento, e su questo in ringraziamento ti auguro ogni felicità. Sta sano.
N.N.

Eccellentissimo Signore
Mi scorgo troppo tenuto alle di lei cortesie per poter rifiutarle una soddisfazione di sì poco rilievo, come quella che V.E. mi chiede con istanza di darle piena contezza del governo del duca d’Ossuna dello Stato di Milano. Confesso, che simile materia m’ha tenuto perplesso, se doveva imbandire la penna per iscriverla; ma il desio di servire V.E., l’affetto che V.E. per sua grazia mi porta, e la prudenza connaturale in V.E. m’hanno dato l’ultimo scroscio per appormivi, sendo sicuro, che queste mie linee avranno un non plus ultra; e ch’altri non penetrerà questi miei caratteri. Non è già che io dovessi temere traversia veruna, non essendo mio pensiero d’offendere alcuno; ma perché è sì malagevole in questo secolo lo scrivere la verità, che sembra impossibile, che da’ caratteri che si seminano sulle carte per propalarla, non pulluli coll’odio anche la taccia. Si è per questo, che supplico umilissimamente V.E. pria ch’io cominci a consegnar al fuoco i papelli o riporli nel più segreto ripostiglio del suo scrigno, affinché, venendo per mala sorte a svanirsi, non mi facessero giuocar alle carte colla fortuna.
Morto Filippo IV re delle Spagne, di felice memoria, la regina madre tutrice e curatrice del fanciullo monarca, quantunque dotata di rarissime qualità, e fregiata di eminenti virtù, stimando rimessa e fievole la sua capacità per sostenere un incarico sì oneroso, come quello della monarchia di Spagna, elesse il padre Everardo Nitardi, tedesco di nazione, e gesuita di stato, opre e politica, per suo coadiutore ne’ maneggi particolari, e consigliere ne’ pubblici. Non poco avea contribuito a questa determinazione della regina il detto gesuita, egli che avendola accompagnata dall’impero alle nozze in Ispana in qualità di confessore, non avea giammai perduta occasione alcuna, sino col profanare le confessioni (1) per dar pastura co’ suoi avanzamenti a quella beroe, che fa pavoneggiare la viltà gesuitesca; e sapendo benissimo che non vi è cosa che faccia maggiore breccia ne’ petti femminili, che quello che pagliato coll’orpello di pietà, sembra aver qualche cosa di morale, ad ogni mezzo ipocrito s’era apposto per illabirintarla, per insinuare poscia ne’ petti de’ sudditi, che si trovava anche un Mazarino nelle Spagne. E come non vi è cosa più insopportabile nel mondo, che vedere un frate reggere le abene d’un governo, massime da chi colmo di meriti dovrebbe aspirare con ragione ad un ministero sì cospicuo, non si tardò guari a scorgere nel petto della nobiltà Spagnola una più che ragionevole gelosia ed un giusto risentimento. Don Giovanni d’Austria principe non meno bravo e generoso, che nobile, vedendosi depredato d’una carica, che doveagli esser conferita senza contestazione nella persona di uno straniero religioso, non potè soffrire egli per il primo, che il mondo si pasturasse di passatempo nelle stravaganze della Corte a pregiudizio del suo onore: e la nobiltà altiera più ch’ogn’altra del mondo non potea sopportare ch’altri la reggesse. Lo sguardi bieco, col quale il Nitardi era mirato dunque da tutta la Corte, spinse la regina per le istigazioni dello stesso a munirlo in tal guisa, che paventare non dovesse gli altrui insulti, e vacando opportunamente l’ufficio del primo inquisitore, glielo conferì non ostante quantità di pretendenti che vi aspiravano, di nascita e merito più rilevato che il Nitardi, e fino protetti da don Giovanni e d’altri malcontenti, i quali vedendo vani e vuoti gli sforzi loro, ascrivendo ciò ad uno sprezzo che la regina faceva d’essi, non vacillarono punto a far conoscere lo scontento loro, ed a minacciare il Nitardi, come perturbatore del riposo pubblico. Scaltro il ritardi, sperando fra queste turbolenze di trovare la sua esaltazione, persuase alla regina d’inviarlo a Roma, il che sendo concertato, ispirò di segregare i malcontenti, affinché non partorissero coll’unione gran rovina al regno: e perché il duca d’Ossuna (2), che si trovava vicino, ed in governo, era uno de’ più affezionati a don Giovanni, ed una testa, che si doveva temere più di ogn’altra, sendo sempre stata quella famiglia di qualche sospetto, dopo che l’avo di questo, trovandosi vicerè nel regno di Napoli, diede qualche indizio di voler aspirare alla sovranità, fu la prima cosa che si trattò di allontanarlo. Vacava per appunto per la morte del marchese di Mortara (3) il governo dello Stato di Milano, che fu il motivo che il duca d’Ossuna vi fu spedito. Saputasi da’ Milanesi l’elezione, la prima cosa che fecero, fu d’informarsi delle qualità del soggetto, e non poco fu lo spiacere loro nell’intendere, ch’era un uomo assai bizzarro e ghiribizzoso, amoroso ad un punto incredibile, berooso, ambizioso, sticcato e tenace, un’arpia, una sanguisuga degli stati, cabalistico nell’illabirintare i ricchi per succhiar i midolli, poco affettuoso a’ popoli, dato ai piaceri, lussi e pompe, vago di novità, ardito cogli umili, feroce cogli arditi, e solamente umile alla femminile superbia. Con ragione dunque i Milanesi doveano temere la venuta di questo governatore, posciachè già estirpato lo Stato dagli antecessori duca di Sessa e marchese di Mortasa, non poteano che aspettare una totale ruina nel satollare le avare passioni dell’Ossuna. Ma il giogo più che crudele, sotto il quale soggiacciono, gli sforza a lasciare invendicate le tirannie, colle quali vengono dominati. Avanti incamminarsi il duca d’Ossuna a pigliar le redini del governo inviò a far gran preparativi per fare un’entrata, che passò per più pomposa che quella che fece la fu imperatrice. Fra l’altre cose furono fatte tre carrozze coi carri e ruote tutte intagliate d’una maestria sì ricca e superba, che giammai il Campidoglio accolse un trionfo romano co’ carri sì preziosi. Tutto il legname dorato, i ferri smaltati, e quanto si potea fare d’altro metallo che di ferro nel carro e ruote, come cerchi, erano d’argento massiccio, la chiodatura de’ cocchi in una era d’oro, e nell’altre d’argento dorato. Il cielo interiore e le bandinelle avevano due dita di grossezza di ricamo il più fino che possa somministrare una miniera d’oro, ed un’ago il più maestrile del mondo. Non parlo de’ cavalli, posciachè si sa, che altri che Frigioni (4) non possono trarre simili superbe macchine. Gli arredi della corte erano sontuosi, gli arazzi mirabili, gli specchi d’una grandezza smisurata, i letti simili a quelli de’ re di Persia, i quali tenevano anche sotto l’origliere somme immense, il che solo mancava sul principio a’ preparati dell’Ossuna, benché in breve fosse risarcito il difetto.
Insomma considerato l’agio, la ricchezza, la pompa, ed ogni lustro di una corte di re, tutto era preparato, ed egli avvisato partì da Spagna, e su vascelli corredati passò al Finale, porto appartenente allo Stato di Milano (5). La nobiltà milanese, saputo esser approdato partirono a torme per incontrarlo e riceverlo. Trovarono ivi una corte assai magnifica. Il seguito, lasciate le scarpe di corda, s’era già provvisto d’altre calzature, ed ivi fu accolta assai lietamente. E’ questa bontà, per non dire viltà de’ cavalieri milanesi, che usano ver’i ministri, che dà motivo d’esser trattati della guisa che sono. Non vi è maggior fomento ad un tiranno per calpestare i soggetti, che la loro stessa viltà d’animo. Se le pecore avessero in vece de’ piedi delle zanne lunate, ed avessero in vece di bocca belante dentate fauci, non sì ardito sarebbe il lupo per girne in traccia. E’ una miseria del secolo, od una cecità brutale, oppure un castigo del cielo a’ popoli, il non saper altro, circa i regnanti, che di dover sottoporsi ad ogni peso, quantunque incarcoso. Ci comanda egli è vero, la scrittura sacra, di ubbidire a’ regnanti, ma inculca loro altresì d’esser pastori, e non mercenari. Misero è quello Stato, che vien dato in preda ad un direttore avido, ed insaziabile di denaro, ma per me non compatisco tai oppressi, se non allignano un cuore generoso per sottrarsi da quegli incarichi, e già che anneghititi nelle loro viltà soffrono insensibili ogni torto; mi permetta V.E. che li lasciamo nelle loro gravezze, e passi all’Ossuna.
Dopo essersi riposato al Finale per accorvi altresì la nobiltà accorsa se ne partì; e visitando le piazze che s’incontrarono nel cammino arrivò a Pavia, città distante da quella di Milano circa venti miglia. Ivi si trovarono alcune dame delle principali per salutare donna Mizia sua moglie, ed è colà dove il duca che trepidava di gioia per l’arrivo suo in un paese, dove sperava di satollare le sue cupidigie sì del danaro come carnali, andò in traccia delle dame, per indi farle sue prede. Se avesse potuto far breccia a quelle caste eroine senza sollecitazione non avrebbe tardato d’andare agli assalti; ma le pareti delle loro virtù erano troppo massicce per cedere sì lievemente a’ semplici desii. Conobbero bene le dame che si trovavano sopposte agli artigli di un griffagno orientale che nudriva nel seno mongibelli amorosi, e forse molte si sarebbero rese al solo aspetto, se il duca che nodriva pensieri giganti si fosse sfatto in pioggia d’oro per corteggiarle come tante Danai; ma gran sfortuna era per queste tali, oso dire vili, perché siccome la pioggia si forma dai vapori che attrae il sole dalla terra, il duca veniva nello Stato per trarre, e non per dare; così sopravvenuto della materia, non potendosi far in pioggia, solo si mostrava un Toro (6).
La marchesa di Borgomanero ebbe privilegio particolare, posciachè visitata dal duca come una persona dotata di rare qualità, che la facevano degna di tal visita, fu la sola che portò il vanto d’essere la confidente del duca, essendosi le altre tenute riserbate, chi per un rispetto chi per un altro. La privanza della marchesa diede varj motivi di discorsi. Quelli o quelle, che ne pigliavano gelosia troppo imprudenti mormoravano molto liberamente senz’aver riguardo all’età venerabile, che la fa esente di poter ispirare incentivo alcuno. E quelli che ne speravano qualche sollievo, la propalavano una Fenice dello Stato, unica in tutte quelle virtù e fregi, che ponno trarre dalla comunanza degli altri una persona d’un carattere sì rilevato. Come il merito non vale in questo secolo se non accompagnato dalla fortuna, il marchese di Borgomanero lusingandosi troppo si autumava già il prodirettore de’ voleri dell’Ossuna, fondando su questa nuova fortuna che credeva esser già afferrata nel crine della moglie. Ma come la fortuna non si piace che colle novità, non potè soggiornare, come si vedrà nel seguito, colla marchesa, send’ella una reliquia d’anticaglia. Mi sembra troppo trattenere V. E. nelle circostanze d’un viaggio, e mi pare grand’inciviltà quanto più vi penso, arrestarla in istrada. Mi faccia dunque V. E. la grazia di permettermi che guidi la di lei curiosità alla città di Milano, dove V. E. vedrà un popolo attormato, le strade arrazzate, le finestre fregiate, i corsi ripieni, la corte in preparativi e tutto per ammirare o per accrescere il fasto dell’Ossuna, che già vicino di Porta Ticinese salutato dallo sparo d’artiglieria condotta a bella posta sulle pareti, si dispone su bizzarro corsiero, bardato di ricchissimi arnesi, di entrare nella Metropoli del suo governo. Se V. E. avesse veduto la disposizione di questa specie di trionfo, non dubito punto che avrebbe creduto veder in tal tempo rinnovare le glorie Romane. Precedevano tal’entrata alcune compagnie di cavalleria, chiamate ‘ordinanza, colla pistola alla mano, l’usbergo sul dorso, la celata sul capo, uniformando i passi dei cavalli al tintinnamento de’ timpani ed allo squillo degli oricalchi. Seguivano poi più di cento cavalli carichi di arredi, coperti di scarlatto trinato d’oro, e con funi di seta intrecciate dello stesso co’ bastoni d’argento massiccio, con un palafreniere ad ogni cavallo vestito dello stesso scarlatto trinato d’oro e pennacchio al cappello. Seguivano i cavalli sì di carrozze come di maneggio, coperti nella guisa degli antedetti con un palafreniere parimente alla briglia; dopo di che comparve la compagnia di guardia di carabine con i soldati tutti lucidi per gli usberghi, e tutti bizzarri per li fregi che avevano. La nobiltà di Milano che marciava dopo non poco accresceva lo splendore all’entrata colle loro persone, co’ loro cavalli, colla quantità dei palafrenieri, colle bardature dei corsieri, tutti fregiati di nastri e coi loro vestiti. Le carrozze nomate nel principio fecero il centro della comparsa, e la più superba costeggiata dagli Svizzeri fece vedere che portava donna Mizia e ciascuno d’essi la carica di capitano, avendosi pria esso fatto caricare di denaro sborsato da’ detti signori. Parrà a V. E. un pensiero di poco rilievo per avere molto denaro; ma le compagnie nello Stato di Milano non sono di sì poca entrata, come negli altri paesi. Sono uffici che si contendono, si ambiscono e si comprano dai più riguardevoli: e chi ha una compagnia nello Stato, ha per mantenersi con isplendore. Il consiglio segreto composto di generali ed altri capi Italiani e Spagnoli, che vigila al mantenimento dello Stato ed a lor interessi particolari che consistono “in rapinis”, che fanno sulle soldatesche, che mantengonsi dallo Stato al numero di trentamila uomini, che i detti capi fanno credere esservi, quantunque non vi siano più di dieci o dodicimila soldati tanto ne’ presidii che d’ordinanza, il consiglio segreto dico, s’oppose a tal’elezione de’ capitani per due capi. Uno perché l’Ossuna aveva fatto l’elezion senza parteciparne il consiglio, e l’altro per l’eccessivo gravame, che ne risulterebbe allo Stato. Gelose ambe le parti del mantenimento delle loro operazioni, ed esacerbati reciprocamente gli animi si ruppero in una lite molto perigliosa.
"Regis ad exemplum totus componitur orbis.”
Se è vero questa regola che un popolo segua l’esempio d’un sovrano, che i cattivi si convertiscono alla conversione d’un monarca, che i buoni si pervertiscono alla dissolutezza di chi li regge; che potevano, oppure che dovevano essere i Milanesi nello scorgere il governatore ed il consiglio segreto, che rappresentano insieme la stessa persona del monarca Spagnolo, in risse indecenti, contese irreconciliabili, ed in istato di farsi reciproci affronti aperti e scandalosi? Il sussurro di que’ soggetti assai naturalmente nuoni, quindi che non potevano tollerare simili inconvenienti, gli spronò per evitare qualche turbolenza di rimettere la loro differenza alla corte di Spagna dove bilanciate le ragioni di ambe le parti fu trovato più congruo di soddisfare a quel consiglio, che consistendo in più capi, e altresì permanente e durevole, che di aderire a’ voleri dell’Ossuna già poco affetto della corte e costituito in un ufficio durabile solamente “ad triennium”. L’arrivo di tal nuova quanto recò di gioja al consiglio segreto che si trovava vincitore d’un governatore, ed al popolo che si vedeva sgravato da una tirannica avarizia, tanto dolore e rancore disperato apportò all’Ossuna, il quale arrabbiato come un cane dimise i capitani per ubbidire a’ comandi supremi di Spagna, e mulinò, macchinò e giurò vendetta. Il popolo, quantunque naturalmente assai timido, volle spiegare la sua allegrezza “in scriptis” coll’affiggere alla porta ducale una pasquinata in isprezzo dell’Ossuna per la demissione de’ capitani, la quale trovata allo spuntare del giorno dalla guardie fu soppressa in modo, che pochi ne poterono penetrare il concetto che “in rei veritate” non era cosa troppo spiritosa. Questa pasquinata terminò di far scorre le redini dell’ira all’Ossuna. Cercò, s’informò, fece editti, promise molto per poter sapere il compositore, ma il “torcular calcavi solus” dell’autore gli chiuse ogni adito alla speranza d’averne contezza, il che lo portò agli estremi. V. E. l’avrebbe veduto gettar fuoco dagli occhi, quando o vi pensava o ne parlava. Che non fa l’ira in un petto altiero, vendicativo, furioso e perverso? Vedutasi delusa ogni sua speranza di saper l’inventore della pasquinata s’appose a’ rimedj assueti e famigliari ai più empj degli uomini, che sono il ricorso al principe delle tenebre. Ma che puossi sapere o veder di chiaro nell’oscurità? Come indegno di trattare immediatamente col diavolo che forse sdegnava accorlo, prese per mediatore Cesare Pagano, il quale come versato in simili affari infernali si recò a grand’onore di poter servire con effetto un diavolo per un altro diavolo, ma per me mi persuado dal seguto, che sapendo Lucifero che era desio del duca d’Ossuna il sapere negli specchi, ne’ bacini o nelle caraffe l’autore della pasquinata rifiutasse anche a Cesare Pagano, che provò tutto l’oracolo infernale, posciachè resi vani e vuoti gli sforzi loro, furono costretti servirsi d’un certo Alfier Antonio Ciuffi Napoletano, che forse più d’ogn’altro era benemerito di quella sede di Dite come quello, che ben lo spazio di quarant’anni aveva resi servizi notabili a tutti gli spiriti ribelli, e ciò secondo il loro pensiero, non potendo io immaginarmi che il demonio possa usare civiltà alcuna, o dia ricompensa a’ suoi schiavi o se pure m’inganno. Dio mi liberi di poter’unqua meritare sì belle ricompense. Siasi frattanto per qualsisia ragione, che non cerco, questo Alfier Antonio conseguì il fine bramato dall’Ossuna, quantunque con speciali cerimonie d’una donna gravida, e si seppe essere stato un certo padre Guidici Crocifero. Ma come Dio castiga l’uomo per lo stesso col quale pecca secondo quel detto:
"Per quae homo peccat, per hanc et punietur".
Non potè ricever l’Ossuna castigo più condegno alla sua sfrenata volontà che sapere essere un frate. Egli che faceva tutto questo, credendo d’aver colto qualche cavaliere gaglioffo per dirlo alla Lombarda, dal quale ne potesse trarre un buon contante, fu sì mortificato di sapere essere il Giudici, sapendosi ben, che tutti questi claustrali sono meschini frati, che un frullo di buono non hanno né nel temporale né nell’animo; che se non fosse stato troppo idolatra della sua carne contro sé stesso si sarebbe accanito di rabbia, e mi potrei quasi persuadere che l’avrebbe fatto, se l’avarizia non l’avesse sconsigliato temendo di perdere il suo sangue ch’era il succhiato dai Milanesi, e quello solo che adempiva i suoi sfrenati appetiti. Pure era d’uopo dissimulare per non disgustare i mediatori, lusingandosi di potersene servire altre fiate in congiunture che gli sarebbero più rilevate, e per dar segno di gradimento fece carcerare il padre Giudici, e dopo dura, lunga ed aspra prigionia fu esiliato dallo Stato. Il Napoletano ebbe ricompensa sufficiente, cioè qualche somma di denaro, rimunerazione solita a darsi a persone di simili carattere, che covano animi vivissimi se mercenarii ed inclinati al denaro. Il Pagano ebbe caldissima raccomandazione in Ispana per avere la vece del marchese Bolognino già sul termine del suo officio di vicario di giustizia, ed infatti ottenne questa bella carica che è per lo più l’adito alla Senatoria dignità, come si è visto nel Conturbio, Clerici ed altri. E per celare tutto l’operato in tali affari, fece pubblicare l’Ossuna esser stato avvisato dal camerata del Giudici, come esso aveva fatto la pasquinata. Questo procedere di Cesare Pagano fu sì mal ricevuto dalla nobiltà Milanese che indi non lo guardavano, che come una persona quasi ribelle alla patria. Dunque dicevasi da chi aveva penetrato il segreto, Cesare Pagano abortendo dalla natura vorrà piuttosto darsi fino al Demonio per servire un tiranno contro i suoi concittadini? Dunque una persona difettosa in ogni cosa, come l’Ossuna, prevalerà nel Pagano più di tanti buoni compatrioti che lo stimano? Simili cose brontolavansi, che stimo superale d’addurre per non infastidir V. E., desiando io piuttosto dilettarla e frastornarla dal tedio, che le potrebbe recare queste mie linee tarpate, e se credessi di poter avere assai di credito appo la seriosa natura di V. E. troppo adatta a cose di non comune rilievo per rallegrarla un poco, piglierei l’ardire di raccontarle una pasquinata assai spiritosa che corse in quel tempo.
Come Cesare Pagano si mostrava con questo attaccamento all’Ossuna assai alieno dagl’interessi della patria, e come si trovava a punto aver per moglie la vedova del signor Ciceri, che è della casata de’ signori Roma posero la seguente pasquinata alla sua porta:
"Cave Caesar, ne Roma fiat Respublica".
Ciò è un avvertimento di Cicerone a Cesare, ed in verità non si può dire di meglio.
Dopo questo tendendo sempre l’Ossuna al denaro, volendo con certa estorsione averne, ebbe a questo effetto qualche contesa col presidente Arese, ma aveva a fare con una volpe vecchia che gli avrebbe letto in cattedra dormendo, mentre egli vegghiasse col più fino del suo intendimento, e ciò fu uno de’ gran freni che aveva l’Ossuna posciachè l’Arese essendo in concetto d’una buona testa, volgeva a suo modo i principali, senza i quali l’Ossuna non poteva quanto voleva. Non però che fosse totalmente schiavo, come molti potrebbero dedurre, ma perché in molte cose trovava ostacoli tali, che bisognava essere distillato dal più raffinato lambicco di tutta la scaltrezza, astuzia e finezza per superare il minore. Ma come si suol dire che il demonio ajuta i suoi, non ostante tutte queste contrarietà, trovò ben’esso il modo di avere molte credenze finite d’argenteria a costo de’ particolari che montava al peso di cinquecento mila once; ed il duca d’Uccedo suo genero eletto ch’era capitano di guardia non poco contribuì a queste dovizie; sinchè pacificatosi con alcuni trovò il modo di vuotare la camera reale, come fece già il suo predecessore duca di Sesa, che non vi lasciò che quattordici lire milanesi che sono due scudi ed un terzo.
L’ammassamento che faceva del denaro dello Stato non gli parve assai sufficiente. Volle cercare altri mezzi, quindi è che si diede al giuoco, per il quale venne in un sì reprobo senso che non si udiva dal popolo il nome d’Ossuna senz’orrore, ed infatti il popolo aveva ragione perché rovinava col giuoco le principali famiglie della città, ch’erano il sostentacolo loro. Testimonio ne saranno il principe Triulzi, il marchese Coiro, il marchese Franchi ed altri.
Giocando una fiata con essi, vinse al principe Triulzi ottanta mila zecchini, al Coiro sette mila ed al Franchi trenta mila. Le circostanze facevano le cosa più criminale, posciachè chiusisi tutti in una stanza un venerdì, giorno che si deve riverire, vi stettero fino la domenica sera senza udire la Messa, senza far altre cose che devolsi da un cristiano, a tal segno che non uscivano da quella fino per le necessità, e non si pascolavano che di cioccolata.
Se sia decente ad un governatore che vigila ad uno Stato lasciare tutte le spedizioni, non badare agli affari ai quali doveva invigilare, perdere la Messa e fare mille altre cose tutte indecenti, e ciò per passare giorni intieri nel giuoco, lo lascio al giudizio de’ versati negli affari del mondo. Per me quantunque mi giudichi inscio de’ trattati politici, come quello che a pena badava a’ miei interessi particolari, allora fino quando praticava le corti, non tralascerei però di trovar a dire a simili azioni dell’Ossuna, ma come non ho disegno di commentarizzare il governo suo dello Stato, ma di darne semplice contezza a V. E., con una relazione di tutte la sue azioni con tanta semplicità e brevità che conosco esser sufficiente per non attediarla, lascerò fare ad altri i riflessi che potrei bene fare, e ritornerò al giuoco.
Passò una fiata il principe di Piombino che se ne andava alla corte Cattolica. L’Ossuna che credeva poter incalappiarlo nel giuoco sapendo esservi molto inclinato come quello, che in Sardegna, come tutto il mondo sa, aveva dissipato somme immense, e nel giuoco ed in altri spassatempi che si pigliava con un’indifferenza spensierata, ve lo alettò giocando con altri. Veramente il sorcio diede nella trappola, ma in un modo che si svincolò bentosto, lasciando il gatto nel trabocchello, nel quale credeva tenerlo. Il principe di Piombino accettò l’offerta fattagli dell’Ossuna di giocare, ed il duello durò un giorno ed una notte. Bisogna bene che il principe di Piombino avesse un buffalo, se non ricevette dall’Ossuna alcuna piaga, anzi ferì l’Ossuna, ma non essendo le armi che carte, la stoccata non penetrò che ben avanti nella borsa avendo guadagnato all’Ossuna otto mila doble di Spagna che correvano sulla tavola. V. E. si ouò ben immaginare che fu una ferita mortale all’Ossuna e tale che fu ben tosto quasi disperata, posciachè scaltro il principe di Piombino temendo d’esser impegnato un’altra fiata nel giuoco, e d’azzardare questo acquisto, e giocoso d’un tal guadagno, essendo partito sulla posta per continuare il suo viaggio, l’Ossuna si trovò quasi fuori del caso d’avere alcun rimedio. Ma come non vi è cosa più comune ad un tiranno che di far estorsioni, non mi sembra malagevole di credere che trovò ben presto il modo di risarcire il perduto.
Vacò per sua gran fortuna un ufficio di generale, che oltre la stima ed un’entrata considerabile, seco portava il titolo (come sempre simili cariche seco portano in quello Stato) d’Eccellenza, il qual ufficio essendo dipendente dal governatore pro tempore, era per conseguenza in arbitrio dell’Ossuna d’esser conferito a chi gli piaceva. Il marchese di Borgomanero che non ambizionava il titolo, che già possiede d’Eccellenza come cavaliere del Tosone, ma che desiava il quod ferbat, fondato vieppiù sempre sulla privanza della moglie, come già dissi, che si era poi accresciuta per l’offerta che questa venerabile dama aveva fatto all’Ossuna della contessa Melzi, dama d’una beltà rilevata, credè di poter arrivare riportare questo velo Amfrisio, se essa qual Medea incantava il drago ed i mostri dell’avarizia dell’Ossuna, quindi è che convenutone colla moglie si fece la domanda. Ma l’Ossuna non si pasceva di parole, e m’immagino già che V. E. mi prevenga col pensare che la domanda era invano senza la mano d’oro, cioè senza denaro, se così è V. E. non si è ingannata, la cosa fu così, fu ricusata, niegata, ma con condizione, il che non s’intendeva dal pretendente.
Con una retorica assai fina, benché femminile, la marchesa di Borgomanero parlò all’Ossuna, ma attaccato il pensiero al fine bramato essa fece un solecismo nella grammatica dell’Ossuna, obliando d’accompagnare il verbo faveo con un dativo, senza il quale l’Ossuna non soleva mai fare alcun periodo. E perché l’Ossuna riguardava con affetto la marchesa, volle per questo aver bene la compiacenza d’istruirla, dicendole in risposta che per lui do era sempre accompagnato d’un datur, e che infine la carica, per dirla in due parole, valeva ottantamila genovine; ma la marchesa che aspettava con gran devozione questa indulgenza gratis, non volle più andare a far l’adorazione solita dell’inclinato, giacchè vi si doveva andare cum doni et muneribus, ed irritata dal rifiuto si assentò col marito da Milano, oltraggiata fuor di modo d’aver per ricompensa de’ suoi servizi una negativa, e si ritirò sul lago di Como dove possiede nobile palazzo.
Come le cose di corte si fanno subito fra quei che vi praticano, il conte Antonio Trotti che ne ebbe il vento, pensò, senz’essere una carica propria per la sua persona, e ruminando fra sé come poteva conseguirla, non trovò mezzo migliore di quello di correggere l’errore fatto dalla marchesa di Borgomanero nel modo che l’Ossuna voleva; così portate all’Ossuna ottanta mila genovine, ebbe l’ufficio vacante.
Non era essa questa somma bastante per risarcire il perduto col principe di Piombino? E pure non si accontentò l’Ossuna; in ogni incontro le otto mila doppie del principe di Piombino gli trafiggevano il cuore, bisognava cercare altre occasioni per dar sollievo al suo dolore. Veramente ne trovò una che lo rallegrò molto.
Era andato una sera col suo confidente il marchese Coiro in casa d’alcune meretrici, che stavano vicino la casa del detto Coiro a Sant’Alessandro, e passatevi ivi alcune ore, volendo andarsene, urtarono alla porta i conti Biglia, Belcredi e Bartolomeo Calchi; l’Ossuna allora uscì e facendosi dai tre antedetti qualche rumore alla porta, l’Ossuna tirò un colpo di pistola che però non ferì alcuno; uno allora degli antedetti imbandita uno pistola volle dare la pariglia, ma non essendosi fatto fuoco che sul polverino, gridando il Coiro, “è il governatore, ferma, ferma il duca d’Ossuna”, e la fiamma stessa facendolo conoscere, questi gettati l’armi chiesero perdono; ma è l’usanza adesso di far costar cari i perdoni. Si ritirarono tutti, e la mattina seguente furono i tre sequestrati in casa ed indi mandati in varie piazze prigionieri e per liberarsi, dopo gran prieghi, mediazioni, sommissioni e cose simili, pecuniam magna dederunt ei.
Che dirà V. E. di questa bella fortuna dell’Ossuna? Al vero è una cosa strana che dove gli altri spendono e perdono, l’Ossuna vi abbia gudagnato. Non tardò guari a accorre il frutto prodotto dalla semente che poco pria aveva sparsa; e quanto aveva perduto di vigore nel corpo, le ricoverò nella borsa. Si era è vero smidollate le ossa, ma ne riempì la borsa, e così l’animo suo già inquieto, sollecito ed affannato s’acquetò un poco e si diede agli spassi, che consistevano per lo più in danze, inviti di dame e giuochi. Ma come in ogni cosa vi pareva del suo vizio, fra questi spassi furono mischiati molti inconvenienti, e fra molti il seguente.
Invitò una fiata molte dame per vegliare la sera, come si usa in Francia ed in altri paesi meno soggetti alla ritiratezza e gelosia, e più liberi per la conversazione che non è l’Italia, massime nello Stato di Milano. Le dame parevano trovarvi ed avervi qualche piacere, perché era un modo di vivere assai libero, ch’avrebbero desiato che si fosse introdotto per poter avere qualche momento di piacere, invece de’ rancori che soffrono nella ritiratezza; ed in fine i cavalieri stessi desiavano contribuire a questa e simili altre ricreazioni, purchè l’innocenza fosse stata nel mezzo dell’assemblea, che queste radunanze fossero semplici, e che non dessero motivo di pasturare il loro genio alquanto geloso. Ma che potevasi sperar di buono d’una cosa che aveva un’autore sì contaminato come l’Ossuna? Mi stupisco che la cosa si terminasse con una cosa non più grave di quella che addurrò. Passate l’ore assai ricreativamente e la notte avanzatasi molto, l’Ossuna congelò l’assemblea e rubatosi alla vista degl’invitati, sceso per una scala secreta si postò sulla scala ordinaria, dove spente le faci che vi splendevano, ed impedendo a’ servi delle dame di avanzarsi a far chiaro, quante dame passavano degne e capaci di un bacio amoroso, tutt’erano assaltate dall’Ossuna con un’insolenza indecente a persona che si stima fregiato di onore, baciandole e facendo altre cose indegne. Questa era una viltà propria solamente d’uno Spagnolo tale quale era l’Ossuna.
Questa sfacciataggine, che altrimenti non posso nomare quest’azione, diede giusto motivo di risentimento alle dame, ed ai cavalieri, che credendo esser intaccati all’onore; se non poteano farne vendetta colle mani se ne risentirono colla lingua, pubblicando per tutto la viltà dell’Ossuna, la sua sfrenatezza e dissolutezza. Volevano bene che l’Ossuna sapesse che se bene l’Italia è un paese caldo, però il calore non ispirava ed influiva il fomento che hanno le donne Spagnuole per il quale tutte pensano far cosa onorevole a prostituirsi per spegnere il prurito libidinoso, che le fa le più dissolute meretrici del mondo. Dicevano che se erasi dato in preda al vizio della carne, poteva colle meretrici della Colombina (bordello di Milano) satollare le sue sfrenate brame. Esser indecente, anzi totalmente infame ad un governatore voler disonorare quella nobiltà a cui sovrasta, la quale non pretende che una soggezione la possa sommettere ad una viltà; che sapevasi bene che lo stesso re morto Filippo (7) quanto era stato maltrattato dal duca di Veragues per un simile incontro, e che se in tali congiunture un re, un monarca non è esente di provar i risentimenti d’un cavaliere offeso, non dover esser esente un uomo che è altresì soggetto.
Fu riferito all’Ossuna questo bronzeo, ch’era fra la nobiltà contro la sua persona e saputo ch’ebbe che il marchese Busca e la moglie più zelanti degli altri, fino nella propria sua anticamera avevano parlato di quest’azione con un’indignazione più che giusta, e che indi si assentarono dalla corte, non praticandovi come al solito, gli esiliò dalla città, ed essi volontari si assentarono dallo Stato, ritirandosi a Venezia. Quest’atto ingiusto dell’Ossuna palliato da esso col pretesto che non si deve mai parlar male dei principi: “De princibus aut bene, aut nihil”; e che essendo eglino trasgressori di questa legge, avevano meritato anche pena maggiore; quest’atto dico ingiusto invece d’intimorire il resto della nobiltà, e sforzarla non solamente a frequentare la corte, ma altresì a soffrire ogni indecenza, la spinse a risentirsene con maggiore vigore, assentandosi molti dal corteggio e facendo mille conciliaboli contro l’insolenza del governatore, e bentosto si conobbero i malcontenti ed i partigiani della corte.
Come quest’emozioni segrete erano in tempo di carnevale, l’Ossuna determinò di non far niente in quel tempo, ma d’aspettare la quaresima per far fare la penitenza a molti, ed intanto continuò a darsi agli spassi e farne delle sue.
Come si suole in quel tempo rappresentare qualche opera in musica egli ne fece fare una. Il teatro è nella corte vicino alla scala, ed al di dentro per gli spettatori vi sono i palchetti all’intorno (8). Le sere che si rappresentava l’opera l’Ossuna mascherato, sapendo da Antonio Lunati che ha l’appalto del teatro, i luoghi dove le più belle dame s’erano poste, andava sulle gallerie e con un grimaldello aprendo le porte de’ palchetti faceva mille insolenze, mentre il resto degli stanti era nel più caldo dell’attenzione all’opera. Non sapevano le povere dame di chi lamentarsi, né osavano usare di violenza, posciachè ogni minima percossa od imbrandimento d’armi sarebbe stato un crimine di lesa Maestà, ed i Milanesi ne avevano l’esempio recente nella bizzarria del principe Serra allora marchese, che quantunque benemerito ne’ suoi antenati, e principalmente nel padre, della corte di Spagna, e cavaliere del Tosone, fu sforzato far rifugiare in luogo sacro i suoi arredi, ed egli ritirarsi con diligenza e segretezza nelle sue terre nel Genovese per evitare il risentimento di don Luigi di Ponze Lione. Pure continuando sempre questo attore furtivo di far la parte d’un insolente disonorato, le apprensioni, le paure ed i rispetti sovradetti non poterono totalmente contenere una brava dama di pigliarlo una fiata per i capelli, sforzandosi di svellergli la maschera, e l’effetto ne sarebbe seguito, s’egli non si fosse difeso col tentare di cercare le parti le più segrete alla dama, la quale volle preferire lo schivare di ricever simil’affronto alla sua curiosità, sciogliendogli i capelli e gettandolo con forte urto fuori della porta del palchetto con mille ingiurie, alle quali egli non si risentiva per non iscoprirsi in simil arnese.
Queste cose facevano vieppiù sempre inasprire gli animi della nobiltà, che credeva per queste azioni che l’Ossuna la stimasse vile e capace di sottoporsi ad ogni dileggio, e seguiva sempre più coll’infrequenza al corteggio, e con motti piccanti di mostrare il giusto risentimento che aveva; ma l’Ossuna che non si curava di persona secondo l’assueto di quegli animi altieri e superbi che stimano dover calpestare ogni altro, che non sia sé stesso, perché la fortuna non gli eleva, l’Ossuna dico, sprezzando ogni lamento e autumando di poter far tutto in un paese ch’egli governava, seguì a far sempre delle sue.
Le maschere in Milano per lo più durano sei o sette settimane, e come in simil arnese si fanno mille cose che sembrano lecite ad una faccia coperta, l’Ossuna si mascherava quasi ogni giorno per gire al corso di una contrada chiamata strada larga, dove le dame e le più belle zitelle dopo il pranzo vanno passeggiando colle carrozze.
E’ il solito che le maschere s’avvicinano alle carrozze; e passeggiano alle portiere discorrendo colle dame ch’entro vi sono. Seconda quest’usanza l’Ossuna s’affacciava alla portiere delle più belle dame, e sempre accompagnandovi o qualche azione insolente, o qualche discorso inonesto. Per lo che una fiata fu molto maltrattato da un palafreniere per comando d’una delle dame che si tenne offesa da una simile insolenza, non osando però egli scoprirsi, e bevendo così questo calice quantunque assai amaro per un animo altiero, ed insopportabile come il suo. Io so di certo (9) che la marchesa Sfondrati nello stesso tempo, assuefatta di già d’esser vagheggiata dal principe, come quella che ha poche pari in beltà e grazia, quantunque fiera al possibile e grave, e ritenuta nell’estrinseco, benché non nell’intrinseco, io so, dico che uscendo di fresco dagli amplessi del contestabile Colonna, ch’era partito per Roma, s’ingegnò di acquistarsi le buone grazie dell’Ossuna, e scorgendo fino ch’esso non corrispondeva a’ suoi desj, oprò che una persona l’offrisse all’Ossuna. Egli si ricordava bene d’averla veduta sovente, ma come non si ama sempre il bello, essendo proprio delle persone date totalmente in preda alle lascivie, com’esso, di amare sovente le cose più rozze, non l’aveva distinta dal comune, pure l’offerta gli sembrava troppo fortunata per rifiutarla, ma con condizione però di poterla vedere in luogo segreto, e parlarle per vedere se gli gradiva. Aggiustata e concordata la partita il giorno, l’ora ed il luogo, gl’interlocutori dell’atto vi si trovarono a tempo debito; ma la cosa rovesciò molto sfortunatamente, e ciò per una dissolutezza fatta dall’Ossuna che gli ha cagionato sovente mille rancori per aver perduto un’occasione che tentò sovente ma invano, essendo rimasta come oltraggiata la marchesa, quindi molto aliena di compiacere all’Ossuna. Come si dovevano trovare assieme una mattina, l’Ossuna invitato altrove da una bella vedova, che sta in Porta Nuova la notte antecedente, e rimastovi a dormire si era consumato negli amplessi amorosi con frequentare molto i disordini, e come non vi è cosa che alieni più dall’amore, e d’un amore tale quale è quello di simili persone, che non è fondato che sul compiacimento, che si può avere con opere illecite che l’aver satollate le sue lascivie voglie, l’Ossuna in tale stato non potè avere alcun calore per poterla amare. Pietro Aretino il Veritiero, come egli stesso si qualifica molto sperimentato nelle cose di questa natura, come si può dedurre dalle sue composizioni asserisce che “si post factum” un uomo non viene “ad oscula, et tactum”, è un segno verace d’un amore lieve, e solamente tendente “ad libidinem”. L’Ossuna che veniva da mungersi tutto il suo midollo la notte antecedente, si trovò in istato di trattare assai freddamente la marchesa, e pensi V. E. un poco se, secondo la regola dell’Aretino, le freddure “post factum” con una donna, cagionarono alla stessa uno scontento, qual dolore doveva recare il dileggio dell’Ossuna alla marchesa Sfondrati “sine ullo facto cun ipsa”. In due parole l’Ossuna si dichiarò colla mediatrice di non gradire la bellezza della marchesa, il che saputosi da essa ne ebbe un dispetto sensibile, cioè arrabbiato. L’Ossuna fra tanto rifocillatosi gli spiriti a buone chicchere di cioccolata, e risentendosi il senso “incipit concupiscere”. Si rammentò della bella marchesa Sfondrati, dell’occasione avuta de’ suoi amplessi, delle pargolette dolci ed amorose sgranciate da una bocca di ambrosia, e cominciò a pentirsi di aver gettato altrove quanto doveva conservare per una persona che di concerto l’aspettava per darsi a sua mercè. Disaminò dunque in sé stesso i mezzi per averne un perdono, e per essere introdotto a risarcire il mancamento commesso; ma come le donne negli affari amorosi rifiutate una fiata non intendendo punto la burla, non volle la marchesa accordargli una benché momentanea vista, stimando indegno de’ suoi abbracciamenti chi l’aveva sprezzata una fiata; sicchè ogni sforzo dell’Ossuna fu vano e vuoto, quantunque ne facesse de’ grandi per ottenere il positivo di quella privazione che uno smoderato appetito cagionato, o generato (per parlare da filosofo) gli aveva.
Venuta frattanto la quaresima, già che egli non voleva far penitenza de’ suoi errori, s’ingegnò di farla far ad altri. Veramente era una bella carità che aveva (intendo per ironia, perché avendo per iscopo di empirsi la borsa diveniva una carità pelosa), verso la nobiltà di farla ravvedere e farle far penitenza. E come i migliori sono sovente i più sfortunati, e quei che soccombono alle disgrazie, toccò giustamente ad alcuni cavalieri de’ più buoni e più bravi a dar esempio.
Il primo fu il marchese Ferrante Noati cavaliere d’una ritiratezza esemplare, d’una bontà quasi senza pari; se io non ne avessi almeno altrettanto, ma perché mi potrei ingannare, di grazia V. E. mi dica un poco per parentesi se ciò sia vero o no, posciachè gli crederò più che a me stesso, benché io abbi un senso comune sufficiente per discernere che non sono fole, quantunque faccia alle volte qualche piccola follia. Ora ritorno al marchese Noati. Sposò questi anni sono la vedova del Senator Villani se non m’inganno, e su questo connubio credè, come non ha un talento rilevato, d’esser divenuto, come si conosceva dal suo procedere, il re del Congo. L’alterigia colla quale sembrava, non ostante tutta la sua bontà, vivere, dava motivo a molti di burlarsene, perché faceva alcune volte certe cosette che non provenivano che da una debolezza di spirito, ma “beati pauperes spiritu, quoniam” il regno del Congo è ad essi, Non ostante però (la burla a parte) le buone qualità del cavaliere, fu processato come criminale di lesa Maestà per cosa in verità di poco rilievo, quando anco fosse stata fatta a bella posta siccome successe per un mero accidente. Essendo un giorno uscita la moglie in carrozza, s’incontrò per accidente una carrozza della corte del governatore in una contrada assai angusta per imbrogliare le carrozze assieme, e come i cocchieri sono assai ambiziosi di non cedersi l’uno all’altro per mostrare di saper fare il loro mestiere, quella della marchesa Noati spinse i suoi cavalli in quella guisa appunto che fanno quei di Roma nell’entrata di qualche ambasciatore, e rovesciò la carrozza di corte. Essendo che i dipendenti dell’Ossuna contribuivano coi rapporti alle inclinazioni che aveva, subito gli fu riferito mentre per a punto si trovava in corte il marchese Noati, che udì la relazione. L’Ossuna vedendolo lo riguardò con un occhio bieco, volgendogli dopo le spalle col dire “Botos a Dios”, ch’era la parola che diceva quando voleva congedare alcuno che voleva perseguitare. Da questo restò molto confuso il Noati, ed avendo inteso e compreso il motto scese le scale, e se ne ritornò molto leggiero verso Manforte dov’era la sua casa, credendo ad ogni passo d’udire dietro alle spalle il “Botos a Dios” del duca d’Ossuna. Il giorno dopo si vide esercitare la sua collera, criminalizzando nel marchese l’azione d’uno sfortunato servitore ch’era forse in quel tempo ebro. Mandò una compagnia di cavalleria ai beni del marchese per ivi esercitarvi ogni azione lecita a’ soldati mandati al guasto de’ beni d’un reo, e dopo esservi stata per più d’un mese non ostante i gridi che il popolo faceva contro una sì ingiusta ed infame violenza, dopo, dico esservi stata per più d’un mese, obtulit il marchese per olocausto una buona somma di denaro per mitigare l’ira di questo dio di carne Spagnolo, e fare che levasse questa milizia collo spegnere ver’esso la sua malizia.
Ma come non poteva essere senza simile esercizio l’Ossuna, trovò bentosto un impiego col conte Pirro Visconti, la contessa Margherita sua moglie col conte Fabio suo figlio, e la moglie avendo con essi grandissime contese e fulminando sempre esso contro i sovradetti il suo “Botos a Dios”, ma invano, anzi fu la cagione della fortuna del figlio conte Fabio, che andatosene in Ispana per lamentarsi de’ diporti suoi, ottenne da quella corte un reggimento d’infanteria per la franca contea di Borgogna, dove è sempre stato di poi fino all’ultima presa di quel paese fatta dal re Francese. Poi il conte Pirro e la moglie si ritirarono alla campagna, lasciandosi vedere di rado in Milano per evitare gl’incontri e i galappi, nei quali avrebbero potuto soppozzare e ne’ quali avrebbe desiato l’Ossuna che fossero caduti.
Vi furono altresì molti altri cavalieri, che furono mandati in diversi castelli dello Stato a far penitenza, pagando di poi molto care le sportole del loro rinchiudimento; e come V. E. come so, conosce uno de’ cavalieri che si trovò inuspicato, che è il conte Paolo Borromeo, mi persuado non esser male farle il racconto del peccato. V. E. sa bene che l’unico spasso e l’unico diletto di questo bravo cavaliere è di fare la cavallerizza, avendo fino per questo effetto fatto spianare un bellissimo giardino, che aveva contiguo alla sua casa sulla parte deretana, che corrisponde verso la chiesa di Sant’Eustorgio, per aver ivi campo spazioso per lo passeggio; ed è per questo che vi è qualche invidia fra il principe Triulzi, e esso, essendo la nobiltà che si diletta di cavalli divisa come in due fazioni, una tenente del principe e l’altra del conte; fra quei del conte vi era il figlio del duca del Vito, e come aveva questi mandato una mattina un cavallo al conte Paolo, avendolo uno de’ cavalcanti fatto saltare verso una parete, diede il cavallo di cozzo colla testa alla parete, e fra pochi dì morì. Il principe Triulzi non volle perdere quest’occasione, non so se di burlare il conte Paolo o di alienargli dall’amicizia il figlio del duca del Vito, e così trovandosi una sera il principe col Vito al giuoco in casa del marchese Fiorenza, lo motteggiò sulla morte del suo cavallo, e gli inasprì talmente l’animo che non potè astenersi di dire qualche parola, che risultava in dileggio del conte Paolo, non ne volle più allora il Triulzi per conseguire il suo fine, ed infatti non tardò a travagliarvi, essendochè venendo al giuoco nello stesso tempo il conte Paolo, il Triulzi gli va incontro dicendogli con una malizia assai puerile che vi era alcuno, che aveva detto esser egli un ammazza cavalli: dal che oltraggiato il conte Paolo, benché non mostrandolo, essendo assai flemmatico per politica, disse esse un becco f… chi lo diceva; la cosa non passò più avanti, perché si doveva per decenza qualche rispetto alla casa d’un Senatore, ma la mattina seguente il Vito, che era ben accorto che l’ingiuria detta dal conte Paolo tendeva alla sua persona, tenendosene offeso, ne volle soddisfazione, e per questo chiamato a sé l’abate Serra, fratello del principe Serra, già nomato sul principio di queste memorie, lo pregò con istanza di trasferirsi dal conte Paolo per chiedere soddisfazione, ed in caso di rifiuto per isfidarlo, scegliendo per luogo opportuno la Pace di Milano, e per coadiutori esso ed il marchese Grassi. Infatti l’abate vi andò, ma trattando il conte Paolo queste procedure di ragazzerie, si dichiarò che un cavaliere suo pari non dava soddisfazione di simili bagattelle. Allora l’abate espose il cartello di sfida, ma lo condizionò a bocca dicendo, che il Vito lo sfidava bene, ma che riserbava di non effettuarlo, se vi seguiva qualche divieto da parte del governatore, o del Senato massime sotto pena pecuniaria; a che il conte rispose che s’erano fregiati d’onore, e muniti d’animo, non ostante qualsiasi divieto, si sarebbero trovati al luogo determinato, al quale egli non mancherebbe di trovarvisi col colonnello Arese e col cavaliere Carlo Cavenago per secondarlo. La cosa si seppe, il divieto si fece, ma non ostante i duellisti s’incamminarono al campo di battaglia; ma le precauzioni prese dal governatore e da’ Giudici, dopo aver saputa la disubbidienza, sospesero l’atto per qualche giorno. Dico per qualche giorno, posciachè vedendosi i duellisti non solamente scoperti ma perseguitati, si assentarono dalla città per gire a battersi come fecero in una terra nello stato Veneziano, ed almeno che vi è contigua, che appartiene all’imperatore, dove al primo colpo le partite s’accomodarono, furono contenti e restarono amici come prima. Frattanto come i duellisti s’erano involati dalla città con molta segretezza, temendosi da tutti qualche gran disordine, tutto lo Stato quasi era nell’armi per impedire il duello, ed il governatore e lo stesso Senato avevano spedite in diverse parti varie compagnie di cavalleria, non sapendosi da chi si sia dov’erano, né s’erano morti o vivi avanti che si videro comparire tutti assieme e senz’alcun male. Era bene in questa occasione che l’Ossuna che sperava molto, doveva dire con piacere contro i duellisti il “Botos a Dios”. Veramente ebbero subito un ordine tutti di costituirsi prigionieri, chi in Lodi, chi in Cremona, e chi in una piazza, e chi in una altra. Cinque ubbidirono, ma l’abate Serra che si burlava dell’Ossuna, gli mandò a dire quattro impertinenze come meritava, e se ne andò sulla posta a Genova. Gli altri dopo più d’un mese di carcere, avuta la libertà di ritornare a Milano, sequestrati però in casa fino al venerdì avanti la Palma, pagarono due mila scudi ciascuno all’Ossuna d’ammenda per aver voluto dirugginire le loro spade, non appartenendole che agli spadai ed agli arrotatori. Per me m’arrabbio d’una crudeltà che l’Ossuna esercitò in queste emergenze, che fu verso il cavalier Cavenago, cioè di fargli pagare due mila scudi. Questo povero uomo non faceva che di guarire del mal francese che aveva pigliato a Venezia col conte Cesare Airoldi, ed aveva speso per liberarsi da questo male molto denaro. Vi era dunque della compassione d’aver qualche riguardo. Per me confesso esser un grand’inconveniente di far pagare due mila scudi ad una persona per una colpa di spada con un uomo, dopo essergli costato tanto caro un colpo di lancia con una donna.
Vendicatosi così alquanto de’ cavalieri, non potendo vendicarsi delle dame, perché le amava troppo in qualità di femmine, volle attirarle di nuovo al corteggio con fare loro buona faccia.
Si fa in Milano ogni anno alli tredici di giugno nella chiesa di S. Francesco la festa di Sant’Antonio di Padova con grandissima solennità, essendovi per lo più invitato il governatore ad assistere al vespero, ed una processione che si fa con gran concorso. L’Ossuna vi fu invitato come capo. Come dunque in tal occasione s’invitano tutti i cavalieri e tutte le dame, pensò particolarmente l’Ossuna poter in tal incontro raddolcire gli animi inaspriti loro coll’accorle con viso ridente. Come non andò dunque alla chiesa che a questo fine, così fece anche vedere che si curava poco della devozione, posciachè salito vicino all’altar maggiore, andò diritto sotto al baldacchino preparato e a bella posta “in cornu Evangelii”, senza nemmeno volger l’occhio all’altare, molto lungi di porsi in ginocchio a dire una misera Ave maria, volgendo subito verso le dame la faccia, e verso l’altare il dorso. In questa positura sembrava immobile ed estatico a contemplare le dame, e certo è ben d’uopo credere che fosse estatico, posciachè que’ religiosi che solennizzavano la festa lo incensarono tre fiate, senza che mai se ne accorgesse, né vi badasse. Incamminatasi la processione, andando le dame a due a due, mentre passavano avanti l’altare facevano la riverenza, ed egli affettava di far ogni azione oltre il riso per mostrar loro qualche benevolenza, come in segno del pentimento che aveva d’averle offese sulla scala di corte, come già dissi; ma come questo non era che un pentimento di coccodrillo per imbarbarire di più nel loro cuore, le dame si contenevano di dare uno benché minimo segno di gradimento, affinché non si prevalesse della loro bontà. Questa positura veramente, nella quale era l’ossuna, non poteva che frastornare le dame dalla devozione, se pure ne avevano. Mi sembra che in quest’occasione volesse servire il diavolo, che per turbare la devozione, avendo io udito dire sovente che il diavolo fa tutti gli sforzi possibili nelle chiese per far cadere quelli che vi sono, a tal segno che dicesi, che una fiata un diavolo che stava nell’angolo d’una cappella notando i difetti degli astanti, non avendo potuto far ridere il chierico che serviva all’altare, usò d’una bella astuzia, che fu, che essendo piena la carta e non avendone più per iscrivere, la prese co’ denti per istenderla, ma la carta cedendo alla forza de’ denti si ruppe, per lo che il diavolo che faceva forza col capo diede la testa nella parete molto forte, ed il chierico cadette ridendo. Non so come io sia venuto a dire questa favola, ma ne godo molto perché mi fa mentovare d’una cosa simile, che arrivò l’Ossuna nell’occasione stessa della quale ho parlato, per la quale si conferma di più che voleva servire il diavolo, e fu che per fare ridere le dame, che non ostante il suo riso non si scomponevano punta da quella modestia che dovrebbe esser propria al sesso, massime “in Domo Dei”, non so però se fosse a bella posta o per sciocchezza, sdrucciolò dal gradino sovra il quale era sotto il baldacchino, e cadde colle mani verso la crate di ferro che chiudeva la cappella: per sciocchezza o a bella posta che ciò fosse, io so bene che si fece male una mano a tal segno, che non se ne potè servire per molto tempo. Io so bene altresì che se si fosse rotto il collo avrebbe dato maggior spasso agli astanti che videro la cosa.
Si risolse l’Ossuna verso le vendemmie di andare alla visita delle piazze sul Lago maggiore. Di già ho detto il perché sul principio, né mi sovvengo se ho detto il modo; in ogni caso non sarà inutile di dire, che cercava sempre in tali visite di andare ad albergare ne’ palazzi di qualche cavalier milanese per evitare la spesa e mettere nella borsa il denaro, ed anche perché se vi vedeva qualche cosa di bello o raro, con una galanteria, sfrontato la chiedeva, né acuno osava rifiutargli cose simili. Sapeva che sul Lago Maggiore vi sono le isole dei signori Borromei, che sono bellissime, ed ove sono molte cose sì rare che preziose, massime in quella del conte Vitaliano; pensò che colà avrebbe potuto trovare con che ungersi l’ugne, né s’ingannava molto, posciachè il conte Vitaliano ed il conte Renato si pigliano un piacere particolare di quelle isole, tenendole come una galleria per le belle cose che vi tengono. Trovo bene che è una gran miseria d’essere meschino come sono io, ma di grazia mi confessi altresì V. E. che è una gran miseria sovente d’essere ricchi ed opimi. E’ meglio sovente essere un povero pastore, non avere che una povera capanna ed un povero tugurio, che l’essere gran signore, avere fastosi palazzi e sontuosi abituri. Dico però questo “obiter”, non volendo io entrare a parlare della miseria, se si trova più nelle corti fra’ grandi, che fra meschini; il tempo ed il soggetto non me lo permetterebbero, ed io stesso non lo farei, quantunque abbia tante cose in capo circa questo, che ne potrei agevolmente aggregare un volume. Mi basta solo che la cosa sia così, come ne abbiamo tanti e tanti esempi.
L’Ossuna avvisò del suo disegno i conti Vitaliano e Renato, e ciò in buon linguaggio era un dire, che facessero preparativi per accorlo e trattarlo con splendidezza. Eglino che hanno il cuore corrispondente alla loro nascita, non mancarono di fare mirabilia, ed il nostro buon curato della Cuccagna non era sì sciocco, ed era troppo accorto ed astuto per mancare altresì, posciachè sapeva bene che vi sarebbe la “lu lu lu”. Non si trattava più che di partire, quando intento egli a questo, fece preparare il bucintoro fatto a spese di don Luigi di Ponze Leone, suo predecessore, per andare per il Ticino fiume assai rinomato nella Lombardia. V. E. si stupirà forse d’udire nomare una barca che naviga sovra un naviglio, od un fiume per bucintoro, non essendovi che quello del doge di Venezia per isposare l’Adriatico; ma lo posso dire traslatamene, perché so che l’Ossuna non vi avrebbe fatto male il personaggio di Pantalone. Desidera V. E. l’esito di questo viaggio in poche parole? Io glielo dirò. L’Ossuna vi andò, vi soggiornò quattro giorni e riportò quattro specchi bellissimi, che questi cavalieri avevano fatto fare colle cornici preziose, con agate ed ametisti incastonati; per averli fece il curioso dicendo esser belli e degni d’un principe; la civiltà spinse i conti Borromei a dirgli esser quelli al suo servizio, ed egli accettò. Per me so bene che glieli avrei rifiutati, essendo il mio solito che quando offro per civiltà ad alcuno qualche cosa, che mi dice esser bella o buona, quando è assai indiscreto di accettare l’offerta, è dico, il mio solito di dire che non corrisponde alla mia civiltà, volendo quella che si ricusi la prima offerta. Se i conti Borromei avessero fatto lo stesso, l’Ossuna non avrebbe avuto che un mascarone nella sua faccia per metter al frontispicio d’una scuderia, per non dire altro luogo, che gli sarebbe forse più condegno, ma indegno d’essere scritto da me, né letto da alcuno.
Al ritorno volle disporre per fare un carosello, ed a questo elesse ventiquattro giovani cavalieri che si esercitavano quasi ogni giorno nella stessa corte. Egli vi pigliava molto piacere, e mostrava gradire fra tutti gli eletti il giovanetto Borromeo ed il contino Braghieri come quei giovani ch’erano più avvenenti e ben fatti di corpo, il che diede motivo al mondo di parlare in molte maniere, ma il più comune era, che non potendo insinuarsi fra le dame si voleva introdurre fra i fanciulli, e che non potendo far progresso nella scienza della natura si voleva dare all’arte sottile. Questa arte sottile se V. E. desidera una più chiara spiegazione, è quel peccato per lo quale Sodomia e Gomorra si tirarono sì orribili i castighi divini, e se fosse stato lecito, secondo il corso del mondo tirannizzato, come per altro con giustizia si dovrebbe, di punire col fuoco a’ soli sospetti, avrebbe il popolo Milanese gettato l’Ossuna in un fuoco di pece, olio, resine e simili materie sì combustibili. E so benissimo che in caso molti si sarebbero offerti a farne la spesa, quando fino non ne avessero mai dovuto avere il rimborso. A mio giudicio però l’Ossuna faceva male il suo personaggio, essendo che nell’esercitare questi giovani negli esercizi cavallereschi, insegnava loro “per praxim” a far un’azione molto infame, cioè a dar di traditore col dare di dietro. Molti però lo scuserebbero in quest’occasione dicendo che lo faceva per modestia, posciachè avendo forse vergogna di comparire fra le persone, si celava e si teneva addietro gli altri. E siccome molti lo scuserebbero, molti anche non lo crederebbero, se non sapessero che gli Spagnoli hanno portato fino il peccato della bestialità in Italia, come si vede nel regno di Napoli al corrente è praticato da molti.
Se non avessi nausea, siccome temo anche di darne col parlare di queste Ossunate, mi stenderei più a lungo; ma come sono cose spaventevoli ed orribili fino nell’inferno è meglio tacerle, e se forse sono troppo trascorso, riparerò il fallo con un racconto più pio, almeno in apparenza.
La concezione della Vergine già inventata, e sognata da Scoto, il sottilissimo, contro ogni naturale e sovrannaturale apparenza, fu mai sempre riverita ed abbracciata dai gesuiti, come quelli che “marsupia inplent” per il mezzo della devozione alla detta Vergine (10). Vi è in Milano nella chiesa di San Francesco, se non m’inganno, la confraternita della Concezione, che ogni anno faceva solennizzare la festa con grandissima pompa, con gran fasto, e con gran spesa, accompagnando le azioni ecclesiastiche co’ molti cori di scelta ed isquisita musica, e con quantità innumerabile di tede accese. I gesuiti, che in materia d’ipocrisia e d’ambizione nello stesso tempo sono i più fini escrementi del diavolo, aspiravano a poter arrogarsi il potere di solennizzare tale festa, che veniva loro vietato ed impedito già alcuni anni avanti alle istanze de’ primi istituenti. Le occasioni erano favorevoli; avevano come hanno sempre, ed in ogni parte del mondo molte opimezze; il confessore del governatore era il Menda della loro società; ed il governatore era avido di denaro. Se si accordano queste tre cose, “insurgit statim possibilitas”, fu su questa possibilità, ch’eglino s’impiegarono a cercare i mezzi per conseguire un fine tanto da loro bramato. E le disposizioni sembrano e sono sì dispositive, che preveggo di già che V. E. si prefigge la cosa attuata, cioè che il Menda abbia guadagnato l’Ossuna con una somma, facendo con questa somma tanti somari quei di San Francesco; che, otturando l’orecchio alle istanze de’ primi possessori, abbia l’Ossuna comandato di solennizzare la festa nella chiesa dei gesuiti con fasto straordinario. Così veramente fu la cosa, posciachè si celebrò la festa in San Fedele, chiesa dei gesuiti, e l’Ossuna ebbe il banchetto nella sua borsa.
Se non fosse cosa profana in certa maniera il metter in giuoco per far certi riflesseti il padre e la madre della Vergine, od ella stessa per i quali si deve del rispetto, mi sarei appena astenuto di dire, che mi sembra esser cosa strana che l’Ossuna tragga del denaro dalla copula di persone sterili del testamento antico. Che l’avarizia del pontefice romano nel trarre denaro dalla stessa libidine, non è sì criminale come l’azione dell’Ossuna, quegli volendone alle più dissolute femmine, ove questi ne vuole fino ai Santi, ma “nolo irritare superos”, o almeno scandalizzare persona alcuna con sporcare queste carte di malizie.
Questo zelo affettato, accalorito da’ gesuiti lo spinse a far fare il voto di difendere questa Concezione a Milano, ed indi a tutte le città dello Stato. Ciò era volerne sulle coscienze e stimerei quasi che aveva le stesse intenzioni che hanno i frati quando ispirano esservi il purgatorio.
Ho detto di sovra che faceva esercitare nella corte ventiquattro cavalieri per fare un carosello, ma nel caldo maggiore del desio di effettuare questo passatempo, il tutto fu interrotto dalla morte di sua moglie. Questa povera dama che soffriva al certo coll’Ossuna, già languente trovò la morte ne’ maggiori imbarazzi della Concezione sovradetta. Che dirà V. E. quando le dirò, che in vece di deplorare questa brava dama, l’Ossuna trepidava di gioja in sé stesso, quantunque non la mostrasse totalmente nell’estrinseco? Come la desiava però in paradiso, la fece seppellire nella Scala Chiesa reale, affinché più agevole avesse l’ascesa se era di già nella Scala. E siccome fece celebrare la Concezione con ottavario, stimò dover così parimente solennizzare la morte della moglie. Così la cosa fu fatta facendosi ogni giorno le esequie, e facendovi dire una grandissima quantità di Messe. L’apparato superava quasi quello che si fece nella detta chiesa per la morte di Filippo IV, e come la spesa era a conto del pubblico gli volle bene farla grande, perché poteva “etiam aliquid de hoc arripere”.
Questa morte toccandolo dunque poco, non passò guari che si diede in preda a cercare nuovi aplessi; pure era d’uopo per una decenza totalmente necessitante di non dar inizio alcuno delle sue tracce, le quali erano sempre senza preda, poiché non essendo le dame inseguite d’appresso da questo troppo sagace veltro, si soppiantavano agevolmente ne’ cespugli delle loro case per sottrarsi da simili lascive zanne. Il pensiero dunque era il solo che peccava, ed è per questo che il gesuita Menda, che se ne avvide, fece stampare un libro morale, nel quale istituisce un nuovo peccato di pensiero, pensando forse con questa sentenza ritrarre l’Ossuna da’ nomati pensieri, ma il lupo dicesi cangiar il pelo ma non il vizio. Il ghiribizzo del Menda è troppo ridicolo per tacerlo.
Vuole che un uomo che pensa in sé stesso, se andando in tale o tal luogo potrebbe peccare o no, quantunque per questo dubbio si ritragga non solo dall’occasione, ma determini la sua volontà al non andarvi, vuole dico, che pecchi moralmente per questo solo pensiero. Se ha inventato questa demenza per l’Ossuna, il suo rigor sottile non era sufficiente per acquietare i suoi bollori, ed era ben sciocco di non saperlo e bene, posciachè ancor egli era Spagnolo come l’Ossuna. La moderazione dunque colla quale l’Ossuna doveva vivere per decenza, lo faceva arrabbiare come una tigre, ed al certo persona alcuna era esente del “Botos a Dios”. Se ne vide l’effetto circa quel tempo nella principessa Triulzi dama altresì Spagnola, di nascita non minore all’Ossuna, e fino in qualche grado ad esso congiunta.
Trovandosi un giorno la principessa in Santa Radegonda per udirvi la musica, uno della corte dell’Ossuna battè un cane molto caro alla principessa, quantunque sapesse a chi il cane apparteneva; si sa che vi è il proverbio, che si rispetta il cane per il padrone. La principessa Triulzi fu sì alterata da quest’azione che non potendo sopprimere gli effetti d’uno più che giusto risentimento, comandò all’istante di vendicare questa ingiuria ricevuta. Subito detto, subito fatto. Alcuni palafrenieri imbandite le spade, incalzarono sì da vicino l’insolente oltraggiatore che lo fecero cadere esanime vittima a’ loro colpi. Non tardò guari a sapere l’Ossuna il fatto commesso, ed invece di biasimare l’azione del cortigiano che aveva commesso un gran fallo in una chiesa contro la principessa congiunta fino ad esso stesso di sangue e patria, che non fece? Che non disse? Esclamò più di mille fiate col suo “Botos a Dios”, pestò, battè, ed infine giurò oltraggi, vendette e persecuzioni. Il giorno seguente mandò il capitano di giustizia, che in tal occasione era piuttosto capo o ministro d’ingiustizia per far carcerare i micidiali. Vi è in ogni coa od almeno si deve usare quasi in tutto della moderazione.
Gli eccessi e gli estremi si devono evitare, perché seco traggono per lo più mille inconvenienti, e lo stesso biasimo. Si può esercitare la giustizia senza mischiarvi lo sprezzo. Il rispetto è un mutuo dovere fra grandi; e se questo cessa, cessano altresì le unioni. E’ imprudenza d’un grande cangiare l’autorità in oltraggio, massime con chi di questa spogliato ha un eguale. Il duca d’Ossuna fece fare mille insolenze nel palazzo Triulzi, fino col cercare con indiscretezza ne’ più segreti ripostigli del palazzo senz’aver riguardo non solo all’appartamento, ma né anche alla camera ed al gabinetto della principessa. I complici furono trovati ed indi incontamente rimessi nelle carceri. La principessa se non gettò fuoco fu perché la collera le agghiacciò i sensi. Spedì incontinente un corriere in Ispana con pungenti querele del procedere dell’Ossuna, e con varie lettere a più privati della corte per ottenere soddisfazione. L’Ossuna frattanto se ne burlava ed avrebbe forse sentenziato al supplizio i servi carcerati, se i più affetti della casa Triulzi non avessero dato qualche indizio d’emozione, le cause particolari cangiandosi sovente in pubbliche, massime quando la patria prevale contro uno straniero affetto di tirannia. Le diligenze degli amici della principessa ch’erano a Madrid furono fatte, affinché la principessa ricoverasse quanto credeva aver perduto nel ricevere quest’affronto, benché in verità non possa perturbare l’onore d’una persona onorata, chi è un composto di ogni infamia e venne bentosto ordinato all’Ossuna di darle soddisfazione, ed in espresso che riparasse il fallo collo stesso mezzo, col quale l’aveva commesso; e come l’affronto era stato fatto col capitano di giustizia, colla carcerazione d’alcuni servitori, la riparazione che fu comandata, fu di rimandare i servitori collo stesso capitano al palazzo Triulzi, rimetterli nello stesso luogo dove li avevano trovati, e far chiedere perdono dal capitano alla principessa. Non vi è cosa che più esasperi una persona, ch’esser tenuta soggiacere a cose aliene dal suo umore. L’Ossuna è un uomo altiero, borioso, che credeva d’aver potuto fare quanto aveva fatto, pure bisognava ritrattarsi da sé stesso ed umiliarsi. Qual rabbia!
Non ostante questa soddisfazione la principessa Triulzi si teneva sempre legato al dito l’affronto ricevuto, e l’Ossuna seccava di rabbia d’esser stato costretto a far questo passo e ricevere di più in cento occasioni mille sprezzi, non osando recalcitrar più contro stimoli sì potenti.
L’Ossuna dunque era come il cielo, quando offuscato da dense nubi va covando folgori e fulmini, e bisognava bene aspettarne lo scocco sovra alcuno.
Il duca d’Ucedo suo genero, il conte di Fonsalida ed il conte di Melegar, ora ambasciatore del re cattolico alla corte Romana, furono eglino contro i quali l’Ossuna scaricò le sue fiamme. Questi signori benché giovani oppure per esser giovani non volevano offendere le dame, e l’Ossuna che non tendeva che a potersi divertire con esse, cercava ogni mezzo per trarle a sé, e si volle servire di questi signori per questo effetto, ma com’eglino sapevano che l’Ossuna avrebbe fatto delle sue, ricusarono d’ubbidirlo. La cosa fu che l’Ossuna comandò a questi signori d’invitare per un festino le dame, ma eglino risposero non poter farlo, e che non lo volevano ubbidire in questo. Ne fu sì oltraggiato l’Ossuna, o ne volle essere sì oltraggiato, che da questo prese motivo di relegarli tutti e tre in varj luoghi dello Stato, dove avevano qualche comando come il conte di Melegar a Novara, e l’Ucedo a Vigevano. E come il conte di Melegar era stato il più risoluto a rispondergli, ne scrisse in Ispana ed ottenne ordine di carcerarlo nel castello di Lodi, il che però non fece avendo solamente esposto l’ordine nel consiglio segreto.
Queste cose giunte a molte altre avevano gettato l’Ossuna in uno sprezzo pubblico. Già era all’agonia del suo governo, ed in tal tempo che gli offesi non si curano d’offendere anche chi sovrasta loro. Trovandosi dunque in tale stato e vedovo, non potendo per questo adempiere ai suoi bollori venerei, si risolse di passare ad altre nozze, sperando con un nuovo imeneo aver altresì luogo di poter rintuzzare lo sprezzo, che se gli faceva con un nuovo trienni di governo.
I suoi partigiani credettero la cosa fattibile colla figlia del fu marchese di Carazzena, ed avendovi applicato tutte le loro cure, la cosa fu conchiusa, e la sposa spedita per Milano. Non mi stenderò a dar contezza degli apparecchi, delle pompe, de’ lussi, de’ fasti, delle spese, delle feste, ed altre superfluità dell’Ossuna., bastando sapere per concepire una cosa magnifica, ch’era l’Ossuna che si maritava, ch’era governatore, e che faceva fare la maggiore spesa allo Stato, e che il tutto risultava a suo guadagno. Come alle spese pubbliche, ogni uno è costretto a contribuire, la moltitudine fa l’ammasso rilevato.
Ma come non vi è cosa che possa satollare un’ambizioso, queste allegrezze non facevano la soddisfazione dell’Ossuna. Trovava troppo il suo conto a governare lo Stato di Milano, e pure il tempo del suo governo terminava, ed era questo che lo tormentava al vivo. Era dunque d’uopo tracciare quanto lo poteva soddisfare ch’era la continuazione del governo. Ma questo punto era troppo periglioso nel continuo. Dicesi che: “Patientia saepius irritata convertitur in furorem”.
Da che gli Spagnoli hanno occupato lo Stato di Milano, provò sempre quel popolo estorsioni orribili, atti tirannici e gli effetti d’un governo Spagnolo, ambizioso, altiero e totalmente insopportabile. Ma come le qualità tiranniche sono alcune fiate più rimesse in un governatore che in un altro, non avevano forse sotto i processori che tirannizzavano meno sofferto, quanto tolleravano sotto l’Ossuna, quindi mai dato segno alcuno d’emozione; ma sotto la direzione di quest’arpia aveva il popolo dato sovente varj indizi di perturbazione e di desio, di soggiogare quel giogo che troppo incarcoso pareva. La corte cattolica che prevedeva poter nascere qualche mutazione, non volle mai aderire alla confermazione. Le ragioni di Stato per le quali lo aveva allontanato, già erano cessate colla lontananza di don Giovanni d’Austria; già il Ritardi era a ricovero sotto la porpora, già tutti li scontenti erano divisi e distanti. Gli sforzi che gli amici dell’Ossuna facevano erano resi vani da una apprensione che la regina reggente aveva con gran fondamento d’una miseria che poteva sorgere nello Stato di Milano, e miseria tale che forse seco avrebbe tratto altri precipizi, essendo che: “Abyssus abyssum invocat”.
E per torre luogo a tutti d’importunare, vennesi all’elezione d’un governatore il giorno di San Rocco. Come l’Ossuna era la peste dello Stato di Milano, volle quella Corte eleggere un nuovo governatore nel giorno d’un Santo, che tiene per unico rimedio al contagio come se avesse voluto ispirare a que’ soggetti, che senza dubbio avrebbero sollievo in una nuova direzione, e veramente essendo il principe di Legni già vicerè di Sicilia una persona d’un merito raro, astratto dall’avarizia, alieno dalle estorsioni e tutto inclinato al sollievo de’ popoli, all’avanzamento del suo re ed all’adempimento di quel dovere, al quale è tenuto uno che regge le abene d’uno Stato (11). Era però quanto si credeva fermamente da’ più prudenti, essendo il costume della corte di Spagna di porre i lenimenti alle piaghe fatte dalle sanguisughe, come se ne sono avuti in ogni tempo gli esempj, e per un più recente quello del marchese d’Asburgo, che fu mandato vicerè in Napoli per acquietare i lamenti di que’ regnicoli per i quattordici milioni che aveva rubato don Pietro d’Aragona.
Arrivata la nuova in Milano dell’elezione, il principe Triulzi che lo seppe il primo (avendo gli spacci anco avanti il governatore, come padrone delle poste) se ne rallegrò, lo lascio pensare a chi sa che vuol dire il piacere che riceve un principe offeso, affrontato nella disdetta d’un inimico. La gioja che questo principe ebbe non potè sopprimere l’esteriore di non darne segno. Andò subito alla croce di Porta Orientale vicino al suo palazzo, ed ivi coi reiterati squilli d’oricalco volle divulgare la nuova, come per applaudire al trofeo di rifiuto che la giustizia riportava. Alcuni cavalieri che a caso vi si trovarono, lo fecero sostare co’ prieghi per non dar materia all’Ossuna di far qualcuna delle sue. Un cane arrabbiato masticando sempre fino all’ultimo alito co’ denti ferigni quel ferro che lo svena, e sovente ricalcitrando contro il suolo stesso che non lo perturba ne lo inquieta.
Sarebbe cosa nojosa il dire che l’Ossuna a questa nuova disse cento mila fiate il suo “Botos a Dios”, dico che sarebbe cosa nojosa avendolo già detto sovente in questa relazione, dirò però che si smaniava di dolore di avere una mentita d’una cosa che già credeva avere nelle mani, e della quale già s’era millantato. Ma pertanto con tutte queste smanie era sforzato cedere e restare come un “Picaro mal creado” come dicesi dagl’Italiani agli Spagnoli, e come il volgo gridava per la città all’Ossuna, quale irritato da questo sprezzo rispose una fiata, che poiché era un “Picaro mal creado” saprebbe bene far pagare al popolo la sua istruzione nella creanza. Veramente fece mille estorsioni, fece pagar ammende, trovò mille giri e rigiri per aver denaro, a tal segno che inviluppò fino alcuni mercanti Bolognesi, col trattenere loro molte balle di seta sotto pretesto che s’indirizzavano in Francia, sforzandoli poscia per riaverle a pagargli quattro mila doble, anche a gran preghiere del bravo conte Paolo Borromeo.
Frattanto il principe di Legni affrettò la sua venuta, ed egli si ritirò a Cesano borgo di diporto del presidente Arese, d’onde partì per Ispana alcuni giorni dopo, lasciandovi la moglie già vicina al parto fino che si fosse scaricata di tal peso. Si crederà forse che reggendo adesso don Giovanni d’Austria, l’Ossuna come suo partigiano sarà in autorità ed in credito, ma don Giovanni è un principe troppo prudente per conferire a questo mercenario ed a questo lupo alcun gregge.

 

NOTE

1

Il lettore non tenga conto alle massime anticristiane di Gregorio Leti, imperocché sappia ch’esso abiurò la religione cattolica per abbracciare il calvinismo; né mi perderò a farne la confutazione, giacchè in oggi le sue ragioni sono divenute sì rancide, che non ne varrebbe la pena. D’altronde questo libro è stato riprodotto al solo scopo, di dimostrare come fosse retta Milano dai governatori spagnuoli. Vuolsi inoltre osservare come quest’epoca scarseggiò tanto di documenti che il più delle volte a malincuore si è costretti di riprodurre sozzure o satire, dalle quali però lo storico sa trarre dal cattivo il buono.

2

Don Gaspare Tellez, Giron, Gomez de Sandoval, Enriquez de Rivera, duca d’Ossuna e Eceda, conte d’Uregna, marchese di Pegnafiel e di Belmonte, cameriere maggiore di Sua Maestà, notaro maggiore delli regni di Pastiglia, Clavero dell’ordine di Calastrava, tesoriere perpetuo della real casa della Moneta della Maestà Sua si Madrid, venne fatto governatore e capitano generale dello Stato di Milano nel 1676, e durò in quella carica per tre anni. Tutto quello che il duca d’Ossuna fece di utile alla città fu impedire che oltremodo non invalesse l’uso di piantare avanti le casa colonnette di marmo, obbligando quelli che il facevano ad ottenerne il privilegio. Questo governatore avea per avo don Pietro, parimente duca d’Ossuna.

3

Don Francesco Orozco, marchese de Oleas, Mortasa e S. Reale. Fu governatore di Milano nel 1668, e vi morì lo stesso anno ai 28 dicembre. Da questo mese sino al marzo dell’anno successivo, governarono Milano i consiglieri regi dell’eccelso consiglio segreto dello Stato. Nel principio di marzo poi del 1669 resse la città D. Paolo Spinola Doria, e ciò fino al maggio dell’anno seguente, epoca in cui ebbe, come dissi, questa carica il duca d’Ossuna. Rilevasi da questo che il Leti capovolge la cronologia dei governatori. Vedi Bellati “Serie dei governatori di Milano”.

4

Cioè della Frigia, una delle provincie dell’Olanda.

 

 

5

Il Finale, terra sulla riviera di Genova. Gli Spagnoli la comperarono dai Genovesi sul principio del XVII secolo; ed indi fu rivenduta a questi nel 1713 da Carlo VI. Il Finale serviva di comunicazione fra la Spagna e l’Italia; infatti tutte le merci d’importazione o d’esportazione venivano al Finale onde prendere la parte di terra o di mare che più talentasse ai negozianti. Possedeva tre fortissimi castelli, ben provveduti e con numerosa guarnigione, ed era perciò denominato da alcuni il “Porto del ducato di Milano”.

 

 

6

Si condoni all’autore secentista questi confettini e metafore tanto usate a que’ tempi. E difatti troviamo in simili autori titoli di opere veramente ridicoli: la “Celeste Pandora” per indicare la Madonna, i “Tesori dell’Oriente” per accennare a San Gaetano Tiene, il “Cielo in terra” o scherzi poetici sopra i Misteri di Cristo e della Madonna, e tante altre pazzie, come si può vedere nei ragionamenti sulla “Storia Lombarda” di C. Cantù. Chi brama avere un’idea esatta dello Stato di Milano in quei tempi, legga l’opera di Gualdo Priorato avente per titolo: “Relazione della città e Stato di Milano”. Milano 1666. C. Cantù, opera suindicata.

 

 

7

Vale a dire Filippo IV di Spagna morto nell’anno 1665.

 

 

8

Questo teatro, piccolo e di brutto aspetto, abbruciò nell’anno 1776, o come alcuni vogliono fu arso abella posta: si pensò quindi a costruirne un nuovo, servendosi della chiesa di S. Maria della Scala: l’architettura è del Piermarini, e venne aperto nel 1779.

 

 

9

Osservi il lettore che questo libro venne stampato nel 1678, e che Gregorio Leti non solo fu contemporaneo dell’Ossuna, ma anche milanese.

 

 

10

Sovvengasi il lettore di quanto già dissi nella nota, cioè che Gregorio Leti abbandonò il cattolicesimo per abbracciare il partito calvinista, e che tutto ciò che qui dice non è che per mettere in burla la religione cattolica se ciò fosse possibile; ma dessa è fondata sopra tali basi di verità da non temere le vuote ciance di quest’apostata. Rapporto a questo argomento vedi il “Dizionario della Teologia” dell’abate Bergier, la “Storia delle variazioni delle religioni” del Bossuet, le opere del P. Sigismondo Gerdil, come anche la “Morale cattolica” del Manzoni.

 

 

11

Vuolsi intendere Claudio Lamoraldo, principe de Ligne, de Amblice e dei S. R. Imperio, sovrano di Faignoles, e cavaliere dell’insigne ordine del Tosn d’Oro. Fu eletto governatore il 21 giugno 1674.

 
Il governo
del
Duca d'Ossuna
e la vita
di
Bartolomeo Arese
scritta da
Gregorio Leti
con prefazione e note
di Massimo Fabi


Milano
presso Franc. Colombo Librajo-Editore
Contr. S.Martino, n.549-A
1854

Biblioteca
Storica Italiana
vol. III
 
Il Duca d'Ossuna
effige cavata da un'antica stampa
 

Prefazione

Vita di Gregorio Leti

Duca d'Ossuna

Bartolomeo Arese


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