Lombardia

 

Il governo del Duca d'Ossuna e la vita di Bartolomeo Arese

Scritta da Gregorio Leti con prefazione e note di Massimo Fabi

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La vita del conte Bartolomeo Arese, presidente del Senato di Milano.
Stampato per la prima volta in Colonia appresso Francesco della Torre 1682.

L’autore al lettore
Non sì tosto mi pervenne, benigno lettore, all’orecchio la morte del signor conte Bartolomeo Arese presidente dell’augustissimo Senato di Milano, mio compatriota, che formai il disegno di darti notizia della sua vita; non già nel modo che le sue eroiche, rilevate e lodevolissime qualità meritavano, ma nel modo che poteva la mia debole capacità. Voglio dire, non già col riflettere esattamente sulla di lui politica, prudenza, ed altre virtù, che risplendevano in sommo grado nella sua persona, ma col darti contezza delle sue azioni, della sua vigilanza, del suo credito, della sua carità, della sua costanza e della sua capacità; nel che però non potevo far di meno di far rilucere qualche raggio di politica per illustrare le nere striscie d’inchiostro, già più ombreggiate dalla tenue capacità di chi le vergherebbe sulla carta.
Non lo effettuai però per non impicciarmi in qualche calappio, che suol tendere la verità a chi vuol propalarla. Ma venendo sollecitato già per più di tre anni di non privar il pubblico dell’utilità, che potrebbe trarre da quest’opera, io che non desidero altro che d’esser utile al prossimo, e per compiacere varj cavalieri milanesi, che posso quasi dire senza offenderli, m’importunano ogni giorno, mi son posto ad effettuare il mio, già concetto disegno.
Ecco dunque avanti a’ tuoi occhi. Quale tu puoi vedere. Troverai varj successi, che quantunque non si riferiscano direttamente alla sua persona, serviranno però d’idearti le sue belle qualità, i cui atti in tai successi furono prodotti in quella guisa appunto, che offerta la bianchezza all’occhio, questo produce la visione per giudicare della bianchezza, e talvolta farla mutare; da che si potrà trarre esempio da’ varj personaggi per la condotta degli imbrogli giornalieri, che sogliono suscitarsi dalle vicende del mondo. Nel che consiste tutto lo scopo che deve avere, chi dato di piglio alla penna vuol applicarsi a scrivere qualche storia. Oltre che contenendo questi qualche pizzico di curiosità, potranno oltre l’utilità allettarti, e svegliarti dalla profondità della lettura grave, che suole tenere i sensi come sopiti, mentre sono applicati a scorrere le cose, di cui devono mandare le specie all’intendimento. Non nomino alcune persone, che fanno però la loro scena, perché aborrisco il satirizzare, e stimo troppo il mio onore per farlo perdere ad altri. Oltre che è stato tanto ricercato questo libro, perché veniva stimato satirico, che niente più, ed io ho voluto far vedere col non esserlo, che non si deve sempre stimare cattive le cose, pria che non si siano viste e digerite.
Ti dovrei riferire una congerie di storie, ma come le puoi leggere altrove, mi basta di parlarne secondo la necessità di quanto rappresenterò.
Ti potrei allegare mille scritture, che farebbero a proposito, ma temendo d’attediarti, le ho lasciate, per non fare una congerie d’un Mercurio, bastandomi di soddisfarti alla concisa.
I cavalieri milanesi troveranno qui per pasturare la loro curiosità, mercè che scoprirò le cagioni di varie cose, che forse io solo ho potuto sapere, per la frequenza che avevo nella casa del detto signor presidente, e che saranno novità per molti d’essi. Come si può vedere nel libro intitolato il “Governo del duca d’Ossuna”, dove l’autore scopre con che detto duca seppe l’autore della Pasquinata postagli sulla porta della corte, sendosi servito del Pagani, benché in realtà ciò non sia vero, come ne parlerò nell’opera, dove ciascuno può ricorrere per vedere quanto si dice.
Supplico quelli, che saranno nominati in quest’opera, di non offendersi, non essendo mio disegno di offenderli; anzi aborrendo la satira totalmente. Come potranno vedere dall’opera stessa, nella quale non parlo d’essi che co’ termini civili ed onesti, co’ debiti rispetti, che so loro essere dovuti, sì per la nascita, come per decenza.
Ti assicuro, che mi spiacerebbe in sommo, che quest’opera producesse altro effetto che il prefissomi, che è l’utilità pubblica, di che ti prego, benigno lettore, di darmi segno di gradimento; che se l’opera non lo merita, gradisci almeno la buona volontà di chi si consacra umilmente a servirti e compiacerti in altre occasioni.
Non attribuirmi di grazia le mende della stampa, alla quale non ho potuto tenere la mano, mentre si è posto il libro sotto il torchio in luoghi da me distanti. Sovra tutto troverai ne’ fogli K. L. M. qualche errore massime ne’ cognomi d’alcuni, come sarebbe parlandosi del conte Giulio Dugnani, lo stampatore ha fatto Dugrari invece di Dugnani, ma puoi aver ricorso sì in quello come in altri di simil serie alla tavola infine del libro, dove troverai le cose nel loro proprio essere. T’ho voluto avvisare di questo, perché forse nel leggere il libro, e trovandovi tali errori, avresti potuto stimare, che chi scritto aveva, non era pratico delle cose di cui si ragiona, ma vedi bene che non è suo fallo. Avrei avuto piacere di mettere tutte le iscrizioni che furono fatte alla tomba alle esequie, come altresì l’epitaffio, che è stato posto in S. Vittore; ma oltre che non avrebbero fatto che ingrossare il libro senza necessità, ti voglio confessare la verità, che ho scritto a bella posta a Milano per averle, ma la trascuratezza de’ miei corrispondenti o le loro applicazioni ad altre cose di maggior rilievo, è la cagione che non le ho potuto avere a tempo per poterle mettere alla luce. Ma infine ciò non è gran cosa. L’epitaffio è bello, e chiunque lo vuol vedere, può andarsene alla chiesa di S. Vittore dove lo potrà leggere, e così soddisfare la curiosità (001).
Se il signor Castiglione, che già fu suo segretario, fosse stato in istato di scrivere questa vita, non dubito punto, che forse avrebbe dato in luce particolari maggiori, massime de’ negoziati, ed altre cose, che passavano per le sue mani, ma ciò sarebbe stato opera di gran Iena, mercè che sarebbe stato d’uopo addurre varie lettere, ed un’infinità di scritti, che avrebbero a mio giudizio più tosto attediato che allettato il lettore.
Troverai assai alla stessa le cose appartenenti al signor Giuseppe Francesco Borri, e stimo che non ti dovranno nauseare, mercè che essendo anch’egli della patria, ed avendo fatto gran romore in Milano, come tutti possono sapere, ho stimato, che farei gran piacere a’ miei compatrioti di dar loro contezza di quanto non sapevano che confusamente, e forse diversamente dalla realtà, benché la maggior parte delle cose siano successe agli occhi loro, li quali sovente non ponno vedere bene chiaro tra le tenebre, con cui suole l’inquisizione coprire le cose che cadono sotto le sue zanne. Oltre che que’ ch’erano in que’ tempi giovanetti, e che forse non erano ancora, che alla prima, o seconda di Brera (002), non si potranno ricordare di quanto si sussurrava in que’ tempi, e così stimo che godranno di leggere le cose di cui appena ponno averne qualche ideuccia.
Parlò egli è vero un poco liberamente del fu conte Giulio Arese, figlio del signor presidente, ma chi sa le cose di Milano, vedrà che in quel luogo non dico che cose notorie, e che così non faccio che ricordare cose che sono state vulgatissime.
Nel rimanente mi sembra d’essere stato assai riserbato, mentre potendo scorre la briglia alla mia penna, volendola su strade ampie, l’ho anzi ritenuta col capezzone della discrezione, affinché saltando troppo liberamente non desse calci troppo pungenti a qualcuno.
Se trovi qualche cosa degna di biasimo mi dovresti compatire, mentre ti dirò la verità, che quanto ho fatto in questo libro non è stato per acquistarmi lode, ma solo per passatempo. Scrivo adesso altri libri di maggior rilievo, e vedrai bene un altro stile ed un altro metodo, e se colla leggerezza di questo merito più sprezzo che stima, spero con quelli dissipare lo sprezzo ed acquistarmi quanto piacerà alla tua benignità. Vivi felice.

Ai nobilissimi parenti
del fu illustrissimo signor conte
Bartolomeo Arese
Presidente del Senato di Milano.

E per qual ragione, nobilissimi signori, avendo pochi anni sono, udito dire che si voleva stampare la vita del signor presidente, giti sono in traccia di trovare il luogo, dove si doveva stampare, per impedirne l’impressione? Stimavano forse, che sarebbe stata una pura satira, ma eglino, che conoscevano a pieno le perfezioni e le virtù eminenti del signor presidente si dovevano prefiggere, e con agevolezza, che non si poteva intaccare la bianchezza, e che solo era proprio d’occhio di talpa porre macchie nel sole. Non niego che si poteva temere la malignità di qualche perfido, ma che? Il fu signor presidente ha fatto tanti favori a tutto il mondo, ha giovato a tanti, ha impartito tante grazie ad un’infinità di persone, che non istimo che vi potesse essere alcuno che fosse stato capace d’insultare la gloria d’un personaggio si cospicuo, che alla vista stessa degl’invidiosi e gelosissimi Spagnoli passava per il dio di Milano. Oltre che la stima ed il rispetto che ognuno ha de’ meriti rilevanti, che rilucono nelle persone loro, erano sufficienti per rintuzzare l’ardire d’ogni persona più risoluta, se pur ve ne fosse stata alcuna che fosse sdrucciolata in un mancamento simile. E quando non avessero avuto questa considerazione, il timore forse avrebbe bene legato loro le mani, mentre si sa, che non si va impune, quando si offende persona grande, che si sa che ha le braccia lunghe, il che ha introdotto quel trito proverbio “de principibus aut bene, aut nihil”; sendo in realtà meglio il tacere che il non dir bene de’ grandi quando se ne vuol parlare, perché il male non è mai che cagione di male.
Vedranno, nobilissimi signori, da quest’operetta, che se forse qualcuno aveva sparso voce, che si voleva fare qualche cosa di satirico e maldicente, che questi tali si sono ingannati, e che od hanno voluto dimostrare un zelo, lieve però, verso le loro persone, o che non conoscendo bene le perfezioni ch’erano nel fu signor presidente, hanno stimato alla leggiera, che non si poteva fare la vita di un uomo, senza che si facesse passare per un diavolo. Non è la prima fiata che è successo nel mondo, quanto forse adesso si temeva; ma altri tempi altre cure, ed altre persone altri scritti. Le cose del mondo hanno si poca stabilità, che si vedono alla giornata mutare. Non bisogna mai scandalizzarsi d’una cosa, se non si tocca colla mano, per così dire, che sia in sé stessa cattiva, quinci capace di cagionare lo scandalo, altrimenti si sdrucciola poi nella confusione che si ha d’aver fatto rumore per una cosa di niente, e contra la quale non si aveva luogo di parlare. In ogni caso per me ho maggior piacere che la cosa sia andata così, che se in realtà qualche malevolo invidioso avesse impreso di far altrimenti di quanto è scritto in quest’opera, perché poi, se fosse comparsa in luce, si sarebbe indi stimato ch’io avrei scritto con tal indiscrezione, e così avrei potuto incorrere, e nel biasimo delle persone onorate, che tacciato m’avrebbero, e con ragione, come lo confesso, ed anche avrei così potuto suppormi a qualche periglio, benché naturalmente io non sia pauroso. In fine che so io, forse pullulato sarebbero varie cose disgustose d’ambe le parti, che sarebbero state malagevoli a dissipare, benché si fosse contribuito ogni sforzo maggiore per farle svanire. Sicchè la cosa è andata meglio così, perché i parenti del fu signor presidente non hanno che dolersi di vedere che non si parla a svantaggio d’un tal personaggio, che esente d’ogni difetto biasimevole, non ha mai in vita sua dato campo alcuno di poterne dir male; se pur non è difetto l’esser prudente in sommo grado, l’esser perspicace nelle cose più astruse, l’esser liberale sino vicino alla prodigalità, ma in limosine e nelle opere pie, nelle quali non aveva mai stanca la mano nel dare e nel donare, e infine se pur non è difetto l’avere tutte quelle buone qualità, che ponno campeggiare in una persona d’un grado si rilevato come quello, nel qual’era il fu signor presidente Arese; ma se ciò è così, si dovrebbe desiderare da ogn’uno, che tutte le persone grandi fossero tutte difettose, che così si vedrebbero nel mondo ben altre cose di quelle si veggono alla giornata con rammarico di molti, e che danno scontento non lieve a chi avrebbe bisogno di ricevere qualche colpo di mano di tai persone. Per me lo spiacere che avrei avuto, sarebbe stato nel vedere, che il merito del signor presidente sarebbe stato denigrato con una calunnia abbominevole, che avrebbe nauseato tutto il mondo, e giacchè non ho piacere naturalmente di udire a dir male di chicchessia, quantunque alle fiate ve ne sia campo vasto, solendo io piuttosto compatire la fralità umana, quando alcuno sdrucciola in qualche vizio, che castigare tali delinquenti colla sferza pungente d’una lingua maledica e biasimatrice, così “a majori ad minus” non avrei avuto piacere, anzi disgusto grande avrei avuto nel vedere dir male d’una persona ch’era conosciuta da tutti, incontaminata per così dire, ed esente di quanto può somministrar con ragione materia ad una lingua, per maldicente che sia, di parlar male. Ho voluro addurre tutto questo, nobilissimi signori, per far vedere quale sia sempre stato il mio disegno circa questo libro, benché forse sia stato divulgato diversamente. So viver al mondo, e lo faccio vedere nel rassegnarmi con ogni rispetto.
Delle S.S.V.V. Ill.me.
Umilissimo, ed ubbidientissimo Servitore N.N.


La vita del conte Bartolomeo Arese
Presidente del Senato di Milano


Al cospetto di Dio sia l’anima del conte Bartolomeo Arese, che mi vien detto aver in fine tributato alla natura quei doveri, che la caducità umana + tenuta pagare per debito di oralità. I miei viaggi in paesi remotissimi dalle insubrie contrade negli stessi tempi che diede alito a quell’anima eroica, che animava il fracidume per girsene a ricevere il condegno alloro a quelle belle qualità morali che lo insignizzavano di pietà, m’hanno tenuto inscio d’una morte che un colpo più fatale fare non poteva, che col levare dal mondo questo signore, degno di vivere secoli intieri, sì per sollievo della sua amata patria, come per far allievi della prudenza colla sua mai abbastanza celebrata persona, che ne era lo stesso tipo, e degno d’esser trapiantato tutto vivente colà dove le Silfidi (se ciò non fosse chimerico) trasportano gli eroi in una immortalità priva d’ogni umana corruzione.
Al fin possibile che sia morto l’Arese! Ah parca micidiale chi ti diè il potere di satollarsi di simili squisitezze? E vuoi poi essere chiamata parca, se sei si ingorda e famelica? Va, hai vinto morte, ma la tua vittoria non ha riportato che una corona languida, frale, arida ed arsiccia; posciachè colla tua falce non hai mietuto che un fiore tutto languido, ma non hai potuto recidere quello steli che farà rivivere immortale nel mondo la fama del presidente Bartolomeo Arese. Tutto finisce e passa nel mondo. Anche i marmi più sodi, erti all’immortalità ad onta de’ tempi, vengono per vendetta degli stessi tempi diroccati e dissoluti. Ma se i caratteri non hanno ritegno per inoltrarsi nella posterità più remota, va, io ti rendo priva di molti trofei la tua vittoria, giacchè con queste linee ti tolgo l’opimezza che speravi con questo tuo colpo (003), Ecco che comincio.
Troppo superfluo io stimo il voler trarre chiarezza e splendore da una prosapia, coll’investigare i genealogici gradi per esaltare un personaggio, quando la propria virtù lo inghirlanda con immarcescibili intenti. Sono regole umaniste a’ fanciulli per isbizzarrire l’ingengo loro con cercar lodi a “bonis fotunae”, che sono instabili, giacchè derivano dalla fortuna, che ha per concomitante attributo l’incostanza più lieve e ghiribizzosa. Quinci non mi fermerò molto a simili puerilità, e mi basterà il dire, che il conte Bartolomeo Arese è nato da quella mobilissima faglia Arese, che vanta molti secoli d’illustrissima chiarezza, annidata fra’ suoi antenati. Il cognome d’Arese lo stimo alterato dalla corruzione del linguaggio, forse nell’invasione de’ barbari nelle italiche contrade; posciachè essendo le armi della famiglia Arese parlanti, si dovrebbe più tosto cognominar “Alese” che “Arese”, giacchè queste portano due ale nere in campo d’oro, col motto: “Per lealtà mantiene”; da che si deve dedurre che la lealtà è già abbarbicata e radicata talmente in quella stirpe, che nasce inseparabile negl’individui che ne pullulano (004).
Suo avo (per parlare più recentemente) fu il senatore Marco Antonio Arese nobilitato d’insigni virtù, e non indegno rampollo di tanti virtuosi antenati, e suo padre fu don Giulio Arese presidente altresì del Senato di Milano, che sposò donna Ippolita Clari, figlia del reggente Giulio Clari, quell’uomo tanto famoso per i suoi scritti (005), e per l’autorità che ebbe vivendo con Filippo secondo monarca delle Spagne, e per la stima che quel politico regnante ne faceva; ed è da questa che si ebbe in luce il nostro conte Bartolomeo, e d’indi a qualche tempo Lodovico suo fratello, che fu capitano d’ordinanza, mastro di campo d’infanteria italiana, governatore di quella fortezza di Trino, tanto famosa nelle ultime guerre di Lombardia, situato nel Canavese (006) del Monferrrato, e poscia governatore e capellano di Como; che ebbe per moglie la mobilissima signora Anna Visconti, figlia unica di Cesare Visconti, che fu poi maritata in secondo luogo al cavaliere marchese don Girolamo Stampa; ed una sorella chiamata Caterina maritata al conte senatore don Carlo Archinto padre del conte Filippo Archinto, che i giorni passati (007) fu in qualità d’inviato invece del marchese Spinola de los Balbases alla corte di sua maestà imperiale, de’ quali si ragionerà a suo luogo.
Non vale la mia penna per esprimere l’allegrezza, che ebbe il padre della nascita del nostro conte (008). Egli che si vedeva appoggiato sulla successione d’un figlio, che anche nella nascita, dove si sogliono udire pianti e omei, fu cagione d’allegrezza, portando seco dall’utero materno segni assai veridici di speranze importanti, essendo nato, come si suol dire, con una tonacella, che da tutto il mondo, e dalla esperienza ci vien asserito, esser l’iride della felicità e contento (009). La madre non mior gioja si sentì saltellare nel cuore nello scorgersi scaricata d’un peso, che giustamente servire le doveva di sollievo.
Fu nudrito con gran cura da nutrici scelte, affinché, imbevendosi col latte la natura delle nutrici, non succhiasse dalle mammelle col latte qualità difettose, che sogliono alle fiate far tralignare un’animo ben nato da’ viali gloriosi e virtuosi degli antenati.
Cosa invero mirabile era il vedere il bambino a misura che gli si corroborava la via, ornarsi d’una vivacità incredibile. Le fasce, che sogliono fare stridere i fanciulli, per vedersi cattivati dopo esser usciti dalla carcere dell’utero materno alla libertà d’un mondo, non lo facevano dibattere, quasi che avesse in quell’età tenerella avuto già il giudizio di discernere, che nel mondo le calamità sono più assuete de’ contenti; e che un animo grande deve in quelle fare spiccare la propria costanza, ed essere come la vasta selce dell’Asia, immobile ad ogni sforzo, quantunque vacillante al sol tocco di semplice dito. Appena potè calcare il suolo col piè tremulo, che si videro in lui quelle inclinazioni naturali, che si scorgono dagli atti frequenti di tenero fanciullo. Ove si veggono i scipiti gettarsi a briglia sciolta dietro qualche festoncello di tremolante orpello, si vedeva il nostro Bartolomea sdegnare quasi quelle bambolaggini, che sogliono alle fiate ancora dare dello spasso ad alcuni adulti; ma egli con indifferenza grande le mirava, quasi che avesse penetrato a pieno le cose, e che avesse conosciuto, che lieve era quella sostanza che aveva sì allettatrici le speranze.
Appena poteva solo, se non reggersi, strascinarsi almeno, che s’introduceva furtivo colà dove su qualche tavola vi erano libri, e facendoli cadere con qualche bastoncello, col quale suppliva alla sua piccolezza, si ritirava in qualche angolo recondito, ed ivi volteggiando i libri, stava quasi attento dottore a meditare quei caratteri, ch’egli non ancora conosceva. O chi avesse potuto penetrare in quell’animo vasto, benché rinchiuso in piccol corpo forse avrebbe rifiutato come falso quel detto d’Aristotele, che anima est tanquam tabula rasa, giacchè forse vi si avrebbero visto mille specie (010), infuse tutte d’oggetti eroici.
Appena fu apposto agli studj, che si videro meraviglie. Appena il maestro gli aveva fatto una lezione, che si vedeva in quella essere già in istato di farne una più profonda allo stesso maestro. Conosceva egli bene avere capito molto più del rappresentatogli; ma una modestia naturale lo ratteneva di farne ostentazione, quantunque alle fiate lo spirito suo vivace non lo potesse rattenere di sfogarsi almeno con fare varie opposizioni al maestro, delle quali alle fiate non si trovava soddisfatto nelle risposte, quantunque assai adeguate, ma non adeguate al suo ingegno.
Quanto più imparava nella grammatica le declinazioni, egli tanto più aumentava il sapere.
Posto al collegio de’ gesuiti (011), fu fra’ que’ padri, dove fece campeggiare il valore del suo ingegno. Le prime dignità di quelle scuole, che sogliono darsi a’ più periti da’ maestri, lo stimolavano a rintracciarle, portato da un desio naturale di gloria di sovrastare ad ogni altro. Né falliva mai di riportare il vello Anfrisio di tutte le scuole, quantunque a gara di varj altri, che gl’invidiavano il primo carattere; imparando così a signoreggiare uno stuolo di gioventù, per poscia saper signoreggiare uno Stato. Non poteva soffrire que’ pigri, che per mancanza di studio si riducevano sovente il sabbato allo stendardo dell’asino, dove stavano sopposti quai giumenticciuoli alle risate degli studiosi. E se qualche fiata dalla sua parte ve ne era alcuno, s’inquietava, e sollecitava sovente il maestro a mutargli luogo. Le contese scolastiche lo stimolavano tanto allo studio per esser sempre armato, che vegliava alle fiate colla penna in mano molta parte della notte, e si rendeva sì assiduo alle scuole, che hanno testificato i gesuiti di quei tempi, non esser mai incorso che una fiata nel serò. E veramente il timore di arrivare tardi alla scuola, per non far breccia alla sua diligenza, lo fece sovente trascurare gli agi che poteva pigliare. Ho udito dire una fiata, che andando d’inverno alle scuole, in tempo che i ghiacci in Milano rendono malagevolissime le strade, e impegnatasi la carrozza in un sodo ghiaccio, saltò egli fuori della carrozza, e cadde nel bel mezzo di vicino fanguccio, che ne restò tutto infangato. Infine sono minuzie da raccontare, che non servono a niente, e basterà che ciascuno s’immagini quanto poteva fare uno scolare diligente ed ambizioso d’onore e di gloria.
Allevato così negli studj, ed istrutto in tutte le buone arti, come si conveniva ad un figlio d’un presidente di Senato di Milano, il padre cadde vittima di morte nel febbraio del 1627. Ed in ricompensa de’ meriti paterni, e delle speranza proprie della sua persona, venne immediatamente creato conte da Filippo quarto monarca delle Spagne li 11 marzo dello stesso anno, ed indi a poi si trasportò in Pavia, dove l’università ha riputazione e fama non ordinaria, massime per la legge. Quivi divenne tosto capo de’ Milanesi, e faceva campeggiare la leggiadria de’ suoi compatrioti, con mutazioni frequenti d’abiti e pennacchi, che ciascuno portava per uniformarsi ad un capo, del quale si gloriavano d’essere membri. Ebbero i Milanesi varie contese con altre nazioni, dele quali egli volle esser il vincitore, nel che riusciva agevolmente, quantunque fosse il solito di quei studenti di contenderla lungo tempo colle armi in mano, e con effusione di molto sangue. Indi a qualche tempo finì il corso deglistudj, e ricevuta la laurea dottorale fu nello stesso tempo onorato del collegio de’ dottori di Milano (012).
E perché pochi forse sanno l’eminenza di questo carattere, è bene di dirne due parole.
Il collegio de’ dottori di Milano è una radunanza di varj cavalieri periti nella legge, e laureati in quella, nella qual radunanza non entra che chi prova, se non m’inganno, quattro generazioni di nobiltà incontaminata; e portano una veste dottorale, che dà gran maestà, ed una medaglia d’oro al petto. Pochi sono i cavalieri studiosi, che non si ascrivono ad onore grandissimo d’essere annoverati in quella radunanza. Il signor cardinale Litta, porporato di gran merito, e che è stato ad un passo dal Vaticano, aveva per gloria grande d’essere dottore del collegio di Milano. Dicesi lo stesso di Pio IV, della casa de’ Medici, della linea del marchese d’oggidì di Melegnano. E vi è un senatore di gran merito, ed insignizzato di qualità nobili e lodevolissime, che non nomino per rispetto, che non ha mai potuto averne l’onore, quantunque abbia fatto ogni sforzo, a sola cagione che il padre per quanto si dice, avesse dato mano a certo omicidio. Cosa per quanto mi pare, assai crudele, che un cavaliere ornato di si belle qualità, non abbia potuto spuntare quest’onore per un fallo d’un padre, a che forse era stato costretto per debito d’onore. E da questo collegio, che si estraggono gli avvocati concistoriali, che risiedono alla corte di Roma per questo Stato, e l’auditore di Ruota, che sono varchi brevissimi per passare alla porpora. Vi erano a’ miei tempi in Roma due signori Visconti, cavalieri, oltre la nascita, di meriti più che rilevati. Quando si riceve uno nella radunanza, si fa con gran festa e dispendio, con distribuzione di quantità di guanti. Da questi si traggono i giudici per giudicare delle cose civili, che occorrono a’ particolari, e molti servono a patrocinar cause, non solo co’ scritti, ma in voce anche alle fiate, in quella guisa che fanno altrove gli avvocati (013). Seguì poco dopo l’anno doloroso del 1630, dove il contagio divorò buona parte dei cittadini di Milano, dove la morte regnava più che la vita, dove il Lazzaretto, luogo situato fuori delle mura, era ripieno più di morti che di languidi. Da questo non potè esentarsi il conte, essendo ferito dalla peste, perlocchè giacque infermo dal principio del mese d’agosto sino per tutto il mese di novembre dello stesso anno 1630; né cadde vittima di morte, perché questa temè d’essere invalida, e sforzuta per dare uno scroscio cotanto potente ad una pianta così nerboruta, e ripiena di forze virtuose. Con gran cura venne risanato, e cessando il flagello del contagio, tutto si ristabilì a poco a poco, riaprendosi i tribunali, frequentandosi i cittadini, e risorgendo il commercio, pria interrotto dalla corruzione, egli si appose a patrocinar cause senza mercede alcuna. Il suo motivo, perché si diede a far patrocinj di cause, fu per fare una pratica esatta dell’essere civile, desiando avanzarsi a’ gradi per sapere il governo in ogni cosa. E veramente non è asceso al grado suo, che in quella guisa appunto che un soldato passa a tutti gli uffici guerrieri sino al generalato, dopo aver sperimentato in ogni grado il suo dovere. Giunse frattanto l’anno 1635 colla guerra viva nella Lombardia. Posciachè irritata la Francia contro gli Spagnoli per la presa di Treviri (014), e di quell’elettore, risoluta la guerra, ne fece passar l’intimazione all’infante di Spagna, mentre di subito non rendeva Treviri, e l’elettore, il latore del qual’annuncio non fu ascoltato; onde fu incontamente incaricato Arrigo duca di Roano, il quale con un grosso di gente se ne stava nella Lorena di calar nell’Alsazia per esser pronto all’impresa, che se gli avesse appoggiata.
Al duca di Crequì nel delfinato fu commessa la levata di diecimila fanti, e duemila cavalli, e di star lesto ad ogni ordine regio per iscendere nel Piemonte. Furono inviati duemila Francesi a Casale, ed a Pinarolo con quantità di provvisioni e munizioni militari. A’ popoli del Pragella (015) fu dato ordine d’agevolare la strada di certi passi di quelle montagne, per far transito delle soldatesche, che da Lione e da Grenoble si dovessero far passare in Italia senza divertirli dagli stati del re di Francia; e torre il passaggio ordinario della Savoja. Il signor Believra, soggetto di grande stima, e di capacità, fu dichiarato dal re cristianissimo ambasciatore straordinario appresso tutti i principi d’Italia. E perché il duca Odoardo Farnese di Parma, sempre più disgustato da’ ministri Spagnoli, passava con buona intelligenza colla Francia, furono spedite alla sfilata alcune soldatesche verso Parma, con una rimessa di contanti a quel duca per la levata di nuove truppe, e per l’assoldamento d’un corpo d’esercito nel suo Stato, dal quale se ne potessero i Francesi valere nell’attacco da quest’altra parte dello Stato di Milano verso il Cremonese, quando dall’altra parte verso il Monferrato l’avessero assalito; il che se avesse avuto effetto, come fu pigliato la risoluzione prudentemente dalla Corte di Francia, si correva rischio di perdere lo Stato di Milano, in quel tempo senza capi, senza soldati, e senza l’opportuno alla sua difesa (016).
Ma con altri ordini secreti fecero i Francesi un’irruzione ne’ Grigioni, e s’appoderarono della Valtellina. E perché i disegni de’ Francesi erano di chiudere i passi alla Stato di Milano in modo, che esclusi rimanessero i soccorsi Austriaci per il Tirolo, s’impadronirono di tutta la valle (017), e quantunque gli abitatori vedessero colle lagrime agli occhi que’ nuovi ospiti, e che per interesse loro più avesse giovato il dominio Spagnolo; nondimeno il cardinale Albornoz spagnolo di gran casato, allora reggente dello Stato di Milano, governandosi con grande intrepidezza ne fece volare subito gli avvisi a Spagna ed a Vienna, ed applicassi all’espediente congruo a pigliarsi in tali emergenze, e praticare le difficoltà nell’impedire a’ Francesi, già appoderatisi dei paesi principali, l’ingresso nella suddetta valle, stimò meglio allora invigilare alla conservazione sola della frontiera dello Stato, e sollecitare i soccorsi di Spagna, Napoli e Germania, co’ quali ridotte poi le cose dello Stato a buon termine, si potesse apporre all’impresa stimata più opportuna. Venne pertanto fatta nuova descrizione di tutti gli abili a portare armi, pigliandosi una minuta di ciascuno dalli diciotto fino ad anni cinquanta, per farne scelta all’occasione ed applicarli alla difesa de’ luoghi necessari; reviste le milizie dello Stato, chiamate d’ordinanza, e da questo corpo che può ascendere a diciotto mila fanti in circa, estrattene alcune migliaja furono ripartite ne’ posti più riguardevoli. Don Carlos Colonna cavaliere Spagnolo già governatore di Cambrai, ed il sergente maggiore Molina vennero subito spediti sulla frontiera del Com’asco con dieci compagnie d’infanteria, e dopo questi alla sovrintendenza di que’ confini restò dichiarato il conte Giovanni Serbelloni cavaliere milanese, chiaro per valore e per nascita, il quale con altre undici compagnie di fanti del terzo del Guasco, cinque di cavalleria, prese con sedulità posto alla sinistra del lago di Como dirimpetto al forte di Fuentes, fortificassi nel sito della Francesca (018) per impedire l’invasione nemica nel Comasco (019).
Si diedero patenti per nuove levate in ogni parte. Si spedirono somme contanti al conte Casati ambasciatore appo gli Svizzeri per fare una levata di quattro mila Svizzeri; e si spedì don Antonio Sarmientos a Firenze per chiedere al gran duca il terzo d’infanteria obbligato per difesa dello Stato di Milano in virtù dell’accordo di Siena. Sborsò la città di Milano con prontezza cinquanta mila scudi, e perché si prevedeva che i Francesi allestiti nel Delfinato sarebbero scesi infallibilmente nel Piemonte per attaccare da quella banda anche il Milanese, oltre alla continuate provvisioni di guerra, e fortificazioni accresciute a varie piazze dello Stato sulle frontiere, sollecitassi Vittorio Amedeo duca di Savoja, principe d’animo grande, che non si dichiarò per politica di Stato che con risposte ambigue, tanto cogli Spagnoli quanto co’ Francesi, che le stesse istanze fatto avevano.
Da Milano fu mandato ad inspruk don Antonio Porres Spagnolo per sollecitare la calata de’ Tedeschi al soccorso della Valtellina. Il Tirolo benché aggecchito dalla vicinanza Francese, fece risuonare subito le sue montagne co’ squilli d’oricalchi guerrieri e col tintinnamento de’ tamburi, tagliando e barricando le strade.
Seguì poi coi soldati mandati dalla arciduchessa Claudia, principessa di gran valore, qualche conflitto co’ Francesi all’avvantaggio di questi per il soccorso del duca di Roano.
Questo rotta non sbigottì meno gli Spagnoli, che la passata de’ monti del maresciallo di Crequì coll’esercito Francese, perché temevasi qualche gran percossa, mentre i passi erano chiusi a’ soccorsi tedeschi per la Valtellina, il Monferrato era pieno di soldatesca, il Piemonte titubava, il duca di Parma era diffidente e la repubblica di Venezia era armata sulla frontiera. Esercitandosi nondimeno con gran prudenza, e ricevute nello stesso tempo alcune rimesse di danari da Spagna e settecento cavalli da Napoli, ed altre in fanterie sbarcate al Vado, parve che quegli animi travagliati per l’imminente ruina, alquanto si ristorassero e si rifocillassero nelle passate apprensioni (020).
Ma perché il maggior sollievo dipendeva dal duca di Savoja, vi si fecero varie istanze; ma declinando egli per mera necessità alla parte di Francia, e dato il passo al duca di Crequì, s’armarono in un subito milizie del Pavese nella Lomellina oltre la Gogna; alla Villata posta a’ confini del Monferrato furono inviate tre compagnie d’infanteria, ed altre provvisioni per la fabbrica d’un ponte di barche sovra la Gogna da passare all’occasione verso il Monferrato in osservanza de’ Francesi, i quali trattenendosi in negoziati con Savoja e con Parma, istando che unite le armi assalisse in uno stesso tempo lo Stato di Milano, consumarono tanto tempo che ridondando a profitto di questo Stato, si riprese respiro, che bastò a conservare il vigore ed il proponimento alla difesa.
Non è possibile il credere come in tutte le scritte emergenze s’acquistasse l’Arese un credito grande. Oprò i ripari più fastidiosi e malagevoli con una prudenza ed accuratezza tale, che rese attoniti tutti i ministri di Spagna e tutti li suoi compatrioti, non solo coetanei, ma maggiori ed esperimentati. Dispose a scrisse tanto egregiamente, come se fosse stato invecchiato nel solo uso delle armi, per lo che si ebbe di lui stesso il concetto di Cesare, che fosse abile ed in guerra e nello studio, d’onde ne nacque quel motto: “In utroque Caesar”; onde gli fu agevole cattivarsi l’amore de’ ministri regj, e quasi fabbricarsi un non so che predominio sovra di loro.
Tai novità passate alla corte di Spagna, suscitarono molta commozione, ma applicati i rimedi opportuni si conobbe necessario di secondarli col mettere al governo di Milano un soggetto guerriero, e fu eletto a tal carico don Giacomo di Gusman marchese di Leganes (021) spagnolo, quegli che passato in Fiandra coll’infante, ed immortalatosi nella battaglia di Norlinghem per nuovo ordine regio, era ritornato in Ispana a dar contezza alla corte delle cose di Fiandra e di Germania, e di cui si parla tanto nella Storia di Catalogna nelle rivoluzioni arrivate il 1642.
Appena giunse sul fine dell’anno il marchese di Leganes a Milano, che conobbe dagli atti i meriti riguardevoli dell’Arese, col quale, benché ancora giovane, comunicava gli affari più importanti, acquietandosi molte fiate al di lui consiglio che non era dato alla ventata, quantunque uscisse da un cervello giovane, che vuol dire pieno d’ardore e di fuoco. Quindi per rimunerarlo lo creò subito uno de’ sessanta Decurioni della città di Milano.
Frattanto il duca di Crequì con ottomila fanti e duemila cavalli calato dal Piemonte nel Monferrato, e passato il Po occupò la Villata, posto altre fiate tenuto dagli Spagnoli, e fattosi senza contesa padrona del vecchio trinceramento, investito all’improvviso il fort, dopo breve resistenza fatta da’ paesani restò preso con perdita d’alcuni di que’ difensori che non avvezzi alle armi, cederono subito il cuore alla paura. E come il disegno de’ Francesi era indirizzato all’inoltrarsi nello Stato di Milano, il che non era malagevole ad effettuarsi, quando con maggior nerbo di gente si fossero con ogni prestezza portati nel cuore del Milanese senza sperare in ajuto alcuno de’ collegati, e senza lasciarsi ritardare dalle speranze di questi. Poste in consulta varie proposte fu scelta l’espugnazione di Valenza piazza vicina al Po tra Tortona e Casale. In che sollecitato il duca di Crequì dalla corte e dal tempo, e dalle promesse del duca di Savoja, s’incamminò verso Novara con sembianza di tentare quell’impresa, e poi passando subito ed improvvisamente il Po, s’accampò sotto Valenza dalla parte dell’Alessandrino, lasciando l’altra di là del fiume per i Savojardi, non potendo egli con si poca gente investire tutta la terra. Ma maneggiando il cardinale d’Albornoz con comunicazione dell’Arese segreta corrispondenza colla Savoja, questa ritardò tanto che si ebbe agio di provvedere la fortezza per il ponte di tutto il necessario, il che fu la salute della piazza. Battuta da’ Francesi venne difesa con ugual ardore dal marchese di Celada, spagnolo, cavaliere di gran nascita, che poco pria vi era stato spedito per sovrintendere da don Francesco del Cardine, che vi era governatore, e dallo Spadino soggetto da molta vaglia. E sparsosi lo spavento in quella provincia, il cardinal d’Albornoz con altri ministri regj, coll’assistenza anche dell’Arese, delli cui pareri facevano unanimamente stima particolarissima, fecero le provvisioni opportuna secondo concedeva il tempo. Oltre la spedizione de’ corrieri in Ispana, Napoli e Germania per sollecitare la venuta della soldatesca, l’Arese propose di fare una nuova descrizione degli abili a portar armi nello Stato, e sceglierne otto per cento per mettere nelle piazze e cavarne la gente forestiera per servirsene alla campagna. Il che fu eseguito con grand’ardore ed utilità.
A Mortasa, piazza forte tra Pavia e Vercelli, fu spedito per sovrintendente il maestro di campo Carlo Roma; in Alessandria don Carlo Colombo spagnolo; a Novara al forte di Sandoval ed in ogni altri luogo di quei confini vennero inviati soggetti di vaglia e furono rinforzati di gente e munizioni, e per tutto battevasi il tamburo e provvedevasi alle occorrenze presenti.
Nelle continue apprensioni della congiunzione delle armi di Savoja e Parma co’ Francesi, fu spedito in Alessandria il mastro di campo marchese Lunati cavaliere milanese di chiaro grido ad assistere al Colombo col signor d’Arios senatore e provveditor regio. Si concesse libertà a tutti i sudditi di portar ogni sorte d’armi fuorché le pistole. Perché il principe Triulzi sollecitava l’assoldamento d’un terzo d’infanteria levato a sue spese, l’Arese dimostrò il gran sollievo che si riceverebbe da questo terzo, e gliene fece spedire le patenti, dichiarando il Triulzi mastro di campo di quel terzo il conte Carlo Mariani cavalier milanese.
Si scoprì allora in Alessandria un certo tradimento d’introdurre nella piazza i Francesi, ma vi si ovviò colla detenzione de’ colpevoli tra’ quali un don Diegos spagnolo ed un suo servitore, e l’Alfier Gagni alessandrino, e non fu mancato nel resto a quanto fu stimato opportuno per schermirsi da’ pericoli imminenti, ed in particolare furono ridotti a stretti partiti i segreti maneggi col duca di Savoja, col quale restò concertata occulta intelligenza favorevole al re cattolico. Il che oltre alla politica di Stato del duca di Savoja di evitare che i Francesi non s’annidassero sì da vicino al suo Stato, fu attribuito in parte ala destrezza del’Arese nello scrivere le cose che gli si commettevano da’ ministri regj (022).
Il duca di Parma giunse quattromila fanti ed ottocento cavalli a quelli del duca di Crequì, li otto di settembre avendo passato verso il Tortonese e passata Voghera, scaramucciato appo Ponte Corona colla cavalleria di don Gasparo Azzavedo e del marchese Filippo Spinola. Arrivato sotto la piazza si quartierò nel palazzo de’ signori Stampa, vicino al Po dalla parte di Pavia, dove dalle altre medesimamente poco dopo giunse il duca di Savoja con cinque mila soldati, e dove fu slegato un mulino e lasciatosi andare alla corrente del fiume urtò con tant’impeto il ponte di Valenza che lo fracassò, onde rimanendo abbandonato il fortino al capo di quello fu preso da’ Francesi tagliandosi così ogni comunicazione agli assediati.
Intanto accortisi i ministri regj, che per esser chiusi i passi di Germania conveniva cercar soccorso per il mare, dopo aver corredate nel Mediterraneo ventidue galere e cinque vascelli, accompagnati da varj altri legni sotto il comando del duca di ferrandina spagnolo, di nascita grande e nobile, e del marchese di Santa Croce soggetto pure Casigliano, ai 13 dicembre fecero diversione pigliando l’isola di Santa Margherita distante meno di un miglio dalla terra ferma di Provenza, ad otto o dieci miglia da Nizza, fortificati poco pria con grandi spese di due forti e molto piccoli ridotti, e quivi lasciato presidio sotto il comando di don Michele Perez, soggetto spagnolo molto stimato a tal ufficio, il giorno dopo s’investì Sant’Onorato che restò parimente in loro potere.
Nello stesso tempo i Francesi diedero un assalto furioso a Valenza che venne rintuzzato dal valore de’ difensori, quali fecero una sortita sotto don Antonio Sottello spagnolo, spalleggiato dal marchese di Celada a da don Antonio Chiavari nipote del cardinal Albornoz, cavaliere di grand’animo e di grande aspettativa, che vi rimase ucciso di pistolettata, invitati a ciò i nemici da una grossa collana d’oro che teneva al collo. Benché però reso vano l’assalto de’ Francesi nonperderono speranza, ma più incaloriti combattevano a viva forza la piazza, per lo che bilanciatosi qual fosse l’importanza del luogo per lo Stato, si determinò a Milano di soccorrerla, e perciò fu spedito don Carlo Colombo li 7 d’ottobre con quattromila fanti, e dieci compagnie di cavalleria allestita a pigliar posto in Frescarolo, terra due miglia incirca da Valenza. Il che saputosi nel campo Francese, dubitandosi che l’impresa non andasse a vuoto, passò il duca di Crequì all’aurora sovra il ponte dei Savoiardi col suo esercito accompagnato da molti capi Francesi, lasciando solamente nelle trinciere e né quartieri il sufficiente per la custodia, e tenuto consiglio sotto un arbore, coi duchi di Savoja e di Parma, ed altri capi di quanto si doveva fare in tal’emergenza fu risoluto secondo il volere di Crequì la battaglia lo stesso giorno cogli Spagnoli, od in campagna o dentro Frescarolo se non ne uscivano. Marciarono però atal effetto i collegati, e scoperti gli Spagnoli in aspettativa, coperti nell’alloggiamento di Frescarolo, e principiatasi la zuffa, s’avvide il duca di Crequì della malagevolezza di superare gli Spagnoli in quel posto, e retrocedere fece l’armata, quale inseguita il giorno dopo dal marchese di Terracusa, perdè un fortino a capo del ponte della terra al secondo assalto colla morte ed affogamento di trecento soldati Francesi, ed entrarono nella piazza molti soldati sovra barche, ritornando poi a Frescarolo prima che potessero essere incalzati da’ Francesi. Per il qual soccorso vedendo il duca di Crequì svanite le sue speranze sovra Valenza, sotto di cui erano scemate e stanche le genti, e che ogni poca dimora recava svantaggio, si ritirò il 26 ottobre col duca di Parma a San Salvatore, ed il duca di Savoja verso Sartirana. Onde il Colombo che stava ne’ suddetti quartieri di Frescarolo per vietare il foraggiare a’ collegati sulle terre dello Stato di qua del Po, e di scorrere più oltre, odorata la partenza del campo Francese se ne andò ai suoi primi quartieri della Pieve del Cairo quivi stando ad osservare gli andamenti loro. Dopo che rese grazie a Dio vollero gli Spagnoli scacciare il duca di Roano dalla Valtellina e spedirono perciò le soldatesche verso il forte di Fuentes, e le provvisioni credute necessarie sotto la condotta del conte Serbellone, ma ebbero gli Spagnoli lo svantaggio con morte di molti soldati ed ufficiali, tra i quali il conte di San Secondo cavaliere valoroso e di nascita nobile. Con che scorgendo che malagevole era lo scacciare i Francesi da quella valle, risolsero di procurare il soccorso di Germania per altra parte; però si rivolsero agli Svizzeri, coi quali si negoziò in modo, che superata ogni opposizione col danaro e colla ragione, s’ottenne infine il transito per ottomila soldati parte a piedi, parte a cavallo e con un terzo d’infanteria fatta levare dal gran duca di Toscana a sue spese nell’Elvezia, e soccorsi d’alcune compagnie di cavalli condotte dal marchese Cosimo Riccardi.
E perché l’opinione che il duca di Savoja s’intendesse occultamente cogli Spagnoli s’andava più aumentando nelle gelosie de’ Francesi, per moderar il concetto persuase l’Arese a’ ministri regj di licenziar da Milano l’abate Torre ambasciator del duca, sotto pretesto, che per le rotture fatte dal duca collo Stato, non era conveniente che i suoi ministri si trattenessero appo di chi era nemico aperto e dichiarato. E facendosi gran fondamento sulla buona volontà del duca Francesco di Modena per gli ajuti che si potevano avere di persone bellicose, si ottenne dall’Imperatore l’investitura del principato di Correggio, devoluto pria alla camera imperiale a favore del detto duca collo sborso però di duecento mila scudi (023).
Invogliandosi frattanto sulla sicurezza dello Stato, annojando l’invasione de’ Francesi il marchese di Leganes toltosi con diligenza da Barcellona colle galere e galeoni sbarcò a Genova con duemila fanti Spagnoli e si condusse a Milano, dove dopo aver dato ordine per il buon governo civile s’applicò alle cose della guerra; e sebbene il rigido della stagione non permetteva che si intraprendessero altre cose, designavano gli Spagnoli d’attendere solamente a nuove levate, ed a rendersi a primavera non solo bastanti a difender il loro, ma ad invadere gli Stati alieni, con tutto ciò il Leganes avido d’acquistar nel primo ingresso qualche credito, mandò il bravo marchese di Saracena capitano della sua guardia sotto Guardamiglio, castello nel Piacentino (024), a’ confini del Lodigiano, quale per non trovarsi in istato di contendere a’ primi tiri del cannone, s’arrese a discrezione.
Fu dopo ciò che il marchese di Leganes, amando le virtù dell’Arese lo fece uno dei 60 Decurioni della città di Milano come ho detto di sopra. E veramente lo pigliò in affetto tanto grande, che col tempo divenne come suo plenipotenziario, come dirò a suo luogo e come si vide con gran maraviglia de’ cittadini di Milano.
Le forze della Francia si trovarono scemate, per lo che il duca di Parma esatto nelle operazioni, andò egli stesso in persona a Parigi per porvi rimedio, dove fu ricevuto con stima ed applauso, senza però che gli effetti corrispondessero poi alle promesse. Il marchese Villa che quasi errava nel Piacentino, senz’altra novità parendogli tempo di non istar ozioso, pensò d’accingersi a qualche impresa che dovesse ridondargli in riputazione della propria persona, ed utilità delle genti che comandava; e valendosi perciò del pretesto di rimettere il principe di Correggio nel suo Stato, entrò improvvisamente nelle terre del Modenese in tempo che il duca pensava ad ogn’altra cosa, e scorse alcune ville del Reggiano e saccheggiò Castelnuovo (025); ma terminarono tosto questi progressi, perché uscito il duca col principe Luigi suo zio in campagna con molti cavalieri e buon nerbo di soldatesca, aumentata da un rinforzo di ottocento cavalli e duemila fanti speditigli dal marchese di Leganes governatore di Milano, s’avanzarono sullo stradone di Parma che porta al ponte di Lenza, e giunti vicino a Sorvolo, terra tra Brescello e Castelnuovo, la compagnia del Mejazza che si era avanzta per riconoscere, abbattutasi nella cavalleria savoiarda, attaccò la scaramuccia nella quale vedendo la poca utilità dopo la morte d’alcuni soldati di ambe le parti, varcata la Lenza (026) se ne ritornò ne’ primi posti del Piacentino, e gli Spagnoli, scorse alcune terre di Parma, ritornarono al Cremonese. In questa scaramuccia fu ferito il conte Lodovico Arese fratello del conte Bartolomeo, il quale avrebbe avuto spiacere grandissimo se non gli fosse stato riferito non essere pericolosa la piaga. Il valore del conte Lodovico suo fratello fu cagione di maggiore stima de’ ministri regj e del marchese di Leganes governatore verso la casata Arese, vedendo che due fratelli erano ambidue di sì gran zelo e sollievo per gli affari della Spagna in quello Stato inondato d’armi straniere.
Divenuti poi gli Spagnoli a numero riguardevole nello Stato co’ rinforzi avuti da Napoli, Spagna e Germania parendo loro agevole di fare mossa, risolsero per rappresaglia delle ostilità fatte dal marchese Villa contro il Modenese d’invadere il Piacentino, quinci a mezzo debbrajo in quel territorio attaccarono e s’appoderarono del Castel S. Giovanni che subito s’arrese per la tardanza del soccorso, dove lasciò per guardia trecento fanti sotto la direzione di sperimentato capitano. Fu incaricato il Gambacorta governatore della cavalleria napoletana di scorrere il contado vicino dove abbruciò alcune barche sovra il Po e condusse molti armenti nel Cremonese. Il che intesosi da’ Francesi per far vedere che facevano capitale del Parmigiano, pensarono di far levare gli Spagnoli dalle terre del Piacentino con far diversione nel Novarese. Veramente scorsero di qua del Po alcune terre, saccheggiando Palesta (027), Confidenza e Robbio ma con poco bottino, il meglio sendo già ricoverato nei luoghi forti, ed il duca di Crequì tentò di occupare Vigevano, città a venti miglia da Milano, per facilitare l’ingresso nel cuore del Milanese; ma richiamato il Gambacorta gli si fece incontro, e dopo aver scaramucciato assieme con danno reciproco di poco rilievo, i Francesi furono costretti a ritirarsi ed abbandonare tutto, e passare la Gogna a Sartirana ed a Breme. Onde non essendo riuscito di distorre gli Spagnoli dal Piacentino, l’Arese consigliò al marchese di Leganes di far continuare i progressi nello Stato del duca di Parma, come fece fare dall’altro grosso de’ Tedeschi e Spagnoli, occupando varie terre e castella con danno grande de’ sudditi che costretti erano ad abbandonare le case per la strage che ne facevano i Tedeschi in ripresaglia, per quanto questi dicevano, dette crudeltà usate da’ paesani contro alcuni soldati, che si trovarono inchiodati ad alcuni arbori, e costrinsero alla resa Colorno castello fra il Po e la Parma, ed indi Merano, e di là entrarono nelle terre del conte di San Secondo, spinti dal consiglio dell’Arese per rimettere in quegli Stati gli eredi del detto conte già esiliato dal duca di Parma, e che era rimasto morto in una fazione contro i Francesi nella Valtellina, il che riescì loro felicemente per non esservi forze sufficienti alla resistenza, atteso che tutto stava in Parma e Piacenza, ed il marchese Villa non osava uscire in campagna senza pericolo grave, attesa la forza Spagnuola.
Avvisato il duca di Parma, che si trovava in Francia, di queste ostilità partì sulle poste con varj cavalieri e con isperanze grandi di soccorso; ma l’Arese rimostrò al marchese di Leganes di non farvi riflesso, perché se alla corte di Francia si credeva che la gente bastasse all’impresa stabilita, non era però tale, né tanta, che fosse sufficiente. Lande prevedeva probabilmente, che non avendo Crequì tante forze, né volendosi dimostrar bisognoso, avrebbe date speranze a Parma, proposte difficoltà alla corte e rimasto ne’ suoi posti del Monferrato, lasciando il duca alla discrezione delle armi milanesi. Sovra che il marchese di Leganes fece più che mai rinnovar l’offese nel Piacentino, facendo avanzare i Tedeschi che occuparono il castello di Rottofreno tra il Tidone e la Trebbia, torrente tanto famoso nelle storie antiche per il conflitto dato alle truppe della repubblica Romana dal grande Cartaginese Annibale, e poco dopo i borghi di Valditaro e San Donino.
Fatti tali acquisti l’Arese indusse il marchese di Leganes a far abbruciare tutte le biade, e ruinare le campagne dell’intorno, affinché volendo il duca andare al suo paese coll’esercito francese per invadere da quella parte lo Stato di Milano non trovasse né foraggi né viveri per sostentarsi, col qual modo venivano ad assicurarsi da quella parte, massime che quando fossero venuti i Francesi in quel territorio angusto e manomesso, cacciati dal patimento, fuggiti sarebbero altrove; e temendosi che al ritorno del duca si facesse qualche irruzione, si fece avanzare nel Novarese don Alonso di Chicognes spagnolo con 24 compagnie di cavalleria ben lesta per osservare gli andamenti de’ Francesi, ed opporsi loro fino alle necessarie provvisioni per la difesa del Milanese. Anzi trovò l’Arese che dovevano essere fortificate per ridurre a patimento grande i Francesi caso che fossero venuti al soccorso del Piacentino. Rimostrò poi al marchese di Leganes l’utilità che si avrebbe a tenere collegato il duca di Modena, ed a questo effetto si spedì a Casalmaggiore don Francesco di Mello, persona stimata capace dall’Arese per un tal negoziato, dove si abboccò col duca di Modena, e lo assicurò d’ogni perfetta disposizione del re cattolico verso i di lui interessi e d’ogni assistenza, caso che venisse assalito di nuovo; anzi passando da un discorso all’altro, secondo le istruzioni che gli erano state date dall’Arese per ordine del Leganes, lo invitò di trasportarsi alla corte di Madrid, dove si desiderava tal visita per non parer inferiore alla Francia, dove il duca di Parma si era trasportato e per istringere maggiormente la corrispondenza col detto duca, ed obbligarlo con qualche ufficio di rilievo al servizio della corona; il che sarebbe riuscito di grande utile alle cose di Spagna, sì per le condizioni della persona e della casa, come per lo Stato di simil principe.
I Francesi altresì ansiosi si ridussero a Casale, dove si tenne consiglio di guerra per pigliare i spedanti opportuni in tali emergenze, e si pose in deliberazione se si dovevano scacciare gli Spagnoli del Parmigiano, fare una piazza d’armi in Piacenza colle provvisioni necessarie, ed assalir indi lo Stato di Milano da questa banda, più d’ogni altra abbondante ed opulenta, ed anche priva di forze sufficienti a resistere, e depredando il Cremonese ed il Lodigiano portarsi all’assedio della stessa città di Milano. Ma tutto venne rifiutato con varie ragioni e per mancanza di forze sufficienti.
E perché il duca di Roano nella Valtellina s’avanzava a’ progressi verso il lago di Como, sapendo l’Arese che la gelosia della libertà in particolare appo popoli liberi è delicatissima, e talmente che ogni piccol sospetto serve ad alterare la diffidenza, si prese l’assunto di fare spargere fra quei popoli con destrezza che i Francesi non volevano loro concederla come avevano promesso; dal che ne nacque gran pregiudizio a’ Francesi, come si vedrà secondo l’intento prefissosi dall’Arese. Giunse poi a Milano il duca d’Alcalà, soggetto spagnolo di casa Ribrera per assistere al governo politico, giacchè conveniva al Leganes uscire in campagna. Tra quali giunti al marchese Filippo Spinola e don Francesco di Mello e varj capi tenuto consiglio, si determinò di lasciare nel Piacentino alla guardia dell’occupato forza bastante a ritirar il rimanente. Il Gambacorta andò a’ confini colla cavalleria, ed il Leganes e lo Spinola rivedute le fortificazioni, e muniti i luoghi vantaggiosi, sparsero il resto della gente nel Pavese oltre il Po, e l’altra nel Novarese sotto il comando di don Martino d’Aragona spagnolo, figlio bastardo del duca di Villaermosa. Per la qual partenza il Villa co’ Parmigiani fece qualche scorreria, in quella guisa, che un sorcio vien tenuto alle strette da un gatto in un buco, esce da quello quando ha visto partire il gatto. I Savojardi andarono, ed avanzatisi verso il Ticino e gettato un ponte si quartierarono ad Oleggio, ed i Francesi s’appoderarono del posto di Pamperduto (028), che è dove il naviglio di Milano sgorga. Ed il Leganes s’incamminò verso Vigevano ordinando a’ circonvicini di seguirlo; e perché aveva per fine di scemare le forze Francesi, mandò Massimiliano Monte Castello con ottocento cavalli per tagliar i passi che venivano da Breme al campo Francese, e dato ordine a tutti i luoghi dove stavano soldati acciò che sentendo due colpi di cannone, prendessero la marcia verso Abbiategrasso, si fermò in quel posto per aspettare l’altra gente quartierata oltre il Po, e così poi congiuntamente investire l’esercito francese (029)
Mentre si facevano questi preparativi, e che il duca d’Alcalà era in Milano, l’Arese stava intento a’ ripari della città con una attenzione tale, che destò nell’animo dell’Alcalà una grandissima benevolenza e stima particolare, come ne diede contezza al marchese di Leganes, che volle onorare l’Arese di lettera particolare, nella quale si stendeva a ringraziarlo del zelo, col quale abbracciava gl’interessi della corona cattolica. Questo sarebbe stato sufficiente di destare nel petto di qualsiasi uomo più che un pizzico d’ambizione. Ma non fece niente nell’Arese, perché già naturalmente aveva l’animo magnanimo, e le adulazioni non potevano punto lusingarlo, dal che si può dedurre la grandezza del suo cuore. I cittadini di Milano, che lo vedevano sì applicato alla loro difesa, se i ministri di Spagna lo stimavano, eglino l’adoravano, e sovente mentre si portava personalmente a’ lavori, torme intiere lo accompagnavano co’ gridi festosi. Ed una fiata che nel visitare qualche posto di fortificazione cadde in un fosso, fu tale il dolore de’ Milanesi, che la mestizia si vedeva dipinta su tutte le facce, e dati sarebbero nelle smanie, se saputo non avessero, che il male era di poco o niun rilievo.
I Francesi frattanto per istringere Milano tentarono di sorprendere Arona sul Lago Maggiore, cioè alla bocca del Lago che sbocca nel Ticino, ma sollevaronsi i vicini dell’intorno sotto il comando del conte Giulio Cesare Borromeo, cavaliere di nascita mobilissima e di valore non ordinario. E quantunque questo non riuscisse loro, l’occupazione però del posto di Pamperduto venne mal inteso da’ popoli di Milano, che cominciarono a mormorar degli Spagnoli, perché con tanta gente ragunata con tanto scomodo e danno loro, non avessero gli Spagnoli cuore a difenderli. Ma l’Arese avutone vento, si portò nelle piazze pubbliche, dove attruppatisi all’intorno varj cittadini, faceva loro animo, e prometteva molto per acquietarli, dimostrando che si lasciavano a posta entrar i Francesi per avere meglio agio di distruggerli, il che avrebbero visto fra poco.
Diede perciò contezza di tutto al marchese di Leganes, che mutò risoluzione di temporeggiare ne’ luoghi forti, e ridurre i Francesi in necessità di viveri, ma di uscir in campagna, e non rifiutar la battaglia per acquietare con qualche azione memorabile quei bronzei di doglianze che gli venivano scritti dall’Arese, che si udivano per la città di Milano. Il 22 di giugno perciò toltosi da Abbiategrasso, dopo la mostra generale di quindicimila fanti, e quattromila cavalli accompagnato da varj capi s’avanzò verso i Francesi, ed il giorno dopo si diede quella memorabile battaglia, dove la cavalleria napoletana fece maraviglie, dove fu ucciso il Gambacorta cavaliere di non ordinario valore, e dove la vittoria sarebbe stata totale per gli Spagnoli, senza il soccorso che ricevettero i Frances dal duca di Savoja, sì opportunamente che solo riparò tal ruina. Ritiratosi poi il Leganes dalle campagne, pose a rinfresco la soldatesca, ed i Francesi si ritirarono. Avvertito l’Arese del buon successo di questa fazione, la fece suonar tant’alto, che il Leganes gli si conobbe tenuto della buona opinione che concepirono di lui i Milanesi, egli scrisse con termini sì civili, che ad un pari potuto non si avrebbe far di più. Anzi per dar effetto alla sue parole, scrisse alla corte di Spagna per farlo provvedere della carica di capitano di giustizia che spirava verso il fine di quell’anno.
E frattanto fece investire nel Vercellese il castello di Fontanè (030), e sorprese Annone poco pria acquistato dai collegati e mandò a filo di spada cento fanti che ostinati la difendevano; poi si rivolse nel Piacentino dove fece molto guasto, come altresì il cardinal Triulzi che si teneva in Cremona, donde mandò ad ardere alcuni molini con presa grande, e nell’Astigiano fu scorsa la campagna e riportati bottini, e poi si ridusse a stringere Piacenza, per lo che fu sforzato il duca di Parma di venir ad aggiustamento cogli Spagnoli, come si eseguì per opera del gran duca di Toscana e dello stesso papa con gran soddisfazione de’ principi d’Italia. Fece poi il Leganes fortificar Pomello e prese Nizza della Paglia, e fece tutte le diligenze necessarie come conveniva ad un gran capitano.
Le belle azioni fatte dal’Arese in queste emergenze, rappresentate dal marchese di Leganes alla corte di Spagna diedero campo vasto a Filippo IV di promuoverlo all’ufficio di capitano di giustizia di Milano il 6 di dicembre dello stesso anno 1636, e non si può credere con quanta esattezza soddisfacesse a’ doveri del suo carico. La sua prima cura fu di nettare le prigioni de’ poveri detenuti, accelerando la libertà anche ai colpevoli, purchè s’addossassero le armi per la difesa dello Stato. Non successe cosa notabile mentre fu in tal ufficio, sì perché per l’invasione dei Francesi portavano i cittadini le armi comunemente, sendo in altro tempo vietato sotto pene rigorosissime, dal che nascono varie cose curiose come si vedrà più abbasso, allora quando il Conturbio era capitano di giustizia; come altresì perché amato com’era l’Arese da’ cittadini s’astennero di dargli occasione di far campeggiare la sua giustizia, volendo far risplendere per tutto che il solo nome dell’Arese bastava per contenere ne’ limiti della modestia ognuno. Non è già ch’egli trascurasse d’invigilare, anzi al contrario giammai capitano di giustizia vegghiò tanto alla quiete della città. Quasi ogni notte, quantunque faticato da varie azioni, ed applicazioni ad altre cose che gli venivano commesse dal marchese di Leganes per il bene dello Stato, andava con buona scorta di birreria vagando per la città per dissipare i disordini che sogliono nascere in città così vasta. E non mi vien trasmesso che mai gli succedesse incontro sinistro, perché dove il suo nome s’udiva, tutto si calmava e quietava. Se arrivavano eccessi di furti od omicidj bentosto i rei venivano pigliati, né il celarsi serviva loro, perché egli aveva le ali per giungere dove non potevano i piedi. Nelle cause civili pronto spediva le liti secondo i dettami della legge e della ragione, e giammai le raccomandazioni poterono appo di lui far breccia al giusto. Il presidente del senato ed il gran cancelliere di Milano, ai quali si ha ricorso con suppliche per far delegare i giudici in molte cause, si meravigliarono molto, che ogni giorno da un’infinità di memoriali venivano sollecitati alla delegazione dell’Arese in varie liti, di che ricercato una fiata se aveva posto fine alle commessegli, rispose: che erano troppo poche per tenerlo a bada. Eppure, oltre queste decisioni aveva molte altre occupazioni scabrose per il governo, alle quali badava attentamente per ordine del marchese di Leganes. In simili occasioni dove i domestici sogliono divenir insolenti, non si vide mai nella sua casa disordine o soperchieria alcune; e mi vien detto che avendo una fiata uno delli sei svizzeri di guardia del capitano di giustizia commesso non so che disordine, venne subito scacciato e cassato.
Il duca di Roano venne in quei tempi scacciato da’ Grigioni dalla Valtellina; morto poi il duca di Savoja si fece richiamar in Italia il principe Tomaso di Savoja, e si mandò il conte Biglia co’ contanti per tener i Grigioni in lega collo Stato di Milano, e si fecero varie levate in Alle magna. Ed il marchese di Leganes si trasportò all’espugnazione di Breme, che conquistò, dove il duca di Crequì morì con palla di un sagro (031), mentre con sei soli cavalli era andato a scoprire con un cannocchiale l’esercito spagnolo, e dove si segnalò il conte Ferrante Bolognino col suo terzo, e lasciatovi 1500 fanti col necessario sotto il governo di don Carlo Sfondato, se ne ritornò a Milano glorioso d’aver in sì poco tempo fatta un’impresa riputata per altro impossibile, od almeno faticosa e lunghissima.
Vennero i Francesi molto scemati e gli Italiani sempre più fortificati, perché si ricevettero nello stesso tempo un reggimento di cavalleria Napoletana sotto la condotta del duca di S. Giorgio, figlio del marchese di Torrecusa di casa Carraccioli, e due terzi d’infanteria sotto i mastri di campo Pompeo Genaro ed Achille Minatoli, tanto rinomato nelle ultime rivoluzioni di Napoli, e del quale parla il duca di Ghisa nelle sue memorie delle cose di quella guerra (032). Essendo venuto in Italia il cardinale della Valletta, invece del defunto Crequì, non ostante però il Leganes assediò Vercelli nella cui oppugnazione nel principio rimane ucciso da un colpo di sagro il mastro di campo conte Giulio Cesare Borromeo nipote di san Carlo. E come il cardinale della Valletta marciava al soccorso di questa piazza, il Leganes fece radunare un corpo d’esercito sotto il comando del cardinal Teodoro Triulzi, principe di molto rilievo, che lasciato aveva in sua assenza al governo di Milano. L’Arese in tal congiuntura accelerò la venuta di 800 Svizzeri, che arrivarono a tempo. Non ostante però questi preparativi entrarono 800 fanti francesi in Vercelli, per lo che arrabbiato il Leganes fece impiccare due alfieri di cavalleria, uno della compagnia di don Diego Manasses, e l’altra di fra Vincenzo dell’Amara, ma non bastarono perché Vercelli fu costretta ad arrendersi il 5 luglio uscendone 2500 soldati.
Come questa perdita cagionò molto spiacere nell’animo della duchessa di Savoja, si dolse molto di questa rottura degli Spagnoli quali per non esacerbare il popolo del Piemonte, e per non ingelosire i principi d’Italia incaricarono l’Arese di fare un manifesto, nel quale egli dichiarò; che era il fu duca concorso co’ Francesi a danno dello Stato di Milano, avendoli ricevuti ed introdotti in molte piazze del Piemonte di gran gelosia agli stati del re cattolico; che perciò si erano veduti obbligati ad assicurarsi dalle invasioni de’ nemici; che aveva dato soccorso a’ Francesi alla giornata di Pamperduto; che si era preso Vercelli non per torre il suo al duca di Savoja, ancora pupillo benché gli acquisti fatti a buona guerra siano leciti, ma per impedire che i Francesi sotto pretesto d’amicizia non vi si fossero annidati. Il re di Spagna gran re, signore di molti regni non abbadare ad un picciol podere d’un principe di Piemonte. Che sarebbe sempre stato pronto a restituir il tolto mentre da’ Francesi venisse fatto lo stesso dell’usurpato ai principi dipendenti della casa d’Austria. Fece poi il marchese di Leganes pigliar Poma (033) tra Casale e Valenza. Successa frattanto la morte del primogenito de’ giovani duchi di Savoja, si sollecitò il cardinal Maurizio di Savoja d’avvicinarsi al Piemonte come il più prossimo alla successione, sendo nello stesso tempo confirmato il marchese di Leganes al governo dello Stato di Milano, che condottosi verso l’Alessandrino co’ varj capi s’abboccò col cardinale a cui diede un esercito, rimasti di concerto di far venire in Italia da Fiandra il principe Tomaso, che arrivò incontrato dal marchese di Leganes e varj capi Spagnoli, che vi fecero intervenire l’Arese per trattare come della stessa lingua col principe Tomaso, che andò poi a Vercelli. Si prese poi Saliceto luogo presidiato da 30 francesi, poco distante da Cengio dove morì don Marino d’Aragona colpito da moschettata che fu preso, e Civasso sorpreso dal principe Tomaso, come altresì Ivrea, e tutta la Valle d’Aosta ed indi Verruca e Crescentino, Villanuova d’Asti, Moncalvo, la città d’Asti, Trino, Sant’Ia (034), Cuneo e nizza, anzi sorpresa la stessa città di Torino dal principe Tomaso.
In tutte queste emergenze l’incumbenza di tutte le scritture era data all’Arese. Se vi nascevano difficoltà si ricercava il suo parere; già prevenuti gli Spagnoli delle sue belle qualità e de’ suoi meriti, e crescendo sempre di più in più le belle operazioni e la fama sua, fu da Filippo IV creato questore del magistrato ordinario il 29 settembre 1638, e qui quasi plenipotenziario del marchese di Leganes disponeva buona parte del civile e quasi tutto il militare. Si stabilì poi la tregua in Piemonte, la quale fu male intesa alla corte di Spagna; ma l’Arese rimostrò al marchese di Leganes che agli ardenti bollori della inquietezza francese non v’era miglior opposto che la flemma spagnola. Che non si doveva porre in disperazione quel nemico che non poteva ricevere maggior nocumento che dalla speranza. Potersi nella sospensione d’armi fortificare le piazze acquistate intorno a Casale, cingerlo alla larga, ingrossar l’esercito per assediarlo da vicino, ed ordire alcuna intelligenza per impossessarsene dadovero, e conchiuse non esser ben inteso il dar gelosia a principi italiani d’armarsi, ed in tal modo farli arbitri di tutte queste differenze, se prima non si apprestavano forze bastevoli a pararsi i fastidi che possono dare da questi coll’appoggio francese. Intanto il principe Tomaso ed il cardinal Maurizio si fecero conoscere in Torino per reggenti del duchino nipote, secondo la patente dell’imperatore Ferdinando II, pubblicata alla presenza del presidente Bellone capo del senato di Torino. Il cardinal della Valletta chiese il passo per seicento fanti compresi nell’accordato; onde gli Spagnoli che avevano mira a Casale per ritardo dell’effetto spedirono il marchese Sfondrati ed il marchese Verzellino Maria Visconti, quali fecero nascere varie difficoltà. Il conte Galeazzo Trotti cavaliere di gran virtù, padre del conte Antonio Trotti oggidì vivente, cavaliere del Tosone, e di gran virtù, e lodevolissime qualità dotato, maritato alla sorella del marchese Litta, nipote del fu cardinal Litta, passò nel Monferrato per quartierar soldati. S’accordarono poi i Grigioni col marchese di Leganes che fece fare tutte le scritture all’Arese delle cose di che si doveva convenire, e l’Arese ridusse i Grigioni a varie cose buone ed utili al partito spagnolo, e svantaggiose a que’ popoli ma in modo però che sembrava il contrario (035). Appena era uscito da questi imbrogli l’Arese che si vide imbarcato in maggiori, posciachè al rifiuto di lasciar entrare i seicento fanti francesi in Casale, adirato il re di Francia spedì al marchese di Leganes il signor di Marnei, al quale fece sempre rispondere dall’Arese che bisognava in cosa sì scabrosa giocasse di scaltrezza, perché si trattava di trovar mezzi e difficoltà per non mantenere la promessa fatta nell’accordo, nel che riuscì meravigliosamente trovando l’espediente di trasmettere la commissione al Gatto ed al marchese Verzellino Maria Visconti, affinché l’effetto s’andasse prorogando senza venirne ad un rifiuto aperto e manifesto. Venne poi in Italia il marchese della Fuentes ambasciatore del re di Spagna appo i principi d’Italia, che si trasportò alla sollecitazione che l’Arese fece al marchese di leganes in Torino per addormentar con promesse il principe Tomaso. Spirò la tregua e si cominciò la guerra. Il conte d’Arcourt, che venne a comandar l’esercito francese invece del cardinal della valletta che era morto, pigliò Chieri. E la duchessa di Mantova spedì a Milano il conte Gabionetta per dolersi de’ disagi che soffrivano i suoi sudditi da’ soldati spagnoli, al quale fece il Leganes rispondere in varj congressi dall’Arese, che era pronto a ritirar la soldatesca quando i Francesi farebbero il simile; e per addolcire l’anima di quella principessa si mandò ordine a’ soldati di vivere con buona regola. La Spagna offrì poi una tregua di sette anni che veniva abbracciata da tutti, ma il marchese di Leganes ne impedì la conchiusone, tenendo sicura la presa di Casale, all’assedio del quale si portò con gelosia grande de’ principi d’Italia, ma venne bentosto rotto e disfatto dal conte d’Arcourt, che sforzò le trinciere ed uccise buona parte dell’esercito. Per il che il marchese di Leganes conoscendo d’aver bisogno di nuove forze ordinò la levata nello Stato di Milano di due terzi d’infanteria nel paese, che sarebbe pagata sotto il comando di don Filippo Sfondato, ed avendo portato l’Arese a farne ricevere il comando anche a suo fratello il conte Lodovico Arese. Il conte d’Arcourt assediò Torino, dove il marchese di Leganes tentò di dar soccorso in varj modi e con angustiar il campo francese, e con attaccarlo nelle linee che pria fatto aveva riconoscere dal conte Bigli li 11 luglio, ma tutto fu invano. Fu in quel tempo che fu inventato di mandar lettere dal campo alla città e dalla città al campo in certe palle di cannone, che furono perciò chiamati i corrieri. Si trovò altresì un’invenzione di mandar con certe bombe fino a dieci libbre di polvere nella città per volta. Ed è allora che fu ucciso un capitano di cavalleria tedesco, che spogliato fu conosciuto per donna, cosa tanto famosa nella storia di quei tempi (036). Torino fu preso e successero varie cose che si possono leggere nelle storie. In tutto questo tempo tutte le cose di conseguenza venivano date alla considerazione dell’Arese, mentre gli altri ministri stavano all’erta in campagna al suono strepitoso di oricalchi (037) e tamburi guerrieri. Le relazioni che si mandavano in Ispana, sia di fatti seguiti, sia d’accordi fatti o di riflessioni politiche o di contezza delle cose, e delle disposizioni dei principi vicini, tutte venivano ordinate dalla penna erudita dell’Arese.
Così terminato l’anno 1640 con varie novità, tanti rumori e tante minacce alla ventura stagione, interessati quasi tutti i principi dell’Europa e massime quei d’Italia nelle turbolenze universali, e particolarmente in quelle del Piemonte, non mancavano delle maggiori sollecitudini per allestirsi ad offendere e difendere quegli Stati che potessero servire di maggior sostegno alla loro autorità e grandezza. Sovra tutti i principi di Savoja ed il marchese di Leganes, che veniva d’esser battuto avanti Casale, e sforzato a ritirarsi dal vicinato di Torino, senza poter fare la minima cosa per distorre i Francesi da qull’assedio, s’apposero a preparativi per la futura campagna, benché desse il marchese di Leganes segni di non volere che stare sulla difensiva, giacchè si spogliava de’ soldati veterani che aveva, cassando e riformando molti svizzeri, che militato avevano sotto lo stendardo austriaco in Lombardia nel mentre di queste guerre, quantunque avuti con istento, com’egli stesso sapeva, da’ cantoni Elvetici. Avendo in ciò tanto più fatto male, quanto che si susurrava di già dappertutto di qualche incamminamento segreto all’aggiustamento dei principi di Savoja colla cognata, da che doveva prevedere che quelle stesse armi che allora gli erano congiunte, gli sarebbero poste di mira all’incontro per danneggiare lo Stato di Milano che gli era stato commesso. Mentre però che in ogni lato rumoreggiavano gli apparecchi di guerra, e combattevano assieme i consigli colle diversità delle opinioni secondo quel detto, “Tot capita, tot sensus”, ognuno intento al fatto proprio non tralasciava d’investigare i partiti più convenienti per dar sicurezza bastevole a’ suoi disegni.
I Francesi per la potenza del loro regno allora tutto unito ed armigero, più riguardevoli d’ogni altro attendevano a rinforzar le truppe con nuove levate e rimesse di genti. In Delfinato e Provenza si riunivano soldatesche per soddisfare alle istanze del conte d’Arcourt, e continuar la guerra d’Italia; ed ogni altra provincia con ajuti di genti o soccorsi di denari concorreva a soddisfare i desiderj del re loro signore.
E gli Spagnoli nello Stato di Milano, esausto ormai per tante guerre, piuttosto per dar sollievo ai sudditi, si regolavano le soldatesche come ho detto qui sopra, che si accrescessero le truppe, e lusingando sempre il principe Tomaso con nuove promesse e nuove speranze, si studiava di mantenerlo del loro partito, e divertirlo e frastornarlo da quelle risoluzioni alle quali per negligenza di varj ministri si temeva doversi apporre (038).
Veramente i maneggi dell’aggiustamento tra la duchessa di Savoja e i principi suoi cognati erano stati principiati, e seguivano tuttavia alla gagliarda, ma vennero impediti dalla diffidenza che gli uni avevano degli altri. Il marchese di Leganes, che veniva avvertito di tutto, era sempre in conferenza coll’Arese per discorrere de’ mezzi d’inspirare la diffidenza, e scrisse tanto in queste materie l’Arese, e ne compilò tante ragioni, che faceva sempre co’ suoi scritti, che il Leganes mandava al cardinale di Savoja e il principe Tomaso, faceva, dico, vacillare quanto già sembrava esser corroborato, e lungi dal pericolo di diroccare. Chiedeva il principe Tomaso la partecipazione al governo dello Stato del duca suo nipote, il possesso delle terre e provincie da lui acquistate nel Piemonte, ed il comando dell’esercito confederato in Italia. Ma non veniva acconsentito al primo ne all’ultimo dalla duchessa, che approvava il secondo col titolo però di solo governatore a nome del nipote. E la Francia poso si curava dei due primi, rifiutando il terzo, offrendogli però un esercito od in Francia od in Germania, ma persistendo tutti nella propria opinione, tutto rimaneva svanito. L’Arese che sapeva, e che veniva ragguagliato di tutto, ingelosito in sommo grado, che non ne seguisse l’accomodamento, instava appo il marchese di Leganes di porvi rimedio, sicchè trovò per divertirlo di doverlo trattenere con buone speranze di consegnargli un esercito indipendente, a che però non era bene di accondiscendere per non complire all’interesse dello Stato di Milano il fidar un esercito all’arbitrio di principe confinante, avido di gloria e di stabilire la sua casa. L’Arese dava tutte queste istruzioni, ma per palliate d’apparenze che fossero, venivano però conosciute dal principe, che era scaltro ed acuto, quantunque le dissimulasse per vantaggiar meglio co’ Francesi le sue cose, a’ quali non complendo d’aver per nemico un principe di tanta esperienza nella guerra, benché sfortunato, gelosi che non venisse soddisfatto dagli Spagnoli li avrebbe prevenuti cogli effetti. Ma come non comlpliva al detto principe per i trattati che aveva cogli Spagnoli, e per tenerli all’erta di mostrarsi totalmente spicciato de’ Francesi, spedì in Francia dopo essersi abboccato a Nizza col cardinale Maurizio suo fratello, il conte Broglio ed il cardinale l’abate Soldati per rappresentare le giuste loro ragioni, e tenr vivo quel negoziato che poteva, se non riusciva, dar almeno effetto all’altro maneggiatosi cogli Spagnoli. Prevedeva bene l’Arese che non facevano i principi che per assicurarsi meglio co’ vantaggi dell’uno o dell’altro partito, perciò faceva nascere mille intrighi, da’ quali venivano imbrogliati, anzi seminava fra partigiani della duchessa, che gli Spagnoli non volevano far molto a pro de’ principi, e ciò affinché si tenessero i Francesi riserbati nelle promesse, e ch’essi rimanessero costretti di star uniti a Spagna. Frattanto, quantunque applicato a’ maneggi, non lasciò però di pensare ad accasarsi per poter avere qualche degno rampollo della sua famiglia; gettò l’occhio sovra la signora Lucrezia Omodea, dama di nobili qualità e di singolar bellezza, figlia del marchese carlo omodei, nipote di Emili, le cui facoltà passano in proverbio. “Avessi tu l’entrata di Emilio Omodei”, e sorella del cardinale Omodei oggidì vivente, porporato di singolar bontà e pietà (039)
Frattanto prevenendo co’ meriti gli onori fu fatto senatore del senato di Milano il 29 marzo 1641, e nell’augurarlo di tal dignità fu dal signor Filippo Meda segretario del Senato fatto quasi un vaticinio de’ futuri gesti del conte nel modo che segue:
M.DC.XXXXI.
Conceptae maximarum rerum spei de magnifico Domino consulto, e comite Bartholomeo Aresio a primis usque auspiciis in capitalium prefectura maxima questura latum clavum optime rispondere, et ad summos honoris merito sane acceleratos, cursum contendi per paternos: ac avitos tramites a viro, cujus ingenium, et doctrina longe aetatem superat, gratulatus est senatus; audito regis deplomatis tenore. Sommo igitur applausu in aulam introductus: de more juratus in manibus magnifici propraesidis, atque gratiosis amplexibus exceptus, suo loco consedit.
Sigm.
Philippus Meda Secret.

Gareggiavano il conte in bene scrivere, e Leganes, e sua maestà cattolica in gratificarlo, che però nello stesso anno del 1641 il 17 di luglio fu fatto del consiglio segreto di sua maestà, e suo presidente del magistrato ordinario, dove continuò i suoi importanti servizi nel prevenire la difesa dello Stato ne’ tempi notoriamente difficili, e nella guerra con tanti vantaggi a’ regj interessi, che fu stimata ragione politica non rimuoverlo da esso tribunale, e forse non usciva d’indi, se al tempo della promozione alla presidenza del Senato non fosse stata incamminata la pace, come si dirà a suo luogo.
I Francesi ingelositi mutarono il governatore di Casale che era il signor della Torre, soggetto qualificato. E come il marchese di Leganes per sì infelice successo di Casale e di Torino era caduto non poco dal primitivo concetto appresso la corte cattolica, dove da’ suoi emuli veniva inoltre aggravato d’aver molto interesse nel ministero del denaro, fu richiamato in Ispana sotto pretesto di volerlo impiegare in quelle guerre, col qual modo venivano nello stesso tempo a dar qualche soddisfazione al principe Tomaso, a cui non gradivano le operazioni del detto marchese in sé stesso un poco troppo altiero, e con che riverdendogli la speranza di rimanere mediante questa partenza al comando assoluto delle armi, lo avrebbero indotto a sopportar le tardanze delle desiderate risoluzioni, né fissar il pensiero a ciò, che senaìza le debite soddisfazioni, avrebbe intrapreso. Fu in suo luogo eletto il conte di Sivella di casa Velasco, cavalier di Calatrava, consigliere del re, di nazione Casigliana; ch’era in que’ tempi ambasciatore a Genova, soggetto intelligente, grato però a’ detti principi di Savoja, ai Genovesi, e ad ogn’altro che aveva contezza delle sue azioni. Il governo delle armi fu conferito al principe Teodoro Triulzi, uomo di gran esperienza, e molto infervorato ne’ servizi del suo re; e ciò fecero gli Spagnoli non tanto perché lo conobbero atto all’impiego, come per consolare i Milanesi, mentre vedevano partecipare delle più importanti cariche a’ loro compatrioti. Era questo cardinale intrepido, e di grand’ardire, ed il lettore lo potrà vedere da una cosetta che fece alcuni anni dopo, che è. Ribellatosi il Portogallo al re di Spagna, mandò il vescovo di Lamego, ambasciatore appresso il papa, che era allora Innocenzo X di casa Pamfilia: gli Spagnoli s’opposero alla ricevuta di questo ambasciatore. Il cardinale Triulzi fu spedito a Roma ambasciatore straordinario di Spagna. Essendo introdotto all’udienza del papa, si lasciò intendere dalla parte del re di non ricevere il vescovo di lamego, che se il papa lo faceva, aveva ordine di dirgli tre cose. Una che il re di Spagna leverebbe il suo ambasciatore, l’altra che leverebbe l’entrate alla Dataria, e per terzo che gli dichiarava la guerra. Innocenzo X, uomo collerico ed altiero, che aveva rabbuffato l’ambasciator di Francia, e gli aveva detto che aveva centomila uomini sotto il suo letto, dove aveva molti contanti, sbuffando di collera a tai minacce prese il berrettino e lo gettò per collera a terra dicendo : “e deve un’Innocenzo udire cose simili”; e poi minacciò il cardinale di levargli il cappello, a cui il cardinale senza punto alterarsi rispose: “se V. S. mi leverà il cappello, il re mio signore me ne darà uno di ferro”. Di che arrabbiato Innocenzo per isprezzare il cardinal Triulzi, un giorno che ufficiava coll’assistenza di detto ardinale, come diacono, si lasciò intendere che il cardinale puzzava (e veramente qualche infermità lo rendeva difettoso nel fiato), il che intesosi dal cardinale allo stesso altare rispose, che il papa non meritava d’esser servito da un principe par suo. Questa digressioncina farà vedere lo spirito magnanimo del Triulzi, che mi dà motivo in questo stesso punto, se posso avere le memorie, di pubblicare la sua vita (040).
La mutazione di questo governo non tenne sopiti i meriti dell’Arese, perché oltre che già erano cogniti a varj ministri spagnoli che si ritrovavano nello Stato di Milano, il marchese di Leganes l’aveva raccomandato particolarmente al conte di Sirvella, come utilissimo al servizio della corona cattolica. Il che però non era necessario, stante la cognizione che il conte di Sirvella aveva della capacità dell’Arese, col quale aveva avuto piacere grande d’aver comunicazione, mentre si trovava nella sua ambasciata di Genova. E veramente si vide la buona opinione che aveva il conte si Sirvella della sua attitudine, posciachè non faceva mai cosa veruna che non partecipasse del parere dell’Arese. E come si vedevano i Francesi allestirsi d’uscir in campagna, fu stimato bene di provvedere congiuntamente col principe Tomaso alle cose necessarie, massime per la conservazione dello Stato di Milano, perlochè faceva di bisogno di aver sempre l’esercito rinforzato da poter attraversare l’imprese de’ nemici, perciò l’Arese portò il conte di Sirvella a spedir a Napoli il colonnello Pietro della Fuentes, ed in Germania don Diego d’Ogliavari a sollecitar soldatesca di rinforzo. E se bene il regno di Napoli sembrava esausto, siasi già per il soccorso dato e per le gravezze intollerabili dei popoli, fece però vdere col sussidio delle proprie vite e delle borse, che era non meno che un fonte sempre più ridondante, quanto più ne spande. In Firenze fu spedito il questor Francesco Mario Casnedi per negoziare qualche imprestito appresso il granduca col pegno di Pontremoli.
Questa grand’applicazione agl’interessi di Spagna non lo frastornavano però punto dalla cura che doveva avere della sua patria, e del sollievo de’ suoi compatrioti. Vedendo però le gravezze essere esorbitanti, sollecitò che fossero portate doglianze alla corte cattolica dal cavalier Carlo Visconti ambasciatore di Milano, quindi per consolare i Milanesi in parte oltre molti discarichi concessi a quello Stato fu dichiarato dal re, che non fossero astretti per l’avvenire que’ popoli che alla sola contribuzione de’ presidj ordinarj (041); che le rmonte della cavalleria non aggravassero i territori; che le compagnie del governatore di Milano alloggiassero dentro le città, e si pagassero nel modo osservato l’anno 1590; e che alla rassegna della soldatesca potessero assistere gli agenti delle comunità, affinché non venissero defraudate da’ capi le contribuzioni. Questo zelo che dimostrò verso la patria, nonostante l’applicazione a’ regj interessi, gli acquistò un affetto tra il popolo non solo della città di Milano, ma anche dello Stato, che veniva da tutti chiamato col titolo di padre della patria, con tanto suo contento, che da questa gratitudine restò sempre più inclinato a nuove operazioni (042). Il principe Tomaso per provvedere alla sicurezza del Piemonte, e con premura procurare l’esecuzione delle promesse di Spagna, portandosi continuamente alle cacce nelle valli del Ticino, si trasferì improvvisamente a Milano li cinque d’aprile, smontando in casa del conte Macerati. Saputosi dal governatore il suo arrivo, non tardò d’andarlo a ricevere per condurlo a corte. Essendo capitato in quella città in tempo che da’ cavalieri milanesi e spagnoli si preparava una corsa all’anello per onorare con tal dimostrazione d’ossequiosa allegrezza il giorno natalizio della maestà cattolica li otto aprile; volle anch’egli il principe Tomaso corrervi, eseguendo ciò con una disfida al marchese di Saracena con cinque altri cavalieri per parte.
Per ordine del governatore ebbe l’Arese varie conferenze col principe che non potè se non restar attonito dal vedere una persona d’età ancora assai giovane, sì attempata d’ingegno, di sapere e di politica. Quindi parlando un giorno al governatore si lasciò intendere che l’Arese era il miglior ministro di Spagna che fosse, non nell’Italia, ma forse in tutta la stessa Spagna, e che meritava una fortuna migliore anche di quella del cardinal Richelieu in Francia (043). Fra gli spassi che il principe si pigliava a Milano senza sospetto veruno di tentativi da’ Francesi, questi si voltarono ad Ivrea per torre con questa piazza ogni sostegno al principe. L’Arese conosciuto il valore del marchese Verzellino Visconti, maestro in Ivrea, d’onde era partito poco pria, e s’era trasportato in Milano per risanarsi di qualche infermità, lo sollecitò a partire con altri capi per difendere quella piazza, fidandosi molto sulla di lui esperienza, animo e prudenza, nel che certo può star al pari di qualsiasi cavaliere d’Europa. Reso vano e vuoto ogn’altro sforzo dei Francesi, si venne all’assalto, ma risospinti gli assalitori da una vigorosa resistenza, soccorsa la piazza, e fatta una diversione dalle armi spagnole, si abbandonò da’ Francesi la piazza, e si diede respiro alle apprensioni che si aveva.
Verso il mese di novembre si udirono varj sussurri dell’incostanza del principe di Monaco, a che l’Arese avvertì il governatore di bandire, potendo il denaro in quelle penurie far mutar casacca a quel principe; ma affascinati tutti gli Spagnoli da fatale incredulità in cosa di tanta importanza, ne trascurarono i preservativi rimedi. Quindi la notte precedente ai 18 novembre, avendo il principe scarcerati certi prigionieri, che aveva apposta fatto imprigionare per servirsene in tal occasione, avendo loro rimostrata la cagione della loro carcerazione non per castigo d’alcun misfatto, ma per prevalersi delle loro destre nello scuotere il giogo Spagnolo, e per rimettere il loro principe naturale nel suo Stato, gli esortò a secondarlo in un’impresa sì gloriosa, e ad imitare il suo esempio, poiché la prima vittima da consacrarsi quella notte alla loro libertà e del loro principe, cadrebbe svenata dalla sua mano. E perché s’accertassero che per la sua persona, per quella di suo figlio e de’ suoi sudditi non v’era altro porto di salute che quello di questa generosa impresa, mostrò loro una lettera intercettata, che il comandante Spagnolo scriveva al conte Sirvella governatore di Milano, nella quale minacciava il principe, ed il figlio di ceppi e manaje. E trovandoli tutti pronti ed infervorati all’esecuzione, distribuì loro armi a ciò già preparate. Assegnò al marchese suo figlio giovanetto di magnanimo ardire uno stuolo di trent’uomini ben armati; a Gerolamo Rei uno di venti, tenendone cinquanta appresso di sé, con l’istruzione segreta a cento settanta altri suoi sudditi di trovarsi pronti alle porte della città la stessa notte per introdurli in rinforzo. Il marchese col suo drappello si gettò improvvisamente nel corpo di guardia Spagnolo del castello, al posto di Seravalle, portandosi all’attacco con valorosa risoluzione, che colla morte di tre persone Spagnole, e col terrore degli altri, s’appoderò del posto. Il Rei sorprese agevolmente il corpo di guardia del palazzo, ed il quartiere vicino, mentre il principe nello stesso tempo co’ suoi investì il principale corpo di guardia dove incontrò sì dura ed ostinata resistenza, che replicando due fiate di tentativo, altrettanto fu rintuzzato l’attacco. Sì che per inanimire il principe i suoi seguaci postosi loro alla testa colla spada ignuda in mano, risoluto di vincere o marire, s’appose a guadagnare con vigore la vittoria che gli venne ceduta dopo una zuffa di quattr’ore con perdita d’alcuni ufficiali e soldati spagnoli (044).
Mostrò in tal zuffa prove mirabili di valore il capitano Cliente, capo del presidio, quantunque costretto dalla molteplicità de’ nemici e reiterati assalti a domandar quartiere. Occupati così i posti non tardò il principe ad introdurre nel castello cento settanta uomini scelti alla sua guardia, spedendo immediatamente un suo al signor di Carbone, gentiluomo provenzale, che aveva trattato per parte della Francia col principe per dargli contezza del successo, al quale, non ostante la confusione inseparabile da’ simili accidenti, scrisse una ben lunga lettera, chiedendogli il soccorso da esso promessogli in nome della Francia. Per il giorno seguente gli spedì il signor di Carbone con gran diligenza alcuni soldati del presidio d’Antibo (045), i quali entrarono opportunamente la mattina del 19 in Monaco. Posciachè il cardinale Maurizio di Savoja, saputa la cosa non più dall’incertezza e dubbietà di pubblico bronzeo e mormorio, ma da voci veritiere, ignorando però l’ingresso delle soldatesche francesi, spedì celeratamente alcuni de’ suoi gentiluomini al principe per disporlo a non ricevere nella piazza Francesi, con offerta in tal caso di totale e disinteressata assistenza. Rispose il principe come prematuramente disposto aveva di rimettere sé stesso e la piazza in potere della maestà cristianissima, e che perciò trovandosi allora abbastanza forte per effettuare questo suo già maturato disegno, voleva secondare l’antica sua inclinazione. E nel pronunciare queste parole si levò dal collo il tosone di Spagna, dandolo assieme colla libertà al capitano Cliente, come al più qualificato della truppa, acciò lo rimettesse nelle mani del conte di Sirvella governatore di Milano a cui scrisse, pregandolo di far tenere la collana al re cattolico.
Restituì poi alla condizione di prima tutti i prigionieri con indicibile cortesia trattando i feriti in tal occasione (046).
Quest’acquisto, che rallegrò altrettanto i partigiani di Francia, quanto attristasse quelli di Spagna, fu stimato il più oltraggioso alla sicurezza dello Stato di Milano, giacchè incomodava agli Spagnoli la navigazione, e riduceva col pericolo di Nizza in necessità i principi di Savoja di gettarsi nelle braccia della Francia; la cui frontiera si stendeva non poco, e s’assicurava per mare, imbrigliando i vicini porti; poiché Monaco è un principato tra Nizza e Genova, situato sulla sponda del Mediterraneo, nel quale ha un porto assai capace, comodo alla navigazione di Spagna in Italia. E’ composto di città e castello, fabbricato sovra un erto ed eminente colle, bagnato alle falde dalle onde del mare, col predominio che tiene del porto, città e paese inaccessibile per ogni parte, che per una banda. La città non tiene comunicazione alcuna col castello, se non col mezzo d0una linguetta di terra sterile e tortuosa, larga sette od otto piedi.
Si tennero varie conferenze dal consiglio segreto di Spagna in Milano per trovare qualche temperamento per ritrarre il principe da tante nocive risoluzioni e dannose imprese; ma sbigottiti dal successo, non sapevano que’ regj ministri a che appigliarsi. Sinchè svegliatosi l’Arese, ed avendo rappresentato che la disperazione era quella che aveva gettato il principe in simile risoluzione per mancanza de’ sussidi promessigli, trovò che si doveva allettare con più ampie promesse, a’ quali non si sarebbe fidato, se non gli fossero fatte da persona rilevantissima. S’acquietò il consiglio a questo mezzo, e ne diede l’incombenza al cardinale Triulzi, che fece offrire al principe, a nome del re di Spagna, settantamila scudi con altre più magnifiche esibizioni, le quali fatte fuori di tempo, e solo per necessità, vennero dal principe sprezzate.
La monarchia di Spagna da tante impetuose scosse d’armi civili e straniere agitata pareva traballante, e che minacciasse da ogni banda ruina. Il duca di Buglione era destinato al comando delle armi francesi in Italia, acciò stringendosi le pratiche d’accordo già ripigliate co’ principi di Savoja, inferire congiuntamente si potesse danno notabile allo Stato di Milano, o costringere i detti principi per forza alla riconciliazione colla corona di Francia, quando non avessero voluto prevenire la clemenza del re cristianissimo con volontario accordo, di cui la corte sperava dentro breve periodo infallibile il successo.
Gl’imbrogli del duca di Parma con Urbano VIII tenendo armati i principi d’Italia, si temeva che alla Francia non servissero per danneggiare gl’interessi spagnoli nell’Italia, perlocchè lo Stato di Milano sarebbe stato il primo, che avrebbero i Francesi invaso (047).
Accrebbe più l’apprensione quando si seppe la vicinanza del re alla Savoja coll’essersi trasportato a Lione, dove ragunato aveva le truppe, che trovò ascendere a quindici mila fanti e mila cavalli. Il governatore di Milano e tutto il consiglio segreto storditi gettarono l’occhio sul nostro conte che si addossò volentieri l’intendenza de’ ripari necessari.
Giunse nello stesso tempo avviso che il re francese aveva spedito al signor Commartino, ambasciator suo, appo gli Svizzeri replicate istanze per sollecitare la levata di quattromila uomini di quella nazione. A che agevolmente avevano acconsentito i protestanti.
Spedì subito il governatore per consiglio del conte al conte Casati ministro in quelle parti del re di Spagna, affinché con caldi uffici appo i Cantoni cattolici ne impedisse l’esito (048). Veramente ragunatosi il gran consiglio a Lucerna sovra la premure della Francia, fu maturato consiglio di concedere la levata, secondo portava la Confederazione, con quella corona, a condizione però che il vescovo di Basilea fosse reintegrato ne’ suoi Stati, e che quel Cantone ricevesse le paghe, delle quali rimaneva la Francia debitrice. Questi erano tutti mezzi suggeriti al conte Casati dal nostro conte, come altresì quello che pose in avanti per impedire la levata, il Cantone di Friburgo, di dare la neutralità alla Franca Contea di Borgogna, mentre il Commartino si spiegava non volere obbligarsi, che al contenuto della lega, ricevendo le altre proposizioni come semplici istanze degli Svizzeri.
Avvisato il conte dell’effettuazione del suo ripiego, stimò necessario di corroborarlo. A quest’effetto fece che il governatore facesse comparire in scena don Diego Saavedra, ministro di Spagna, che soggiornava allora in Milano, per rendere difficile e dubbiosa la conclusione di que’ maneggi, e raffermare i Cantoni cattolici nel primo loro proponimento. Fece perciò avvertirli, che esso Saavedra ricevuto aveva da Spagna la plenipotenza per accordare la cessazione d’armi, e la neutralità della Contea di Borgogna con esibizione di comparire nell’Elvezia colle dette facoltà, ogni qual fiata si stabilisse il congresso per questo trattato. Il Costa, agente della Contea, avvertito per consiglio del conte, premeva anch’egli nelle medesime diligenze per lo stesso effetto dell’impedimento della levata a titolo specioso, che i Francesi, non ostante la sospensione d’armi, promesse altre fiate per tai mezzi, continuavano nelle solite ostilità con incomodo e disagio grande di quella provincia. Ma tutto fu invano per non aver potuto il governatore di Milano effettuare il consiglio del conte per mancanza de’ denari, de’ quali la camera regia quasi vuota si trovava, avendogli il conte dato consiglio di accompagnare le operazioni con denari contanti, per essere quelli il più forte argomento, e la più fina retorica appresso quella nazione per persuaderla agli altrui compiacimenti. Ed in breve ne comprese il governatore la verità, posciachè ne’ Grigioni per mancanza di tai mezzi, fluttuante apparendo l’autorità spagnola, e ripieni que’ popoli incostanti d’alterazione grande per l’inosservanza delle promesse, spedirono ordine al capitano Alberini deputato loro in Milano, di chiedere licenza al governatore per il reggimento del colonnello Molino, quando prontamente non gli venissero sborsate le paghe, e accomplito alle promesse delle pattuite pensioni, onde, per riparare alla sopravvenienza delle minacciate novità, mandò il conte Casati, ambasciator di Spagna, il proprio segretario a Milano per procurare denari per renderli soddisfatti, ed ovviare all’imminente disordine. Agli ufficiali dunque del predetto reggimento, per consiglio del conte, furono sollecitamente provveduti, e sborsati quindicimila scudi a conto de’ decorsi, e per il residuo che ascendeva ad altri ventitrè mila dati loro altri assegnamenti, con che rimasero estinte non solo le proprie faville, ma disposti gli animi loro ancora a prender tutte le più favorevoli deliberazioni per la Corona di Spagna, proponendo al governatore di Milano la reintroduzione del presidio Grigione a spese della corona nel demolito forte del Reno (049), per assicurarsi che i Francesi colla nuova levata degli Svizzeri volgere improvvisamente non si potessero contro la Rezia, la cui offerta non venne ricevuta dal governatore, avendo il conte fatta vedere al governatore il dispendio inutile, che si sarebbe fatto senza sollievo, massime che le levate degli Svizzeri non potevano porgere ombra a quelle parti, giacchè s’incamminavano verso il Delfinato per entrare nella Catalogna. Posto indi di nuovo in maggior contingenza lo Stato di Milano, soggetto alle solite apprensioni degli attentati francesi coll’aggiustamento de’ principi di Savoja colla Francia, che ben vicino altra conclusione andava vaticinando, accresciute ancora le gelosie, ed i pericoli suoi dell’armamento del duca di Parma, risuonando per tutto le voci che fosse fatto di concerto colla Francia per procurare gli ultimi malori alla corona di Spagna nella Lombardia, benché in effetto non mirasse che a porre a ricovero le proprie fortune dagli animosi consigli de’ Barberini (050), fu stimata prudenza grande nel consiglio segreto di dare l’incombenza all’Arese di seguitare a travagliare alla indennità dello Stato, giacchè la sua applicazione, essendo grandissima, avrebbe fatto molto più anche (come veramente fece) di quello si potesse aspettare.
E frattanto essendo l’aggiustamento de’ principi di Savoja sul punto di conchiudersi, e l’apprensione della mossa delle armi francesi nel Milanese, diede l’Arese il parere al governatore, per accorciare le difficoltà per l’uscita in campagna, d’andare ad abboccarsi col principe Tomaso, da cui ricevette soddisfazione, che non tardò guari a mutarsi in aperto disgusto per essersi ritratto il principe Tomaso, sotto pretesto di non potersi alienare dal cardinale Maurizio suo fratello, già molto impegnato nell’accordo colla cognata. Pregno di molesto sentimento il governatore, e desioso di riparare i danni che venivano minacciati da’ Francesi, con imprudente consiglio ricercò al principe le genti del cattolico che teneva dentro Ivrea, significandogli d’averne bisogno per accrescere vigore alle proprie squadre, e valersene contro i Francesi che infestavano l’Alessandrino.
Più grato e concentoso suono di questo giungere non potea all’orecchie del principe, il quale senza ritardo condiscese a’ di lui compiacimenti. Non sì tosto penetrò l’avviso di quest’azione poco prudente, il nostro Arese, che si sentì toccare al vivo, presa indi la penna alla mano ne rampognò tacitamente il governatore, e gli diede nuovi consigli vergandogli una lettera del tenore seguente:
Lettera scritta dall’Arese al governatore di Milano
Illm°. ed Eccellm°. Sig. Sig. Pron. mio Colm°.
Ho sentito al vivo avere V. E. ritratto la guarnigione spagnola dalla città d’Ivrea. Il disegno di V. E. era di affievolire i principi di Saoja, e di ridurli così a quanto V. E. avrebbe stimato buono per il servizio di S. M., al che eglino sarebbero costretti, atteso le loro poche forze. Veramente questo disegno sarebbe stato buono; se il trattato de’ principi colla cognata non fosse stato sul punto, dove V. E. sa che è al presente. Ma le cose essendo come sono, quest’azione servirà loro d’accelerarli alla conchiusione, quantunque con non total vantaggio loro, vedendosi eglino che noi non li soccorriamo, anzi invece li denudiamo di quelle poche forze che avevano dato loro; e se V. E. farà maturo riflesso, troverà che V. E. li ha sbrigliati, e che possono correre senza ritegno a quanto potrà essere pregiudicevole al servizio di S. M. ed al ben pubblico di questo Stato. Sicchè a mio giudizio stimo dover V. E. reintrodurre l’uscita guarnigione, perché così saranno tenuti in briglia; e quand’anche s’aggiustassero poi colla cognata, questo sarà un impedimento di vedere i inoltrarsi nel nostro Stato le forze francesi, che s’impiegheranno alla ricuperazione delle piazze da noi occupate. Se V. E. rifletterà a quanto gli dico, troverà aver io ragione, e che gli discorro veramente colla qualità.
Di V. E.
Milano li 21 giugno 1642
Umil. Serv.
Bartolomeo Arese

Riconobbe il governatore dalle rimostranze della lettera dell’Arese, il grand’errore che aveva fatto, del che ne venne altresì ammonito seriamente dal cardinal Triulzi, e dal conte della Rocca, a’ quali aveva l’Arese scritto affinché procurassero di far ravvedere il governatore del fatto commesso; sicchè il governatore per riparare lo scorso, contramandò una porzione di quelle genti, acciò si restituisse dentro la piazza, dentro la quale per espresso comando del principe non le si diede ricetto a titolo specioso di non contravvenire a’ trattati stabiliti e concertati dal cardinal suo fratello con tale novità, e reintroduzione di presidio spagnolo nella piazza (051).
Sovra ciò ragunatosi a consiglio il cardinal Triulzi ed il conte della Rocca, si prese espediente di mandar a Nizza il consigliere aulico per ritenerli cardinale da più dannose risoluzioni per la corona, finita che fosse la tregua di quindici giorni. Con foglio in bianco ad Ivrea fu parimente spedito il marchese di Saracena generale della cavalleria con oblazione d’acconsentire a tutti i compiacimenti del principe, purchè non si traesse dal partito spagnolo. Risoluzione, che presa da principio, come aveva consigliato in una radunanza l’Arese, come allora fuori di proposito, ed intempestivamente si bramava ansiosamente d’aver effettuata, non avrebbe lasciato ridurre a tal contingenza in affare di tanto rilievo e di conseguenza maggiore agl’interessi della Spagna. Al governatore ritornò il 26 giugno il marchese di Saracena senza profitto, avendo impiegato a vuoto appo il principe tutte le premure delle rimostranze sue per rimetterlo nelle convenienze bramate dalla Spagna, immutabile egli nel proponimento dell’osservanza della sospensione, e di far passo alcuno senza l’approvazione e consenso del cardinal Maurizio suo fratello.
Da questo passo erroneo ne seguì l’affare di Nizza cognito a tutto il mondo, avendo il cardinal scacciato il Tutavilla, ed indi tutta la guarnigione spagnola da Nizza. Ed indi ne successe l’aggiustamento totale de’ principi colla cognata, dopo che chiesero agli Spagnoli le piazze possedute nel Piemonte; nel che vi fu chi opinò che si dovesse metter mano alla demolizione di quelle piazze ed applicarsi totalmente alla difesa dello Stato di Milano, la quale fosse per succedere tanto più vigorosa, quanto più rinchiusa e meno distratta. Il solo Arese impugnò con vive ragioni il parere, ed in particolare per non sapersi se il re l’avrebbe approvato, perché il demolire quelle piazze ed il ritirarsi alla difesa del Milanese, veramente la resistenza sarebbe stata più vigorosa, giacchè più ristretta, ma era altresì bene tener lontano l’inimico dallo Stato col mezzo di quelle piazze, massime che è massima ottima quella di non lasciar entrare la guerra nel proprio Stato, quando si può fare nello Stato altrui.
Frattanto, avendo il principe Tomaso mandato a Gattinara per la riscossa delle solite contribuzioni, ed essendogli state negate a titolo d’averle già sborsate al governatore di Vercelli, spedì porzione della sua cavalleria a saccheggiare e predare il paese, dando principio all’ostilità nello stesso tempo che i Francesi, dopo aver fatto danni notabili col ferro e col fuoco nell’Alessandrino, erano passati a Monti, luogo che per vicinanza di poco più d’un miglio dalla città di Valenza, metteva gran soggetto di gelosia a quella piazza, benché le forze nemiche non fossero sì possenti per temerne altro pregiudicio che la desolazione della campagna. Queste marcie incerte de’ Francesi facevano stare continuamente all’erta gli Spagnoli con i loro diversi terrori in tutte le parti del Milanese, assicurando ai Monferrini ed a Casale la raccolta del grano. Abbandonato poscia Monti e varcato il Po sovra un ponte drizzato tra le tre Pile e Frasinetto, ostentarono d’aver la mira d’invadere al saccheggio della Lomellina, quando in un momento cambiato parere si restituirono al primo posto di Felizzano, proseguendo verso S. Damiano divisi in due corpi, necessitando gli Spagnoli a seguitarli per tutto, ora alla coda, ora di fianco per impedir loro qualsivoglia tentativo.
Avvisato di tutto l’Arese, i di cui consigli erano di gran pregio appo il governatore di Milano, suggerì d’invadere il Monferrato con incendi e saccheggi, sì per reprimere e castigare la parzialità di que’ popoli, ed il loro baldanzoso ardire, come per angustiar Casale, vendicarsi de’ danni inferiti da’ Francesi nello Stato e divertirne i maggiori con tale diversione, alla quale non avrebbero mancato i Francesi d’applicarsi, con che ne seguirebbe il sollievo delle invase e delle minacciate parti dello Stato. E seguì il governatore coll’effetto aspettato il consiglio dell’Arese. Ed applicando nello stesso tempo tutto lo studio delle sue diligenze per divertire allo Stato maggiori disavvantaggi, spedì a Milano il conte della Riviera per riattaccare negoziato co’ rappresentanti di quella città sovra risposte negative date a sua eccellenza nelle richieste fatte a nome del re in bisogni cotanto urgenti di soccorsi ed ajuti con levate di soldatesca, e con provvisioni e sicurtà per trovar denari, premendo particolarmente a munire le piazze, preconoscendosi apertamente nell’aggiustamento de’ principi di Savoja colla Francia, che tutto il nembo di queste armi scoccar doveva sovra la Stato di Milano, intorno la cui impresa si trovava ogni giorno il principe Tomaso in frequenti congressi co’ capi Francesi dopo il suo arrivo a Torino.
E veramente le truppe di Savoja congiunte colle francesi sortirono in campagna, e dopo avere colla varietà delle marcie tenuti inviluppati in gran perplessità gli animi degli Spagnoli, non sapendo da qual banda il principe Tomaso fosse per volgere la testa delle sue forze, si scagliarono sovra la piazza di Crescentino, i cui difensori resistendo valorosamente allo sforzo nemico, fecero perire quantità di essi col tagliente delle spade, e cogli spari de’ moschetti, ma sovrafatti da forza maggiore, fu d’uopo rassegnare la piazza nelle mani del principe Tomaso, che si condusse senza dilazione sotto Nizza di Monferrato per appoderarsene.
In tali emergenze ricorreva sollecitamente il governatore al consiglio dell’Arese, che si ratteneva ne’ limiti del silenzio, perché prevedeva che dal cielo venivano i castighi alla Spagna, e che i consigli umani erano vani, dove erano decreti del cielo. Quindi è che una fiata si lasciò intendere da un suo confidente, che gli Spagnoli cercavano il loro precipizio col mezzo d’azioni indegne ed odiose a Dio ed agli uomini, e che avevano colmato il sacco colla prigionia del principe don Duarte infante di Portogallo.
Si conobbe da questo l’animo grande dell’Arese, che non poteva tollerare l’azione che si commetteva nella persona di questo principe ch’era innocente e benemerito della Casa d’Austria. Per la cui intelligenza ne dirò due parole.
Don Duarte infante di Portogallo, prima delle rivoluzioni di quel regno, s’era condotto alla corte imperiale a Vienna, e per il corso di molti anni militato sotto le bandiere Cesaree, e nobilitato il suo merito, ed il suo zelo ne’ vantaggi della Casa d’Austria con prove autentiche di generosità e valore. Rivoltatosi il Portogallo, e timidi gli Spagnoli si vollero assicurare di non ricevere danno da questo principe; quindi lo cavarono dalle mani dell’imperatore con mezzi illeciti contro il tenore delle sue prime dichiarazioni e promesse fatte a suo discarico per dimostrare l’alienazione sua dalle risoluzioni prese dal duca di Braganza; e ciò nonostante che l’imperatore riconoscesse di scolorare con azione sì biasimevole il lustro della dignità imperiale, e la riputazione dell’onoratissima nazione Tedesca, violando una persona per tutti i titoli inviolabile, e profanando le sacrosante leggi dell’ospitalità, ed il jus delle genti, tenuto anche in venerazione dagli stessi barbari. Ma l’imperatore fu ingannato da’ suoi ministri, che non riguardavano che l’interesse loro particolare, il quale veniva aumentato dalle pensioni spagnole, con che la Spagna reggeva dispoticamente le massime della corte Cesarea. Dato il principe don Duarte nelle mani de’ suoi più fieri nemici, fu condotto sotto buone guardie a Passau indi a Graze (052), e finalmente ai confini della Valtellina, dove sottentrarono alcune truppe spagnole per ordine del governatore di Milano alla sua custodia, fatto nelle stesso punto bersaglio miserabile de’ stazj più crudeli, chè possono cadere in petto barbaro ed inumano. Condotto poscia nel castello di Milano il 25 agosto, fu rinchiuso la stessa sera nella Rocchetta, luogo in cui si guardano i facinorosi (053); spogliandolo, non senza amarissimo sentimento, de’ servitori suoi domestici, ma anche del proprio confessore, vegliando ognora in modo sì indiscreto la sua persona, che da tanti scomodi, strapazzi, disagi e crucj d’animo rimase la sanità sua mediocremente pregiudicata ed affievolita di forze.
Non trovò altro ripiego l’Arese per portare qualche lenimento allo Stato, che di procurare di entrare nella lega de’ principi, che si era fatta all’occasione della controversia del duca di Parma co’ Barberini per il principato di castro (054); affinché unitamente con esso loro si stabilisse una pace totale nell’Italia. Non disapprovò questo consiglio il governatore, e per eseguirlo spedì il marchese don Pietro Isimbaldi, che alla cospicuità de’ natali accoppiava lo splendore di meriti riguardevoli per tante cariche, sudore e dispendi sostenuti per la corona cattolica. Ma i negoziati furono infruttuosi per la poca disposizione che si trovò ne’ duchi di Toscana e di Modena. Anzi il gran duca di Toscana, per non essere sollecitato a dar soccorso allo Stato di Milano, come stimavano gli Spagnoli esser tenuto dare per le convenzioni di Siena (055), fece sparger voce che come per la detta convenzione di Siena aveva obbligo reciproco il re di Spagna, ogni volta che la Toscana fosse in pericolo d’invasione, di soccorrerla con diecimila fanti e mille cavalli cavati dal regno di Napoli o dal ducato di Milano, voleva il gran duca chiedere questo soccorso per le vicine gelosie che davano gli ecclesiastici, e così l’Isimbaldi ricevette poi per un pan unto che il gran duca non gli facesse tal domanda, molto lungi egli di parlar più di dar soccorso allo Stato di Milano. Ciò fu ad imitazione del cardinal di Richelieu, che avendo fatto persuadere alla contessa di Cantacroi di far andare in Francia il duca di Lorena, e che il cristianissimo avrebbe cooperato per la validazione del suo matrimonio; ma arrivato il duca in Francia, affinché non facesse apertura di questo, fece sparger voce e penetrar all’orecchio del duca di Lorena, che il re cristianissimo lo voleva sollecitare a tenersi al primo matrimonio della duchessa Nicola di Lorena; di che spaventato il duca, si recò a gran soddisfazione, quando fu promesso, che non gliene sarebbe parlato.
Ma avvertito di ciò l’Arese, fece una scrittura molto forte ed acuta per provare che in tal caso il re di Spagna non era tenuto di dar genti al gran duca secondo la convenzione di Siena, massime che se fosse venuta qualche invasione nella Toscana, era per interesse d’altri principi e non per proprie discordie. Invece che lo Stato di Milano veniva attaccato direttamente.
Frattanto i Francesi pigliarono Nizza della Paglia il 3 settembre e con tal acquisto allargarono i proprj quartieri, circoscrivendo molti luoghi nelle Langhe (056), con non piccolo incomodo da quella parte al passaggio spagnolo per la via del mare nello Stato di Milano. Lasciato un valido presidio in Nizza si fecero a vista d’Alessandria, la quale, lasciata dopo varie marcie, passato il Tanaro s’investì Tortona, ed indi in breve fu pigliata, ed il castello attaccato.
Dallo strepito di queste armi che laceravano una parte vitale, e tanto importante dello Stato di Milano, ridestato il conte governatore ebbe al solito ricorso all’Arese, a fine d’aver mezzi per interrompere il corso de’ progressi francesi, e scuotere l’impeto degli attentati loro. Il più espediente fu trovato di mandar corrieri a Venezia, Firenze e Napoli per avere ajuti, e lo stesso governatore fece chiamare a Valenza i residenti della repubblica, del gran duca e del duca di Modena, per dar loro parte dell’imminente pericolo che sovrastava allo Stato di milano, ed apparecchiando nello stesso tempo l’armi per combattere i disegni dell’inimico, rappellò dalle piazze men esposte ai furori nemici porzione de’ presidj, componendo un corpo di settemila fanti, e tremila cavalli, senza le milizie del paese, sollecitate ad unirsi con esso lui. E con tal forza a lentezza s’avviò a Tortona, donde fu costretto partirsi, avendo però qualche tempo dopo introdotto soccorso nel castello, ma invano, giacchè costretto ad arrendersi fu poi dato dalla Francia al principe Tomaso, per levare la gelosia delle sue armi ai principi italiani.
Presagì l’Arese troppo importanti e dannose le conseguenze che erano per apportare all’interese della Spagna, la città ed il castello di Tortona nelle mani nemiche; quinci insinuò al governatore d’impiegare, come fece, tutte le diligenze per levarli da’ luoghi occupati prima della nuova campagna. Ma non potendosi fare con forza aperta, che lo facesse coll’intercettare le vettovaglie, e sforzarla co’ languori alla reddizione. E come la vicinanza dello Stato di Parma poteva impedirgli l’effetto, sia o con congiungere le armi alle francesi, o con somministrare vettovaglie alla città, stimò congruo che il governatore lo sollecitasse al partito di Spagna od alla neutralità, la quale fu accettata da Parma, non avendo stimato a proposito d’impicciarsi entro una delle due corone per non precipitare le sue speranze della ricuperazione di Castro, quantunque altrimenti sollecitato dal principe Tomaso col mezzo del conte Pellegrino, che era andato a Piacenza per procurare di trarre il duca al partito francese.
Per maggiormente evitare i progressi nemici, conobbe l’Arese lo Stato di Milano troppo vacuo di contanti e di gente, cose che erano necessarissime a questo fine. Fece perciò, per provvedere a tal inconveniente, sollecitare dal governatore il vicerè di Napoli per un soccorso di denari, che si ricevette a proposito, per pagare la levata che si era fatto fare degli Svizzeri, quantunque con gravi ostacoli dalla parte dell’ambasciatore del cristianissimo. Si assediò poi Tortona, essendo capitato a Milano il conte della Riviera per sollecitare la marcia di cinquemila fanti dello Stato, l’Arese persuase tanto in pubblico ed in privato i Milanesi a dar in tal occasione abbondantissimi segni della loro fede, che vi concorsero molti venturieri; e perché si temeva qualche diversione dall’altra parte del Milanese, fece l’Arese spedire a Vigevano il senator Belcredi, ed il senator Cavalchino a Novara, acciò che sollecitamente facessero ritirare nelle piazze forti, e di qua del Ticino il migliore che si trovasse nella campagna; anzi per maggior sicurezza fece spedire il conte della Riviera con altre truppe e molta nobiltà per guardare il guado del Ticino, e per malagevolar il passo sul Po e sul Ticino al nemico si fecero levare tutte le barche e molini. Per le quali difficoltà vedendo i Francesi impossibile il soccorrer Tortona, s’apposero alla diversione ed andarono ad attaccar Asti, che pigliarono per mancanza di munizioni, dal che invigoriti tentarono di soccorrer Tortona, ma invano, perché il 28 di maggio s’arrese al conte di Sirvella, dopo che tutti si ritirarono a rinfrescare le truppe.
Rimasero tutti contenti gli Spagnoli ed in particolare il conte di Sirvella, le cui azioni non riuscendo grate alla corte cattolica, sotto pretesto di mandarlo ambasciatore a Roma, venne tolto dal governo dello Stato di Milano ed in sua vece eletto il marchese di Velada generale della cavalleria in Fiandra. Elezione fatta da quel consiglio non tanto per rimuovere il Sirvella come per soddisfare a varj capi dell’esercito, poco contenti del suo governo, e per vedere, col mezzo del detto Velada, amico intrinseco del principe Tomaso che aveva conosciuto in Fiandra, quando il principe colà comandava d’introdurre qualche pratica d’aggiustamento col detto principe per ritornarlo alla devozione della Casa d’Austria, dalla quale si era rimosso per i cattivi trattamenti fattigli da’ governatori di Milano ed altri ministri. Successe in quei tempi la caduta memorabile del conte don Arrigo Filippo Gusman conte duca, tanto notabile al mondo per le peripezie assuete alle corti del mondo.
Arrabbiati i Francesi per l’acquisto fatto dagli Spagnoli del castello di Tortona, attaccarono Villanuova d’Asti, e tentarono infruttuosamente di sorprendere Alessandria, dove si mandò, per maggior sicurezza, il conte Galeazzo Trotti ed altri con molte truppe. Per lo che si volse il principe Tomaso a Trino ed a Pontestura; di che avvertito il nuovo governatore marchese di Velada, mandò il marchese di Saracena per star oculato verso il Vercellese, ed avendo dato ordine al governo civile di Milano andò a Novara. La fama delle belle azioni dell’Arese era già precorsa all’orecchio del marchese di Velada; giunto perciò a Milano gli addossò buona parte del governo civile, che destreggiò con tanta accuratezza, che venne il di lui merito a tanto colmo, che non si può spiegare. Il principe Tomaso ritornato da Francia, pigliò il castello di Ponzone, ed assediò Breme ed Arona, la quale, veduto l’Arese, troppo esser importante alla città di Milano, perché colla perdita l’avrebbe angustiata, portò il marchese di Velada a soccorrerla, come si eseguì, già ben difesa dal conte Giovanni Borromeo padrone del luogo, e governatore dell’armi, che si portò valorosamente senza tralignare dalla sua mobilissima nascita. Nel che deluso il principe Tomaso assediò Sant’Ià, nel qual tempo il marchese di Velada fece sorprendere la cittadella d’Asti, alla ricuperazione della quale incamminandosi il principe Tomaso, l’Arese rimostrò al Velada la necessità di difenderla, a che s’appose bene il Velada, ma invano, perché si arrese al principe Tomaso, che scorse per sorprendere il Finale di Genova, passo importante, per ove vanno i soccorsi allo Stato di Milano, ma fu invano, perché la vigilanza dell’Arese vi fe’ entrare per via di Genova i soccorsi necessari con grande spiacere del principe Tomaso, che aveva concertato questa sorpresa alla corte di Francia. Arrivato l’anno 1645, e sentendosi vicina l’uscita in campagna de’ Francesi, il marchese di Velada fece pigliare il castello della Capriata dal marchese Serra li 29 giugno, e mandò al guasto delle campagne nel Biellese per malagevolare la sussistenza a’ Francesi, che usciti in campagna occuparono Vigevano, ed indi a poco la Rocca, terrapienata e forte, distrutta poi dagli stessi Spagnoli nelle ultime guerre, come si vede da’ passaggieri. Si venne poi ad una fazione all’Aogna fiume, dove i Francesi ebbero il disotto, e dove restò ferito il conte Francesco Arese, cugino di Bartolomeo.
La presa della Rocca di Vigevano contristò non molto il popolo di Milano, onde l’Arese che ne vedeva la commozione, rappresentò al marchese Velada il danno, poiché annidativisi i Francesi potevano tener turbata tutta la quiete agli abitatori circonvicini sino alle porte di Milano, e sebbene la stagione richiamava piuttosto che invitasse alla campagna, ebbero tanta forza le persuasioni dell’Arese, come quello che le animava con vigore grande, che il Velada per non pregiudicarsi nella dilazione, e prima che i Francesi l’avessero meglio provveduta ed assicurata, li 17 dicembre, vi comparve sotto, e diede principio alla circonvallazione, la quale benché costasse somma grande di denaro, e molto più il rimanente di quell’assedio, che si può mettere tra’ memorabili, ad ogni modo tutto fu impiegato bene, perché se ne conseguì l’intento; posciachè richiamato in Ispana il marchese di Velada, e posto in sua vece il contestabile di Castiglia (057), cavaliere d’alto grido, di spiriti sublimi ed incontaminati, desiderando il marchese di fare l’impresa di Vigevano prima di partire per Ispana vi si condusse, e l’attaccò fortemente. L’Arese per questa impresa, e per far mostrar il zelo de’ suoi concittadini, portò la città ad assoldare 500 fanti, che vi furono mandati a spese della città sotto il comando del marchese Verzellino Maria Visconti, e si arrese li 16 gennajo con contento degli Spagnoli e di tutto lo Stato di Milano, che restò liberato da invasioni evidenti, che sarebbero state eseguite nella ventura campagna. Fu la cagione l’Arese che fu commendabile la prontezza colla quale i Milanesi concorsero al servizio del loro re, essendosi osservato, che più di 500 cavalieri e particolari v’impegnarono senza riguardo veruno la vita e la roba, e che tuttavia si dimostravano pronti a fare lo stesso in qualsivoglia occasione, e cose maggiori se poteva, per non cambiar principe; avendo loro l’Arese fatto conoscere, che nelle mutazioni di Stato l’utile è sempre poco, e la perdita grande, e che le brame di simili novità sono da gente mendica e disperata, e non da prudenti e benestanti, la massima de’ quali dev’essere di tollerare piuttosto le male condizioni del presente, che con incerte speranze partiti migliori del futuro. Successe poi l’attacco d’Orbitello, liberato poscia con contento universale d’Italia. Arrivò poi a Milano il nuovo governatore, il contestabile di Castiglia, applicandosi con molta novità al governo politico, accordò nuove levate d’infanteria e di cavalleria nel Tirolo, Borgogna, Allemagna, ed Italia; distribuì denari agli ufficiali di guerra per reclutare le compagnie scemate, e con molto fervore si diede alle provvisioni per condor bene gli affari del suo re, e render commendabile e fruttuoso il suo governo. Il tutto faceva egli disporre dall’Arese, le cui zelanti azioni suscitarono un effetto mirabile nell’animo del contestabile, che diede rassegna generale all’infanteria e cavalleria, e regolò molte delle compagnie indebolite. Fece fortificare Arona, Novara e Mortasa, ed alla sovrintendenza di queste deputò il conte Giovanni Borromeo, i questori Giovanni Battista Omodei e Francesco Galarate, munizionò il Finale, e fece demolire la Rocca di Vigevano, stimata di poco profitto. Prese poi Acqui e Pensone, ed avendo l’Arese considerato la gran spesa che si faceva per Breme, portò il governatore a farlo demolire con cinquemila uomini sotto il comando del conte Giovanni Borromeo. Ma frattanto i Francesi pigliarono Piombino, piazza d’importanza, e Porto Longone (058), e seguì qualche fazione al guazzo della Bomia (059).
Seguì poco dopo la dichiarazione del duca di Modena al partito francese con gran rammarico dell’Arese, che avendo previsto tal mutazione, aveva spinto gli altri ministri a tenerlo invischiato nel partito della corona cattolica. Ma da questo successo si aumentò il credito dell’Arese appresso gli Spagnoli, che lo stimarono uomo di perfettissime capacità, rincrescendo molto loro di non avergli creduto, ed in disposizione altra fiata di credergli. Il contestabile pigliò Nizza della paglia, ed il duca di Modena attaccò Cremona, d’onde partì però senza far niente, avendo poscia avuto una fazione col conte d’Arò (060) figlio del contestabile, pria governatore di Milano, che ebbe quest’onore di veder il figlio governatore in sua vece; ma questo non fu promosso, che con condizione che si disponesse tutto con i dettami e direzione dell’Arese, coll’assistenza del quale seguì quel favorevole conflitto, dove restò sul campo nemico vicino a Sabbioneta un numero considerabile di fanteria francese.
Successe poi la famosa rivoluzione di Napoli, chiamata del Masaniello (061), e facendo i Francesi preparativi grandi di ogni banda, e per tante sciagure della Spagna, Milano restò consolato all’arrivo, che fece nel principio di marzo il marchese di Caracena per suo governatore (062), in cui avevano riposto que’ popoli ogni loro confidenza per esser cavaliere di grandissimo valore e di molta esperienza, disinteressato, e sovra tutto generoso ed ardito, da cui fattasi subito la rassegna, e presa esattissima informazione dello stato delle cose dall’Arese, con puntual accuratezza secondato dall’Arese, in cui pigliò confidenza non ordinaria, sì diede alle provvisioni necessarie per il buon governo, e per far risplendere le sue azioni di quelle glorie, che da ognuno erano, non altrimenti aspettate dalla sua prudente condotta, ed agli apparecchi sovr’ogn’altra cosa s’applicò di denaro, gente e munizioni. S’inoltrò poi verso Casale, occupando un’isoletta nel Po, che abbandonò poi, seguendo qualche scaramuccia ad un trincerane che aveva fatto fare, che tirava fino a Ribecco, guadagnato dal duca di Modena. E come doveva far provvedere per impedire il passo dell’Adda, dovendo perciò star in campagna, l’Arese aveva l’incombenza del governo politico, che amministrò con soddisfazione grande del Caracena. I Francesi attaccarono poi Cremona, che venne difesa e soccorsa meravigliosamente dalla cura e diligenza del marchese di Saracena, che ridusse talmente alle strette il duca di Modena, che fu costretto a far la pace colla Spagna nel modo desiderato dagli Spagnoli. Successe in quest’anno la tragedia funesta e lagrimevole del re d’Inghilterra, che dagli stessi suoi sudditi venne condannato a morte come un malfattore, e decapitato sovra un pubblico palco (063).
Il marchese di Saracena ebbe tanta intrinsichezza coll’Arese che non si può dir altro, se non che medesimò la stessa persona con quella dell’Arese nelle disposizioni del governo sino all’anno milleseicentocinquantasei, che è il tempo che resse le abene dello Stato di Milano.
In quest’anno 1649 fu dal re all’istanza del marchese di Saracena fatto reggente ad honorem del supremo consiglio d’Italia col soldo, come reggente, e cogli emolumenti ordinarj del presidenziato del magistrato ordinario, ufficio che già egli possedeva sino all’anno 1641 come si è detto disopra.
Non fu promosso a questa carica di reggente che per maggiormente inanimarlo ed interessarlo nelle cose del re di Spagna in tempi difficilissimi, ne’ quali la Sicilia fluttuava di tumulti (064), e Napoli era ripiena di congiure e ribellioni aperte nelle cose di Masaniello, e del duca Arrigo di Ghisa, tanto note al mondo. Ma questa promozione, che non sarebbe stata vana in ogni altro, era fuori di proposito per l’Arese, poiché conservando egli un zelo ardentissimo per il servizio del suo re, non erano d’uopo stimoli esteriori per spingere quell’animo, che da sé stesso inclinava, come al suo centro, ad una sommissione ed applicazione non ordinaria per gli avvantaggi reali della corona di Spagna, alla cui soggezione gli era toccato in sorte di nascere al mondo.
In altri simili uffici avrebbero destato arroganza, sussiego, alterezza e disprezzo d’ognuno; me nell’Arese faceva effetti totalmente contrari, posciachè anche con infimi egli era benigno, l’ambizione non aveva luogo appresso di esso, l’alterezza era bandita dalla sua affabilità, ed il disprezzo veniva snuvolato dalle sue umane accoglienze. Giammai rifiutò udienza, quantunque ad infimo artigianello, anzi alle fiate si fermava nelle strade per chiedere a’ passeggeri, che lo guardavano fissamente, se lo miravano, perché avessero bisogno della sua protezione, che non niegava mai ad alcuno, fuorchè non ne fosse demeritevole per qualche azione vile ed infame, che esenta i padroni d’aver riguardo anche per i propri domestici. Se vi era qualche gran contesa anche fra i principali cavalieri di Milano, egli vi si intrometteva per aggiustarli; né mai abbandonava l’impresa, che non fosse riuscito l’aggiustamento ponderato dall’equilibrio dell’equità con soddisfazione delle parti interessate, e con suo piacere per esentarli d’entrare in liti aperte, nelle quali sovente le spese denudano le povere famiglie. Nemico egli del riposo, non si portava mai tanto bene, che allora, che aveva mille imbarazzi, che frastornano i pigri dalla quieta. E’ cosa incredibile che nello stesso tempo vacasse a molti affari, anche disparati, anzi opposti, senza che mai equivocasse, o confondesse una minima particella delle cose assieme. Tutto era distinto nel suo cervello, né le appartenenze di una cosa gli rendeva malagevole l’espedizione dell’altra. In tutte queste cose non consisteva la sua applicazione, perché nelle stesso tempo soddisfare bisognava agli ordini regi, quali tutti venivano appoggiati alla di lui direzione e condotta.
Se volessi narrare tutte le minuzie della sua vita non mi basterebbe un lustro intiero a scrivere continuamente, oltre che questo non è mio scopo, e mi basta solamente di dire qualche cosa per darne un’idea al lettore, e far solamente vedere nelle occorrenze di guerra o di pace, negli uffici, ed altre, la sua prudenza nell’operare, le fede verso il suo re, la giustizia verso i cittadini, la carità verso la patria, la liberalità verso i poveri, l’esser versato in tutte le buone arti, la sua sapienza, la sua grandezza d’animo, alieno totalmente dall’interesse, ed intento alla gloria per la sola via della virtù, dell’onore, e de meriti soliti ad acquistarsi dagli animi grandi col trasudare sovente la fronte grondante per le fatiche, ed applicazioni continue, unico nodrimento degli animi inclinati al vero scopo della gloria.
Venne poi fatto governatore il conte di Fuensaldagna (065), cavaliere di notabili e belle qualità dotato. E non si tosto ebbe pigliato il possesso del governo dello Stato, che si mostrò non alieno dalla inclinazione de’ precedenti governatori, poscia che ad imitazione degli altri, anch’egli si pose tutto in mano dell’Arese per reggere le abene commessegli. E dichiaratosi il nemico sotto la condotta del duca di Modena nello Stato con abbondanti truppe, sforzato egli ad uscire in campagna, tutto raccomandò alla direzione dell’Arese, che non mancò di dargli la soddisfazione, che dato aveva al conte di Sirvella, al contestabile di Pastiglia, al conte d’Arò, ed al marchese di Saracena, quando questi sendo governatori, avevano dato una simile incombenza all’Arese.
Si perdè Valenza e Mortara, città riguardevoli per la difesa dello Stato, e dicesi che il conte di Fuensaldagna le lasciasse perdere a bella posta per meglio incamminare la pace colla Francia, che si trattava con sollecitudine da’ varj ministri per conchiudere il matrimonio colla Infante di Spagna, figlia di Filippo IV, oggidì regina di Francia, e degna sposa dell’invincibile monarca della Francia, oggidì terrore a tutte le nazioni (066). E perché si conosca il fondamento del discorso, che si teneva per la perdita di queste piazze, dico, che era, affinché si restituisse Vercelli ed altra piazza alla casa di Savoja col cambiare col Valenza e mortasa, posciachè senza di ciò giammai avrebbe fatto la Francia pace alcuna, volendo proteggere i suoi confederati, come si è visto in quest’ultimi tempi col re di Svezia (067). Ondeggiavano per tutto lo Stato l’armi francesi e modenesi dopo la presa di Mortasa e di Valenza, e dove non giungevano i soldati al saccheggio, volitava il timore, che spingeva alla fuga i villarecchi per ricoverarsi nelle mura di ben rinchiusa città, quando si penetrarono i disegni nemici, essere di passare il fiume d’Adda, e corseggiare fino alle stesse mura della città di Milano.
A Cassano (068), dove s’indirizzavano le armate si posero alla difesa del passaggio il senator Ramos, ed il questore Rosales, ambidue stimati leali, e fedeli al servizio della corona. Ma postisi sei od otto francesi a nuoto, attaccarono agevolmente le corde e le catene per far un ponte, sul quale l’armata nemica passò alla sponda di Cassano senza contrasto. Non si tosto si sparse la nuova di tal passaggi, che tutti li villarecchi furono dal timore sforzati, e scacciati alla città di Milano, dove si credeva il ricovero sicuro, e sgombro d’ogni apprensione. Cosa compassionevole era il vedere carri tutti colmi di mobili, d’onde alle fiate sulla bella cima si vedevano pendere bambinetti, o fanciulli ancora tenerelli, che fuggivano gli sforzi della guerra, ancora imbelli ed impotenti di portar armi. Sulla strade pubbliche di quella vasta città si ravvisavano famiglie intiere di villani nuotare allo stravizio di salvati mobili. Chi non aveva di pietra il cuore, trasudanti aveva gli occhi di lagrime.
Oh guerra di quanti malori sei cagione! Oh guerra, produzione infernale, se sei effetto d’un Lucifero arrogante, di quante calamità sei la scaturigine! Oh guerra di quanti disordini, perdite, guasti, incendi, saccheggi tu sei l’origine!
Tanto, e sì grande fu il timore, che si sparse nelle vicine campagne, che passò altresì a petti degli stessi cittadini di Milano, che vedendosi esposti co’ loro beni, colle loro famiglie a’ disordini, davano non piccolo segno d’ammutinamento.
Sbigottiti gli Spagnoli tennero subito consiglio segreto per cercare l’elemento per acquietare i vicini sconvolgimenti, de’ quali la sola loro viltà conoscevano la cagione. Vi fu chi, avendo l’animo generoso, proponeva di rintuzzare colla forza l’irruzione nemica, e costringerla a ripassare il valicato fiume dell’Adda (069). Ma il conte di Fuensaldagna, che conosceva non comandare più guerrieri animi nella Fiandra, ma petti spagnoli nella Lombardia, non potè risolversi ad apporsi a tal proposta. Varj e varj pareri corsero sul tappeto intorno a questo, fino a tanto che l’Arese, che conosceva il midollo dell’affare, e che tutto ciò non era arrivato che per viltà spagnola, trovò ripiego per sostare il torbido ne’ petti de’ cittadini milanesi, e dare nello stesso tempo qualche apparenza, per salvare la ignominia spagnola, adulando anche gli stessi Spagnoli. Trovò dunque a proposito di gettare il fallo sovra di due soli, ed incolpare il senatore Ramos ed il Rosales di tradimento, od almeno di neghittosità e trascuratine. Cosa solita agli Spagnoli, e che abbiamo veduto cogli occhi nostri in questi ultimi tempi, ne’ attribuivano il valore francese, e la codardia spagnola ad intelligenze segrete e dannosi tradimenti.
In fatti questi due vennero arrestati, e come che il volgo non penetra a pieno le cose, la voce fu sparsa che i due antecedenti cavalieri avevano per grossa somma di denaro lasciato libero il passo a’ Francesi, e tutto l’odio ed il danno ricevuto da Milanesi ne’ loro beni di campagna ridondò sovra due particolari, che forse non avevano altra colpa, che di essere stati poco soccorsi di soldatesca per accingersi ad impedirlo.
La verità della cosa è che il Ramos ed il Rosales erano innocenti, ma fu d’uopo che fossero fatti l’obbrobrio per salute d’un popolo, ed essere eglino la vittima agl’interessi della Spagna in quella guisa che fu il vicerè di Napoli nella rivoluzione di Masaniello, dico il duca d’Arcos, che si addossò il peso di tante estorsioni, colle quali gli Spagnoli avevano trattato di tanti giumenti i poveri Napoletani.
Non sapevano ancora i Milanesi che i Francesi potevano varcare a nuoto un Reno, fume più grande e rapido dell’Adda, come si è visto in quest’ultima guerra; quindi il passar l’Adda sovra un ponte pareva loro impossibile senza inganno. Non si potevano persuadere, che altri che un’Alessandro poteva ridurre in atto imprese stimate da loro malagevolissime. Ma pure egli è vero che né fiume né corrente può resistere al torrente glorioso e vittorioso delle armi francesi. Dicalo, se non mi si vuol credere, dicalo, dice l’Olanda, la Fiandra spagnola, l’Allemagna e la Catalogna, e voglia Dio per il bene della Lombardia, che in quelle parti non pigli il suo corso questo torrente, che al certo ripari più deboli saranno ad arrestare il suo corso i più forti e muniti antemurali che vi siino.
Preoccupati i Milanesi di tal supposto tradimento aspettavano la caduta totale di questi due personaggi, come si vidde dalla composizione d’un distico, che da un segretario d’un residente di Venezia di que’ tempi fu fatto, del quale non mi ricordo che l’ultimo pentametro, che dice così: Ramus inarescet, sic Rosa sicca cadet.
Ma il primo morì in una carcere, ed il secondo, dopo essere stato per alcuni anni rattenuto, dopo che il sospetto si è levato dal capo de’ Milanesi con una pace durata e lunga, è poi stato posto in libertà con accrescimento d’ufficj, e maggior credito, sì appo la corte di Spagna, come appo i ministri regi in questo Stato.
Arrivò per quanto mi vien riferito in que’ tempi, de’ quali io non mi posso ricordare per avere forse avuto che si o sette anni, l’affare scandaloso d’un certo N. che nominare non voglio, che fu abbruciato, per istigazione de’ gesuiti per il peccato infame, orribile ed infernale, tanto assueto a’ cattivi e diabolici italiani, con che danno cattiva fama appo le estere nazioni a tutta la nazione (070). L’Arese, che come degno cavaliere aborriva tali infamità, si assentò da Milano per evitare non solo di vedere, ma neanche d’udir parlare di questo castigo, che portava seco annesso la commemorazione del delitto, che si dovrebbe castigare con qualche cosa di più atroce del fuoco, se si potesse trovare tormento maggiore.
La fama della virtù dell’arese lo rendeva tanto amato, che si stimava fortunatissimo che poteva essere sotto la di lui protezione. I più grandi lo stimavano, gli uguali lo riverivano, e gl’infimi l’adoravano. La sua maestà accompagnata di dolcezza lo rendeva, come si dice di Tito, le delizie del genere umano. Colla sua prudenza si rese talmente necessario, non solo allo Stato, ma ancora a tutti i ministri Spagnoli, che non accadeva la minima cosa, che alla di lui direzione tutto si riduceva.
Aveva il marchese Verzellino Visconti, del quale si è parlato più sopra, cavaliere di nascita singolare, ma più singolare di meriti, di cui la mia penna non è capace d’esprimere i meriti e le lodi, aveva, dico, avuto qualche discordia col padre del fu principe Triulzi. Mentre un giorno marciava in carrozza il principe dietro S. Bartolomeo, a Porta Nuova, parrocchia nella quale io son nato, il marchese Vercellino Visconti lo incontrò, abbassata la portiera della carrozza, corse rapido verso il principe, e sfoderata la spada lo provocò a singolar tenzone. Rifiutò il principe la disfida, dicendo non volersi abbassare a battersi con uno che non era principe, e replicatogli dal marchese, che un principe non doveva ricusare la disfida d’un cavaliere par sua, il principe, non voglio asserire se per paura od altro, perché io non lo so, basta che assolutamente ricusò, dal che irritato il marchese, dicesi, che gli dicesse qualche parola oltraggiosa, circa il suo carattere di principato. Separatisi, o separati da altri, si ritirarono ambidue a casa loro, e ciascuno s’armò, ed in particolare il marchese Verzellino, che pose guardia di uomini armati alla propria porta, forse temendo qualche insulto dalla parte del principe. Erano il principe ed il marchese ambidue idolatrati, non che amati dal popolo di Milano, che rispettava nelle loro persone tante belle qualità che li fregiavano, ma come in simili occasioni agevolmente si fanno partiti, dichiarandosi secondo le inclinazioni chi da una parte, chi da un’altra, qualche apprensione ne trassero gli Spagnoli, sapendo benissimo dalle storie, che varie repubbliche e Stati si sono ridotti in ruina per le discrepanze de’ particolari, de’ quali i popoli, partito caloroso pigliavano. Per questa stessa apprensione non osavano gli Spagnoli venire colla forza a domare gli animi generosi di questi due valorosi cavalieri, pure il rimediarvi era più che necessario, per evitare maggiori inconvenienti, e per spegnere le fiamme prima che si scoppiasse in un incendio vorace e malagevole a sostare. Gettarono dunque l’occhio sull’Arese, come quello che nazionale discernere sapeva gli umori de’ suoi compatrioti, il quale conoscendo la previezza de’ nomati signori ad uniformarsi alla loro nascita con umile rispetto e sommissione alla corona cattolica, trovò espediente di dover loro comandarsi dalla parte del re di ritirarsi uno, che è il marchese Verzellino, se non m’inganno nel castello di Trezzo (071), ed il principe in un altro molto distante. Il che si eseguì con ogni quiete, e dove rimasero ambidue con ogni circospezione per non essere traditi, tenendo sino una pistola alla mano quando si facevano radere per intimidire il barbiere, che poteva fare qualche colpo sinistro, guadagnato per denaro od altro, sinchè infine il povero principe, quantunque non carico d’armi, soggiacque al peso fatale dell’umanità, ed il marchese fu indi poscia ridato in libertà con gusto universale, essendosi vieppiù sempre conservata la stima che si fa de’ suoi incomparabili meriti.
Il conte Tolentino a dispetto de’ suoi parenti contrasse matrimonio con una villana di certa terra, della quale si era innamorato con tant’ardore, che le smanie erano le sue più assuete azioni. Tutto il parentato non poteva soffrire tal viltà in una persona, che congiunta di parentela colle prime case di Milano doveva aspirare a cose congrue alla sua nascita. Il marchese Fiorenza sovra tutti avvampò di sdegno, e si risolse di tirarlo alle mani con disegno anche d’ucciderlo, se la necessità lo portava. Fece perciò spiare per ove doveva un giorno passare, e venendogli riferito che doveva passare per la piazza del castello, il marchese Fiorenza montato su nobile corsiero colle pistole all’arcione verso quella parte si volse nell’ora appresso a poco, nella quale il conte Tolentino doveva passare. Non mancò d’incontrarlo, e tratto il marchese un guanto lo diede nella faccia al conte accompagnando tal’atto con varie ingiurie, e ciò per allettarlo a qualche risentimento, per aver indi occasione di darli una pistolettata; ma il conte, che non amava gl’imbrogli, si bevette l’affronto senza dir pure una parola, rendendo così vano il disegno del marchese Fiorenza. Ma ritiratosi poi in casa propria, e riflettendo a quanto veniva da succedere, non trovò altro mezzo per vivere in riposo, che di ricorrere all’Arese, affinché col suo credito assopisse i più minaccianti mali, avendo con molto giudizio stimato, che altri che l’Arese non avrebbe acquietato i risentimenti di tanti bravi cavalieri, com’erano i di lui parenti ed il marchese Fiorenza fra gli altri, cavaliere di spirito generoso e geloso d’onore. Veramente l’Arese pigliò talmente la cosa a cuore, che avendo rappresentato a que’ signori essere l’amore stato la cagione di tal’azione, accompagnando tutto con varie condizioni, l’indusse a suo riguardo a tacersi, ed a lasciare il Tolentino tra le bracci della sposata villana.
Aveva sino dal 1654 cominciato l’Arese il su palazzo di Cesano Maderno, terra della pieve di Severo, del ducato di Milano con un disegno tanto vasto, che ridotto a perfezione è stato stimato pareggiare con quelli di Tivoli e di Frascati nella Campagna di Roma (072). Nel che chi lo dice, non s’inganna molto, perché se Frascati è l’antico Tuscolo di Cicerone, questo era lo passatempo dell’Arese, nuovo Cicerone di questo secolo. In tempo di vacanza, che breve era per esso per gl’importanti affari che maneggiava di contuno, e de’ quali veniva addossato dal governatore per ordine anche espresso di Spagna, tutta la sua cure era il far avanzare detta sua fabbrica di Cesano (073). I materiali si sceglievano de’ più belli del ducato. Temerei di cadere nella taccia d’essere puerile scolastico, se volessi qui fare una descrizione di quest’edificio, quindi voglio tacere i giuochi dell’acque, che si veggono con gran maestria sprizzolare in que’ giardini; con quanti tortuosi rigagni l’acqua fa pompeggiare la maestria dell’arte, come vi verdeggiano ogni sorta di fiori più rari ed odoriferi, e mi basterà il dire, che embra veramente un paradiso terrestre, nel che non m’inganno, massimo quando essendovi egli, si poteva dire con ragione, che vi era l’arbore della scienza,
In tant’alto grido vennero i suoi meriti, e tanto si aumentò la stima che si faceva della sua persona, che veniva da tutti riverito ed adorato; talmente che avendo egli dalla signora donna Lucrezia sua moglie avuto due figlie, Giulia una e Margherita l’altra, ed un figlio maschio chiamato Giulio, essendo la primogenita in età nubile, il conte Renato primogenito della casa tanto antica e mobilissima de’ Borromei, fratello del cardinal Gisberto Borromeo, e cugino consanguineo del cardinale Federico Borromeo, confidente di Clemente X, si recò a gran vantaggio d’apparentarsi coll’Arese collo sposare la signora Giulia sua figlia.
Incamminata poscia la pace per opera del conte Fuensaldagna e d’altri, e terminata collo sposalizio della primogenita di Filippo IV col re cristianissimo, vacando circa tal tempo la presidenza del senato per la morte del presidente Cubani, fu da Filippo IV il 17 di novembre 1660 fatto presidente del senato, dignità da lui desideratissima, e che non avrebbe mutata in un’altra incomparabilmente maggiore.
Non si può esprimere il piacere di quell’augustissima radunanza, che avendo l’Arese alla testa, si poteva dire senza millanteria o bugia, che veramente era un corpo con un ottimo capo. Tutti i senatori lo felicitarono, e tutta la nobiltà di Milano andò a congratularsene seco e co’ suoi parenti.
Con grand’ardore s’applicò egli, dopo aver pigliato possesso dell’ufficio, ai doveri della carica, e non si può esprimere quanto riuscisse di consolazione a’ poveri e di sollievo a tutti, impartendo ugualmente a’ grandi ed a’ piccoli la giustizia dovuta. Vi erano molte liti, che pendevano dopo molti anni senza decisione, egli in poco tempo colla bilancia dell’equità le ridusse ad un bramato fine. Quelli, che si tenevano aggravati, avendo ricorso al presidente, conosciuta la giustizia che si doveva loro, venivano immediatamente disaggravati. La patria stessa, che vedeva, se non spenti, tramortiti almeno i suoi privilegi, si vide risplendere co’ fregi proprj. E quanto faceva, era con una prudenza tale, che gli Spagnoli, nazione puntigliosa e gelosa, non ebbero mai campo di dolersi de’ suoi andamenti; anzi al contrario pervenne in tant’alta stima appo la corte cattolica, che venne per antonomasia chiamato “il Dio di Milano”.
Cresceva frattanto in età suo figlio Giulio, che animato di spiriti vivacissimi, spinto dalla propria gloria, si era posto sulle vestigia del padre coll’immergersi negli studj. Questi, secondo l’altezza della sua nascita aborriva talmente le bassezze e viltà, che non poteva tollerare una minima ingiuria. Era ancora giovinetto, che per qualche breve scappata il prefetto de’ gesuiti gli voleva dare un cavallo, come si suol dire. Non osava però darglielo in pubblico, per giusto riguardo che doveva avere il carattere del padre. Trattolo perciò nel camerino segreto, che si sa esservi a Brera, con due conversi volle effettuare colla sferza il disegno. Il risentimento che ne mostrò fece tremare quei gesuiti che lo tenevano, che conoscevano l’umore suo altiero, ma non volendo cedere il prefetto al ragazzo, com’egli lo qualificava, co’ più stretti amplessi voleva rendergli vani i suoi sforzi, che impiegava per disinbarazzarsi. Il giovane, che aveva udito parlare della qualità naturale dei gesuiti, udendo passare alcune persone vicino al camerino, si pose a gridare come un disperato e chiamare ajuto, dicendo che il prefetto era un pederasto, e lo voleva sopporre alle sue infami e sregolate brame. Il gesuita per timore fu sforzato ad aprire il camerino e lasciarlo uscire, e quantunque offeso il prefetto, non lasciò di lodare la vivacità di Giulio per sottrarsi al castigo (074).
Sostenne poi ben tosto conclusione amplissima nella chiesa di Brera con concorso di tutti i letterati, e di tutta la nobiltà di Milano, con apparati grandissimi, e con musica della più squisita della città. Ed alcuni giorni dopo fece lo stesso il conte Filippo Archinti suo cugino, figlio del senatore Carlo Archinti, che stava in Borgo Nuovo, cavaliere di rarissime qualità ornato, ed a’ cui meriti riserba senza dubbio la fortuna la presidenza del senato di Milano, se pure non ascenderà a gradi maggiori. E questi dedicò le sue tesi alla maestà Cesarea di Leopoldo imperatore, da cui veniva onorato di stima, mentre in questa corte soggiornato aveva lungo tempo.
Creato dottore, ed onorato del collegio de’ dottori di Milano, si diede a passar il tempo in ispassi e divertimenti giovanili, aspettando di ascendere a gradi maggiori. Era il tempo che vi era a Melegnano non so se una fiera od una festa; egli accordatosi col conte Filippo Archinti, e varj altri cavalieri suoi coetanei, fecero empire moltissime scatole di confetture, e due casse di vasetti d’olio d’uliva con un poco d’olio odorifero, e fecero stampare una ricetta delle virtù d’un olio mirabile, buono per ogni male; ed accappati varj abiti ciarlataneschi, si trasportarono a Melegnano, dove fatto ergere un palco, divisisi i personaggi, cominciarono a ciarlatanate con erudizioni, e lodare il loro segreto con varj esempi di persone, forse non mai state al mondo, che si erano guarite d’ogni male. Uno, dicevano, aveva un male incurabile ad una gamba, si stropicciò con quest’olio intiepidito, e ripose sopra l’erba guarisce tutto, e si risanò. Un altro era malamente attaccato dalla podagra; i piedi erano tutti rannicchiati ed oppresso dal dolore, gli conveniva starsene doloroso e pieno d’umori giacente in un letto; appena si unse con quest’olio, che consolidate le piante, acquietato il dolore, potè essere in istato d’andare a caccia su montagne scoscesissime. Aveva mastro Drindilotto una opilazione; con quest’olio si risanò; infine addussero mille esempj chimerici, dai quali infatuati quei merlotti comprarono tutti quei vasetti d’olio al prezzo di dieci soldi di Milano l’uno. Avevano con questo ragunato qualche centinajo di scudi, quando aprirono altre cassette piene di scatolette di certo balsamo condensato, che serviva a mille mali, e tanto seppero persuadere, che in breve tempo ebbero lo spaccio di tutto. Venduto tutto, cominciò una a guardare il denaro, che era tutto di quattrini, che è certa monetuccia di rame, che per una doppia è d’uopo caricarne un’asino per la gravezza. Allora sopraggiunse il capo ciarlatano, che era il conte Giulio, ed il suo camerata, che era il conte Filippo, e domandarono agli assistenti di cambiare quei denari in oro, dicendo che avevano mal venduto i loro rimedi, giacchè non avevano che monetuccia di rame, quantunque il loro rimedio valesse tant’oro come pesava; ma non avendo trovato chi volesse far servizio ai ciarlatani, facendo sembiante d’essere irati, gettarono, come una pioggia, agli assistenti tutto il denaro con varie scatole di confettura, che cadendo fra ragazzi e villani, ne successe una battaglia di pugni tanto orribile, che molti per la paura illordarono i calzoni con tal puzzore, che qualche odore di ciarlatano sarebbe stato necessario di spargere per la piazza. Eglino subito scesi montarono in una carrozza a sei cavalli, lasciando un riso grande fra i galantuomini che vi erano presenti, che trovarono assai bella la bizzarria di quei cavalieri.
Era don Giulio stato compagno inseparabile nelle scuole coi marchesi Lucini, cavalieri bellissimi, e di buone qualità dotati; essendo venuto il carnevale fecero varie maschere con tante stravaganze che tutto Milano correva per vederli.
Tutte queste cose, che venivano riferite al padre, venivano da questo tollerate, perché sapeva bene, che ad un fuoco giovanile, malagevole è di spegnere gli ardorosi entusiasmi che sono l’effetto d’un sangue giovanile. Ma quello che gli spiacque in sommo, fu il sapere che si era dato in preda alla carnalità, perché sapeva essere quello lo scoglio sicuro, nel quale scassinandosi l’uomo, inevitabile ha la perdita del corpo con pericolo evidente di quella dell’anima. Questa, che stante la corruzione del secolo sembra inseparabile dalla oralità umana, pigliò tanto credito appo don Giulio, che vi sembrò immerso fino alla gola, come si suol dire. E’ strana cosa in verità il sapere che, per satollare le sue libidinose brame, andasse sino in braccio alle meretrici più sgualdrinacce di Milano. Evvi un luogo alla piazza del castello di Milano che si chiama la Colombina, che è il ridotto il più sfrenato delle più lascive e sozze meretrici del mondo; luogo appunto paragonabile alle Carampane di Venezia, a tal segno, che tra esse meretrici, è ingiuria grave il dir “puttana della Colombina”. In questo luogo andò egli passando sovente le notti fra gli amplessi di quei cadaveri viventi, fetidi, putridi e fradici, ma ne uscì una fiata collo stipendio, solito ricavarsi da quei luoghi, d’una pannocchia la più pericolosa del mondo. Perlocchè fu costretto, oltre al medicamentarsi, di starsene in casa per buona pezza rinchiuso con suo gran rammarico, giacchè il fomento lo stimolava, ma gli utensili erano resi vani. In quella guisa appunto che un castrato lussurioso ha una concupiscenza grande, che viene tenuta nel solo desiderio, ed imbelle da attuarsi per l’insufficienza organica. Ma non sì tosto venne a risanarsi, che ripostosi sulle prime viali, tentò ogni sfrenatezza; sovra tutto si racconta che aveva piacere di gustare tutti i modi Aretini, che si vedono registrati nella “Puttana errante” (075).
Queste cose affliggevano sovra modo il presidente suo padre, che, perché l’amava, era forzato venire a tenerlo ristretto, affinché non sdrucciolasse per quei proclivi viali all’abisso delle disdette. Vietogli perciò di non uscire di notte, ed ogni sera avanti corcarsi si dava il fastidio d’entrare nella sua camera, e vedere se stava aletto. Ma come che, “privatio generat appetitum”, il vedersi tanto costretto gli fece desiare vieppiù sempre, quanto veniva vietato dal padre. Un giorno, che aveva dato una parola per trovarsi in un certo luogo bramato al maggior segno, venne giusto di giorno rampognato dal padre per alcune leggerezze, sicchè non sapendo come fare per uscire, sapendo bene che, già irritato il padre, non avrebbe mancato la sera alle solite visite, si applicò a trovar mezzo per ingannare il padre, il che gli sarebbe riuscito, nonostante la scaltrezza paterna, se l’affetto non l’avesse stimolato a scoprire per accidente l’inganno. Levatosi la sera da tavola fingendo d’essere indisposto, si dispose a corcarsi, ma entrato in camera pigliò una fascina, e l’aggiustò nel letto, coperta con maestria del berrettino di notte sulla cima, pose le scarpe vicino al letto colla candela estinta, ed un libro sul capezzale mezzo aperto, e frattanto travestito, involatosi dalla vigilanza paterna, si trasportò dove il suo desio e le sue amorose brame l’invitavano. Avanti d’andare a letto il padre andò a visitare se don Giulio era in letto, e veramente entrato nella camera vide che era corcato, ma avendolo visto a tavola indisposto, andò al letto per toccargli il polso. Giudichi, e si prefigga il lettore, quale stupore si destò nel presidente, nello scorgere invece di don Giulio una fascina incamiciata con un berrettino di notte sulla cima. Ridestato dallo stupore, non potè trattenersi dal ridere di vedere l’astuzia del figlio, e correndo alla camera della contessa moglie, le raccontò quanto veniva di vedere con termini sì espressivi, che la contessa, che già giaceva nel letto, volle levarsi, per andar a vedere l’inganno di don Giulio. Il presidente non gli dimostrò collera alcuna, anzi mostrò di non sapere che fosse uscito. Ed egli continuò le sue solite sortite. Giovanni Ambrosio Imbonati, cancelliere, se non m’inganno, dell’arcivescovo, uno dei maggiori galantuomini di Milano, m’ha raccontato, che una sera volendo andare a visitare una zitella chiamata N. che sta in N. che non nomino apposta per far arrabbiare il lettore un pochettino, lo fece andare in sua compagnia, e postolo sovra una scala, gl’impose di non lasciar entrare alcuno nella camera, che piuttosto lo uccidesse, se qualcuno volesse entrare. Egli poi passato per una camera, scese per un’altra scala, e riascese per la prima per far prova della sentinella. Veramente vi fu subito il chi va là, o il “ver da Svizzero”, ma non rispondendo don Giulio, che collo striscio d’una spada, l’Imbonati cominciò a gridare che scaricherebbe un grosso archibugio che aveva, che non mancherebbe di far colpo, perché non gli era mai mancato, quando aveva voluto ammazzare delle gazze; ma avvicinandosi don Giulio, l’altro era sul procinto di gridar quartiere, quando fu riconosciuto don Giulio, e l’altro fece una bravata col dire, che e non si fosse fatto conoscere, che senza dubbio l’avrebbe ammazzato. L’Imbonati mi ha detto questo, e mi a re che non sia cosa da doverne dubitare, posciachè è una persona degna di fede, sendo assueto a dire la verità, quando però non dice le bugie.
L’inverno, che credo che fa freddo, perché in quei tempi non ho mai sentito caldo, che vicino al fuoco, sendo caduta della neve, la quale non si deve credere che fosse rugiada, e solendosi in Milano fare delle palle di neve, e dar esito all’insolenza con ballottare i passaggieri, don Giulio ne fece far molte, e postosi ad una finestra del suo palazzo, ne gettava a quanti passavano; ma avendone gettata una ad un certo, che passava, che non aveva volontà di ridere, si rivolse, e disse mille ingiurie, minacciando di tirare un’archibugiata alle finestre d’onde quella era uscita; e come questa bravata eccedeva il rispetto che si doveva al presidente suo padre, che lo seppe, il passante fu mortificato a tal segno, che avrebbe bene voluto piuttosto portare un corbame pieno di neve cento fiate al giorno.
Se volessi qui raccontare cento cose del figlio, sia per la sua bizzarria o per altro, spenderei qui molto tempo, ma siccome faccio il libro solamente per ispasso, non sapendo ne anche quello che contiene, mi basta d’ingrossare lo scritto con baggianerie. Voglio ben dire però, che come che il padre vedeva il figlio istradato alla cattiva vita, che vuol dire sul viale sdruccioloso della perdizione, volle spegnere un poco quei bollori giovanili, e incominciarlo un poco a istradare sul cammino della saviezza. Procurò a quest’effetto di fargli conferire qualche ufficio, che potesse tenere a bada, con pensiero poi di maritarlo. In effetto ottenne bene il primo, ma il secondo venne disciolto dalla morte immatura. Dico che ottenne il primo, perché ottenne da Filippo IV, che aveva già tanto onorato il padre, la patente di questore del magistrato straordinario per il figlio, che non aveva ancora che l’anno decimoottavo non compito. Ma non già il secondo, perché le dissolutezze gli recisero il filo e lo stame della vita, allora che doveva essere più vigorosa; e ciò per gli assueti suoi abiti, perché il lupo muta pelle ma non i vizj. La toga di magistratura lo doveva bene porre in uno stato di saviezza, ma l’animo era già involto nelle lascive, che gl’impedivano di darsi a quell’austerità che bisognerebbe fosse in un togato di simil carattere. Com’era stato a Pavia, si era innamorato della signora N., quantunque maritata; non so se il marito si accorgesse di tal ardore, ma so bene, che fu detto pubblicamente, ch’egli passava notti intiere con essa lei. Non dico però che fosse per far alcun male, posciachè non faceva ivi che leggere in un libro di due fogli. O, per quanto si disse, quella signora aveva un libro, nel quale si ficca una spilla, che si chiama volgarmente a Milano il Lotto, ed egli vi andava sovente per incontrare colla spilla il premio, e com’era giovanetto ancora, avrebbe voluto volentieri avere un bamboccio. Sia la cosa come si sia, si dice che la notte montava sulle poste, ed andava a Pavia, e la mattina al far del giorno ritornava sulle poste a Milano, e si metteva a letto, avanti che alcuno se ne accorgesse, poiché fatto questore, il presidente non andava più la sera alla visita, e don Giulio non aveva bisogno di mettere più la camicia ad una fascina. Questo disordine lo srenò talmente, che alla fine si trovò ridotto in un letto, sorpreso da gravissimi mali, che in pochi giorni venne abbandonato dai medici. A tal avviso ogni altro padre si sarebbe gettato nelle braccia della disperazione, ma il presidente, considerando le peripezie del mondo con un animo costante, ricevette questa nuova funesta di vedersi sul punto d’esser privato dell’unico sostegno della sua vecchiezza, con una costanza ed una rassegna meravigliosa. Sapeva egli benissimo (così egli diceva) che quanto l’uomo ha di buono in questo mondo, veniva da Dio, e che così egli altresì era il padrone di torlo. S’uniformava al detto di Giobbe il paziente, quando privato de’ beni, de’ figli, d’amici, di sanità, si rassegnava al volere divino, dicendo: “Dominus dedit, Dominus abstulit, sicuti placuit Deo ita factum est, sit nomen Domini benedictum”. Ch’egli è vero che Dio onnifacitore di tutto, l’aveva elevato al colmo delle contentezze, ma che forse egli aveva abusato della bontà divina, che perciò Dio lo voleva visitare con qualche disastro. Vi andarono alcuni religiosi (m’immagino che non bisognava che fossero laici) per consolarlo, ma molto lungi eglino di passar oltre l’ufficio, egli ne diceva cento fiate più per consolarsi, di quanto si erano questi preparati colla lor broda a rappresentargli. Anzi per far maggiormente spiccare la sua costanza, accostatosi egli stesso al letto del figlio, coll’occhio asciutto, quantunque m’immagino col cuore ristretto da estreme angosce, gli fece sapere ch’era venuta l’ora nella quale veniva chiamato al tributo al quale è tenuta la oralità umana. E con un discorso pieno di zelo, che non voglio dire, perché non lo so, posciachè non mi son mai curato di saperlo, lo sollecitò a rassegnarsi alla volontà divina, ed a chiedere perdono de’ suoi peccati, perlochè avendo la sinderesi destato in esso una compunzione, chiuse l’ultimo suo giorno, l’ultimo di marzo del 1665, in età di diecinove anni. Cavaliere di grand’aspettativa, di gran sapere, pianto da tutta la città di Milano, e dolorato dai domestici con eccessi di disperazione. La costanza del padre fu ammirata da tutti, quantunque nemici, e non ricevette le visite di condoglianza che per formalità. Il figlio fu sepolto con gran magnificenza, nel sepolcro gentilizio degli Arese, nella chiesa di S. Vittore. Corse voce che di spiacere avrebbe distrutto la signora N. col marito, ma fece vedere quanto fossero lievi i pensieri del mondo, posciachè al contrario egli stesso lo fece onorare da Filippo IV della stessa magistratura del figlio, come tutta la città di Milano ha visto.
Questo colpo lo punse però talmente al vivo nell’intimo del suo cuore, che vedendo le cose del mondo sì vane, si diede poi ad opere di pietà, ed a fabbricare chiese parrocchiali, dove possedeva beni stabili, come a Cesano, Mazzo, Pieve di Trenno, Torre di Arese, Campagna Sottanna di Pavia, la Chiarella Vicariato di Binasco, e nello stesso tempo edificò il religioso e sontuosissimo convento di S. Pietro Martire vicino a Barlassina, dove dicesi che quel santo fu ucciso, col lascito di 300 scudi annui. Disegnò e finì l’ingegnosa cappella tanto ricca dell’Ascensione nella chiesa di S. Vittore de’ Monaci olivetani. Istituì in S. Francesco di cantare le Litanie ogni sabato in musica, e dopo varie altre opere pie nelle Grazie di Milano, coadiuvò non poco alla fabbrica di S. Maria Porta in Porta Vercellina.
In effetto non vi è maggior rimedia alle angosce del mondo, che la consolazione spirituale. Tutti i rancori vengono sbanditi dal cuore, tutti i fastidi dissipati, quando si sente cooperare nel petto lo spirito Divino e graziare le preghiere devote di un alma, che aspira alla santificazione. Non bisogna dunque stupirsi se il presidente affannato in questa in questa guisa, come doveva essere per la morte d’un unico figlio, andasse tracciando qualche sollievo dal cielo, per impetrar il quale, si pose a praticar talmente la giustizia, che è la sola, per la quale l’uomo sale appo Dio, che in mille cose che successero, che potevano recar tumulto o scandalo, egli vi pose la mano.
Vi era un certo marchese Porrone cavaliere, che ancor sta bandito dallo Stato di Milano, se pure non è morto pochi anni sono, che io lo vidi in Venezia. Costui fece tante insolenze giovanili, che faceva tremare tutto il mondo; fece una fiata domandare due scarpinelli, che gridavano per Milano Zum, zum, con che lo svegliavano la mattina, e li costrinse ambidue di cucirsi reciprocamente la parte posteriore. Un'altra fiata udendo una mattina passare un lattaio con certi secchi pieni di latte, lo fece entrare nella sua camera, e pagatogli il latte, lo costrinse a beverlo tutto, il che lo gonfiò talmente, che “crepuit melius” in poche ore. Una fiata mandò a domandare più di venti meretrici della Colombina e del Guasto, e fattele spogliare tutte ignude in una gran sala, egli con una sferza, o come la chiamano in Milano, una scuriata, le sferzò in tal guisa, che al certo fece loro passare la volontà di mai più prostitiirsi. Un’altra fiata vi era una cortigiana, che faceva la donna di prezzo; il marchese, mandatala a pigliare in carrozza, quando fu arrivata a casa sua, la fece spogliare, e mettendosi a giuocar alle carte, con alcuni de’ suoi amici, fece incurvare costei, e vi fece ficcare una candela nella parte posteriore, facendola così servire di candeliere mentr’egli giocava (076). Aveva egli un grossissimo can corso; fece venire molti facchini, e li costrinse a battersi col cane, sinchè infine lo uccise egli stesso con una pistolettata, perché un facchino, che aveva a combattere, si legò molti sacchi all’intorno del braccio, e poi gli si avventò contro, dandogli il braccio, che il cane addentò senza nuocere il facchino, e poi così lo battette tanto, che sendovi il marchese presente, e vedendo che il cane soccombeva, se ne andò in tanta collera, che uccise il cane, dicendo che gli aveva fatto vergogna di lasciarsi abbattere e vincere. Commise egli varie cose criminali, perché le bastonate giocavano ogni sera sulle spalle di qualcuno, per lo che il presidente Arese, che voleva reprimere la dissolutezza, lo fece mettere in prigione all’ufficio del Capitano di giustizia, ma egli se ne liberò con un atto generoso, posciachè fattosi dare un pugnale da qualche amico, che era andato a vederlo, appostò uno de’ suoi bravi, che vestitosi da facchino gli portasse legna per far fuoco nella prigione dov’era, il che non gli veniva negato, e che quando passerebbe alla porta, che tagliasse la corda, che teneva legata la legna, e lasciasse così cadere quel gran fascio tutto in bisbiglio. Veramente il bravo fece la cosa con iscaltrezza, ed egli vedendo il suo tempo uscì, e col pugnale avendo ferito il guardiano d’altra porta, ne uscì felicemente, ed avendo appostati alcuni uomini a cavallo, montato a cavallo se ne fuggì fuori dello Stato, finchè poi col mezzo d’amici e promesse di vivere più regolarmente, il presidente lo fece liberare dopo uno sborso di somma rilevata. Ma il lupo cangia di pelo, ma non di vizj; appena si vide libero, ritornò al “sicut erat in principio”; fece varie sgherrate, e s’armò più che nel principio. Fece fare un archibugio, chiamato a Milano “Pistone”, ch’egli chiamava il violone. Come aveva qualche contesa per certi beni, che il magistrato, se non m’inganno, pretendeva devoluti alla camera regia, non si trovò avvocato, né dottore alcuno, che volesse procedere contro di lui, perché temevano un’arcata del suo violone, finchè si trovò infine il dottor Parasacchi, che per sua disgrazia, sprezzando le minacce del marchese Porrone, fece tutte le procediture necessarie, e con successo. Arrabbiato il marchese, mandò per alcune sere, alcuni de’ suoi bravi per dargli un’archibugiata, ma non essendo loro riuscito, egli iratosene, disse se vi voleva tanto ad uccidere un uomo, a fattosi dare il suo violone, l’andò ad aspettare vicino alla sua casa, dove essendo per disgrazia capitato, nello smontar di carrozza, gli si fece incontro, e gli disse: signor dottore, vi do questo per buona sera, e gli scaricò una violonata, che lo fece cader esanime senza moto veruno. Questo omicidio diè a mormorare a tutto il mondo, sì che l’Arese cercò di farlo imprigionare, non già perché fosse sitibondo di sangue, ma infine per moderare i di lui sfrenati voleri; il che riesce facile quando vi si mette il rimedio della Rocchetta del castello di Milano, che aveva già acquietati gli spiritosi bollori di Antonio Maria Visconti, come si dirà a suo tempo e luogo, là dove ho detto di sopra, che posero gli Spagnoli il povero don Duarte Infante di Portogallo. Ma schermitosi il marchese Porrone di tutti gli agguati postigli per cercarlo, si ritirò verso S. Eustorgio, chiesa dei Padri Domenicani in Porta Ticinese, non lungi dall’istessa porta della città, e si diede colà ad ogni sorta di passatempo, non temendo più la giustizia di quello che avrebbe fatto un uomo innocente ed insignito di santità, che ha la coscienza libera d’ogni fallo. S’innamorò colà d’una certa signora, colla quale si dava in preda ad ogni immaginabile lascivia, senza che le procediture della giustizia lo disturbassero in un neo dalle disordinate brame. Una notte che dormì con essa lei, dovendo la mattina levarsi di buon’ora per ritirarsi al suo asilo, ebbe più spiacere, che di sapere, che la sra era stato cercato per tutto per imprigionarlo, il che si può vedere, perché invece di lagnarsi di vedersi caduto in disgrazia, e guatato d’ogni parte, circondato da varj lacci, in quella guisa che viene attorniato un parco con reti per allacciar lepre o cervo, egli di ciò non si commosse, ma si dolse solo di dovere staccarsi sì presto dalle braccia della sua amata, anzi per far vedere com’era disinvolto d’ogni altra apprensione, spiegò solamente il suo dolore verso la sua amata colla presente composizione che fece nel levarsi:

SONETTO
Ecco che s’apre il dì, e fra le foglie
S’odon gli augelli rinnovar gli accenti,
Zefiro tace, e suoi minuti armenti,
Lucifero rosato il velo accoglie.

Notte come sei breve alle mie voglie,
Forse, destata al suon de’ baci ardenti.
Spieghi l’alba, anzi il dì sull’Oriente,
Empiendo il ciel di rose, a me di doglie.

Deh torna alba, deh torna a’ tuoi chiostri,
Del canuto Titon il sen t’affida,
Travolgi le tue perle, ascondi gli ostri.

Non è l’alba del sol compagna e guida?
Or perché si importuna in ciel ti mostri
Se il sol fra le mie braccia ancor annida?


Aveva costui l’animo sì intrepido, che cosa alcuna del mondo intimorire non lo poteva. I perigli quanto più grandi lo animavano d’un furor così grande, che la sua collera era un torrente ridondato, che non aveva ritegno che lo potesse sostenere. In quella guisa appunto che l’elefante incalzato da’ cacciatori non si commuove punto, ma che esposto alle battaglie, vedendo rovesciare dalle vene il sangue, all’aspetto di quello s’anima, s’inferocisci, e si pone nei più perigliosi conflitti; così il marchese Perrone, le cacce della giustizia, ed ogni altra perquisizione non lo alterava punto. Ma se vedeva pericoli maggiori, giammai leone è stato più fiero. Una sera che era in una casa, saputolo la giustizia, mandò quantità d’armati per pigliarlo, egli con una flemma grandissima, armatosi del suo violone, montò sovra i tetti, e se ne fuggì, rovesciando con una violonata uno più ardito degli altri che lo seguiva. In questi contrasti i suoi nipoti Corij avevano passato non so che mal’ufficio contro di esso; egli fingendo di non saperne niente, li invità a pranzo, e dopo averli tenuti sino verso sera, gli accompagnò, e disse loro, che li voleva accompagnare sino alla morte; veramente essendo in un vicolo ne ammazzò uno, e ferì Lodovico, che lo lasciò per morto, e se ne uscì poi da Milano, d’onde è sempre stato assente, senza speranza di più ritornarvi, perché il presidente Arese, che tollerava per così dire le sue bizzarrie, ebbe talmente abominazione di quest’azione di spargere il sangue de’ suoi nipoti, che gli diè a conoscere il male disperato senza apparenza benché minima di rimedio (077). Nonostante che vi si impiegasse un certo chiamato Andrei per acquietarlo, potendo alle fiate più appo un padrone un buon servitore, che tutta l’autorità di ben nato cavaliere; ma il presidente gli fece sapere, che si accontentasse della sua fortuna, che faceva con i dieci soldi per memoriale, che è: che come si danno un’infinità di suppliche ogni giorno al presidente del senato per mille occorrenze civili e criminali, quest’Andrez ch’era suo cameriere, aveva introdotto questa tassa di ricevere dieci soldi di milano per ogni decreto, che gli rimaneva in proprio, con che al certo ha fatto fortuna assai rilevata, non avendo bisogno d’alcuno dopo la morte del suo padrone.
Successe un affare, che gli diede molto fastidio, che fu che essendo andati alcuni cavalieri, tra quali il signore abbate e cavaliere Marc’Antonio Cubani a Porta Romana, di notte tempo, per vedere alcune zitelle, incontrarono gli sbirri, co’ quali ebbero varie contese, finchè vennero alle mani; scaricarono più volte gli archibugi e pistole, finchè furono costretti i cavalieri incalzati dagli sbirri di gettarsi nel naviglio a sant’Apollinare, che varcarono all’altra riva; ma inanimati andarono di nuovo all’incontro degli sbirri, dove ne ferirono alcuni co’ quadretti di palle, ma volendo la disgrazia, il povero signor Marc’Antonio Cubani restò ferito nelle reni da un colpo del figlio del bargello Longhino, con che caduto a terra fu costretto ad arrendersi, e fu condotto mal trattato dagli sbirri nella torretta di Porta Romana, d’onde fu levato, e portato a casa per ordine del presidente, subito che lo seppe. Era questo cavaliere oltre la nascita, cavaliere di malta, di speranza grande, amato da tutta la città di Milano. Portato a casa morì della ferita, e nacque da questa morte un’avversione generale dei cavalieri milanesi contro gli sbirri, e particolarmente i più animati erano i parenti ed amici di quel degnissimo cavaliere, che fu sepolto alla Pace, chiesa de’ padri Zoccolanti. Il presidente Arese non sapeva che rimedio apportarvi, poiché egli stesso aveva uno spiacere grandissimo della perdita di questo cavaliere; non ostante però la giustizia veniva offesa, perché eglino stessi si erano portati contro gli sbirri, che si mantengono per la quiete della città. I parenti e gli amici volevano distruggere quella canaglia, e ciò avrebbe potuto suscitare qualche tumulto fra cavalieri, che sarebbero stati seguiti da tutto il popolo, che odia mortalmente quella specie d’uomini, sì che non sapendo che fare, procurò d’acquetare i parenti, e per dar loro soddisfazione fece scacciare molti sbirri, e confinare in una casa per prigione perpetua il figlio del Longhino, al quale si è poi creduto che fosse dato un bocconcino, col quale fra poco morì, come di tisichezza, per quanto almeno lo vollero fare passare.
L’abbate Cubani poi partì da Milano per non venire a qualche risentimento, e si pose a Roma in prelatura, avendo poi avuto un governo, ed essendo adesso sulla strada d’avere una fiata il cappello di cardinale, il che veramente gli andrebbe bene stante i suoi meriti, de’ quali è insignito.
Dopo che fu presidente, era costumato ne’ decreti alle fiate di fare il rescritto “fiatur”, non volendosi servire, come per umiltà della parola pronunciata da Dio nella creazione del mondo. Un giorno vennegli data una supplica da’ Gesuiti, a’ quali fece il rescritto favorevole di “fiatur”, quali scandalizzati di quest’errore grammaticale, osarono avvertirlo per correggerlo, di che fingendo d’aver piacere, disse loro di far copiare la supplica, e di dargliela di nuovo, il che eseguito da’ Gesuiti, fece il rescritto “nec fiat, nec fiatur”, deludendoli in questa guisa, come a punto meritavano.
Fra tanto la sua secondogenita la contessa Margherita venne in età nubile, e fu ricercata in matrimonio dal conte Fabio Visconti, figlio del conte Pirro Visconti, che sta in Monforte, fratello del fu cardinale Vitaliano Visconti Borromeo, che morì al suo vescovato di monte reale, non si sa in che modo; ma so bene che si è sospettato di veleno, e non oso dire sovra che cadesse il sospetto. Il conte Fabio Visconti è quello che in queste ultime guerre, fu mandato mastro di campo nella Franca Contea di Borgogna, dove assediato in Bezanzone, adempì al suo dovere con una difesa valorosa, che trasse gli encomi al suo valore dalla bocca del re di Francia, l’unico valoroso, e più gran re, che sia mai stato dopo che il mondo è mondo (078). Nello stesso tempo si fecero altre nozze, il conte Pirro Visconti maritò una sua figlia, sorella del conte Fabio, al conte Gasparo Biglia, ed il conte Gasparo Biglia maritò sua sorella al conte Ercole Visconti, cavaliere di gran vaglia, di grande autorità e di gran credito. Ed è una cosa notabile, che la dote che diede il presidente Arese alla contessa margherita cadde nelle mani del conte ercole Visconti, poscia che dando egli la dote al conte Pirro, il conte Pirro la diede per sua figlia al conte Gasparo Biglia, ed il conte Gasparo Biglia la diede per sua sorella al conte Ercole Visconti. Questi tre matrimoni fecero gran giubilo in Milano, perché si fecero sontuosamente. Ciascuno fece fare bellissime carrozze, gareggiando ciascuno di uguagliare, se non superare gli altri. Si fecero al carnevale bellissime maschere, e sendo caduta molta neve, si fecero delle slitte bellissime, intagliate e dorate, onde dicesi che il conte Biglia ne facesse far una, che costava sei cento scudi.
Come si era fatta la pace, i vagabondi che avevano pigliato partito alla guerra, vedendosi privi di soldo, ritiratisi nella città, facevano mille disordini. Non si osava uscir di notte tempo per la città, perché si veniva spogliato, almeno almeno del mantello. Si era fatta una compagnia di questi furaci, e rovesciando il bavaro de’ mantelli, volevano parere Gesuiti, cioè della compagnia di Gesù, quando fu crocifisso; e quando incontravano qualche galantuomo, con parolacce gesuitesche lo spogliavano, anco con forza, quando si veniva alla difesa. In fine mille altri guasti si commettevano. Egli che aveva a cuore più d’ogni altra cosa la quiete della sua patria, per estirpare questi vagabondo, diede l’occhio sul Conturbio, persona austera, che destava in sommo grado essere avanzato a’ gradi maggiori, per lo che sapeva egli, che avrebbe soddisfatto, e più anche al suo dovere. Scrisse perciò in Ispana, dimostrando la necessità d’uomo simile per la quiete della città, affinché il re lo facesse capitano di giustizia, e tanto era il credito, che aveva alla corte cattolica, che immediato fu spedita la patente al Conturbio di capitano di giustizia, il quale non sì tosto si vide in possesso di tal carico, che s’appose tutto a dissipare i vagabondi, imitando papa Sisto V, che mandava alle gelere coloro, che non avevano le mani incallite dal lavoro, e che frattanto frequentavano le bettole. Vi era un certo bandito famoso, chiamato Carlo Filippino di Cugliate (079), che commetteva mille omicidj, assassinamenti, ladronecci, e furberie insopportabili; e non ostante le diligenze fatte dalla giustizia, giammai potè essere colto, perché le archibugiate non lo ferivano, né i colpi non gli nocevano, ed egli contro torme intiere di sbirri si difendeva valorosamente. Costui era il più gran sicario e mandatario dello Stato di Milano; se alcuno si voleva vendicare d’un inimico, non aveva che a promettergli una cinquantina di doppie, e subito veniva servito. Vi era qualche discordia tra il signor Porcara di Varese, ed il prevosto Marinane dello stesso luogo, due famiglie di ugual nobiltà. Il prevosto diede un mandato al Cugliate di uccidere il Porcare, ma avvistatone egli stesso il Porcara, s’addossò per cento doppie di uccidere il prevosto Marinone (080). In fatti venendo da una processione da una chiesa in un luogo chiamato la Motta, sendo di ritorno a casa sua, uscì in giardino per urinare: Carlo di Cugliate, che per meglio far il suo colpo si era posto sovra un arbore, lo colpì d’archibugiata, e lo stese estinto al suolo. Non si tosto ne arrivò la nuova al presidente Arese, che aborrendo un tal eccesso in un ecclesiastico, chiamato il Conturbio gli ordinò d’averlo nelle mani e con prestezza. Il Conturbio, che non aveva bisogno d’esser spronato per far i doveri della giustizia, spedì buona torma di sbirri sotto il comando del barigello Pagliaro, chiamato volgarmente in Milano il bargello Paiè, uomo facinoroso, e d’animo intrepido. Il quale andato ad investirlo in una casa, lo strinse talmente che il Cugliate fu sforzato saltare da un tetto; ma fattosi male ad un piede, non potendo fuggire prontamente, fu arrestato per i capegli, e condotto in prigione a Milano, dove fu esaminato, ma senza potersi mai trarre da sua bocca confessione veruna, per lo che fu posto alla tortura; ma non curandosi egli del dolore, gli si diede buona medicina, stimando che avesse mangiato qualche cosa, che lo esentasse dal dolore, ma riposto alla corda, altro non gli uscì di bocca, se non che quello che più l’affliggeva, era il vedere quelle due facce di b… f…, che erano il Conturbio, ed il senatore dell’Hoza, deputati per esaminarlo. E come aveva fatto molte infamità per ordine di cavaliere grande, che non voglio nominare, gli fu detto da persona a posta, che non dovesse mai dire niente, perché l’avrebbero liberato, quando anche fosse stato sulle forche; sì che condannato ad esser impiccato, mentre si conduceva al patibolo, riguardava sempre alla persona, che gli aveva detto di non confessar niente, che vi era vicina, sendo uno della confraternita di San Giovanni delle Case Rotte, ch’è quella, che assiste a’ giustiziati. Ma non vedendo l’effetto della promessa, quando fu sul patibolo, volle dire qualche cosa, ma pentitosi poscia, si rivolse al carnefice, al qual disse con intrepidezza di far il suo ufficio, rimanendo egli la vittima d’una morte infame, ben da lui meritata, ed anche più crudele. Con che si vede che i grandi amano bene i tradimenti, ma non i traditori. La sua testa fu portata a Varese, dove, e’ ne’ contorni aveva fatto il più di male, e posta in una gabbia di ferro sovra la porta che riguarda la madonna del monte coll’iscrizione: Testa di Carlo Filippino di Cugliate, e ciò per ispirare terrore ne’ petti di quelli che vorrebbero seguire le di lui vestigia. Si diedero da’ que’ popoli mille benedizioni all’Arese, ed al Conturbio per aver svelto da’ viventi una si cattiva pianta.
Vi erano due fratelli chiamati i Fromentini, bravi e valorosi come le loro proprie spade. Questi ebbero qualche contesa con alcuni bombardieri del castello di Milano, a tal segno che ne vennero alle spade ed alle archibugiate. I bombardieri, persone insolenti, andarono un giorno al corso di Porta Nuova, dove questi Fromentini stanno di casa, e vollero rompere le porte per entrare ad ucciderli; ma questi fortificatisi, si fece una specie d’assedio, e uno scarico d’archibugiata furioso, sinchè pervenendone l’avviso al Conturbio, vi si portò in persona, e pigliati i fratelli Fromentini in carrozza, li condusse in luogo di salvamento, sinchè le cose furono aggiustate d’ambe le parti, e gli animi racquetati.
Era il Conturbio un uomo grande, severo in vista, barba lunga, rigido nel parlare, con una voce grossa che spaventava al sol parlare, per questo gli fu posto come nome il Pilato, ed ognuno temeva l’andar di notte, perché egli vagava ex officio per tutta la città con comitiva grande di sbirri. Per questa paura, che faceva al mondo, vi fu uno che una fiata gli fece una burla, ch’egli stesso stimò bella, e non potè rattenersi di riderne. Alle due ore di notte suona la campana della città, come in ogn’altra città ben ordinata, dopo il qual suono di campana non si può portare più spada, che con una lanterna, non proibita in mano (081). Una sera uno che se ne andava a casa, od altrove a fare i fatti suoi, udì suonar la campana, e poco dopo udì il Conturbio con comitiva grande di sbirri che andava per la città, e veniva alla volta sua; egli che aveva la spada, per non andar in prigione, si cavò la spada, e l’appoggiò ad una muraglia vicina, od appese ad una finestra bassa, se non m’inganno. Vennero gli sbirri e l’arrestarono, e condussero dal Conturbio, il quale fece subito cercare colà dove l’avevano trovato per vedere se vi erano armi. Vi fu giusto trovato la spada, la quale egli non negò esser sua; ed interrogato di nuovo dal Conturbio perché avesse la spada dopo le due ore di notte, egli intrepido rispose: anzi essere stato ubbidientissimo, perché avendo udito suonar la campana, e sendo ancora lontano da casa sua, aveva deposto la spada, e che colà stava passeggiando per guardarla fino alla mattina seguente, che fosse di giorno, affinché non gli venisse rapita. Non potè il Conturbio rattenersi da ridere, e lo fece accompagnare a casa da uno sbirro per iscorta, e che gli portava la spada.
Que’ fuorusciti che conturbavano la città furono ben tosto dissipati, perché sapendo, all’ordinario, la loro piazza d’armi, vi mandò alcuni sbirri che tirarono per le contrade alcune corde, dove i ladri, inseguendoli, caddero e furono sorpresi, e tutti castigati colla forchetta, giacchè avendo eglino maneggiati i coltelli, quella va sempre in compagnia di questi. S’attropparono ancora fuori della città alcuni, che ingrossati da molti, quasi una compagnia di buona cavalleria andavano a Ro, Cornarete (082), Rescaldina, ed altri luoghi circonvicini fuori di Porta Vercellina, e si facevano pagare le contribuzioni. Ma l’Arese ingiunse al Conturbio di mettervi ordine; il che fu eseguito in breve colla presa de’ colpevoli, de’ quali i capi furono squartati e posti in luoghi esposti per terrore comune. Le belle operazioni del Conturbio, il suo zelo e la sua assiduità congiunta colla giustizia, portarono l’Arese a raccomandarlo in Ispana per esser fatto senatore, il che si vide effettuato al primo luogo vacante con giubilo de’ buoni Milanesi.
Frattanto arrivò una cosa, che era bastevole per sollevare tutta la città di Milano perché in una gran città un minimo principio di tumulto ha gran seguito. E se non mi si vuol credere, si veda quanto ha fatto un giovane pescatorello in Napoli, Masaniello io dico. Vi era un certo che si si chiamava Navarrino. Costui (per dire le cose con brevità) aveva voluto ammazzare un certo Sciapuzzone mercante, pria ricco, ma poscia caduto. Il Sciapuzzone lo perseguitò per giustizia, e lo volle un girono far incarcerare, per lo che posti in agguato alcuni sbirri, gli diedero la caccia; ma egli se ne fuggì nella chiesa della Scala (083), dove rincalzato dagli sbirri, sotto pretesto che quella chiesa non ha l’immunità per esser la cappella regia, egli se ne fuggì sul campanile, dove suonate le campane a martello, e gridando continuamente come un disperato, per l’insolitezza della cosa s’attrupparono più di dieci mila cittadini. La nuova pervenuta all’orecchio dell’Arese, temendo come già dissi qualche tumulto, sendovene un principio sufficiente, subito abboccatosi con don Luigi Ponzeleone, trovò che bisognava accelerare di averlo nelle mani e farlo condurre nel castello di Milano. Si fece vestire uno sbirro tutto di ferro, addossandogli l’usbergo e l’elmo; ma nell’andar all’assalto il Navarrino si difendeva valorosamente e gridava all’ajuto, dicendo che si voleva gettare dal campanile; ma in fine fatto un gran fuoco nel campanile, il fumo che lo soffocava lo costrinse d’arrendersi, e fu condotto nel castello di Milano, dove non si sa la fine che abbia fatto. Come questo successe nelle vendemmie, e che molti erano in villa, fu cagione che la cosa non si stendesse più avanti, altrimenti vi sarebbe stato qualche sconvolgimento. Aborriva il presidente Arese talmente gli scandali, che era irremissibile in questi, massime quando si trattava di persone che dovrebbero più tosto dar edificazione che mal odore. Mi ricordo a proposito che nel convento di San Francesco, che sono Francescani della manica larga, successe che un certo frate Cesati per qualche emulazione con un Maggio organista, venne alle mani con un frate partigiano del maggio, e dalle mani vennero a’ colpi di pistole, da’ quali il partigiano del Maggio restò morto, od almeno ferito, da che ne morì poi. Poscia volendolo i superiori imprigionare, si ritirò nella chiesa con due pistole. Questo scandalo si divulgò talmente per Milano che ognuno correva a quel monastero; ma sendo chiuse tutte le porte, persona alcuna non poteva soddisfare la curiosità di veder niente. Si diceva che ve ne erano molti d’uccisi, e varj di gettati ne’ pozzi, che sono in quel convento abbondanti. Si mandarono a domandare gli sbirri, non so se dell’arcivescovato o del podestà; ma il frate ritiratosi dietro una colonna nella chiesa, colle pistole alla mano, protestava di lasciarsi più tosto svenare che arrendersi. Arrivato il rumore all’orecchio del presidente Arese, vi spedì il signor Castiglione, suo segretario, per promettergli da sua parte, che non gli sarebbe fatta ingiustizia, e che si arrendesse. Egli accondiscese alla promessa del presidente, e si arrese; ma come che gli scandali devono essere puniti, fu condannato per dieci anni in galera, dove è stato alcuni anni, e donde poi uscito è rientrato tra i suoi frati.
Ciascuno frattanto ammirava la gran capacità del presidente, che vegghiava a quanto si faceva nella città di Milano, sapendo sino quanto bolliva nella pentola di ciascuna famiglia della città, e soddisfaceva altresì a’ suoi doveri, ai quali era tenuto per obbligo d’ufficio. Giammai persona ha avuto una memoria sì felice come l’Arese. Ho udito dire spesse fiate in casa sua, che dettava quattro lettere a quattro segretarj nello stesso tempo, senza confondere il senso dell’una coll’altra, il che certo è qualche cosa di notabile, ed è giusto, come quel bell’ingegno, che per ostentare la sua memoria, scriveva il “Pater noster”, mentre recitava “Credo in Deum Patrem”. Un difetto ch’egli aveva era, che pigliava troppo tabacco. Lo spenditore ha fatto il conto che ne pigliava più di due once per giorno, il che in verità è troppo, perché il tabacco scarica bensì il cervello, ma il troppo lo guaste. Egli nel suo gabinetto aveva molti tiratori pieni di tabacco, e dicono i segretari che quando dettava le lettere soleva passeggiare, e quando arrivava al fondo della camera aveva un tiratore in un tavola pieno di tabacco, e ne pigliava un grosso pizzico, quando arrivava dall’altra parte, dov’era parimente un simil tiratore, faceva lo stesso.
Ero una volta alla sua udienza, quando venne un non so che cittadino per dargli una supplica; lo fece entrare, e ricevette la supplica, la quale avendo letto con attenzione, ponendosi a ridere disse: Voi siete un bugiardo. Il povero uomo fu molto sorpreso d’udire cose simili; ma il presidente gli disse; Non avete voi vergogna di venire presentarmi una supplica nella quale dite il contrario di quanto m’avete detto un’altra fiata. Il povero cittadino se ne ritornò tutto vergognoso. E dopo che fu partito mi disse: E’ ben più di dieci anni che costui m’ha dato una supplica totalmente opposta alla presente, e ben me ne ricordo. Io fui talmente sovrappreso di vedere che un signore che vacava a tanti affari potesse ricordarsi tra un cumulo infinito di spedizioni d’una supplica datagli dieci anni prima; ma avendo fatto poi riflessione alla profondità del suo cervello, ogni maraviglia svanì dal mio d’animo.
La carità verso il prossimo era tanto grande nel presidente, che sendo venuto quasi una carestia nella città, gridando i popoli per la fame, ingiunse al signor conte Teodoro Besozzi, cavaliere di stima, e degnissimo, che era allora giudice della vettovaglia, affinché non restassero i poveri privi di pane. Al che il conte Teodoro soddisfaceva con una sedulità impareggiabile, andando egli stesso a cavallo a tutte le botteghe de’ fornari per sollecitare a cuocere molto pane per vendere, e pesando le pagnotte, affinché fossero di peso ragionevole, e che non venisse fatto torto a’ poveri, massime in una necessità simile. Il che poi si è continuato dagli altri giudici e vicari di provvisione con soddisfazione del popolo, che alle fiate comprava una pagnotta di un soldo, che non ne valeva un sesino, che è la metà d’un soldo di Milano.
Abbruciò circa quel tempo l’archivio del magistrato di Milano, nel qual incendio abbruciarono tanti e tanti scritti che è cosa incredibile. Si vedevano volare in aria i papelli inceneriti con tanto spavento de’ Milanesi, che sembrava fosse venuto il giorno del giudizio. Abbruciò buona parte della corte del governatore, nella quale sono il senato, ed i magistrati ordinario e straordinario della città.
Poco dopo abbruciò altresì il palazzo dei signori Imbonati, banchieri famosi della città di Milano, vicino al palazzo di Tomaso marino, il più bell’edificio della città. Fu cosa lacrimevole il vedere che tanti begli arredi, tanti arazzi, e tanti bei quadri rimasero pastura e pascolo all’ingordigia in satollabile del fuoco vorace. Il fuoco vi si accese per inavvertenza d’una serva, che andando alla ghiacciaja lasciò una lucerna attaccata ad un trave vicino alla paglia, che si accese, e rese il fuoco inestinguibile, sinchè non avesse divorato tutto. Ed è cosa meravigliosa che un simil fuoco abbia cominciato dal ghiaccio, così opposto all’ardore, giacchè non era ivi ammassato che per rattemprare il calore. Dicesi che fu un castigo di Dio manifesto, perché giusto in que’ tempi i signori Imbonati erano fuori della città, ed andati a Como a metter in un monastero una loro figlia, che non si rinchiuse ne’ chiostri che a viva forza fatta da’ parenti, perché la sua inclinazione non era alla vita monastica, ma troppo attaccata alle cose del mondo. Questo è un abuso assai assueto e troppo famigliare d’Italia, e massime a Milano, perché, per evitare di dare dote confacente alla qualità alle povere zitelle, le rinchiudono involontarie fra le pareti di sozzo monastero, dove sono costrette dal fomite della carne ad incrudelire contro la loro pudicizia per esser la cagione che sono sfortunate ed infelici tutta la loro vita (084). Quindi ne nascono poi mille inconvenienti scandalosi, che fanno orrore alle persone dabbene. Si è visto in questi ultimi tempi una monaca di Cantù, che è fuggita con un barbiere, né si sa dove siano rifugiati, forse, essendosi abbandonati alla disperazione, col ritirarsi fra le braccia dei Turchi. Si sa lo scandalo della monaca di S. Maria Maggiore, che partorì un figlio, ch’oggidì è frate in una religione. E si è visto lo scandalo d’una monaca di S. Radegonda, la quale vedendosi così ristretta involontariamente chiese soccorso a’ pietosi, che gli venne dato, ma infruttuoso. Costei ridotta a quest’estremo così si dolse.

De profundis querulo
D’una monaca
Che si era fatta religiosa per forza.

Dunque a far questo passo io son costretta
In questi chiostri, in cui devo morire;
Morirò sì, ma chiamerò vendetta.
De profundis,

Quando giunto sarai al punto estremo,
Barbaro genitor, per dar i conti
Saprà ben dire al Giudice supremo
Calmavi

Dirò chiamai pietà, ma senza frutto
Un scoglio nel pregar, un sasso al pianto,
Ma rimett’oggi il vendicarmi in tutto
Ad te Domine

Lungi lungi Signor la tua pietade,
Che non merta pietà chi tanto è fiero:
Chi di coltel ferisce, anch’ei ne cade
Domine exaudi

Alto giudice giusto, ah non udire
Di questo scellerato i prieghi indegni,
Che fu sordo ancor’ei per non sentire
Vocem meam

Quando t’invocherà ne’ suoi tormenti,
Io ti priego Signor con tutto il cuore
Che sorde alle sue voci, e suoi lamenti
Fiant aures tuae

Quante volte pregai li genitori
Che ne’ chiostri giammai viver volevo,
Ei si finser mai sempre a’ miei lamenti
Intendentes

Dissi più fiate il mio pensiero solido
Al genitor, che mai volevo entrarvi,
Ma fessi sempre a’ miei concetti stolido
In vocem deprecationis

Si godon oggidì per mia sventura
Tutte le mie ricchezze e miei arredi
Che son per legge antica, e per natura
> Meae

Tu stato sei, e pur sempre sarai
Giusto vendicator de’ falli altrui,
E so Signor, che mai perdonerai
Si iniquitates observaveris

L’invidia, li rancori, e gli odj interni,
Le gelosie, gli amor’, ed i dispetti,
Che si fann’oggidì vie più moderni
Domine quis sustinebit?

Piacesse a te mio Dio, che questi stenti
Per te soffrissi, e colà su nel cielo
La corona trovassi a’ miei tormenti
Quia apud te

Delle mie doti a depredarmi intenti,
Qui mi spingon più fieri i miei più cari
Sol’oggidì fra le nemiche genti
Propitiatio est

Scendi dall’alto ciel giusta vendette
Che tronch’il filo a lor speranze inique!
Ti scongiuro Signor per mia vendetta,
El propter legem tuam

Non han tante ore il dì, li mesi e gli anni
Tronch’il bosco, erbe il prato, arena il mare,
Quant’ire, quanti oltraggi, e quanti affanni
Sustinui

Conforme a’ tuoi già stabiliti patti
Fatti una volta, pur qui dentro aspetto
Che tu venghi a punir questi misfatti
Te Domine

Se cento bocche, e cento lingue avessi
Non potrei numerar quanti martirj,
Che da’ miei cari, e da parenti stessi
Sostinuit anima mea

Ho per madre una tigre, una Megera,
Che trasse in mezzo a’ scogli i suoi natali,
Un veridico dir’invan si spera
In verbo ejus

Quel simular di compiacermi in tutto,
Quel dir, mio cuor, mio ben, mia figlia amata,
Quelli tradita m’hanno, e senza frutto
Speravit anima mea

Non posso più parlar, non posso dire
La mia ragion, eppur tutti la sanno,
Che son sforzata, e mi convien soffrire
In Domino

Se avesser a finir questi miei guai,
Quieta vivrei, ma sono più che certa,
Che invano penso a liberarmi mai
A custodia

Mi struggo nel pensar sol al digiuno,
Con mortificazion all’astinenza
Che dovrò far, senza ristoro alcuno,
Matutina usque ad noctem

Eppur son costretta in sagrocoro,
Ogni giorno con altre mie compagne,
Cantar anch’io senza sperar ristoro
Speret Israel

Voi che solete ogn’un qui consolare
Con parol lisinghier, false promesse,
Non mi parlate più dover sperare
In Domino

So ben che lungi sto senza viaggio,
Dal cammin vero della gloria eterna
Né vi credete giò ch’abbi vantaggio;
Quis apud Dominum

In grembo a questi sassi, a questi Iai,
Me ne vado prigion, benché innocente,
Dove niuno di me avrà giammai
Misericordia

Stendo per forza a questo passo il piede,
Quasi zoppo destrier spronato al corso,
Signor dàgli di ciò giusta mercede,
Et copiosa

Non sarà la Scrittura omai più vera,
Che per ogn’un sia morto il Redentore,
Mentre per me non è ver, e sincera
Apud eum redemptio

Credo che sian per me chuse le porte
Del regno celestial! (ahi fatto rio)
L’esperimenterò per mala sorte
Et ipse

Voi che sperate alfin un giorno uscire
Da queste mura, se vorrà la sorte,
E’ van questo sperar, e’ l vostro dire,
Redimet Israel

Oh zitelle che chiuse ancor non siete
Fuggite anch’il parlar di monastero,
Che tradite qual’io sempre sarete
Ex omnibus

Se alcun vi deve poi restar erede
Abiti vi promette, e vel di seta,
Fruttiere, e tazze d’or. Non date fede,
Iniquitatibus ejus

Quel che non ho, non posso ad altri dare,
L’istinto natural questo m’insegna
Come a’ morti potrò giammai donare
Requiem

Dunque quello che ho, or tocchi in sorte
A’ miei genitro’, nell’altra vita
Passin da questa a più crudele morte
Eternam

Di Sisifo, di Tizio, ed Isione
Il tormento più fier giunga a lor danni,
Di Dite il re nell’orrida magione
Dona eis Domine

Versi Carridi a’ danni loro il seno,
Col nemico destin congiuri il mondo,
Mai splenda agli occhi lor giorno sereno
Et lux perpetua

E se pur luce nell’inferno ha luogo,
Nel gremb’oscuro alle tartaree pene,
La luce sol di tormentoso fuoco
Luceat eis


Questo lacrimevole lamento, che era uscito da una beltà sì mirabile, toccò talmente al vivo quelli che la conobbero, che ognuno lacrimava. Veramente si diceva: egli è vero, che oggidì si rinchiudono per forza ne’ monasteri tante zitelle, che vengono sforzate a votare cose, che non sanno ne meno che cosa siano. Dunque devono elleno perdere la libertà per volere d’un padre rio. Dunque un’uomo torrà loro quel bel dono che il cielo fece, e potrà regnar sì mal costume di sforzar la libertà. Ciascuno compativa a lor guisa questi accidenti. Ma il signor marchese Lucini ed il signor Pietro Paolo Mandriani, cavalieri di stima e vivaci, pensando far un’opra di carità, concertato con esso lei il tempo con certe scale la rapirono dal convento detto di S. Radegonda, e la vollero condurre altrove in sicurezza, ma il destino giammai sazio di perseguitarla li fece scoprire, ed essa fu ricondotta al luogo primiero, dove tra quattro muraglie geme ancora la misera sorte, che possa accadere a persona vivente, invidiando la schiavitù di tanti miseri, che sono ne’ ceppi fra i barbari più inumani e spietati delle Africane maremme. Il presidente Arese, che sa il rigore de’ preti ambrosiani di Milano, temendo qualche eccesso contro questi cavalieri, che non erano venuti a tal fatto, che per opra di carità, e spinti da giovanile bizzarria, li fece avvertire di ritirarsi fuori dello Stato ed in luogo sicuro dalle pretesche persecuzioni, sinchè acquietati i furori loro, col mezzo d’amici furono restituiti alla libertà primiera con contento de’ parenti ed amici, che erano amareggiati da un tal accidente, al quale ogni galantuomo avrebbe coadiuvato, se l’occasione si fosse loro presentata, come a questi due garbatissimi cavalieri. La povera misera monaca non ha ristoro alcuno e giace ancor viva in un sepolcro. Morte tanto più crudele, quanto che la sperimenta ancor vivente tra mille oltraggi, con che viene vessata dalla rabbia delle altre monache per varj riguardi. Dio gliela mandi buona, come glielo desidero con un zelo più che ardente (085).
L’ardente zelo ch’egli aveva per la corona cattolica non gl’impediva punto che non avesse riguardi particolari per la nobiltà di Milano, co’ quali per lo più aveva qualche parentela od affinità. Oltrechè ciò si è visto sovente, si è conosciuto più manifestamente nell’affare del signor Antonio Maria Visconti, cavaliere di gran nascita, di grand’animo, d’alti pensieri, e degno di portare un diadema sul capo. Questo cavaliere fu imprigionato dagli Spagnoli nella Rocchetta del castello di Milano, e per quanto si dice, fu perché essendo egli della vera casata Visconti, che furono già duchi di Milano, non poteva tollerare di vedersi cavaliere privato andar vagando con poco credito per la città e per lo Stato di Milano, nutrendo perciò spiriti eroici; dicesi che aspirava a riascendere al trono de’ suoi degnissimi antenati; scrisse perciò ad una testa coronata, affinché gli mandasse un’armata, con che voleva farsi duca di Milano. Gli Spagnoli, che sono gelosissimi in queste materie, gli avrebbero fatto troncare la testa, ma temevano gli altri parenti, quali essendo andati a vedere Antonio Maria gli dissero il pericolo, nel quale si era posto di far vergogna alla casata, ma egli rispose intrepido che “poteva bene arrischiare la sua testa per uno Stato di Milano”. L’Arese s’impiegò molto in ciò, e dopo che fu tenuto sette anni in prigione nel castello fu posto in libertà con condizione d’allontanarsi, il che egli fece, ritirandosi alla corte dell’imperatore, dove essendo poi andato alla guerra in Ungheria contro i malcontenti, mi vien detto esser morto. Voglia il cielo che non sia morto da bocconcino Spagnuolo (086).
Arrivò poi in Milano l’affare decantato per tutto il mondo di Giuseppe Francesco Borri eresiarca, del quale ne darò breve notizia.
Costui, figlio del quondam Branda Borri, milanese, dopo avere in Roma con vita dissoluta dato scandalo al mondo tutto, incontrò disgrazie di risse nel 1645, per le quali rifugiato in chiesa, mutò o finse di mutar vita, riconoscendo le sue sventure come chiamate di Dio, di che credè di servirsi per manto di coprire pensieri infetti, che si dice rinchiudesse sino all’ora nell’animo, a non essendogli permesso in Roma di scoprirli per l’oculatezza dell’Inquisizione, che qual Argo centocchiuto vede i più reconditi ripostigli di tutto, ed avendo fatti atti di apparente pietà coll’astenersi dalle conversazioni pubbliche di gioventù sfrenata e licenziosa, frequentando le chiese, ed introducendo discorsi di devozione, millantatasi di trovare consolazione nella nuova vita spirituale, alla quale si era applicato esteriormente, con che gli fu agevole d’ingannare gli amici; ma non potè più tenere rinchiusi i sentimenti che nutriva nel cuore diretti a perturbare il mondo e l’onor di Dio, anbizionando di farsi capo di religione o seminatore di nuovi dogmi, poiché dopo avere nello spazio di due mesi solamente continuato questo suo modo di vivere, introdotti colloqui segreti con alcuni di cose celesti, asserì che s’avvicinava il tempo che vi doveva essere un sol ovile ed un sol pastore, del quale capo sarebbe stato il papa, e ciò diceva egli per ingannare maggiormente i creduli, ond’egli cogli eserciti pontificj doveva uccidere tutti i renitenti alla conversione che sarebbero loro proposta, e ch’esso per divina determinazione doveva essere il capitano generale di questi eserciti, il cui sostenimento non gli sarebbe difficile per l’oro ch’egli somministrerebbe in quantità, essendo sicuro che verrebbe ben tosto alla perfetta cognizione della pietra filosofale, e che non gli sarebbe altresì malagevole qualsiasi impresa, perché tutto sarebbe guidato dal favore ed ajuto angelico, e particolarmente dall’Arcangelo S. Michele. Ed affinché avesse credito, moltiplicò gli atti esteriori di santità, dicendo che desiava spargere il proprio sangue per l’amore del Salvatore comune; e fingendo visioni, rivelazioni e pubblicando profezie, nelle quali, per persuadere d’essere accompagnato da lume celeste, finse nel principio della sua vita, creduta spirituale, che mentre stava posando nel letto vi si apparisse una palma attorniata da’ lumi, accompagnata da voce angelica, la quale l’assicurava che avrebbe lo spirito profetico, e che in segno di tal dono era stata mandata la palma luminosa. Frattanto colle sue chimiche scienze fabbricò molti veleni, che caddero nelle mani della giustizia dopo la sua partenza da Roma, d’onde partì per vedere che non era luogo proprio per le sue nuove opinioni. Diceva che gli angeli gli rivelavano i nomi propri, che il Salvatore dopo la resurrezione era andato personalmente all’inferno, dove aveva costretto i demonj ad adorarlo; che S. Michele risiedeva nel suo cuore, e che gli angeli gli rivelavano tutti i segreti del cielo.
Se ne ritornò in Milano sua patria, dove dopo avere coll’abituata ipocrisia acquistato credito di persona divota fu denunciato all’Inquisizione di Milano e di Pavia, che avendo uniti con maniere artificiose alcuni compagni, tenesse con esso loro alcune conferenze segrete, ed a questi in voce ed in iscritto insegnasse orazioni contrarie a’ dogmi della chiesa romana con vincolo di silenzio indispensabile, finchè egli li avvertisse esser il tempo di romperlo. Onde poiché in materia sì grave non si deve trascurare, furono usate le debite diligenze prescritte dalla prudenza umana, onde ne rimase il Borri legittimamente sentenziato ed aggravato. Ch’egli con atti di simulata bontà o dimostrazioni finte di ardentissimo zelo dell’onor di Dio, ed ancora con somministrar soccorso a’ poveri, avesse allettate varie persone ad una segreta congregazione, introducendo ne’ primi giorni atti di semplicità e devozione, ma procurando poi per darsi credito d’insinuar loro nell’ammetterle alla congregazione che venivano destinate da Dio a cose grandi, e per tener occulti gli errori, le costrinse a certi voti con certa fermezza, che diceva essergli dettata dall’Angelo Custode. Il primo voto era d’unione fraterna; il secondo di segretezza inviolabile nella cognizione divina; il terzo d’ubbidienza a Cristo ed agli angeli; il quarto di povertà, perlochè si faceva consegnare tutti i denari; il quinto di ardentissimo zelo per la propagazione del regno dell’Altissimo, ed alle fiate faceva altresì aggiungere il sesto, di spendere la vita propria per questo fervore; quali voti insinuava loro farsi avanti la Santissima Trinità, ed intervenirvi per testimonj la Vergine, l’umanità di Cristo, S. Michele, S, Paolo, S. Giovanni Battista, S. Giacomo, S. Luigi, S. Carlo e S. Alessandro, ma sovratutto si faceva promettere un’osservanza di perpetua segretezza, quale voleva anche si mantenesse inviolabilmente co’ confessori, a segno che avendo uno dei congregazionisti in ciò mancato, fu minacciato delle pene d’inferno, scacciato dalla congregazione, e se volle esservi ammesso, fu necessitato d’entrarvi dopo varie preghiere, scalzo, con fune al collo, e steso in erra lasciarsi calpestare da tutti.
Insegnò secondo i suoi primi vanti, che era prossimo il regno dell’Altissimo, ch’egli sarebbe capo della conquista di tal regno e dell’esercito che vi doveva esser impiegato. Che sarebbe assistito da un angelo grande, ed anche da S. Michele, e si valerebbe d’una spada mandatagli dal cielo, ed in ordine a che si chiamava “Procristo”, ch’egli interpretava difensore di Cristo, che i suoi discepoli, ne’ quali asseriva esser principiato questo regno colle parole “Regum Dei est intra nos”, erano destinati per predicatori, per convertire i disposti, e ch’egli avrebbe oprato colla spada, e con quella particolarmente che allora teneva, che aveva fatto fare coll’immagine delle sette intelligenze nell’elsa. Che tal conquista, alla quale erano da Dio dirizzate le loro vocazioni ed azioni, si doveva effettuare col di struggimento de’ peccatori, dal quale non si riserberebbero che i segnati in fronte, e che, se il papa non era segnato, si doveva uccidere, e che in tutto sarebbe assistito da quel Michele, che aveva già scacciati gli angeli cattivi e rubelli, con che da semplice angelo s’era reso principe degli angeli. Che vi sarebbero molti contrasti, che Roma s’ingrandirebbe verso il “Sancta Sanctorum”, ch’egli aprirebbe per permissione di Dio, dove troverebbe varie scritture della Vergine, né l’Anticristo lo potrebbe danneggiare. Che il papa che succederebbe sarebbe suo amico, confermerebbe le sue dottrine, ed accrescerebbe il numero de’ cardinali, e tenendo nel trono dietro le spalle sotto il baldacchino la croce ed altri stromenti della passione del Salvatore, porterebbe in capo una corona triplicata d’oro in forma di corona di spine, e la chiesa romana goderebbe la pace per mille anni, sin al qual tempo S. Michele terrebbe legato Satanasso, e che i loro fratelli dovevano entrare in una religione da ergersi in quel tempo, il cui abito sarebbe, l’estate, di pelle bianca semplice, e l’inverno, con un cappuccio simile, croce in mezzo al capo, collare di ferro al collo colle parole entro “pecora schiava dell’angelo pastore”; che tutti gli utensili sarebbero di terra e paglia, che in quella religione sarebbero poste le ossa di Giacomo Filippo Casola di S. Pelagia, già protettore di questo regno dell’Altissimo. Da queste cose passò a distruggere la Trinità, facendone una quaternità, asserendo che la Vergine era una persona divina, cioè lo Spirito Santo incarnato, perciò la faceva chiamare “un’inspirata figlia”, avendo così fatto aggiungere da’ sacerdoti suoi seguaci alla messa. Per la cui confermazione spiegava la cantica, e distribuiva a sorte de’ versetti di quella, affinché ciascuno gli portasse in iscritto i suoi pensieri, che se s’uniformavano alla sua empietà li lodava come dettati dall’Angelo Custode, ma se discordavano li rigettava, e fingeva altre interpretazioni spropositate, ed affermava di voler far un compendio di tutte quelle, e pubblicare pieno commentario di tutta la cantica per far conoscere al mondo esser quella la prova dell’incarnazione dello Spirito Santo. Che il Padre Eterno veniva figurato per il primo cielo, il Verbo per il secondo, e lo Spirito Santo per il terzo, e che quando S. Paolo fu rapito a questo terzo cielo, che disse aver veduto “arcana que non licet homini loqui” per essergli stata rivelata tale incarnazione, quale si doveva allora palesare.
Insegnò che nell’ostia della messa vi era presente la Vergine, e che oltre l’inferno, purgatorio, e limbo vi era un quarto luogo per gl’infedeli. Che l’Ecclesiaste era fatto da Salomone mentr’era in peccato mortale, e che si doveva correggere.
Dopo di che ardì di scrivere questi suoi insegnamenti ad una persona fuori dello Stato di Milano, e dettò nelle congregazioni varj scritti a’ suoi discepoli, quali procurò ritrarre, dopo avere scoperte le informazioni dell’Inquisizione, e li nascose in un monastero di monache, quali però vennero in cognizione dell’Inquisizione, e ne’ quali furono trovati i seguenti abominevoli pensieri ed opinioni.
Che la deità nella terza persona è una terza deità.
Che nel figlio di Dio è il principio dell’onnipotenza amante proprio ad esso, per la quale lo stesso figlio eternamente ha cooperato nell’intrinseca onnipotenza amante, e generante.
Che il Figlio di Dio ab eterno non fu contento della sua gloria, ma avidissimo della futura.
Che la deità della terza persona è spirata.
Che l’essenza del Verbo è generata e figliata.
Che il figlio di Dio stimolava il Padre a creare extra, acciò lo rendesse uguale a sé.
Che nelle tre Persone sono tre onnipotenze costituite di un’onnipotenza come le tre potenze dell’anima ragionevole costituiscono un’anima.
Che la seconda e la terza Persona Divina sono inferiori al Padre.
Che Dio aveva riservato in que’ tempi l’unione de’ fedeli ed infedeli, perché si manifesti l’uguaglianza di Maria al figlio.
Che la Vergine ebbe un’anima totalmente uguale all’anima di Cristo.
Che Dio fece adorare da Lucifero Cristo e la sua Madre in idea per ragione di soggezione, il che avendo ricusato di fare, cadette.
Che una parte degli angeli cadde con Lucifero, ma quei che gli avevano aderito col pensiero e non colla deliberazione rimasero nell’aria.
Che avanti di produrre il caos materiale, Dio ne aveva costituito un altro di sola qualità. E produsse le potenze formatrici de’ composti materiali, che sono come centri delle sfere increate.
Che Dio nell’opera della creazione elementare e degli animali, e distinzione degli elementi (087) si servì del ministero degli angeli rubelli.
Che Dio permise a’ demonj di crear varie specie di animali selvaggi, ed indifferenti secondo l’eccesso e la gravità delle loro colpe.
Che Dio per dar vita ed anima a’ bruti si serve dell’entità intellettuale reproba degli angeli ribelli.
Che questi bruti sono detti corruttibili, perché sono dedotti da sostanza destinata agli abissi.
Che gli animali stessi sono animati dalle continue infaticabilità de’ demonj che li produssero.
Che gli uomini sono animati dalla divinissima virtù della vita generata e spirata, e però sono in annullabili.
Che Dio concede in questa vita a’ santi lo stesso dominio sovra le bestie, che concessa ad Adamo prima di cadere.
Che questa dottrina è pigliata dal trono dell’increata sapienza, ed è irrepugnabile.
Che le creature ideali sono la materia prima, della quale disputano i filosofi.
Che i figli generati da’ padri, che sono in peccato, rimangono infetti nell’anima non solo colla colpa originale, ma ancora coll’attuale e vero.
Che è più facile a’ figli nati da padri inclinati al bene esercitare gli atti di virtù che gli altri.
Che Maria uscì dal grembo della Divina essenza condeificata.
Asserì inoltre che l’umanità di Cristo era costruita arbitra dell’onnipotenza esteriore, discensiva dall’Eterno Padre.
Che Maria era figlia di Dio avanti la concezione del Verbo Divino, ed ebbe nell’anima sua identificata la deità, e che fa benissimo noto a Gabriele, e però dirsi di lei “ab inizio et ante saecula creata sum”, nella guisa appunto che si dice di Cristo che “occisus sita b origine mundi”.
Nell’esposizione dell’orazione dominicale “adveniat regnum tuum” interpretava al suo chimerico regno dell’Altissimo.
Salutava Maria con epiteti “d’Unispirata”.
Che mentre l’uomo crede e si esercita nell’opera di Dio, rimane Dio tenuto necessariamente a concedergli grazie liberali, non per misericordia o gratuità, ma per rigorosa e temuta giustizia.
E per tenere in timore quelli che titubavano faceva loro credere che il Padre Eterno era adirato contro di loro; e volse che alcuni de’ suoi seguaci dicessero averne avuto rivelazione.
Per rendersi poi sprezzevole nelle sue conventicole con vanagloria raccontava le sue vecchie dissolutezze, ma aggiungendo essersi dopo convertito a Dio nella chiesa di Santa Maria Maggiore di Roma, e che la sua conversione era stata accompagnata da un grandissimo terremoto, ivi succeduto la notte seguente, e dalle apparizioni di S. Michele Arcangelo e di S. Paolo apostolo, il primo de’ quali co’ gridi straordinari gli aveva parlato, e l’altro gli aveva detto: “Multa dissonantia venient, omnia tamen ad majorem Dei gloriam”, pubblicò per il dono delle divine rivelazioni riuscirli facilmente i più alti misteri della fede, portando per esempio la risurrezione de’ morti.
Ch’egli aveva ricevuto da S. Paolo la stessa autorità per la quale potè riprendere S. Paolo, e che egli la poteva comunicare, ma che a ciascuno si comunicava per qualche articolo, anzi egli la conferì a molti coll’imporre loro tutte due le mani sopra il capo, implorando la Santissima Trinità, acciò si compiacesse accettarli nella religione dei nazionalisti Vangelici, ed implorando inoltre S. Michele, S. Gabriele, e S. Raffaele, e gli Angeli Michelisti, Raffaelisti, e Gabrielisti, e tutti gli altri angeli del paradiso, acciò pregassero la Santissima Triade, che desse loro l’uso di tale dignità, la quale consisteva in aver il modo della sapienza, ed oltre tutto il necessario per la conquista del regno dell’Altissimo, dichiarando che per mezzo di tal facoltà aveva potere di salvare molte anime, che avevano il battesimo. Asserì essergli stata mandata da Dio una fiamma interna, che gli serviva di contrassegno per riconoscere le cose, che diceva le fossero suggerite da Dio, da cui gli venivano ispirati i suoi insegnamenti, che pubblicava essere stati riconosciuti per celesti da alcune monache riputate comunemente di vita esemplare. Alzando le mani diceva che Dio in esse aveva ristretto gran cose tutte ordinate alla conquista del regno dell’Altissimo, anzi in quelle diceva ristretta tutta l’onnipotenza di Dio, intendendo d’aver avuta facoltà di ridurre tutto il genere umano ad un ovile solo ed a un sol Pastore.
Altre fiate aveva pubblicato d’aver veduto l’anime d’alcuni suoi compagni circondati di luce di varj colori, che alludevano alla varietà delle loro virtù. Ch’egli riconosceva nella fronte delle persone le interne operazioni, avendo egli la grazia di vedere in fronte di ciascuno l’Angelo Custode in forma di luce rotonda, perlochè introdusse l’uso tra compagni di baciarsi in fronte, quali diceva avere eletti di poche lettere e poca scienza, acciocché le opere loro fossero conosciute per opere di Dio, che a suo tempo gli avrebbe arricchiti di scienza infusa, e di tutte le doti necessarie per la conquista del regno dell’Altissimo; nella guisa appunto che praticò Cristo nostro Signore co’ suoi Apostoli, e però esortava quelli, che tra loro avevano libri, di venderli, perché erano ripieni d’errori, e la dottrina, ch’egli insegnava loro era la vera, la quale sarebbe poi stata confermata dalla Chiesa, che pur allora egli la credeva in cielo.
E finalmente sapendo il pericolo al quale esponeva quei miseri gli esortava al disprezzo delle pene, che potevano loro sovrastare, anzi della stessa morte; e per questo volle che in una novena, che fece lor fare per amore della Vergine, promettessero a Dio di porre la lor vita per amor suo, per quello che gli aveva disposti, ed immediatamente gli condusse al luogo, dove si giustiziano i condannati a morte dietro S. Lorenzo (088), e fatta ivi da tutti baciare la porta dello steccato, e la porta che rinchiude i funesti stromenti del carnefice, affermò aver veduto in mente la Vergine che gradiva quella offerta, e benedire la neve, ch’era in quel luogo, colla quale dagli stessi fratelli fece riempire un vaso, assicurandoli, che l’acqua di quella neve liquefatta sarebbe stato strumento opportuno per conseguire molte grazie.
Ad uno d’essi predicando parimenti fece animo a riceverli con allegrezza, avvertendolo, che esso gli darebbe il proprio Angelo Custode, che gli servisse d’ajuto, e gli facesse forza per star fermo, saldo, e costante a creder quanto egli gli avrebbe insegnato a bocca, ed in iscritto.
Ad un altro d’essi disse, che gli era d’uopo di credere assolutamente di dover morire. Ad un altro impose obbligazione di professar ogni giorno, creder fermamente quanto gli aveva insegnato sino allo spargimento del sangue, ed interrogava universalmente i fratelli a qual soffrimento di pene si trovava ciascuno disposto per mantener l’incarnazione dello Spirito Santo insegnato loro.
E quando seppe la carcerazione d’alcuni suoi compagni, e vide abbattute tutte le macchine, sopra le quali aveva scioccamente stabilite le sue sognate grandezze, disse che allora non si serviva punto d’ispirazione divina, ma che se questo non gli fosse sopravvenuto, che avrebbe dato principio alla conquista del regno delll’Altissimo col trasferirlo alla piazza del Duomo di Milano, ed ivi con bellissimo discorso esagerare al popolo le gravezze che sostenevano del corpo, come dell’anima, anzi ad altri disse d’aver pensiero di porre tutto ciò in esecuzione, e dopo aver rappresentato al popolo tutti i pesi che gli sembrava sostenessero, incitarlo a sollevazione, e se il popolo l’avesse seguitato portarsi all’arcivescovado per liberare i compagni ed anco uccidere i ministri dell’arcivescovo e lo stesso arcivescovo.
Anzi fuggendo per sottrarsi dalle pene meritate esortò uno de’ suoi complici, che venendo l’occasione di abiurare, lo facesse colla bocca, e non col cuore, perché egli lo esentava dal peccato, anzi nelle sua fuga arrivato in una città insegnò tutte queste suddette falsità. Sinchè processato, ed abbruciato in effige in Roma. E i suoi seguaci furono presi, e abiurarono al numero di sette nella chiesa del Duomo di Milano (089).
Non si può credere quanta commozione avesse destato nell’animo dell’Arese questo incendio. Vedeva che questo era sufficiente per grandi sollevazioni, e poteva far passare per persone lievi i Milanesi, mentre si adattavano a sì vane pazzie. Oltre che portato egli dalla sua pietà e dal suo zelo, aborriva queste esecrabili opinioni. Fece perciò prestar mano all’Inquisizione per avere detto Borri, spedì per tutto lo Stato, ma ciò fu invano, posciachè egli fuggì in Argentina, d’onde passò in altri luoghi, il che non è mio scopo di dire in questo libro, perché non fa all’affare cosa alcuna, riservandomi in altre occasioni, che spero vicine per darti maggior soddisfazione. Fra questi seguaci vi era l’abbate N. che per essere di casata grande, l’Arese fece tanto che solamente fu esiliato in una isoletta nel lago Maggiore, vicino alle isole de’ signori Borromei, dove non so se tuttavia adesso si ritrova.
Egli è vero al cert, che se non si fosse spento questo fuoco, sarebbe stato sufficiente per sconvolgere tutta l’Italia, giacchè quei popoli cono lievi in queste cose, e particolarmente in Milano, dove in ogni tempo nei secoli passati, la religione è stata diversa, sapendosi che vi erano varj Ariani, che furono distrutti da S. Ambrogio, come si coglie dalle storie, e che si vedono ancora oggidì monumenti antichi sì ma veraci, particolarmente verso Varese e la Madonna del monte, dove si vedono torri grandi ed altre reliquie antiche di quei religionisti, che rimasero infine estinti (090).
In quei tempi che la pace era fatta nella Lombardia, vi erano molti cavalieri ufficiali spagnoli, i quali ogni giorno venivano alle mani coi cavalieri milanesi, perché quelli pretendevano, perché signoreggiano lo Stato, di maltrattare i cavalieri milanesi, questi non lo potevano tollerare. Si facevano dunque ogni giorno duelli, od alla Pace (gran cosa che vi fosse guerra là dove era la pace), od a S. Dionisio, che sono luoghi propri a questo effetto, essendo rinculati dal consorzio dei Milanesi verso le mura della città (091). Vi fu un giorno un duello aspro credo di quattro persone per parte, e dove rimase ferito da don Diego Fonseca un figlio del soprannominato Rosales nel pesce (092) del braccio destro, di che ne morì pochi giorni dopo. E quantunque facesse l’Arese invogliare per impedire simili combattimenti tanto dannosi al corpo ed all’anima, e che facesse imporre dal governatore pene asprissime, però non ne poteva conseguire l’intento. Ogni minima cosa dava motivo di venire ad una disfida (093).
Un certo Alfier Antonio, napoletano di nazione, uomo valoroso come la sua spada, aveva rapito una meretrice da una casa, e l’aveva condotta fuori dello Stato di Milano con minaccia di ucciderla, se più vi riveniva. La persona che manteneva questa meretrice (la quale era stata rapita per ordine della moglie) e ch’era amico di don Pietro Fonseca, capitano di cavalleria, spagnolo nato, gli pose in capo che l’Alfier Antonio nel rapirla aveva speso la sua parola; per lo che irritato il Fonseca e trovando immantinente l’Alfier Antonio alla Crocetta di Porta Nuova, chiamatolo alla carrozza, lo rampognò gravemente dicendogli, che lo farebbe gettare colà, dove bisogna che ogn’uno vada per forza. L’Alfier Antonio avendogli risposto da galantuomo, si sfidarono, e don Pietro Fonseca prese per secondo don Albero Bracamente del Castellano, e l’Alfier Antonio pigliò il conte Giulio Dugnani, cavaliere, di che non so che dirne di buono, ne anche in un neo, e subito s’andarono a battere a S. Dionisio, dove furono separati ed aggiustati. E come questi duelli davano qualche inquiete al presidente, sollecitò che si levassero dallo Stato tanti ufficiali con una riforma, che si fece nel Lazzaretto, luogo fuori delle mura della città fuori di Porta chiamata Renza, che è la Porta Orientale. Nel che si deve notare la gran carità del presidente Arese, posciachè come si levarono nella riforma i cavalli alla cavalleria, i poveri Tedeschi si disperavano, vedendosi senza denari e smontati, perciò gridavano nell’uscire dal Lazzaretto colle loro mogli e figli misericordia per tutto, e gettavano per rabbia i loro usberghi, vendevano le armi, e se ne andavano dibattendo come mentecatti, il che arrivato all’orecchio del buon presidente, mandò a distribuire qualche denaro a’ que’ miseri, che erano bene al numero di quattro mila.
Questa carità che gli è sempre stata naturale, come a tutti quelli di quella nobile ed illustrissima famiglia, lo faceva invigilare a quanto riguardava il prossimo. Giammai la passione l’ha portato ad alcuna sentenza che non fosse giusta, e quantunque la giustizia portasse qualche rigore, egli procurava sempre di mitigar tutto. Ed oh quante obbligazioni gli hanno tanti miseri, che sarebbero periti da mano carneficina senza la misericordia di questo mai abbastanza lodato presidente, che era sì inclinato a far grazie, che mi ricordo d’aver udito dire una fiata, che sembrandogli che non andasse mitemente con un povero sfortunato, ne aveva tanto scrupolo, che rimostrò, quantunque con qualche scherzo, il suo dovere ad un fiscale. E perché la cosa è degna di curiosità, la scrivo così.
I giudici subalterni, come il capitano e vicario di Giustizia, il Podestà ed altri, dopo che hanno nelle carceri un reo, gli formano il processo, e secondo quello costa, siasi per i testimoni, indizi, prove o confessioni volontarie, o sforzate, lo stimano degno di tale o tal castigo anche di morte. Questo processo e condanna viene rimesso ai fiscali regj, quali, ponderato tutto bene, dicono il loro parere, il che poi vien presentato al Senato, il quale condanna e fa eseguire se s’iniforma al primo castigo, o muta, e fa grazie, secondo viene stimato più giusto da quei prudentissimi senatori. I signori fiscali per lo più, cioè quando vedono la prima condanna uniforme a’ dettami della giustizia, sogliono rimettersi a quella, e fanno il rescritto così: “Discusse remittit”. Sopra di che l’eccellentissimo Senato procede, come si è detto, secondo la prudenza consumata di quell’illustrissimi senatori. Una fiata certa cosa criminale, nella quale il presidente stimava che si andasse con troppo rigore, fu data a fiscali regj per esaminare. Vi era fra que’ fiscali un giovinotto, che non curandosi di squittinare la cosa a pieno, appena vi guardava e, sempre senza, o corroborare la cosa co’ giuridici discorsi, o rifiutarla, metteva sempre il rescritto “Ficus se remittit”. Andò un giorno all’udienza del signo presidente, e nell’entrare dalla portiera, il signor presidente fattoseli incontro gli disse che si rallegrava in sommo di vederlo colà in istato migliore, e che si rimettesse (notasi che la parola “rimettersi” vuol dire anco riaversi di malattia). Il povero fiscale che sapeva che non era stato ammalato, tutto pieno di stupore rispose, che sua signoria illustrissima era mal informata perché egli si portava benissimo, e non sapeva d’esser stato male per riaversi. Ma assicurato e riassicurato dal signor presidente di sì, non sapeva che credere, e cominciava a cadere nella perplessità, se doveva persuaderselo o no, anzi alle fiate si toccava le gote per sentire se erano divenute flosce, e si guardava le mani, si sentiva il polso, ed impaziente ancora andò a mirarsi in vicino specchio, dal quale assicurato di buone cera, chiese scusa umile al signor presidente se lo accertava di non essere stato ammalato. Allora vedendolo il signor presidente in tanta pena, riassunta la maestà solita con un viso assai severo gli rampognò la sua negligenza e trascuraggine nello studiare i processi che gli venivano dati; che veniva stipendiato per questo; che la sua coscienza vi restava impegnata, e mille altre cose con le quali veramente lo fecero cadere in una languidezza, che veramente aveva bisogno del “se remittit” in tale occasione. Rimprocciatolo bene, ed esortato a soddisfar meglio il suo dovere, gli volle far esporre il motivo della sua udienza, ma credo che se fosse ancora in vita, sarebbe ancora intorno al fiscale per sollecitarlo all’esposizione, perché attonito della riprensione s’imbalordì talmente, che si scordò di tutto, né potè mai trarre dalla sua memoria la sostanza della cosa. Il signor presidente che lo vide in simil confusione, lo congedò e lo fece accompagnare alla carrozza, che lo aspettava alla porta del palazzo, od almeno là vicino verso la chiesa di S. Rocco (094), dove essendo arrivato entrò in carrozza e fece toccare il cocchiere verso casa, ma nello andare metteva sovente la testa alla portiera, stimando, anzi temendo di vedersi correr dietro il “Ficus se remittit” del signor presidente Arese, e quando si era accorto di no, si prefiggeva di vederlo in ogni bottega sulla strada, scritto a grossi caratteri. Se ne andò a casa, in pochi giorni si afflisse talmente, che credette bene di aver bisogno di rimettersi, e mi vien detto che una fiata per rimettersi di questo aveva in casa tre medici famosi, cioè Rocco Casati, Clemente Origine ed il protofisico Castiglione per tenerne consulta. Si seppe la cosa per Milano, gli fu posto nome il fiscale “se remittit”, e ciò con mille benedizioni al signor presidente Arese perché era sì giusto.
Il signor conte Giovanni Mariano, cavaliere d’animo guerriero, aveva servito molti anni nelle guerre di Lombardia, come si può vedere dalle storie di questi ultimi tempi; acquietati i bollori della guerra, e essendo riformato, egli che non poteva ritenere i suoi spiriti generosi, si lasciò sdrucciolare in qualche azione guerriere, perché non si può in realtà chiamare altrimenti da chi vuol parlare senza passione; il che lo faceva temere da tutti, perché chi voleva dargli spiacere, era sicuro d’esserne pagato a buona misura, perché infatti è intollerabile ad un animo grande di vedersi, non dico già dileggiato, ma non tenuto in un conto, quale si desidera. E come “Abyssus abyssum invocat”, un abisso trae seco un altro abisso, da cose piccole si lasciò indurre a rilevanti, per lo che ognuno esclamando, fu bandito dallo Stato, ed i suoi beni furono confiscati. Il signor presidente che sapeva che le azioni del conte Giovanni erano piuttosto prodotte da una bizzarria guerriera che da altro, ed a suggestione, dopo che rimase per alcuni anni mortificato coll’esilio, ritirato nello Stato Veneto, a Bergamo (095), se non m’inganno, voleva che ritornasse allo Stato primiero, purchè promettesse di vivere più quietamente. Per istradare questo suo pensiero e per non esacerbare a maggiori violenze l’animo del conte Giovanni, operò tanto, che gli fece rilasciare dalla camera regi i suoi beni, affinché ne disponesse dell’entrata, massime di quelli che sono sul lago Maggiore di qualche importanza. Ed il rimanente si sarebbe effettuato, se la sorte non avesse levato dal mondo il conte Giovanni, e con ciò levato anco il campo al signor presidente di far campeggiere l’affetto che aveva verso i suoi compatrioti, e la sua generosità. E come nelle azioni del conte Giovanni vi era mischiato un certo prete Aurecci, che aveva da sé stesso fatto alcune cose abominevoli, lo fece condannare alle galere, dove se non m’inganno è morto sotto le battiture di nervo aguzzinale, e ciò meritevolmente. Ed un certo speziale di Porta Nuova, che aveva venduto certo tossico, ebbe qualche settimana di prigionia, liberato poscia alle solite istanze del signor senatore Carlo Archinti suo compadre, ch’era in que’ tempi, se pur non m’inganno, capitano di Giustizia. Se il signor presidente vedeva qualcuno di famiglia nobile caduto e sbattuto dalle disdette della giocoliera fortuna, non poteva tollerare di vederlo all’imo della miseria. Vi era un certo giovane di casa Medici parente del marchese di Melegnano e di Frescaruolo verso Varese, il quale era ridotto in qualche ristrettezza di beni, perché i parenti d’un re infine non ponno tutti essere tanti re, il signor presidente lo pigliò in casa sua per paggio d’onore, e lo fece allevare in modo, che adesso non istimo, che abbi bisogno più di cosa alcuna. E’ da questa casa che uscì Pio IV papa.
Per questa bella qualità, che riluceva in sommo nel signor presidente, i più afflitti ricorrevano ad esso come ad un padre, né alcuno veniva ributtato col rifiuto di sollievo. Vi erano certe zitelle in Porta Nuova figlie d’uno speziale, che per la loro beltà erano inseguite, e la loro pudicizia veniva posta in agguato da varie persone. Una fiata che il marchese Conrada era vicario di Giustizia, e che aveva l’occhio sopra la maggiore di queste zitelle, non sapendo come averla, fece insorgere qualche rumore tra baroncelli, dei quali uno cavò una pistola, arma molto vietata in Milano, e le fece chiamare per esaminarle per testimoni; queste zitelle rifiutarono d’andarvi accorgendosi dell’inganno, il che spinse il marchese Conrada a mandarle loro un giorno la propria carrozza col notaro criminale chiamato Ronco, e per isprezzo Ronchino, uomo molto bestiale, di poca coscienza e furbo, e mandò alla lontana tutta la birreria per pigliarle per forza, in caso di nuovo rifiuto; ma vedendo queste povere zitelle, che la forza prevaleva alla ragione, si posero in carrozza, e pregarono il Ronco notaro di far allontanare la birreria per evitare lo smacco alla loro riputazione; il che eseguito, la carrozza toccò verso la casa del marchese Conrada, ma nell’entrare, elleno vedendo il tempo opportuno e che vicino vi era la chiesa di S. Domnino (096), parrocchia assai grande, calata la portiera fuggirono in casa di quel curato e si posero a ricovero dagli insulti d’un ufficiale poco partigiano in questo della giustizia. Non si può stimare assai lo sbigottimento del marchese Conrada, di vedere l’animo grande di due zitelle di fargli un affronto simile di diffidarsi d’andare in casa sua. E si dice che credendo che fossero nella carrozza, corse all’incontro fino alla metà della corte e che non vedendole, fumò, spumò di rabbia. Veramente ne aveva motivo di vedersi burlato alla propria porta della casa. Voleva poi egli perseguitarle, e voleva onninamente che entrassero in prigione, ma elleno ritiratesi poi in una casa della giurisdizione del castello, si burlarono delle sue persecuzioni, ed andarono un giorno a gettarsi a’ piedi del signor presidente, che le accolse benignamente, e le sottrasse da ogni proceditura colla sua autorità, spinto dalla solita generosità e carità.
Un’altra fiata la minore fu fatta prigioniera colla madre perché la madre aveva minacciato un certo guercio, che dipendeva da Giuseppe del Conte, che sta al corso di Porta Nuova, essendosi sottratta per sorte la maggiore dalle mani degli sbirri, quale vedendo la madre e la sorella in prigione all’ufficio del Podestà, ebbe al solito ricorso al signor presidente, che ordinò al signor Castiglione suo segretario di sollecitare l’uscita da sua parte, e pigliandole tutte sotto la sua protezione. Ma al contrario in alcune cose egli era irremissibile, come in certe azioni totalmente abominevoli, le quali non avrebbe perdonato agli stessi suoi parenti. Vi era un certo abbate Panceri, che aveva stuprato una zitelluccia di undici anni, perché non voglio dire altrimenti che avesse voluto tentare con quella fanciulla cose più sporche e detestabili. Non sì tosto il signor presidente lo seppe, che ne ordinò informazioni esatte, e procediture rigorose, per le quali il detto abbate si ritirò in casa del signor marchese Cavalchino, figlio del fu senatore Cavalchino, che sta dietro S. Bartolomeo, che ha una moglie, dama di rare qualità, che viene stimata avere qualche rassomiglianza di faccia colla gloriosa ed invittissima regina di Francia, degna sposa del più glorioso monarca che sia mai stato al mondo, senz’eccettuarne Alessandro il grande, Ciro e Cesare. Ma subornata la sua ritirata in quel palazzo, il signor presidente fece circondare le siepi di un giardino che corrisponde verso strada chiamata Marina, vicino a San Dionisio, colà dove già ho detto che si sogliono fare i duelli, e dove è un passeggio bellissimo l’estate, e poi mandò grossa truppa di birreria, facendole fare un giro verso il naviglio avanti S. Marco, e poi passando agli Scalzi (097), indi a Sant’Angelo, e poi sboccando in una stradetta che sbocca al palazzo Cavalchino, dove fu preso e posto in una carrozza e condotto prigioniero all’ufficio del capitano di Giustizia, con soddisfazione grande del popolo di Milano, che dava mille benedizioni al presidente perché faceva castigare le enormità intollerabili, che sogliono inquietare gli anonimi de’ buoni, e non dar sollievo che a’ più scellerati uomini che respirino le aure del mondo. A tal segno che per le strade sovente il popolo gli gridava “Viva” con acclamazioni giubilose ed affettuose, massime il sabato, che andava ogni settimana a visitare la chiesa della Madonna di S. Celso, verso le mura della città, chiesa di gran concorso e di gran devozione per que’ popoli. Questa stessa avversione che egli aveva naturalmente per le cattive azioni, fece che sovratutto invigilava che alcuno misfattore non si ponesse a ricovero verso la sua casa nella parte deretana che corrisponde alla piazza del castello di Milano (098). In questa piazza vi è giurisdizione, che assicura ognuno che abbia fatto qualche cosa fuori di quella. Talmente che se uno avesse nella città ammazzato un altro, se si ritira sulla piazza o nelle dipendenze, non può essere molestato dalla giustizia, se non si va a pigliar licenza dal castellano, che è sempre uno Spagnolo, e cavaliere di grido, che è indipendente dal governatore di Milano, dipendendo immediatamente dalla corte di Spagna. La casa del signor presidente è situata sul corso di Porta Vercellina, ma ha dietro un giardino che corrisponde sulla piazza del castello, con una ghiacciaja molto grande, stalle ed altre comodità. In questo luogo ancora facevano i suoi domestici, cioè i suoi segrtarj, ed in particolare il signor Castiglione, suo primo segretario, ed i paggi facevano, dico, il maneggio di bellissimi ed ottimi cavalli, e come alle fiate qualche malvivente si ritirava in que’ luoghi dopo qualche eccesso, egli vi faceva invigilare, affinché non fossero le dipendenze asili agli scellerati, perché in simili cose egli voleva che la carità non intaccasse però la giustizia, che deve avere un presidente di un Senato, che viene qualificato col titolo di potentissimo re, perché rappresenta il monarca delle Spagne, che è anche duca di Milano.
Circa que’ tempi i Gesuiti ebbero una lite asprissima, mossa contro loro da’ signori Candiani, gentiluomini milanesi, e poi dal signor conte Filidone. La causa di questa lite fu, che venendo a morte un gentiluomo, i Gesuiti, che sapevano, che aveva molti beni, e particolarmente in Manforte un palazzo assai capace per farvi un noviziato, gli andarono sussurrando agli orecchi per farlo testare a loro favore di tutti i beni che aveva, ma persistendo egli in non privare i suoi legittimi eredi, eglino disperati si diedero a risoluzioni totalmente strane. Vedendolo morto, appostarono un certo notaro chiamato Drisaldi, che stava nella contrada de’ Moroni (099) vicino alla chiesa del Giardino (100), ed i testimonj necessari, e fattili venire, un buon gesuita teneva la mano sotto il capo del morto, e diceva, che quel povero signore non poteva più parlare, e diceva ch’egli parlerebbe, e che facesse cenno col capo. Diceva dunque il gesuita, s’egli lasciava loro tali e tali beni, eppoi levandogli un poco il capo colla mano che gli teneva sotto, diceva al notaro ed ai testimonj che vedessero, come diceva di si. Rogato il testamento, e fatto seppellire il cadavere pigliarono il possesso di tutto senza disturbo, e fecero un noviziato nel palazzo di Manforte; ma i signori Candiani, parenti del morto, avendo subodorata la cosa, ed indi scoperta, cominciarono a litigare co’ Gesuiti, e non fu loro malagevole di provare questa falsità, per la quale fecero condannare in galera il notaro Drisaldi, e castigare i testimonj perché in verità era cosa troppo biasimevole, posciachè così si romperebbe tutta la società civile, se un notaro non è fedele nelle rogazioni che fa, posciachè gli viene prestato credito inalterabile, come persona pubblica, che ha giuramento di fare le cose secondo il dettame della giustizia. Ma come che i Gesuiti sono scaltri hanno fatto tirare la cosa talmente in lungo, che i signori Candiani se ne stancarono, e rimisero la cosa al signor conte Filidone, cavaliere lodevolissimo, che morì poscia di morte subitanea, non sapendosi come, e se ciò procedè da qualche opera gesuitesca per levarsi un ostacolo sì potente, quantunque per essere egli grasso e paffuto, abbiano i Gesuiti sparso voce che la grassa l’abbia soffocato, so bene però che in quei tempi si parlò molto male de’ Gesuiti. Ed è sovra queste cose che ho letto, in un libro che un gesuita che si nominava il martire, e predicando in S. Fedele di Milano, casa loro professa, si volle motteggiare il Fontanarossa, che predicava nella Rosa di Milano, perché alle fiate faceva ridere nelle sue prediche: al che il Fontanarossa predicando un giorno sovra Lazzaro, che Cristo aveva risuscitato, gli fece fare una prosopopea, ma fermatosi nel calore della figura, co’ gesti, che davano assai a conoscere il suo pensiero, disse, ma che faccio, eh che io non son buono di far parlare i morti. Intenda chi vuole. Non è possibile di credere lo sforza che facevano continuamente i Gesuiti per guadagnarsi a loro favore nella suddetta lite il signor presidente. Gli dedicavano, e facevano dedicare conclusioni ripiene di lode, l’andavano adulando, e gli tenevano mille discorsi, sperando di poterlo subornare. Gli dicevano che non era vero che avessero fatto levare il capo a quel testatore, perché in quel tempo non era morto, che si dicevano bene altre cose di loro, che non erano vere; che era stato accusato uno della loro società d’aver ingravidata una zitella, ma che l’avevano mandato apposta a Roma, per far conoscere la falsità dell’accusa, giacchè l’accusato era incapace di poter generare, per esser privo degli ordigni necessari a tal produzione. Ma il signor presidente, che sapeva che il povero mulotto era stato castrato a bella posta, non prestò loro in questo l’orecchio, ned anche nelle altre cose, posciachè le adulazioni, le lodi e le lusinghe non avevano forza appo d’un animo sì grande, chiudendogli d’altrove gli orecchi la giustizia, ch’egli aveva inalterabile, a’ canti insidiosi di quelle funeste sirene. Quindi è che si tenne sempre neutrale, volendo onninamente che la giustizia avesse il suo corso. Egli è ben vero che quando la sua coscienza non vi rimaneva interessata, che la sua gran pietà lo portava a favorire i Gesuiti in ogn’altra cosa. E veramente ne sperimentarono gli effetti benigni nel tempo della resa di Candia, allorquando avendo Clemente IX soppresse alcune religioni per trarre i denari per mandar soccorso in Candia, e particolarmente quella de’ padri Gesuati, rimase per conseguenza vuoto il convento di S. Girolamo di Milano, vicino al naviglio di Porta Vercellina, chiesa che era stata ristaurata di nuovo, abbellita con pitture di Massimo Astronome nella volta, e rifatta di nuovo (101). Costoro vi gettarono l’occhio avido, e l’ottennero collo sborso di qualche contante, e ciò per le efficaci raccomandazioni del signor presidente, che stimò che una chiesa e convento dei Gesuati sarebbe stata bene in mano de’ Gesuiti.
Mi ricordo a proposito di questa falsità de’ Gesuiti, d’un'altra, che fu fatta, nella quale volle onninamente che la giustizia avesse suo luogo. Vi era un certo sarto, da Mariano, terra lungi quattordici miglia da Milano. Costui lavorava per far abiti d’alcuni frati, e se non m’inganno dei Francescani, si portò perciò per guadagnare più che in una villa a Milano, e pigliò pigione sotto il palazzo del signor presidente, dove vi sono molte botteghe. Avendo per non so qualche lite, bisogno d’una lettera del Senato, e non potendola avere per un giorno determinato, non so se fu che non trovò il segretario del Senato od altro, basta che avuta la minuta, invece di farla sottoscrivere dal segretario, e farvi mettere il suggello da’ portieri, egli stesso la sottoscrisse col nome del signor Cossa, segretario, uomo di probità, e poi con un Filippo, che è una moneta di Milano d’argento colle armi di Spagna, vi pose il suggello. La cosa si seppe, e fu posto prigione all’ufficio del capitano di Giustizia, quantunque sembrasse, che il signor presidente dovesse avere qualche riguardo per il sarto, che stava sotto la sua protezione nelle botteghe della sua dipendenza, nondimeno si lasciò tutto all’arbitrio della giustizia. Egli è ben vero che per avere compassione della moglie, ch’era ancora giovanetta, non gli fu contrario, ma è altresì vero che non si volle mai mischiare, né che alcuno de’ suoi domestici vi si mischiasse. E fu per questo che amò meglio privarsi del servizio del Castiglione, suo segretario, uomo capace ed intendente, che di permettergli, che vi si mischiasse, e fu anche in tal guisa, che avendo visto alcune scritture nella saccoccia del segretario, gli domandò che cosa erano, il quale non avendo voluto rischiararlo, s’immaginò subito che fossero i papelli concernenti il sarto, e glielo disse, ma niegando sempre il segretario, perché sapeva che il signor presidente gli aveva vietato l’intraprender niente a favore di quel delinquente, li volle vedere per forza, ed avendolo trovato in fallo, quantunque infine non fosse che un fallo di carità, nondimeno lo congedò, e non lo volle più al suo servizio, quantunque però non venisse per questo disgraziato, perché lo amava come prima, anzi egli stesso gli procurò in Ispana condizione nobile e buona, proporzionata a’ suoi meriti ed alla sua intelligenza. Il sarto dopo avere spesi molti contanti ed essere stato tre o quattr’anni rinchiuso in una prigione fu per carità liberato, benché meritasse il fuoco, secondo il giusto castigo che si dà a’ falsificatori di lettere, massime di quelle de’ sovrani, ed in cose cotanto delicate, come il falsificar i suggelli regj. Vi era un certo Cesare Picinelli, da Busto, terra vicina a Varese; costui pigliato l’appalto della dogana della mercanzia in poco tempo si fece talmente ricco, che non si può dir di più: Comprò quasi tutta la terra di Castiglione, a ventisei miglia da Milano, e fece ivi fare case bellissime con peschiere e cose simili, volendo gareggiare con alcuni signori nobili, che hanno colà beni stabili, venne talmente cifrato, che si cominciò a dubitare se fosse stato fedele ala Camera regia. Si fecero perquisizioni esatte talmente che venne in cognizione a’ ministri che aveva falsificato i libri della Camera, avend in certe paghe, che aveva fatto aggiunto alcuni zeri ai numeri che facevano, che avesse pagato quanto doveva, nonostante che ciò non fosse in effetto, ed era di quanto si era ritenuto che si doveva alla Camera, che pavoneggiava tanto. All’avviso ch’egli ne ebbe fuggì a Lugano, baliaggio de’ signori Svizzeri, dove credo, che pur anche si ritrovi, ma il signor presidente lo fece condannare ad essere impiccato per la gola, se mai fosse caduto nelle mani, ed in un punto costui, che cominciava già a trattar da grande, si vide precipitata all’imo delle disdette più vergognose. E’ il solito della fortuna di sollevar in alto gli uomini per far loro misurare più imi i precipizi co’ tracolli. Verificandosi così il detto: “A cader va chi troppo in alto sale”.
Di già costui era odiatissimo da tutta la nobiltà, perché si era posto in istato di voler far testa a’ signori di Milano, non curandosi di far loro anche affronti segnalati. Mi ricordo che una fiata fece arrestare una carrozza d’una dama di grand’importanza, che non è necessario di nominare, credendo che avesse nella carrozza un sacco di seta, che volesse far entrare di contrabbando. Veramente egli è vero, che la dama aveva il sacco di seta, ma fermata la carrozza, e domandando i gabellieri, se aveva niente di dazio, ella coraggiosa rispose loro, se quanto aveva tra le gambe pagava dazio. Forse il suo pensiero era sincero, ma intendendo i gabellieri altra cosa che del sacco di seta, ebbero tal vergogna, che si ritirarono confusi, ed ella fatto toccare il cocchiere portò a casa la seta. Non potè questa dama rattenersi da dire la cosa a molti, il che pervenuto agli orecchi del Picinelli, s’accorse che nelle carrozze dunque si solevano fare i contrabbandi, ed arrabbiando in sé stesso, s’appose a farne fare perquisizioni più esatte. Vi era il conte Giulio Dugrani, che aveva un certo prete, che chiamava il collo storto, ch’era di Cornaredo, di cui egli è feudatario; non so per qual occasione, ebbe bisogno di mandar fuori sovente il detto prete in una carrozza per trattare non so qual aggiustamento con un curato fuori di Porta Vercellina; queste andate e queste venute diedero sospetto al Picinelli, che il collo torto non uscisse per far entrare della seta, perciò un giorno all’entrare fece fermare la carrozza, e far perquisizione esatta, ma avendola trovata vuota, i gabellieri che si arrabbiavano per vedere andare a vuoto il loro disegno di confiscare la carrozza ed i cavalli, dissero non so quali parole, che riferite al conte Dugrani, propose di vendicarsene esemplarmente. Era l’ultimo giorno del mese, ed a Milano si suole ogni mese mutar gabellieri alle porte della città. Il giorno seguente, costoro furono mutati, ma non sapendolo il conte Dugrani mandò una truppa d’uomini, che bastonarono in buona sorte i gabellieri, che erano innocenti, perché non erano venuti che quel giorno, portando così gl’innocenti la pena de’ colpevoli. E perché questo bastonamento fece gran rumore nella città, temendo egli di non rimanere imbarazzata in imbrogli della giustizia, andò in persona a trovar il Picinelli, e lo minacciò, che se lo diceva ne avrebbe fatto fare altrettanto, ed anche più alla sua persona, dicendo che se questo gli doveva costare due o tre mila scudi per liberarsi, che non gli sarebbe costato di più, se avesse ancora fatto bastonar lui stesso. Il Picinelli, che vide un cavaliere risoluto temè, e veramente la paura gli fece trangugiar questo boccone, e chi ebbe le bastonate, le ebbe per suo guadagno. Così non si seppe chi avesse fatto fare il colpo, perché se si fosse saputa la cosa, sarebbe andata male per il conte, perché io stimo essere grave offesa d’impedire i ministri di fare l’ufficio loro per trarre le contribuzioni, e l’entrate al padrone, e se il signor presidente l’avesse saputo, non l’avrebbe passata così lievemente, come l’aveva fatta; in tanto la sua carrozza venne rispettata alle porte della città, che non osavano i gabellieri nemmeno di guardarla. Ma non ebbe cos’ buon mercato delle bastonate che fece dare al fattore de’ Benzoni, mercanti di ferro, ricchi, che stanno al Cordusio, luogo così chiamato a Milano, forse perché vi è la contrada de’ cordari, siano funari, e che voglia dire “uso di corde”, cioè di funi (102). Doveva il conte al detto Benzoni per ferramenti di carrozze circa novanta lire di Milano, al quale aveva ordinato al suo speditore di pagarle; ma questi avendo trascurato di fare il pagamento, il Benzoni, siasi il suo fattore, fu assai imprudente di mandargli a casa uno sbirro con un papello per citarlo al pagamento. Non si tosto uno staffiere gli ebbe dato in mano il papello, che lo sbirro aveva dato per dare al padrone, che mandò a domandare il detto fattore affinché andasse a ricevere il suo pagamento. Egli andatovi fu soddisfatto puntualmente facendone confesso, siasi ricevuta debita. Nello stesso tempo che il conte faceva il pagamento, si fece portare, come che non venisse che allora, il papello, ed avendolo letto, rampognò assai lievemente il fattore per l’ardire che aveva avuto di fare una simile azione con un par suo. Costui gli rispose assai impertinentemente, sopra che egli congedatolo, quando fu nella corte, trovò ivi due uomini con due buoni bastoni, che gli diedero noventa bastonate secondo le novanta lire per le quali aveva mandato il papello. Costui riferito al Benzoni i colpi, questi si portò dal signor presidente per dolersi della violenza, che veniva fatta al suo fattore; sovra che, dopo che ebbe rampognato il Benzoni, per aver trattato in questa guisa un cavaliere, di proceder contro di esso per giustizia, gli promise che farebbe far giustizia. Frattanto avvisato il conte di questo, levò i suoi più ricchi arredi, e si ritirò alla madonna del Castello, chiesa situata sulla piazza del castello, dove stanno alcuni frati (103), che vanno vestiti di negro, che stanno alla Incoronata vicino alla porta della città, chiamata Comasina. La mattina seguente la birreria andò a battere la porta della casa del conte, ma non lo trovarono. Quest’azione passava fra tanto nella giustizia per un atto tirannico, e si apprendeva molto, che non facesse male i fatti suoi in simil affare, ma egli difendendosi sempre coll’assistenza del zoppo dottore Lampagnari, avvocato criminale, venne infine dopo due o tre mesi liberato, essendogli costato più di duemila scudi, siasi per pena, siasi per le spese che si fanno grandi in Milano in simil sorte di negozio, posciachè i notari sono insaziabili, gli sbirri insaziabili, ed i giudici alquanto ingordetti. Egli non si curò però di fare questa spesa, perché gli servì poscia a farsi portare maggior rispetto, al quale avendo un certo capitano mancato, lo ferì gravemente, e fu costretto ritornarsene di nuovo alla Madonna del Castello con tenere molte guardie appo di sé, perché temeva gl’insulti de’ parenti del ferito, finchè alla fine le cose furono aggiustate, e la giustizia acquietata. Dopo la qual deliberazione essendo andato a ringraziar il signor presidente per avergli voluto giovare, lo riprese gravemente di queste escandescenze, e gli disse che avrebbe perduto il credito, se cadeva più in simili azioni, che era male ch’egli che aveva fatto viaggio in Inspruch col signor conte Ercole Visconti per il servizio dello Stato nel condurre i soldati che venivano di soccorso d’Allemagna nelle ultime guerre, che terminarono il 1660 (104), adesso facesse cose scandalose, e consigliandolo infine a maritarsi per vivere più quietamente; glielo promise, ed infatti successo poco dopo, ed adesso vive più tranquillamente.
Una mattina venne riferito al signor presidente che il cavaliere Uberto dell’Otta veniva d’essere ammazzato di pistolletata sulla porta del procurator Godolino vicino a San Giorgio in Palazzo, e che il sicario, che aveva fatto il colpo, era stato pigliato, perché un servitore del cavaliere che aveva visto morto il suo padrone, saltato addosso al sicario, l’aveva tenuto, e domandato soccorso, ei non l’aveva mai lasciato, quantunque il sicario, impugnato uno stiletto lo ferisse più volte nel braccio, finchè arrivati alcuni altri servitori di vicini gentiluomini, era stato legato, e consegnato alla giustizia. Il signor presidente, che malagevolmente tollerava simili violenze, mandò subito ordine che si esaminasse il reo, per sapere per ordine di chi aveva fatto il colpo; ma egli che non lo sapeva, e ch’era stato mandato dal Bergamasco in compagnia d’una persona, che avendogli insegnato il cavaliere era fuggita, non sapeva per far servizio a chi avesse fatto il colpo; tutti i giudici restarono storditi in non potere scoprire cosa alcuna, fin che venuto all’orecchio di don Luigi Ponzeleone governatore di Milano, cavaliere di gran giustizia, e lodevole in tutto, informatosi che inimicizie potesse avere il cavaliere, seppe che ciò forse poteva provenire da un certo Mandriani, col quale litigava per cose civili, che stava ritirato a S. Nazaro (105). Ponzeleone, che odiava al pari del presidente, le violenze, entrò in tanta collera che ordinò che fosse il Landriani preso in qualsivoglia luogo che fosse, quando anche fosse in chiesa.
In effetto incalzato dagli sbirri si ritirò in S. Nazaro, dove rincalzato fuggì sull’altare, e s’attaccò al tabernacolo, donde fu svelto dagli sbirri, e condotto in prigione.
Il signor cardinal Litta arcivescovo di Milano, geloso in sommo grado della pretesa immunità ecclesiastica, e non tanto buon amico del governatore per certi puntigli nelle visite, che avevano ambidue evitate per non cedere, uno come governatore, l’altro come cardinale, smaniò di collera, quando seppe che si era violato il diritto della Chiesa, nella quale in Italia vi è asilo sicuro, benché per i più scellerati misfattori del mondo (106). Mandò subito a farne le sue doglianze in modo acerbo ed aspro, alle quali non venendo risposto precisamente, cominciò a minacciare di far fulminare scomuniche ed interdetti. Veramente scrisse frattanto a Roma per dar contezza a quella corte della pretesa violazione dell’immunità ecclesiastica, e si fece mandare scomuniche autentiche per fulminare contro i ministri di giustizia, in caso che il Mandriani non fosse restituito al luogo d’onde era stato svelto. Ma burlandosi don Luigi Ponzeleone di tali scomuniche, il cardinal Litta venne talmente esacerbato che fece intimare il primo monitorio al signor Clerici, oggidì senatore, che era allora capitano di giustizia. Ma spezzato il monito, venne al secondo, che venne ricevuto come il primo, finchè al terzo arrivò nuovo disordine, perché venendo un prete per dar il terzo al signor Clerici, mentre usciva di casa, gli alabardieri ferirono il prete, e stracciarono, e strapparono il monito; il che fece montare a tant’altra collera il cardinal Litta, che ne fu gravemente ammalato. Le cose sarebbero andate male, perché il governatore gli fece dire, che se fulminava la scomunica gli avrebbe fatto impiccare alle porte del suo arcivescovato il Mandriani. E come queste cose potevano produrre qualche sconvolgimento nella città, perché ciascuno avrebbe pigliato partito, e che si sarebbe forse venuto a violenza manifesta, il signor presidente Arese, che fino allora era stato neutrale a riguardo del governatore, perché amava che si facesse giustizia di tal omicidio, ed a riguardo del cardinale, per essere suo compatriota, e stato anche in gioventù suo compagno, si risolvette di prevenire gl’inconvenienti, che potevano pullulare da questa discordia. Andò a questo effetto a visitare il signor cardinale Litta, e gli dimostrò come vani sarebbero stati gli sforzi che avrebbe fatto, se non pigliava altri ripieghi. Ch’egli era vero, che si doveva alla Chiesa rispetto, ma che infine la Chiesa non doveva essere ricettacolo de’ scellerati. Che il signor governatore non era d’umore di cedere, quando si volevano fare le cose per forza. Che il ripiego di volere scomunicare in ogn’altra occasione avrebbe forse avuto effetto, ma che in quella, in vece di aiutare il Mandriani, l’avrebbe precipitato, perché il governatore non avrebbe mancato di venire a qualche eccesso.
Che poteva ben sapere, che le chiese in Venezia non avevano immunità, e che se le chiese di Milano l’avevano era per tolleranza del re di Spagna; che altrimenti poteva ben vedere, da quanto successe in Venezia alla scomunica ed interdetto di Paolo V (107), che potevano nascere mille cose, che avrebbero poste in isprezzo la corte Romana; che doveva dar al tempo, perché il Mandriani non veniva convinto dell’omicidio, ma era un semplice sospetto, perché litigava col cavaliere ucciso, e così non vi era pericolo. Infine disse tante cose, che il cardinale s’acquetò, avendogli all’incontro il presidente promesso di trovar ripieghi per soddisfare ad ambe le parti.
Frattanto il sicario, che ne’ tormenti non aveva detto che le prime cose, venne posto sovra un carro, venne tanagliato, ed abbe la mano troncata colà dove aveva commesso il misfatto, eppoi condotto alla Vetra, luogo de’ supplicj, venne impiccato.
Come questa discordia tra il governatore e l’arcivescovo faceva rumore in Milano, la persona che aveva fatto ammazzare il cavaliere Uberto dell’Otta trovò a proposito di dirlo per evitare maggiori disturbi, che avrebbero dato scandalo al mondo tutto.
Fu una dama, Amazone de’ nostri tempi, la quale montata in carrozza a sei cavalli andò alla corte del governatore, ch’era allora nella casa dei signori conti Durini, e chiesta udienza, disse al governatore ch’essa era stata quella che aveva fatto uccidere il cavaliere, ed immediatamente scese le scale, e salita in carrozza si portò a Como, ed indi ad un luogo di diporto su quel lago. E vedendo il governatore, come il Mandriani era innocente, lo fece rimettere in libertà, e così le cose rimasero sopite coll’arcivescovo; ma non già ne’ cuori de’ discordanti, che in ogn’altra occasione s’attaccavano ad ogni bagattella per contrapporsi.
La causa per la quale dicesi che il cavaliere dell’Otta fosse ucciso, è perché nel carnevale, essendosi mascherato, andò ad una carrozza d’una bellissima dama, ed avendole detto molte cosucce, forse indecenti, essa per sapere chi era, mostrò di non ributtare, anzi di gradire le sue proposte, perlocchè sperando egli d’esser arrivato ad ottenere il Vello Amfriao, si scoprì. La dama credutasi offesa, come veramente lo doveva essere, lo comunicò ad un’altra parente, quale fece venire il sicario, e fece far il colpo. Se la cosa non è così, almeno fu voce comune, tra que’ che fanno gli intrighi di Milano.
Come ho parlato di don Luigi Ponzeleone, governatore di Milano, uomo in verità degno di lode, disinteressato, nemico de’ torbidi, e gran giustiziere, stimo a proposito di parlare in questo luogo della morte del marchese Grassi. Questo signore ne’ suoi anni giovanili viveva piuttosto da facinoroso che da altro, ma però non offendeva, se non veniva offeso. Avanzato poi in età si maritò colla sorella del signor Marchese Castelli, dama di gran virtù, e cominciò ad acquetarsi un poco; le sue azioni lo facevano assai temere, quindi è, che quando alcuno aveva qualche affare andava a raccomandarvisi affinché ne seguisse aggiustamento. Egli che aveva piacere negli intrighi, volentieri intraprendeva tutto, ed alle volte per riuscirvi s’irava molto e minacciava. Il signor presidente l’aveva più fiate avvertito di astenersi dalle sue violenze, e bench’egli lo promettesse, camminava però sempre sulla stessa strada. Venne perciò odiato da molti sino alla morte, talmente, che una fiata, ch’era ammalato gravemente, fecero spargere voce, che suo figlio, ch’era agli studj di Bologna, era stato ammazzato, affinché questa nuova tragica gli chiudesse il suo ultimo giorno. Si risanò però, ed andò alla caccia verso Rò; ed essendosi i suoi cani incontrati con quelli del signor conte Paolo Borromeo, cavaliere il più galante, il più spiritoso, e bravo del mondo, i cacciatori uccisero alcuni cani del signor conte Borromeo, perlocchè vi fu gran contesa.
Il governatore che era avvertito della vita del marchese, avendolo un giorno visto in corte gli andò incontro, e gli fece gran riverenza, del che stupefatto il marchese non sapeva che dirsi, sinchè il governatore gli disse che lo riveriva tanto, perché lo stimava il governatore di Milano, e ch’egli non era che il marchese Grassi, ma che egli, che non era che il marchese Grassi, avrebbe fatto tagliar il capo a lui ch’era il governatore; questo discorso lo sbigottì in modo, che si ritirò fuori della città, credo in Santa Francesca Romana (108), ed indi in altro luogo.
Il governatore lo fece citare a comparire sotto pena di 4000 scudi, ma il marchese Castelli pagò il denaro, senza che comparisse il marchese Grassi, perlocchè irritato maggiormente il governatore minacciava esterminio se non compariva.
Il povero marchese venne infine consigliato di costituirsi, ma fu male per lui, perché ammalatoccio, come egli era, morì in prigione. Sovra ciò si è parlato molto in Milano. Alcuni hanno detto che il governatore l’aveva fatto strozzare. Altri che i parenti temendo qualche affronto pubblico l’avevano fatto avvelenare, ma morì da sé di morte naturale. Dopo la morte del Ponzeleone (109) vi furono alcuni che dicevano che il marchese Grassi non era morto, e che era indi ritornato, dicendo che era vero che era creduto morto, ma che solamente gli era stata data una bevanda per sopirgli talmente i sensi, che sarebbe parso morto, e ciò per poterlo trarre da prigione, ma poi uscito in una cassa o bara, rinvenuto era fuggito a Mantova, dove era stato segreto sino alla morte del governatore, dopo la quale era rivenuto, ma molti ancora aspettano intorno a casa sua per vedere la verità o la falsità della cosa.
La settimana santa vi è un perdono ossia indulgenza molto ampia a Melegnano, dove concorrono d’ogni parte molti per acquistarla. Vi andò in tal occasione un barone tedesco, che comandava qualche cavalleria nello Stato di Milano, ed avendo voluto parlare con qualche dama lodigiana, all’uso di Francia, e d’alcune città d’Alemagna, un certo gentiluomo, chiamato Sommaria, ebbe a male tal libertà, finchè ne vennero alle parole, e dalle parole ai fatti, ne’ quali il Sommaria rimase ucciso di pistolettata per una fessura di una porta. Successo questo disordine il signor presidente fece rappacificare il barone tedesco col padre dell’ucciso, ma un fratello non volle mai venire ad una riconciliazione, per istanza grande che il padre gli facesse, avendo in sé stesso di vendicare il sangue di suo fratello; un giorno nell’uscire di casa il barone a Porta Ticinese, dove abitava, il Sommaria con molti armati di buone bocche di fuoco fece una scarica, dalla quale la carrozza del barone venne tutta forata, un paggio morto, ed il barone ferito mortalmente, quantunque ne sia poi guarito. Questo disordine scandaloso verso un cavaliere straniero, ch’era al servizio dello Stato, irritò talmente il signor presidente, che l’ha fatto cercare per tutto per dargli il dovuto castigo, ma invano, perché egli si è ricoverato in aliena giurisdizione. Non mancò altresì il governatore di fare le stesse diligenze, come quello che zelante per il servizio della corona di Spagna, non metteva in obblio cosa alcuna per dimostrare il suo zelo ed il riguardo che aveva per la sua narrazione, come si potrà vedere da una giustizia subitanea che fece, che racconterò.
Vi era un certo orbo, cioè cieco, chiamato Alessandrino, perché era nativo d’Alessandria della Paglia. Costui era solito fermarsi alle bettole, e ponendosi le mani dietro gli orecchi inventava nuove canzoni con rima assai buona per un uomo dozzinale, con che si accattava il vitto da’ passeggeri, e dai molti che lo facevano improvvisare. Essendo sul fine della guerra di Portogallo aveva forse udito parlare da molti, ch’erano stati in Spagna a quella guerra, di varie cose di quelle parti, ed il ghiribizzo gli venne in capo di comporre una canzone sovra un’aria nuova, stimata francese, la quale veramente era tutta in discapito de’ signori Spagnoli, giacchè diceva che non mangiavano che cipolle ed agli, che portavano le scarpe di corda, che ognuno era spia e non vi era né sbirro né boja, perché all’occasione ognuno era quello che si voleva che fosse, con mille altre calunnie, solite a porsi avanti gli occhi della gente ignorante da quelli che vogliono burlarsi, anzi dileggiare quella nobile nazione, conchiudeva (non potendo io riferirla tutta) che l’Italiano, che faceva parlare in quella canzone, avesse fatto le corna ad uno Spagnolo, così finendo in lingua lombarda:
Un biglietto di mia mano
Sovra la porta ho mettù
Che diceva in italiano
Qui vi sta un b… f…
In Portogal mi son acquistato
Che mi son fatto un ferrajuol
E del resto mi son gustato
Per aver fatto cornù un Spagnuol.

Questa canzone si divulgò ben tosto per tutta la città di Milano, e come sembrava che fosse più vietata per essere in una città soggetta alla Spagna, tanto più venne desiderata, imparata, e cantata per tutte le strade sino da ragazzi che assordavano l’orecchio a tutti nel più dolce del sonno. E mi ricorda che io in una fiata con altri ragazzetti della mia età l’andassimo a cantare sotto una finestra d’uno Spagnolo, che ci inaffiò molto bene di un catino d’acqua, quantunque poscia io non lo facessi andar esente di castigo, che gli feci dare da uno di mia casa. Come questo faceva arrabbiare gli Spagnoli, non tardò guari d’andare all’orecchio del governatore, il quale spumando di rabbia se lo fece una sera condurre avanti, senza che il povero Alessandrino sapesse dove era condotto, perché era il suo solito d’esser condotto qua e là da’ vagabondi per cantare ed improvvisare, e fare all’imitazione del bosino Verdello, tanto rinomato in Milano. Arrivato alla presenza del governatore, per non dargli sospetto, gli fecero cantare varie canzoni buone e cattive ch’egli sapeva, e lo fecero bevere, e mangiare sino a satollarsi, dopo di che non sospettando egli niente gli fu detto di cantare la canzone che aveva fatto egli stesso, che cominciava:
Chi vuol andar in Spagna vada,
Vedrà la strada di Portogal;
Ma io ho già fatta la ritirada,
Più non ci torno senza fal.

Il buon cieco, che aveva qualche buon bicchiero di vino in capo, e non sapeva quello che andava facendo, postesi le mani secondo al solito dietro gli orecchi, si pose a cantare come un disperato, il che udito dal governatore ordinò che immediatamente fosse condotto alla piazza de’ Mercanti, ed alla mezza notte fosse impiccato, ed indi subito seppellito. Il governatore non era uomo a dire due volte una cosa per farsi ubbidire, perché ognuno sapeva che era d’un umore da voler essere ubbidito senza replica veruna; fu perciò tosto condotto l’Alessandrino alla piazza de’ Mercanti, dove chiuse le cinque porte, che danno l’entrata e l’uscita a quella piazza, e fatto venire il carnefice, fu piantata la forca, e frattanto un confessore procurava di disporre il povero cieco alla morte, il quale non voleva in modo alcuno udirne parlare, dicendo che non aveva mai visto la morte, e che meno la voleva né poteva vedere, e quanto più gli veniva fatta istanza, tanto più smaniava, ed a segno tale, che dicesi che disperato chiamò il diavolo a suo ajuto. Ma come il tempo sollecitava, senz’altro mistero fu appiccato con non so qual apparizione per quanto si è detto che il carnefice per paura morì poche settimane dopo. Frattanto la cosa non potè essere tanto segreta, che la mattina seguente non fosse palese per tutta la città, che si fosse giustiziato un uomo a mezza notte, senza però che si sapesse chi. Come vi sono senza dubbio alcune case nella detta piazza, udito il rumore dagli abitanti, videro a fare l’esecuzione. Ma chi parlava in un modo, chi in un altro. Chi diceva che era un tale, chi un altro tale, infine giammai si sono impiccate tante persone in una volta, come in quella notte, quantunque camminino forse ancora per le strade. Si seppe poi la cosa a poco a poco, che penetrò all’orecchio del signor presidente, che ne parlò al signor governatore per fargli rimprocci segreti, per aver fatto una giustizia, la quale non si suol eseguire in Milano senza taccia di tiranno, se non viene comunicata al Senato, ma gli fu rimostrato dal governatore la ragione di Stato, che l’aveva portato ad una si subita condanna per evitare qualche turbolenza, che si sarebbe potuto suscitare fra la canaglia che amava questo Alessandrino.
Un’altra giustizia rigorosa si fece in que’ tempi a Milano, ma veramente non era rigorosa in sé stessa perché i delinquenti meritavano di peggio. Vi era un certo “Ammazza sette”, così chiamato non so perché, che era di Gallarate, borgo grande a ventidue miglia da Milano. Costui, dopo aver servito qualche tempo in casa d’un mercante d’olio alla Palla (110), fece amicizia con un certo Francese, che aveva sposato una bella giovane, che era confetturaro. Si dice che alle fiate l’amico mena alla forca, il che veramente si è visto in quest’affare. Il desio del denaro fa sovente cadere le persone più posate e sagge. Avevano fatto amicizia con un cassiere di banchiere, che sta nella contrada di S. Paolo, vicino ai signori Airoldi, e lo pregarono un giorno di portare buon numero di doppie, che gli avrebbero dato in iscambio moneta d’argento con pagargli l’agio solito. Il cassiere ch’era buon giovane, per soddisfare a’ suoi amici, pigliate nella cassa il numero richiesto di doppie, andò a trovare costoro in una casa dirimpetto al monastero di S. Radegonda (111), agli scalini del Duomo, come gli era stato detto da que’ perfidi. Entrato, cominciarono a bere e poi a contare il denaro; era giusto lì nove d’agosto, vigilia di S. Lorenzo. Con qualche scusa il Francese confetturaro accese una candela, e subito si udirono tuoni i più spaventevoli che giammai si siano uditi dopo che il mondo è uscito dal caos confuso. Allora facendo cadere qualche doppia il povero cassiere si abbassò per pigliarle, ed allora fra un rumore strepitoso di tuono orribile costoro gli diedero una pistolettata nel capo, e l’uccisero per ritenersi i denari; allora caddero infinità di gragnole talmente grosse che ruppero le tegole di tutta la città di Milano, e ve furono trovate di quelle che pesavano sette libbre grosse di Milano, cioè libbra di ventott’once. Pigliarono poi il capo, e levatolo dal busto lo frissero in una frissora, e squartato il corpo, posero i quarti in varie scatole, e li portarono in varie osterie, gettandoli nei luoghi comuni. Ma la scelleraggine era troppo grande per restar impunita quindi è che Dio permise che fossero scoperti, poscia che portando uno la scatola ad un’osteria, dove alloggiava il corriere di Lindò, non potè nel far sembiante d’aspettarlo gettare con comodità il quarto, che non vi si spargesse qualche sangue, e rimovesse qualche tavola od asse, il che veduto si fecero diligenze, e si trovò il tronco, e si passò presto alla cognizione del fatto, e dei misfattori. Il Francese ch’era uomo maritato, fecendo il risoluto, quantunque si vedesse scoperto, si assicurava sul suo ardire di niegar sempre, ma preso in prigione accusato dalla sua coscienza fu costretto di confessar tutto, per lo che condotto al luogo del misfatto gli fu troncata la mano destra, e poi impiccato, e lasciato sulle forche fino alla sera colla mano misfattrice pendente al collo. L’Ammazza sette trovò migliore la fuga, e s’incamminò a Lione di Francia, ma saputasi la sua strada, il signor presidente per non lasciar impunita cotale abominazione, istò che si facesse domandare a Lione, e l’arcivescovo con autorità regia lo rilasciò nelle mani di quelli, che lo inseguivano, che lo fecero mettere in una gabbia di ferro, e passate le Alpi condotto a Milano, dove con sentenza uniforme del signor presidente, e d’altri senatori fu condannato ad esser arruotato vivo sulla piazza del Duomo. In Milano la ruota è un supplicio stimato estremo, perciò quantunque i misfatti siano grandi, non si procede alla condanna della ruota che in casi più che gravi, come questo di questi due misfattori.
Un’altra cosa, che fece orrore in que’ tempi, e di che il signor presidente ne fu molto afflitto, fu quella di certe donne, che avevano fatto molto male all’istigazione di un frate di S. Eustorgio, ch’era dottore e teologo. Questo frate innamoratosi di una cittadina maritata, al vicinato di quel convento, la subornò talmente, che conseguì quanto desiderava. E come gli sembrava che il marito gli era d’ostacolo, o di soggezione per adempiere le sue disordinate brame, portò la moglie a dargli certo veleno del quale ne morì. Aveva costei pria, spinta dal detto frate, attossicato il suocero, la suocera, i cognati, ed i propri padre e madre, ed ammazzato ancora un suo proprio fanciulletto, che si trovò un giorno di buon mattino a S. Satiro sulle porte della chiesa in un cesto: oh Dio che non sa fare amore, massime quando è peccaminoso! Scopertasi la cosa furono incarcerate la cittadina e la serva, le quali esaminate, la padrona negava sempre, ma la serva, sollecitata forse dalla incancrita coscienza, confessò tutto, anzi confrontata colla padrona, la esortò a dire la verità. Sì che convinta la padrona dalla confrontazione si arrese, e confessò cose più orribili, che la serva non sapeva. Frattanto il frate saputa la cosa, vestitosi in abito da prete secolare fuggì nello Stato di Venezia, ma inseguito fu ritrovato a Bergamo, e chiesto alla serenissima Repubblica, che lo concesse, ed indi condotto a Milano. Portata la cosa in Senato il signor presidente propose la cosa tanto odiosa ed abominevole. Che fu di comun consenso decretato che fossero le donne impiccate nello stesso luogo del delitto, cioè vicino a S. Eustorgio, dove fu pria impiccata la padrona, ed indi la serva. Per il buon fra taccio per essere sacerdote fu condannato alle galere in vita, dove fu condotto, e non so se remiga ancora (112).
Altra cosa orribile si vide allora di un capitano Carcano; costui sposata una signora vedova che aveva una figlia nubile, dopo essersi goduta la madre, si pose in traccia della figlia, e veramente la deflorò. La sua attenzione, ed assiduità appresso la figlia fece sospettare del fallo, e trovati in fragranti, posto prigione il capitano, e confessato il tutto, gli fu troncata la testa sul corso di Porta Tosa con gran concorso di popolo, e la figlia fuggita, si pose in un convento di donne convertite.
Tutte queste cose ch’egli vedeva per esperienza, gli davano perfettamente a conoscere, che bisognava che un giudice per esser esperto in ogni materia, fosse passato per ogni ufficio per sapere tutte le procedure, che tendono in fine all’ultimo giudicio. Per questo avendo un nipote, ossia cugino, il signor Marco Arese, cavaliere degno al certo di subentrare una fiata nella vece del signor presidente, non ha voluto inalzarlo in un subito a gradi maggiori, ma come l’amava, e desiderava di farne un soggetto di vaglia, come veramente è, l’ha fatto passare per ogni grado da piccoli, e più infimi fino a quello nel quale si trova oggidì, in istato di ascendere all’apice, e diceva, che lo faceva, affinché essendo nell’apice, fosse istrutto per esperienza di quanto dovevano fare i subalterni per rimostrar loro il loro dovere in caso di mancanza, affinché si amministrasse la giustizia secondo i retti dettami di quella. Così come amava il signor Marco Arese, restava poco soddisfatto del colonnello Arese fratello del detto signor marco, non già che non sia cavaliere dotato al certo d’eminenti virtù, di bravura e generosità grande, ma per alcune leggerezze, alle quali si era portato non per propria inclinazione, ma per servire amici. Una fu che avendo il Lattuada giovinetto gentiluomo dato uno schiaffo ad un suo pari chiamato Sola in pubblico festino, in casa del presidente di Venezia, l’offeso Sola sfidò in un duello il Lattuada, avendo ambidue eletto per assistente il colonnello Arese, che li condusse per battersi in una camera, siasi sotto un portico del Lazzaretto, dove il Sola, ch’era un buon spadaccino, ferì il Lattuada d’un colpo di terza, che ne morì alcuni giorni dopo. Il Sola ora è vagante; io l’ho visto poi in Roma, dove siamo stati compagni, come siamo altresì stati alla quarta di sopra di Brera; essendo poi egli partito da Roma in tempo che il signor marchese di Astorga era vicerè di Napoli, l’accompagnai in quella città, né so poi che fine abbia avuto, o se ancora è in vita, come glielo desidero, per essere gentiluomo di spirito grande, ed assai di buoni costumi.
Il colonnello fu rimesso in grazia per opera del signor presidente, ma non vi si conservò molto, posciachè essendo arrivato quel duello famoso del signor conte Paolo Borromeo con altri, del quale ne viene parlato, come mi sembra aver visto, in un libricciuolo del governo del duca d’Ossuna, egli avendovi assistito per un secondo del signor conte Borromeo, gli fu d’uopo costituirsi prigioniero in un castello dello Stato, dove dopo essere stato quasi due mesi, venne liberato collo sborso di buon contante.
La sua giustizia lo faceva vieppiù sempre stimare, e veramente venne in tanto concetto appo la corte di Spagna, che passando per Milano la fu imperatrice figlia di Filippo IV, volle onorarlo con andare una sera a casa sua, per indi vedere un fuoco artificiale, che si faceva al castello per onorarla e rallegrarla (113). Egli che sapeva, ed era rimasto di concerto col governatore di questo, fece preparamenti magnifici, e basterà il dire degni di un presidente Arese, per dire splendidi e grandi. Fece fare all’ingresso della porta una porta falsa colle armi dell’imperatore, e fece un palchetto a posta fuori d’una finestra per farvi andare l’imperatrice, mentre si giocherebbe il fuoco. Le tavole furono imbandite con lautezza incredibile, e ad ogni andante e veggente con tanta sua gloria, che forse ancora se ne parla in Ispana, ed a Vienna da quelli, che vi furono, che ne rimasero attoniti. Veramente il luogo per vedere questo fuoco artificiale era buono, perché il suo palazzo non è guari distante dal castello. Ed è per questo che qualche tempo dopo temendo gli Spagnoli la rottura, ed una guerra quando si perdette la Contea Lilla, ed altre piazze nella Fiandra Spagnola, volevano mettere in sicuro il castello di Milano, e perciò spianare molte case vicine, nelle quale si sarebbero potuto fare varj alloggiamenti per nuocere al castello; nel numero delle case spianabili vi era quella del signor presidente, ma egli vedendo che non era che un timor panico, rimostrò l’inutilità di tale spianamento e s’ostinò a non acconsentire a cosa simile, alla quale in ogni altra occasione, che fosse stata apparentemente urgente per il servizio della corona, egli sarebbe stato il primo adf applaudire. E veramente si vide poco dopo come egli abbracciò il partito regio per la discordia dello spedale, e dei regj per la eredità di un certo vecchio, che morì senza eredi in una casa dietro di S. Bartolomeo.
Questa cosa fece tanto rumore in Milano, che mi basterà di dirne quattro parole per farne ricordare quei che hanno saputa la cosa. Questo vecchio era giojelliere di professione. Guadagnò talmente in questa ricca mercanzia, che trovandosi assai comodo ed in età, si ritirò senza più badare ai negozi in una casa dietro S. Bartolomeo, dove fece fare doppie porte e rastrelli ferrati, e si teneva chiuso che alcuno non entrava in casa sua, fuorchè la serva ed un villano, che gli serviva d’ogni sorta d’ufficio, di mezzo di stalla, di cocchiere, di cameriere, di paggio, di segretario, di spenditore ed in fine di tutto. Aveva fatto mettere atutte le finestre grate assai grosse, ed anche poscia fece murare la metà delle finestre, temendo che alcuno non andasse a spogliarlo, come veramente fu tentato da alcuni, ma invano per la circospezione del vecchio padrone. Dicesi che quantunque fosse ricchissimo, vivesse però d’una parsimonia troppo intollerabile. Vi si sono trovate dopo la sua morte sacchi di noci vecchie di venti anni. Una sera essendosi posto alla seggiola, oppresso e baricato dalla età scadentissima restò morto, ed il servitore ne avvisò la giustizia, che vi pose le mani, sinchè si trovò qualche scritto, per il quale lasciava molta parte allo spedale, ma i regj trovandovi a rosicare, pigliarono tutto, e fattone inventario mandarono tutto nel castello. E’ cosa incredibile di sapere quante belle cose si sono trovate in casa del morto vecchio, Stimasi che tutto montasse a settecento mila scudi, il che in verità è molto per uno che giovane non aveva settecento quattrini in borsa. Vi si trovarono pitture bellissime, vasi d’argento, ed altra argenteria in quantità, un quarto di perle, delle quali dicesi, che ve ne era una grossa che costava ventidue mila lire di Milano, quantità di diamanti, rubini ed altre pietre preziose, e quantità di denaro. Il signor presidente seguì il partito regio, e fece talmente aggiustare l cose, che ognuno fu contento. La perla che ho detto la volle vendere all’imperatrice nel passare a Milano, ma perché non aveva la simile, non si fece mercato alcuno.
Poiché ho parlato dell’imperatore mi ricordo qui d’una cosa assai piacevole. Uno Spagnolo, che seguiva l’imperatrice a Vienna, uomo né totalmente civile, né rozzo, voglio dire tra due, andando una mattina per la città, vide pendere da una bottega d’un calzolaio varie paia di stivali alla moda. Costui vedendosi saltar in capo il desio di averne un pajo, andò nella bottega, e levandosi con leggiadria mirabile, che mi pare di vederlo, le scarpe, si fece provare sette od otto paja di stivali, ed avendone trovato un pajo comodo e buono, ordinò che gli si portassero dietro sino a casa. Il calzolaio, che non lasciava uscire fuori dalla bottega la sua manifattura senza, od essere d’accordo o pagato, disse che pria voleva rimaner d’accordo, ma lo Spagnolo, che credeva che fosse Milano come un paese di conquista, avendo udito che gli Spagnoli erano padroni di Milano, credeva altresì che potesse disporre del “qualibet re cujuscunque personae”, e che egli era in questo diritto per essere Spagnolo, s’irò molto col calzolaio, e sarebbero forse ancora a contendere, se uscendo dal senato il signor presidente, ed avendo veduto qualche concorso a tale rumore, non avesse fatto soddisfare col denaro il calzolaio, ed acquietato cogli stivali lo Spagnolo, che se ne andò contento istivalato sino alla goliglia.
Fra tanti affari che imbarazzavano cotidianamente il signor presidente continuò ad avere varie inquietudini per i scandali de’ frati, de’ quali egli si nomava il protettore. Di già ho detto di sopra l’affare de’ Francescan, quali vennero poi mortificati, avendo il loro superiore generale mandato un reverendo priore da Fossano, uomo austerissimo, che fece ben loro mutar vita, come si conosceva dall’udire la notte e il mattino che cantavano, dove pria stavano immersi nella morbidezza di un letto sino al tempo che la vacca cantava, come si suol dire. Si sarà visto altresì quello del frate di S. Eustorgio, dove fu altresì mandato un guardiano, che pose in austerità il rimanente del monastero. Ma vi furono altri imbarazzi per i padri Scalzi di S. Teresa, uomini in apparenza divoti, e ritirati, ma l’interiore non si conosce che da Dio. Questi colla loro ritiratezza sogliono attrarre le persone che si danno alla pietà, e tra le altre le dame principali della città, delle quali se ne vede schiera intiera alle volte andar ogni mattina alla chiesa loro, quantunque assai distante, a piedi. Il capo squadra di queste dame era la contessa Arcimboldi, che lasciatasi lusingare con apparenze di pietà, s’accordò con que’ frati ad abbandonar il marito e rinchiudersi in una casa vicina alla loro chiesa, e vivere ivi con ritiratezza romita.A questo pensiero aveva indotto la propria figlia, maritata poi al signor conte Arconti, con varie altre dame. Infatti la cosa si andava facendo , se non fosse stata presentita, la quale come tendeva allo sconvolgimento delle famiglie, alla discordia de’ coniugati, ed altre cattive conseguenze, fu con destrezza annichilata nel suo principio, affinché non crescesse più avanti, dove sarebbe stato più malagevole lo spegnerla. Non si sa per qual fine que’ frati tentassero simil cosa, ma si stima fosse per l’ingordigia loro in satollabile. La cosa può essere così, perché tutta la frateria è così. Vorrebbe potere sviscerare le famiglie per opinarsi elle stessa. E più di questa è la prateria, massime quella di Milano (114), chiamata l’Ambrosiana, perché ha riti particolari, che hanno fatto impazzire un povero uomo, che sta a S. Vincenzo, sono più di ventidue anni, se pur non è morto in questi ultimi tempi. Potrei addurre varj esempi di queste cose, ma come voglio finire questa scrittura, che ho fatto molto in fretta, ed a dire la verità senza far riflessione a quello vi metto, perché non iscrivo per gloria o per acquistarmi lode, voglio ridurmi ancora ad alcuni pochi capi per conchiudere.
In Milano vi sogliono essere un segretario della Repubblica serenissima di Venezia in qualità di residente, un residente di Savoja, che è stato per lungo tempo il conte Angiolo Porri, ed un residente di Parma, uno di Modena, ed uno di Mantova. A questi si porta gran rispetto a Milano, ed i loro domestici portano qualsivoglia sorte d’armi, quantunque vitatissime. Di più le case loro hanno franchigia, e non oserebbe uno sbirro passare avanti la casa d’uno di questi cavalieri, né men entrare nel vicinato. Gli sbirri avevano esempio fresco della loro temerità castigata in un emergente simile, allora quando il signor contestabile Colonna, oggidì vicerè d’Aragona, stava sul corso di Porta Nuova in casa del marchese D’Adda, d’onde uscirono una mattina tutti i domestici, e bastonarono quantità di sbirri per aver osato avvicinarsi solamente da quattrocento passi alla casa per fare un’esecuzione civile. Ma non ostante quest’esempio, posero in non cale il rispetto che dovevano a’ signori grandi, ed un bel mezzodì di domenica un bargello con torma di sbirri volle andar a passar avanti la casa del signor residente di Venezia, che stava nel borgo delle Grazie. Avvisato il signor residente da’ suoi domestici, recandosi questo a disprezzo non mediocre, comandò che si tirassero archibugiate sopra gli sbirri, e i domestici scaricarono buon numero d’archibugi, d’un colpo de’ quali rimane ucciso il bargello, e feriti due o tre altri sbirri, e chiusa la porta il residente armò il vicinato e gli amici, risoluto di difendere il jus che hanno i residenti in Milano, non volendo egli pregiudicare a quanto appartiene ad altri che potevano venire dopo di lui. Tutta Milano accorse per vedere ivi succedere qualche zufa sanguinosa, stimando che iati i ministri regj, avrebbero mandata tutta la birreria per imprigionare i domestici del residente, ma tutta l’aspettativa fu vana, perché quantunque molti ministri fossero di questa comune opinione, il signor presidente vi si oppose vivamente, dicendo che ciò sarebbe stato contro il jus delle genti, ed un violare l’ospitalità, e che per risolverli a non far affronto ad un bravo residente, bastava che egli ricordasse loro la cospirazione di don Alfonso della Cueva, che tendeva al di struggimento della serenissima Repubblica, e pure nonostante quella prudentissima Repubblica non aveva commesso cosa veruna contro di quell’ambasciatore, sicchè a “majori ad minus”, né anche si doveva fare in una cosa che non era comparabile a quella, E’ veramente questa opinione fu abbracciata, e non si fece rumore alcuno contro del residente.
Le cose che sono successe nel governo del duca d’Ossuna a tutto il mondo sono più che note, essendo state poste in istampa da altra penna. Sicchè non sarà necessario che di toccarle la superficie. Si sa la pasquinata che i giudici posero sopra la porta della corte per la riforma, che il duca fu costretto di fare per ordine regio, ch’era venuto alla sollecitazione, massime del signor presidente, che non poteva tollerare, che venisse aggravato lo Stato di nuove paghe di soldati fuori di proposito, e solamente per veder soddisfare il cervello di uomo ghiribizzoso. Si dice nel governo del duca d’Ossuna, che scoprì che erano stai i giudici, per arte magica, che fece il signor Cesare Pagani, ma questo cavaliere è troppo timorato di Dio per fare cosa simile. Egli è ben vero che fu fuori una notte in un calesse a Rovello con una signora ed un frate, ma stimo che vi andasse per ogn’altra cosa che per quella; in ogni caso lo dica egli stesso adesso che vede che si scopre questa particolarità di Rovello, ch’egli stima incognita a tutto il mondo. Si sa che il signor conte Fabio Visconti ebbe difficoltà coll’Ossuna, ma il signor presidente lo fece fare mastro di campo in Borgogna per evitare inconvenienti maggiori, avendo amato meglio di privarsi della presenza d’un sì degnissimo genero per qualche tempo, che di vederlo esposto a ghiribizzi dell’Ossuna. Lo stesso consigliò al marchese Busca, dopo averlo visto incorso in disgrazia per aver parlato male per l’affronto fatto dal lascivo governatore alle dame sulle scale della corte; essendosi prevaluto dello stesso consiglio il signor conte Ferrante Noati, cavaliere garbatissimo, che coll’allontanarsi si riserbò da’ maggiori oltraggi.
La casa Sforza in Milano è la più legittima per succedere al ducato di Milano, in caso che la monarchia di Spagna si spegnesse, il che il grand’Iddio non voglia; il signor marchese Sforza pria cavaliere di Malta, essendo l’unico e degno rampollo di quella mobilissima famiglia (115), fu consigliato di farsi dispensare dal papa del voto della castità e maritarsi. La necessità, piuttosto che l’inclinazione lo portò ad eseguire questo consiglio, e dispensato de’ voti, si maritò colla figlia del signor marchese imperiale Genovese, fratello del fu cardinale imperiale, quella buona testa sì rinomata nella corte di Roma anche dopo la sua morte. Da questo maritaggio si vide ben tosto l’effetto assueto, che fu la gravidanza, che veniva desiderata con ardore e con passione estrema dai nuovi maritati. L’allegrezza fu ben maggiore allora quando vedendosi i segni di vicino parto, domandate le mammane, con acerbi dolori partorì la marchesa un maschio con giubilo universale, non solo della casata del parentado, degli amici, ma di tutta la città di Milano. Avvisato il signor presidente del vicino parto, radunato il senato, e poscia il consiglio segreto, convenne con loro, che bisognava far assistere al parto testimonj, affinché la successione di quella famiglia fosse certa ed indubitata, posciachè alle volte si ponno mettere fanciulli, che non sono usciti dalla partoriente, avendo portato molti esempi, massime nella corte Ottomana, dove si credono continui, e dove per quanto racconta un libro moderno, si stima che il gran turco oggidì vivente sia figlio d’un ebreo, quantunque io non lo stimi vero, poiché molti si pigliano spasso di dar ad intendere ad europei, lontani da quell’ultima contrada, molte ciarle che non sono vere. I testimonj mandati dal senato ad assistere al parto riportarono la verità della cosa, che venne intesa con giubilo universale da tutto il senato e consiglio ragunato.
Aveva il signor presidente per suo vice.presidente il signor marchese Fiorenza, cavaliere di gran grido, d’animo grande, di virtù eroiche, magnifico, splendido e generoso, ma fu chiamato in Ispagna alla carica di reggente d’Italia invece del signor marchese Gallarate, che era stato gran tempo nella corte di Spagna in tal ufficio. Vi era il senator Cartiglio, prete spagnolo, ma era cotanto fastoso, volendo franchigie, e cose simili, che fu stimata prudenza il levarlo da quel numero di tanti degnissimi cavalieri, e farlo richiamare in Spagna. La mira del signor presidente in tutto era la giustizia, perciò premiava, e procurava sempre che venisse premiata la virtù; quindi sapendo che vi era il dottor Stampa da Varallo, ch’era virtuosissimo, fece ogni sforzo che infine lo fece fare senatore di Milano. Al contrario se vedeva qualche vizio in qualche persona, lo riprendeva. Mi vien detto che sino quando andava alla predica la quaresima, se udiva che un predicatore tralignava dalla norma della predicazione Vangelica, lo tacciava, lo riprendeva, e lo faceva avvertire, che altra fiata non predicasse in simil maniera.
Infine dopo aver fatto campeggiare nella sua vita una prudenza inarrivabile in tutte le cose, che gli si presentavano, una fede immacolata verso il re di Spagna, accoppiata con un zelo ardentissimo per il servizio di quella monarchia, una giustizia esatta verso i cittadini, una carità estrema verso la sua cara patria, una liberalità quasi prodiga verso i poveri, ed una pietà lodevolissima in tutte le sue azioni, vedendosi aggravato di qualche infermità si dispose a far testamento, il che seguì li 24 settembre 1671, col quale soddisfece al fidecommesso lasciato dal detto suo avo, senatore Marco Antonio Arese, e lasciò eredi con uguali proporzioni le due figlie, la signora Giulia, dama virtuosissima e maritata, come si è detto, col signor conte Renato Borromeo, cavaliere integerrimo, e di gran virtù, e la signora margherita, dama di pari virtù, maritata al signor conte Fabio Visconte, cavaliere di gran merito.
Crescendo poi vieppiù la sua infermità, sofferendo inarrivabili tormenti con una rassegnazione di più pio cristiano ed uomo timoratissimo di Dio, morì in casa propria il 23 settembre del 1674, avendo passato con gloria ed integrità il corso della sua vita d’anni sessantaquattro. Lasciò varj e varj legati, e molti lasciti di elemosine ai poverelli. Questa morte recò così gran tristezza al popolo di Milano, quanto affetto e rispetto questi aveva per un sì gran cavaliere la cui fama impressa nei cuori dei Milanesi si anderà perpetuando ne’ posteri, finchè il mondo durerà. Fu sepolto poscia nel sepolcro gentilizio della sua casa nella chiesa già nomata di S. Vittore con quella pompa, che piacque alla nobile e virtuosissima signora contessa Lucrezia sua moglie. Il concorso fu grande, ed i pianti ed i dolori universalmente di tutta la città fu anco maggiore, eccedendo più di quello si potrebbe scrivere. Milano quantunque ripieno di persone sapientissime mancherà adesso d’essere il paradiso terrestre, già che mancandovi il signor presidente Arese vi manca l’arbore della scienza. Per attemprare tanto dolore, rimedio più opportuno dare non potea al popolo il monarca delle Spagne, che col riempire quel luogo col signor Belloni pria presidente del magistrato, che ora regge il popolo con soddisfazione universale.
Suo ritratto sia esteriore, come interiore.
Il signor conte Bartolomeo Arese era un cavaliere di statura grande, volto bello, rosso di faccia, barba lunghetta e quadra. Giammai persona di nascita ebbe le azioni corrispondenti. Gli occhi erano più neri che bianchi, che tiravano piuttosto sul leonato che altro, il naso di grandezza proporzionata dava non so qual maestà al suo volto, che ispirava il rispetto anche ai più arditi, i cigli erano neri, quantunque i capelli fossero già albeggianti e corti, perché non crescevano senza dubbio, giacchè crescendo eglino scrementalmente, non potevano aver alimento in un capo tutto raffinato, e sgombro d’ogni materia biasimevole, giacchè rinchiudeva solamente cose eroiche, lodevoli, e grandi. Il suo ridere, quantunque gli fosse straordinario, rallegrava i più malinconici, ma teneva però tutti dentro i limiti di una modestia, che si altera sovente, quando si crede esservi occasioni di famigliarità. Il tuono della sua voce penetrava talmente, che quando parlava per esortare, giammai predicatore eloquente fece maggior frutto in un’udienza penitente. Bisogna averlo udito ne’ congressi di stato, per udire come produceva ragioni in sì grand’abbondanza con una mutazione di voce a proposito, e con tanta veemenza, che alle fiate si erano pigliati partiti totalmente opposti, e quando egli aveva parlato, altro non si seguiva che la sua opinione ed il suo parere, perché la sua voce aveva certi scoppi solo prorpj al maggior oratore dell’universo. Gli abiti non lo sformavano mai. L’ho visto mille fiate ora colla toga, ora colla spada a lato, senza poter discernere quale gli convenisse meglio; perché sì quando aveva la toga che la spada, aveva la stessa maestà nel volto, accoppiata con una dolcezza, che allettava il mondo a crederlo come veramente il più affabile personaggio della terra. L’ho visto sovente andar in villa a Cesano ed altrove, ed in quei momenti mi pareva di vedere Cicerone, che dopo aver orato con tanta energia nel Senato Romano, si ritirava al suo Toscoli, per ivi refocillare l’animo sollecito dagli affari importanti. Non vi era che una cosa sola, che mi faceva difficoltà nella comparazione, che era che Cicerone si ritirava per darsi qualche quiete, ed egli non lo faceva che per istare in un continuo lavoro, se non di corpo, di spirito almeno, giacchè quando usciva in villa, non era che fermare disegni di fabbriche, o proprie, o pie per chiese, e per fare tener la mano agli operaj che impiegava cotidianamente in queste faccende. La tranquillità gli era talmente naturale, che giammai si è potuto notare, che avesse emozione, né curiosità per alcuna cosa per grande che potesse essere, se non era ripiena di virtù. Ascoltava tutti con applicazione non ordinaria, e ciò solamente per poter dare sollievo agli afflitti, e reprimere le insolenze dei cattivi. Egli parlava di tutti con tanta civiltà, che vi sono stati varj ministri stranieri, che hanno avuto occasione di parlargli, che sono partiti dalla sua presenza talmente attoniti per i suoi discorsi che invidiavano la fortuna dei milanesi d’avere l’onore d’aver fra il loro numero un signore di sì belle qualità dotato. La dolcezza e umanità decenti ad una persona rilevata campeggiavano fino nelle cose più tumultuose che gli si presentavano. Si viveva in casa sua con una famigliarità piena di zelo e di rispetto. I suoi domestici erano talmente assuefatti alla civiltà, al rispetto, ed alla sollecitazione per quelli, che avendo a fare frequentavano il palazzo, che ognuno restava soddisfatto, quando vi andava, e sovente cercava nuove occasioni per andarvi. E bisogna ben credere, che egli lo voleva così, giacchè lo facevano, posciachè egli era l’anima della sua corte, e che il suo spirito, la sua umanità, la sua onestà, ed i suoi modi di trattare erano sparsi in tutte le persone che la componevano, a misura che ciascuna era capace di imitarlo. Chi si sia non avrebbe osato fare un atto cattivo cogli stranieri sotto pena dell’indignazione del signor presidente, che era qualche cosa di più terribile che la frusta, e tutti vivevano insieme con una pace ed unione tanto lodevole, quanto che è rara nelle case dei grandi. Non vi è stato che esso, che abbia potuto assistere agli spassi de’ suoi domestici senza abbassarsi; la sua presenza bandiva da essi la licenza e l’ardire, senza levare la libertà, e non si è potuto comprendere come imprimeva loro tanto rispetto colla famigliarità, colla quale li trattava, ma altro non è, se non perché non vi è mai stato uomo al mondo che abbia avuto le azioni, l’aere ed il modo di trattare tanto grandi. Cosa alcuna non era capace di destare in esso ammirazione alcuna, perché l’animo suo grande era capace di ricevere impressione d’ogni cosa per eroica e grande che fosse. Non ha mai mostrato di sprezzar niente, e ciò procedeva dall’indole sua tanto ottima, che giammai alcuno ne ha avuto una che gli potesse eguagliare. Egli ha sempre evitato di parlare della sua grandezza, delle sue ricchezze, e delle sue belle doti colla stessa cura, colla quale gli altri procurarono di sentirne parlare, e se ne stimano solleciti. Non dipendeva dal sua procedere che tutti i suoi compatrioti non si stimassero grandi al suo pari. Egli è ben vero, che come odiava in sommo le cattive azioni, ne testimoniava l’odio con un’indifferenza sì maestosa verso i delinquenti, che alle fiate un contegno simile faceva talmente aggrinzire i colpevoli, che bastava per ricondurli sul viale della corruzione, quantunque la loro naturale inclinazione animata dal male, li portasse a continuare di correre sulle poste ad ogni operazione biasimevole. Nelle avversità la costanza era sul suo apogeo. Non si ha che a notare nella sua vita, con qual’intrepidezza sofferse la morte del suo unigenito maschio per far vedere, come egli era insensibile alle peripezie del mondo, che sogliono affannare alle volte gli animi più grandi. Nella sua stessa persona quello che lo affliggeva e lo tormentava, lo tollerava con pazienza indicibile, e se ne può rimanere persuaso, se si vedrà nella sua vita la rassegnazione, che faceva a Dio nelle inarrivabili sofferenze delle sue antecedenti infermità, le quali lo portarono in fine alla morte. La podagra, i di cui effetti dolorosi risentiva sovente, soleva egli dire, ch’erano avvisi del cielo per fargli ricordare nelle sue prosperità, che gli uomini erano mortali, pieni di infermità, e soggetti ai disastri ordinarj del mondo. L’ambizione non ha mai avuto luogo appo di lui. Ha, egli è vero fatto fabbricare chiese,cappelle e conventi intieri, ma non già per un principio, che gli altri hanno di lasciare qualche monumento della sua persona “ad perpetuum rei memoriam”, ma per un puro principio di pietà. Mille e mille cose si potrebbero dire di questo gand’uomo, che stimo superfluo, non essendo stato il mio disegno, che di dartene uno sbozzo alla lieve nella sua vita, e ti basterà che io conchiudi tutto in queste quattro parole, che in tutto il decorso della sua vita si è vista una prudenza straordinaria nell’oprare, una vigilanza estrema nelle sue azioni, una fede incontaminata verso il suo re, un affetto indicibile verso i buoni, una giustizia inalterabile verso i cittadini, una carità abbondante verso la patria, una liberalità immensa verso i poveri, una pratica esatta in tutte le buone arti, un ingegno perspicacissimo in tutto, e versato nelle più astruse difficoltà, ed una grandezza d’animo incomparabile accompagnata d’un desio eroico della gloria. Il che ha lasciato tanto buon odore dopo la sua morte, che viverà il suo nome immortale nella città di Milano, e massime fra tanti lodevolissimi e stimati cavalieri suoi parenti, che sono dotati di sì rare qualità virtuose che sembrano essersi posti sul viale virtuoso del suo parente il signor presidente Arese, che Dio voglia avere nella sua gloria immarcescibile.

 
Il governo
del
Duca d'Ossuna
e la vita
di
Bartolomeo Arese
scritta da
Gregorio Leti
con prefazione e note
di Massimo Fabi


Milano
presso Franc. Colombo Librajo-Editore
Contr. S.Martino, n.549-A
1854

Biblioteca
Storica Italiana
vol. III
 
Bartolomeo Arese
cavato da un dipinto esistente
nell'Ospedale Maggiore
di Milano
 

Prefazione

Vita di Gregorio Leti

Duca d'Ossuna

Bartolomeo Arese


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