Lombardia

 

Melegnano traverso i secoli

Conferenza detta nel Castello Mediceo di Melegnano
il giorno 8 aprile 1900
di Avv. A. Valvassori-Peroni

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A
Melegnano
forte e cortese
illustre per antiche memorie
e più illustre e più grande
nell'istoria dell'italico riscatto
consacro queste pagine
ove
sono raccolte
le sue lagrime le sue glorie
e le sue speranze.

Tra queste mura, che nelle loro forti vestigia serbano le tracce di luminose memorie, io veggo un fitto aleggiar di speranze, io odo come il mormorio d'una tiepida pioggia, che discende invocata sul terreno e ne fa sorgere e pullulare teneri virgulti e fiori smaglianti. Si: un soffio di vita serena e robusta scorre traverso questa gentile borgata, un soffio che ricrea, che ristora, che rinfranca, che caccia le nubi e lascia splendere tutto l'azzurro del cielo.
Un popolo, che ricorda le sue glorie non per vana carezza di lusinghe, ma per attingervi la fresca vena d'ogni virtù, che si volge all'infelice e gli stende soccorrevole la mano, spinto da quell'ardente soffio di affetto che gli divampa nel cuore, che, in mezzo al febbrile lavoro affaticante l'età nostra, trova modo di raccogliere tra le sue mura tanta parte dell'industria agricola paesana, oh! un popolo siffatto - permettetemi di dirlo a voce elevata - un popolo siffatto può guardar serenamente i tempi novi, e può con giovanile baldanza muovere incontro a loro ed attendere non solo gli allori della sua terra, ma ancor quelli della patria e della civiltà, che si rispecchieranno in esso come in una delle più fulgide gemme della loro corona!... E se di tanto potete oggi nutrire legittimo orgoglio, o cittadini melegnanesi, sia onore a voi, che nelle arti della pace sapete splendidamente sopravanzare i trionfi guerreschi d'un giorno - poichè, o signori, più ammirevoli delle vittorie di guera, che portano ahi! seco lagrime e sangue, sono i trofei della pace, son le conquiste della civiltà e dell'industria, che tendono a stringere tutti i mortali in un sol fascio d'amore, che elevano l'uomo alla vera coscienza della propria dignità e del proprio apostolato.
Ed io oggi, o signori, veggendo tutti questi spiriti gagliardi, che si effondono di qui e spargono d'intorno ottimo seme di pensiero e d'azione, io oggi mi sento vieppiù stretto a questa terra di Melegnano, ove sono orgoglioso d'esser nato ed alle cui zolle lagrimate commettevo pur testè la parte più cara del mio cuore! E se scegliendo la mia povera parola ad illustrare le memorie del vostro paese, voi vi pensaste così di udir quasi la voce d'un figlio tenero e devoto, io vi confesso da profondo dell'animo commosso che il divisamento vostro non è stato vano, poichè un affetto vivo e possente mi trae a voi, come gli amici dal cuore generoso e largo, come ai fratelli, con cui si hanno comuni e gioie e dolori e speranze.
Lo spettacolo, o signori, di cui io e voi siamo in quest'ora l'oggetto, gli attori, i testimoni, mi richiama gagliardamente al pensiero quegli spettacoli dell'Ellade antica, di quella Grecia, che fu culla della poesia, dell'istoria, delle arti, della libertà. Ella celebrava i suoi giuochi olimpici e n'era spettatrice la nazione intiera e grande, grande sì, poichè la grandezza dei popoli si foggia non sulle linee del territorio, sibbene sulla elevatezza dell'animo. Ma mentre ne' giuochi olimpici ella intendeva dall'una parte ai ludi, alle corse, ai pugilati e coronava di lauri i vincitori, dall'altra dava premi e plauso alle arti e alle lettere, e soprattutto si volgeva ad udire amorosamente che le narrava i fasti della patria: e ci dicono i volumi dell'antico sapere come ivi Erodoto raccogliesse palme e trionfi e come, appunto nell'occasione di quelle istesse feste olimpiche, il giovanetto Tucidide, acceso dal desiderio di gloria (così allora si chiamava la virtù), concepisse di tratto nella mente sua, augusta come i cieli, quelle opere, che oggi ancora rimangono qual solenne testimonio della eccellenza dell'ingegno greco.
Ed or qui, o signori, lo spettacolo greco si rinnova sotto l'azzurro di questo cielo lombardo; si rinnova tra le mura vetuste di questa cortese città, a cui le acque del Lambro vengono dolcemente mormorando e sussurrando vecchie e moisteriose istorie. Qui, accanto alle feste del lavoro, accanto agli ammirati progredimenti dell'industria dei campi, accanto ai ludi ginnici, tra' concerti, che diffondono all'aure la fierezza degli animi nostri, voi avete pur vaghezza di riudire i fasti di Melegnano, quasi per allaccciare più tenacemente gli affetti e le speranze vostre in una sola catena, quasi per congiungere il passato con l'avvenire, quasi per render più forte e vibrato ed intenso l'amore all'Italia, poichè, o signori, come i nostri cuori battono trepidamente per la grande patria comune, così il cuore di questa batte e si bea e si estasia nei ricordi de' suoi figli devoti, nelle memorie d'ogni parte del suo suolo benedetto.

Signori, come acque, che scendan precipiti frabalze e rocce, travolgendo seco nella lor ruina uomini e cose, così passano le età e si dissolvono i regni. Nulla v'ha di durevole quaggiù e par quasi che nelle cose umane sia racchiusa una legge fatale, rassomigliantesi a quell'omerica catena di Giove, che trascina e volve con sè l'umanità e gli dei! Fu così che pur per Melegnano, tra il volgere dell'età e lo scorrere de' tempi, cangiò foggia e dominio, cangiò costumi e signoria, or baciata e sorrisa dal sole della vittoria, or ammantata in gramaglie, senza, però, discender mai da quel cammino di progressivo perfezionamento, che via via la condusse, tra' dolori e le lagrime, tra le gioie e i diletti, dai terrori de' tiranni e delle sanguinose armi straniere agli albori dell'italico riscatto, alla luce e all'amplesso del patrio risorgimento.
Ignoran le croniche quai popoli ponesser piede i primi su questa terra, ed indarno noi vorremmo, come Osiride nel tempio di Titorea, squarciare il velo che li avvolge; nè maggior luce ci offre in quell'età, in cui l'aquile romane corrono vittoriose fino agli estremi lidi, portando dovunque temuto e venerato il nome dell'Urbe. Ma l'impero romano, che agli occhi del mondo atterrito par quasi infrangibile, ha, come il colosso di Rodi, i piedi di creta; esso non regge al soffio delle nuove idee di fratellanza e di libertà, che vengon d'Oriente, e illanguidisce e si spegne sotto l'ingluvie de' Cesari dissoluti. Ma ahi! che alla caduta dell'impero tengon dietro altre lagrime ed altri dolori. I Goti, i Visigoti, gli Ostrogoti e Franchi vengono a ferire il colpo della viltà nelle belle membra d'Italia, e la tirannia di costoro si ripercuote anche in queste contrade e vi si asside arbitra e donna assoluta sino al 996. Ed è precisamente in tal anno che appare Ubertino, primo conte di Melegnano, qui posto a signoreggiare dal fratello suo Landolfo, arcivescovo di Milano. Nè monumenti, nè croniche ci dicon altro di lui; e l'istoria torna ad avvolgersi ancor per ben cent'anni nel buio e nella penombra, attraverso cui la pupilla cerca invano di rintracciare le memorie ed i ricordi patrii. Sappiamo, però, che furon tempi torbidi assai e minacciosi, in cui si scatenarono procelle di discordie e di lotte tra Milano e Lodi; onde Melegnano, posta a mezzo del cammino tra queste due città e quasi anello che l'una congiunge con l'altra, fu consacrata qual vittima sull'altare cruento delle fraterne battaglie.
E mentre il 23 giugno 1182 Melegnano, anco per volere del Barbarossa, veniva data qual trofeo di vittoria ai Lodigiani, questi non appena scorsi trent'anni, la rilasciava a Milano, che s'era di bel nuovo levata in armi per riconquistare questa gemma perduta della sua corona. Ma queste lotte non ebber si presto fine. Come oggi Melegnano occupa un posto rilevantissimo nel commercio paesano per la vaghezza del suo territorio non sopraffatto dai monti, non disertato da brughi, non profondato da valli, ma fecondo di frutti e sorriso dalla copia dell'acque, così ne' tempi scorsi, quando la guerra era tra' precipui compiti della vita, Melegnano occupava strategicamente un rilevantissimo posto; ess'era, per dirla tecnicamente, la chiave di Milano, la fortezza, di dove si poteva muovere baldamente verso l'insubre città.
Qual maraviglia quindi, che questa sua ventura costituisse quella dote funesta di infiniti guai, di cui parla il poeta? Onde i Lodigiani, che non si davan pace d'averla perduta e spiavan, con il vigile occhio, l'ora di tornare all'assalto, tratto a lor partito Raimondo Torriano, battevano nevellamente nel 1278 i Milanesi e tornavan signori del borgo. Seguon anni di pace; e ci affacciamo all'albeggiare del secolo decimoquarto, all'albeggiare di quel trecento, che diede all'Italia i tre grandi e sovrani intelletti dell'Alighieri, del Boccaccio e del Petrarca, e che ci diede soprattutto quella lingua dolcissima ed armoniosa, che corre sulle nostre labbra, ch'è segno di nazionalità, ch'è il suggello di quella fratellanza, la quale serra, come in un aureo nodo, tutti coloro, cui l'Appennin parte e il mar circonda e l'Alpe.

Siamo, ho detto, nel trecento, il secolo glorioso dei comuni. Vinti i Torriani dai Visconti, Melegnano cadde in potere di questi: e fu precisamente per volere di quel Barnabò, cui le storie dipingono con così foschi e misteriosi colori, che surse qui, sulla riva del Lambro, il castello, di cui noi siamo avventurosi ospiti in quest'ora. Oh, quante memorie narran queste mura vetuste, su cui l'ala del tempo ha lasciata lieve orma del suo passaggio! Oh, di quante scene d'amore, di cavalleria e di tirannide furon esse mai spettatrici! S'elleno potesser parlare, se ci potessero pur dare un'eco pallidissima degli accenti, che un giorno risuonarono tra queste sale, oh, come, al lor conspetto, vi parrebbe smorta e disadorna la parola mia!
Qui, soprattutto, traeva a riparo Barnabò allor che l'ambiziosa sua crudeltà gli sollevava d'intorno le minacce degli eventi; e nel popolo, ch'è il fedel custode delle memorie del passato, vive ancor il ricordo delle persone ch'egli immolava a' suoi capricci, alle sue gelosie, ai suoi gusti di tiranno. V'ha ancor, tra queste mura, una sala la cui volta è forata, e donde, si dice, facess'egli precipitare gl'infelici, su cui s'era levato l'odio suo, e non lontano di qui, a Pedriano, si attterrava in parte, or non son molt'anni, un monumento delle sue sevizie, un coviglio di cani, ch'egli v'aveva fatto costruire e da cui traeva ferocissimi mastini, che l'aiutassero a consumare le sue orge crudeli.
Correva, o signori l'anno 1361 e Barnabò stavasene in questo castello, rintanato per timor della ferocissima pestilenza, che devastava Milano.
Gli si annunzia di tratto due abati benedettini, che vengon nunzi d'Innocenzo VI, incaricati di trattar seco lui per terminare la controversia di Bologna. Barnabò stabilisce che l'incontro debba accadere sul ponte gettato attrverso il Lambro, e vi si porta ben fornito di armati. Dà di piglio alla pergamena, la legge e poscia volgendosi ai nunzi e additando l'acqua del Lambro e le bolle dice loro: "scegliete una delle due: o bere o mangiare". I due nunzi, tra quegli armati, senza difesa e senza scampo, restano stupiti, sopraffatti; ma Barnabò li rincalza, e, per scampare alle acque del fiume che mugghiavan sotto a' lor piedi, essi dovettero mangiarsi la pergamena. Frattanto andavan maturando gli eventi e Gian Galeazzo, nipote di Barnabò, in cui, vuoi le inusate efferatezze dello zio, vuoi il desiderio di regno avevan desto un implacabile odio verso il suo maggiore, spiava accortamente l'ora di balzarlo dal seggio ducale.
Mentre un dì, nipote e zio si abbracciavano in un abboccamento, Galeazzo, d'improvviso, gridando a sue guardie tedesche: "Streike" fe' disarmare Barnabò, e tradottolo nel castello di Trezzo vel fece morire di veleno. Tali cose, o signori, oggi destan ribrezzo nell'animo nostro; eppure l'opinione vergognosamente corrotta di que' secoli le chiamò virtù! Vero è, però, che tutto questo dee riaccendere ed allumare gli animi nostri ed infonderci lena a continuare in quel progressivo perfezionamento dello spirito umano, che cammina a grandi passi verso l'ideale dell'amore e della fratellanza universale, come alla meta vaghegiata, in cui sola la nostra natura vivace e irrequieta potrà raccogliere i sognati e veri allori di pace, di virtù, di gloria!
Dicon le istorie che Gian Galeazzo Visconti, celebrate in Pavia le vittorie ottenute contro i Fiorentini, si volle portare a Melegnano per cinger l'agognata corona. E vi giunse, invero, sul principiar d'agosto del 1402, e già era presta la corona che doveva posare sul suo capo di re d'Italia. Ma ecco che la febbre pestilenziale lo attacca violentemente, e all'albeggiare del decimo dì di quell'agosto istesso, egli, tra le pungenti trafitture del morbo, chiude gli occhi alla luce tra queste mura, che avrebber dovuto, in quella vece, echeggiare degli evviva e degli osanna della vagheggiata incoronazione. Oh, il mistero impenetrabile che regge e governa le uname vicende! Ben dettò Cesare Balbo che se costui non fosse stato così anzi tempo tratto alla tomba avrebbe riunito sotto il suo scettro l'Italia, preludiando così di ben quattro secoli e mezzo l'opera del patrio riscatto, come già molt'anni prima era passata la visione d'un'Italia libera e forte attrraverso i nimbi di luce intellettuale dell'Alighieri.
Non peggiore tr' Visconti fu Filippo Maria. Brutto di figura, cresciuto tra' pericoli e le sventure e riuscitone timido, sospettoso e cupo, non guerriero, non buon parlatore, fu abile conoscitore e destro maneggiatore d'uomini a proprio vantaggio, e crudele sì, ma poco per un Visconti; onde gran che non sofferse Melegnano sotto il suo ducato. Guerreggiato ed abbattuto dallo Sforza, Filippo Maria il trasse a sè, offrendogli la mano di Bianca, cui egli aveva cara come la pupilla de' suoi occhi e come l'unico raggio di luce e d'amore che allietasse i suoi dì. Spento Filippo Maria, surser ben tre pretendenti al ducato visconteo. Ma i Milanesi si vendicarono in libertà, e, inalzando berretto frigio e bandiera di repubblica, assoldarono Francesco Piccinini perchè corresse a porgere aiuto a Crema. Vi si avviò il Piccinini per la via di Lodi e in quel cammino prese il castello di Melegnano. Tosto, però, gli si levò incontro lo Sforza, a cui il dominio di Milano turbava i sonni; e, qui raccolto il poderoso suo esercito, battè a vivo fuoco il castello, divenendone signore. Quattro anni bastarono allo Sforza, principe nuovo, ma militare, per finir tutte le guerre, che avevan occupata la vita di Filippo Maria, principe antico, ma non militare; e tutte le città del ducato gli apriron lor porte.

Signori, mentre i popoli oltremontani ed oltremarini si univano dopo lunghi travagli sotto principi grandi ed operosissimi, l'Italia, perduto Lorenzo il Magnifico, non ebbe più se non uomini o mediocri, o cattivi, o cattivissimi. Di quest'ultima fatta fu quel Lodovico il Moro, che succedette allo Sforza, e di cui ben ha sentenziato l'istoria chiamandolo il traditore più esecrato nelle memorie italiane; e la sua vita fu invero un cumulo di tradimenti. Debole, pusillanime, inetto,chiamò al soccorso Carlo di Francia, e per l'annuo canone di trentacinquemila ducati vendette sè ed i suoi sudditi al re straniero; onde, con Milano, Melegnano pure passò in signoria di Carlo f'Angiò e sulle nostre terre ridenti passò l'ugna di destrieri inimici.
Non corse molto, però, che i Francesi ne furono cacciati, e tornaron nel ducato gli Sforza. Ma, a riparare i danni passati, occorrevan non piccole somme di denaro; e a tal fine nel 1512 Massimiliano Sforza cedeva per mille ducati il Castello e il vassallaggio di Melegnano a Francesco Brivio, signore di quella Rocca, che ancor oggi si aderge tra le ubertose campagne che le fanno corona. E si fu appunto in questo torno di tempo che Melegnano si rese teatro di quella battaglia de' giganti, o battaglia della Vittoria o di Santa Brigida, ch'è tra le più grandi e sanguinose che ricordino i tempi e che ha stampato, a caratteri indelebili, il nome di Melegnano sulle pagine dell'istoria.
I FRancesi non sapeano darsi pace d'aver perduto il ducato visconteo. Morto in FRancia Luigi XII, e succedutogli Francesco I, principe buono, leggero, facile, gran protettore di lettere e d'arti, e di più cavaliere e guerriero, pensò di scendere con un forte esercito a quel Piemonte così di soventi attraversato, a quella Lombardia così di soventi riconquistata. Lo Sforza gli contrappose gagliarde truppe di Svizzeri, e l'urto delle armate inimiche accadde ne' pressi di Marignano (così chiamavan allora la terra nostra natale). Tenacissima fu la pugna; le batterie avversarie tuonarono orribilmente; ma, nonostante il valore che brillò nel'armi svizzere assoldate alla libertà di Milano, vinse Francesco I re di Francia. Ventimila cadaveri giacquero sul terreno, e il condottiero Gian Giacomo Trivulzio, che aveva visto il fuoco di ben diciotto altre battaglie, ebbe a dire che quelle eran state giochi da fanciulli, questa Battaglia di giganti. Così Milano e Melegnao furon di nuovo di Francia, e Massimiliano Sforza fu tratto prigione oltre l'Alpi.
Nuove guerre, però, si riaccesero tosto in Lombardia ed in Italia. Don Carlo De' Medici da prima, Antonio Da Leva dappoi, vennero all'assalto di questo castello; e alla fine la signoria di Melegnano cadde nelle mani di Gian Giacomo De' Medici, l'illustre capitano, da cui tanta luce si effuse su quella casa, che oggi ancora da lui s'intitola.
Volgeva l'acre lotta tra il Duca Sforza e Gian Giacomo De' Medici; e, interpostosi Carlo V onde si addivenisse a pace tra que' due signori, il Medici mandò quali ostaggi allo Sforza i fratelli suoi Giovan Angelo e Giovan Battista. Ma, dopo aver inteso che il Duca gli aveva alloggiati nella parte più remota del castello ed avevali fatti scortare di guardie, Gian Giacomo sentì ribollire il sangue nelle vene e gli si ridestò ogni sdegno passato. Il pensier de' fratelli racchiusi in quelle torri gli giganteggiò dinanzi qual minaccioso fantasma, e già s'era accinto col suo valoroso esercito ad assalire novellamente il Duca. Ma i buoni offici di carlo V tolsero l'armi a' suoi sdegni, e la pace firmata concesse a Gian Giacomo Medici il marchesato di Marignano. Crebbe costui le fortificazioni della rocca, ch'or s'era mutata in suo nido e ricetto; e le quattro torri, che la ornavano un giorno, e di cui sol due rimasero a disfidare gli eventi, son opera sua. Durante il suo dominio Melegnano fu scissa dal ducato di Milano, onde le sue sorti corsero d'allora in poi libere e indipendenti, non più strette ed unite ed immedesimate, direi quasi, nelle vicende dell'insubre città.
Se grande, però, fu tra' Medici, Gian Giacomoper le sue guerresche imprese, non minor fama ebbe quel fratello di lui, Giovan Angelo, che era stato dato giovinetto in ostaggio allo Sforza. Eletto papa nel 1560 sotto il nome di Pio IV, egli concesse a Melegnano quelle Feste del Perdono, attorno cui corre una vecchia leggenda popolare.
Narra il Coldani che il Medici, ancor cardinale, tornò un dì a visitare questo borgo, ov'egli aveva trascorsi i giovanili anni del viver suo. Tripudiavano di gioia gli abitanti; ma non così la vedova, di Gian Giacomo, suo cognato, che si appressava al castello, ma, a colmo di dispetto, fe' levare il ponte levatoio, divietandogli così la via. Giovan Angelo non n'ebbe però rancore, e, mentre il sole volgeva al tramonto, cercò altrove riposo per la notte veniente; ed il dimane partì di Melegnano non isdegnato, ma promettendo agli abitatori ch'ei pensava a qualche dono singolare, che loro attestasse l'affetto ch'ei nutriva per quel borgo, ove'erano sbocciate e fiorite le sue domestiche affezioni. E fu così che la Festa del Perdono venne a sigillare e a stringere perpetuamente il nome di Pio IV con il nome di Melegnano.

Volge, o Signori, il secolo decimottavo. L'Italia piange e veste a lutto. Ella, che un dì aveva spaventato il mondo di sua grandezza, è mostrata a dito e derisa, insultata dai più, da pochi compianta, cancellata dal novero delle grandi nazioni, a cui lo straniero rapiva perfino il nome, e solo, a sanguinosa elemosina, lasciavagli le sue memorie; mentre i suoi figli erano sparsi a divisi, e il manto di sua bellezza lacero, e fatto a brani tra' figli dell'oppresore. Triste miscuglio di glorie e di miserie, che ci richiama al pensiero le parole del Profeta a Solima la schiava: "Come mai se' tu caduta da' cieli, tu la stella del mattino, tu la figlia dell'aurora?" Poesia triste e lagrimosa, o signori, poesi di mistero e di lutto.
Passano frattanto su Melegnano eserciti e truppe combattenti: son Francesi ed Austriaci, son Ungari e Schiavoni; niun grave fatto d'armi, però, lascia traccia od impronta: gli è come bava di vipera su dura selce. Ci volgiamo, frattanto, o signori, al tramonto del secolo decimottavo.
Le idee degli Enciclopedisti hanno in Francia germogliate lor fronde e maturati i frutti: il terzo stato, ch'era rimaso nulla fino ad allora, si leva in armi contro il privilegio della nobiltà e contro il depotismo monarchico e Luigi XVI e Maria Antonietta lasciano il capo regale sotto la mannaia. L'incendio della rivoluzione freme e divampa; l'Italia pure n'è scossa, e anco per Melegnano ricomincia un'èra novella di timori, di vessazioni e di lagrime.
L'11 maggio 1796, detta il Coldani, fur visti giungere ottocento dragoni dall'elmo a lunga criniera, guidati dal maggior generale Chilman, dal minaccioso aspetto e dal vestito disadorno. Frattanto, precorsa la novella del loro arrivo a Milano, eran qui venuti ambasciatori di quella città ad offrire le chiavi dell'istessa alle truppe rivoluzionarie di Francia; onde, lascito prestamente Melegnano, queste entrarono baldanzose nell'insubre terra, rendendola schiava a' lor capricci. Fu breve, però, tal dominio, e il fulmine di guerra napoleonica non tardò a guizzare dall'Alpi sulla vasta pianura di Marengo, raccogliendovi le più fulgide gemme della sua corona di conquistatore e di duce. E mentre, in su l'aurora del secolo che or volge al tramonto, Napoleone si poneva in capo la corona d'Italia nel maggior tempio di Milano, passò dinanzi alla pupilla de' Melegnanesi, come dinanzi a quella degli italiani, passò la visione d'una patria libera e redenta, chiamata dalla voce de' tempi ad una vita rinnovellata e forte. Ma ahi! fu sogno che rapidamente scomparve, come quelle stelle filanti che solcano ed illuminano di tratto l'aer bruno e poi lascian dietro sè più densa e più fitta la tenebra.
L'astro del grande Corso non diè più luce sui campi di Waterloo; e Napoleone, vinto, fu tratto a S. Elena, perduto scoglio nell'immensità dell'Oceano, e vi fu relegato, come già un dì Prometeo alla rupe. E gli avidi vincitori tornarono a dividersi le opime spoglie del suo impero, e Melegnano, con le città sorelle d'Italia, cadde, per il trattato di Vienna, tra' fieri artigli dell'aquila austriaca.

Chi può ridir pienamente, o signori, le dolenti note, che echeggiarono alora per queste e per le terre che mal soffrivano le austriache sanguinose carezze? I popoli non son di re o di tiranni; sibbene arbitro del suo destino debb'essere il popolo istesso. Mal, adunque, si può governarli con le trame, con la viltà, con le carceri, con l'assassinio; e, se per qualche volger di tempo trionfan quest'arti, non lontana, però, è l'ora che l'oppresso scuote il giogo tiranno ed insorge animoso e radiante nella luce del conculcato diritto, insorge in nome di quella coscienza del genere umano, ch'è l'indefettibile vindice dell'innocenza oppressa, ch'è lo scudo e l'usbergo del debole e dell'infelice.
Pareva, o signori, che l'Italia, in quel volger di tempo, fosse morta sotto le ruine della sua grandezza. Eppure ella viveva! viveva nella coscienza delle sue glorie, nel sangue de' suoi martiri, nella necessità dell'umano incivilimento, nel nome fatale di Roma; ed ella già presentiva l'ora, in cui, rovesciata la pietra del monumento, avrebbe levata fuori la fronte, in atto di chi conosce le arti dell'impero e magnanimamente le ripiglia.
Volgeva il 23 marzo 1848. Il fuoco dell'italica indipendenza correva e divampava per tutto il paese; e sembrava quasi che intorno agli insorti fosser l'ombre di mario vincitore de' Cimbri e di Germanico vendicatore di varo, l'ombre de' prodi, che a Legnano fiaccarono l'orgoglio di Federico - sembrava quasi che l'aquile romane tendessero le ali a desiderare l'antico volo dal Campidoglio.
Le truppe austriache cacciate di Milano eran giunte ne' pressi di questa forte borgata, cui si pensavan di poter scorrere liberamnete: stolto e vano disegno, poichè i Melegnanesi, ne' cui petti fiammeggiava l'ardore di libertà, s'erano apparecchiati a tagliar loro il cammino audacemente, pochi e valorisi contro le miriadi dell'oste inimica, rinnovellando il prodigio di que'trecento, che alle Termopili si opposero all'incommensurato esercito persiano. E ben il sepper quel colonnello austriaco Wratislaw e quel maggior Castiglione, che, cimantatisi a penetrar nel borgo afine di esplorare le difese, furon tosto arrestati e tratti nelle carceri del Castello. Ne' di questo si appagarono gl'insorgenti Melegnanesi; ma, emuli del valore e dell'audacia milanese, mandarono ambasciatori alla colonna austriaca, intimandole di deporre l'armi avanti di passar per il paese. Fu allora che i generali austriaci detter l'ordine alle brigate d'avanguardia di attaccare Melegnano. Che può, o signori, il guerresco valore e l'indomito amore della patria contro lo strapotere del numero? Eppure i Melegnanesi, vinti in quella prima lotta, si ritrassero al di là del Lambro, tentando di fare saltare il ponte, e si apparecchiarono con improvvise barricate a sostenere il nuovo urto delle inferocite soldatesche d'Austri. E ancor qui il valore cadde dinanzi al numero; ma l'audacia dei combattenti di Melegnano - audacia che strappa ai cronisti di quell'epoca vivissime parole di plauso - e il giulivo rintocco delle campane di Milano, che annunziavan la vittoria, crebber la sfiducia nelle truppe straniere, le quali non atteser l'alba del dì seguente per fuggire precipitevolmente verso Lodi e vèr Crema, lascindo libera questa terra, che come un dì aveva avuto comuni con Milano le angoscie della schiavitù, or parteggiava con essa la lietezza della libertà. E fu, o signori, in quella triste notte del 23 marzo del 48 che laggiù, in questa fiera borgata, cadeva di tradimento, sotto il piombo degli sgherri, quel Carlo Porro, anima nobilissima e disdegnosa, cui gli Austriaci traevan seco, quale ostaggio nella loro ignominiosa fuga, e a cui voi, o Melegnanesi elevaste pur testè un marmoreo ricordo. Oh, la memoria di quell'eroe, viva perennemente olezzante tra le vostre mura, ed in quest'ora, in cui ci ricompaiono dinanzi tutte le visioni del passato, mandiamole dal profondo dell'animo un saluto, un plauso, un grido d'ammirazione! Ed un saluto, un grido giunga ben anco a tutti que' concittadini, che bagnarono di lor sangue benedetto queste patrie zolle, su cui, lor mercè, tornava a risplendere il sole della libertà!
Ma altri triboli, o signori, vennero ad attardare l'italico riscatto. A compierlo non bastò la gloria di Goito, e di Peschiera; ma Curtatone e Montanara, ma Custoza, ma la brumal Novara ci ridiedero l'esecrato impero straniero, fatto più duro e feroce dagli scacchi subiti e desideroso d'acri vendette. Venner, però a cacciarlo nevellamente i lieti eventi delle armi alleate di Vittorio Emanuele e di napoleone II, cui un nimbo di gloria avvolse sui campi di Montebello e di Magenta.
Signori, è l'8 giugno 1859. Napoleone e Vittorio entran solennemente in Milano e Napoleone così parla agl'Italiani: "Siate uniti nello scopo di far libera la vostra patria. Oggi soldati, domani cittadini liberi d'un gran paese".
Ma ecco, mentre a Milano ferve l'esultanza, ecco un novello sinistro echeggiar del cannone. E' a Melegnano che si combatte. La retroguardia delle truppe austriache si tenea ancor ferma sulla destra riva del Lambro, mentre l'avanguardia degli alleati con Mac-Mahon e Baraguay d'Hilliers e si procede a un attacco di fronte. E qui, o Signori, io lascio la parola ai cronisti dell'epoca, come quella di fedeli testimoni degli eventi: "Lo scontro è terribile e sanguinoso; i combattenti si prendono corpo a coprpo, i fucili si urtano fra loro e si spezzano, e le baionette si piegano nel furore della pugna. Aveva il nemico occupato tanto gli approcci del villaggio quanto le case, e disposto sui fianchi della strada i cacciatori, i quali ricevevano i zuavi con un fuoco vivacissimo. In una sola corsa que' prodi respinsero i cacciatori, fecero retrocedere i cannoni, li costrinsero ad abbandonare la cascina Majocca, e penetrarono nel cimitero all'ingresso del villaggio.
"E' questo un ampio campo, recinto da alto muro, coperto al di fuori di nere lapidi sepolcrali. Vi si entra per una sola porta, chiusa da un cancello di ferro. Così il cimitero, come il terreno dietro di esso coltivato a viti, che scende in pendio verso il Lambro, erano fortemente presidiati. Nel cimitero i soldati eran muniti di scale, le quali poggiate al muro di cinta, servivano loro a guadagnare l'altezza voluta per far fuoco. Malgrado tutte queste precauzioni la resistenza non fu grande; e il resto della colonna penetrò nel villaggio, impossessandosi in primo luogo di una gran casa a sinistra. Da quel momento fino al completo sgombro del villaggio, il combattimento, che durò un'ora, altro non fu che una lotta, in cui la morte, nascosta nell'interno delle case, coperta dai tetti, celata dietro le finestre ed i muri forati, colpiva da ogni parte con mano sicura ed invisibile i zuavi e i soldati del 33°. Ma quanto maggiore è il pericolo, tanto più ferma è in essi la volontà di vincere. Non indietreggiano mai, corrono per le vie, abbattono le porte, penetrano nelle case e si riuniscono ne' luoghi aperti per nuovamente lanciarsi in altre direzioni.
"Dal lato opposto del villaggio avvi un gran fabbricato, già castello dei Visconti, da ultimo usato dagli Austriaci come casa di correzione. Questo castello, divenuto proprietà de' Medici di Milano, allorquando Gian Giacomo Medici ottenne in feudo la terra di Marignano, occupa uno dei lati della piazza, ed è circondato da un fosso asciutto. La porta, che dalla piazza mette in esso, è aperta in una torre quadrata, che già aveva un ponte levatojo. Lo spazio del fosso davanti alla torre fu colmato, facendovi una strada, per la quale dovevano passare gli Austriaci. Ai lati, lungo i muri, il nemico eseguì feritoie da cui fe' piovere una grandine di fuoco sulla via, la quale va ad unirsi alla strada di Lodi. Nel recinto attraversato da questa via una rigogliosa vegetazione protegge mirabilmente i difensori. Le viti sono stretamente legate agli alberi, che spargono all'intorno i loro rami carichi di foglie. Dietro questi ripari d'ogni specie è organizzato un centro di possente difesa. I zuavi improvvisamente sbucano sulla piazza condotti dal loro intrepido colonnello Brincourt, e d'un salto penetrano sotto alla volta, le porte della quale non poterono chiudersi. Gli Austriaci, in agguato dietro i ripari, incrociano i loro fucili, e sembra che ogni pietra nasconda la palla di una carabina. I cadaveri coprono il suolo; ma al soldato caduto succede un altro in piedi, e la morte che incessantemente colpisce, non ispaventa i bravi soldati, che da ogni via corrono ad ingrossare le compagnie audacemente impegnate in quest'ultimo rifugio de' nemici. Ad ogni passo v'è una nuova pugna, perchè gli Austriaci oppongono ovunque una energica resistenza. Il colonnello Bordas e il luogotenente colonnello Rey sono arrivati sulla piazza della chiesa. In mezzo le case trasformate in fortini, presso alla casa di Dio, che anch'essa vomitava fuoco dalle finestre arcuate, essi rannodano e riorganizzano le sparse compagnie. Due battaglioni del 34° sono accorsi col colonnello Micheler per prender parte al combattimento. Essi sono seguiti dal 37° condotto dal colonnello Subielle. Tutti si stabiliscono sulle piazze, nelle vie, scacciando il nemico dalle posizioni che ancora teneva, e raggiungono per le uscite laterali la colonna di attacco.
"Da quasi due ore si pugna dalle due parti con pari accanimeto. Il cielo si oscura, e mentre i battaglioni, compresi da un sanguinario ardore, si urtano e si rompono, l'uragano mugge sordamente, le nubi si scontrano e sprigionano lampi, che attraversano l'orizzonte come strisce di fuoco. Al fragore della battaglia si unisce il fragore del tuono. L'uragano sembra raddoppiare il furore nei combattenti.
"Il colonnello Paulze d'Ivoy, l'eroe di questa giornata, è sempre alla testa degli zuavi. Egli è mortalmente colpito alla testa da una palla nel momento in cui il suo cavallo gli era ucciso di sotto. All'assalto di Malakoff era stato ferito nel capo. I zuavi che vedono cadere a terra il capo, che sì valorosamente li guidava al fuoco, giurano di vendicare la sua morte.
"Là davanti al vecchio castello, ove il colonnello trovò la morte, la resistenza è più ostinata. Vi accorre il maresciallo col suo stato maggiore; ma le palle che fischiano sembrano rispettare quel vecchio soldato, cui quarant'anni di guerra incanutirono i capelli. Egli grida: ...Alla bajonetta! e tutti, ufficiali e soldati si scagliano, spegnendo per così dire con quell'urto impetuoso il fuoco che li mitraglia. Gli Austriaci più non resistono e indietreggiano, ma sono inseguiti dai zuavi, e molti trafitti a colpi di bajonetta. I pochi che possono attraversare il castello, corrono all'ortaglia, detta di S. Francesco, che conduce dai cortili ai campi e sono salvi. La chiude un pesante cancello di ferro, e gli Austriaci di là fugiti, hanno l'accorgimento di rinserrarlo al di fuori. I zuavi furenti mandano palle dietro loro; ma sì per l'ansia sfrenata, sì per la luce già indistinta del crepuscolo, feriscono una ventina d'uomini del 34° di linea, che formava parte della 2° divisione, e che giungeva appunto sul fianco sinistro quando la battaglia era vinta. Qui pure ebbe occasione di distinguersi la divisione del generale Forey, già copertasi di gloria nella fazione di Montebello. Fra i più lodati fu il vessillifero del 30°, il quale salvò l'aquila con l'asta spezzata, che era per cadere nelle mani del nemico. Lo stesso avvenne della 1° divisione a destra, la quale però potè ancora mandare qualche colpo di cannone dietro il nemico sulla strada di Lodi. Alle 9 di sera era tratto l'ultimo colpo e tutto era finito; gli Austriaci si ritiravano su Lodi, lasciando un cannone ed 8 o 900 prigionieri in mano dei Francesi, oltre a 1500 morti e feriti sul terreno.
"Nè costò meno sangue la vittoria ai Francesi. Perdettero 1000 uomini tra uccisi e feriti, fra i quali 13 ufficiali uccisi e 56 feriti. I solo zuavi ebbero 600 uomini fuor di combattimento, e tra questi 33 ufficiali. Il colonnello Pailze d'Ivoy, e due de comandanti feriti mortalmente, erano restati a cavallo durante la battaglia nella strada, e quasi a meglio distinguersi, avean conservato i loro bianchi bournous. Il prode colonnello, trasportato a Milano, morì in un brougham davanti alla chiesa di S. Nazaro Grande.
"Si narra che il maresciallo Baraguey d'Hiliers col suo Stato Maggiore siasi seduto quella sera alla mensa preparata pel generale Benedek e pei suoi ufficiali, i quali si erano lautamente provveduti, facendo a fidanza nella forza della loro posizione.
"Il combattimento essendosi protratto a notte oscura, i feriti si dovettero cercare coi lumi. Era strana quella ricerca fatta da ombre muoventi al lume di torcie, che spandevano una fantastica luce su quella lugubre scena di morte. La pioggia era cessata; ma nel cielo fitti nugoloni rendevano più densa l'oscurità della notte. L'aria era impregnata di miasmi; un odor misto di polvere da cannone, di sangue e di sudore, indicava esser quello un campo di battaglia; odore reso ancor più sensibile pel contrasto dell'olezzo della vegetazione ravvivata dalla pioggia.
"In quella oscurità andavano a raccogliere i feriti, inciampando nei corpi giacenti, guidati spesso dai gemiti di coloro che avevano ancor forza di farsi sentire. In alcuni siti i morti erano talmente uniti tra loro, che sembravano battaglioni stesi a terra per prendere un po' di riposo. Le armi, i giacò ed i sacchi erano ammucchiati lungo i muri rotti dalla mitraglia. E presso que' corpi inanimati eque' fasci d'armi spezzate accampavano compagnie, le quali riposavano dalle fatiche del giorno col fucile al braccio, pronte ancora a combattere al primo segnale. S'udivano a volte esclamazioni di sorpresa o giocose osservazioni, prodotte dagli incidenti di coloro che andavano a raccogliere i feriti. Così fra un cumulo di morti e di feriti si rinvenne un austriaco, che esaminato colla amorosa sollecitudine del soldato francese, fu trovato sano ed incolume. I zuavi aveano saputo trovar delle tavole, colle quali fecero casse pei loro ufficiali, e nel vecchio Castello occupato dal reggimento vennero esposti i loro corpi coperti di fiori e di ghirlande d'alloro".
Così ancor questo evento, a cui dovea dar nome questa gentile città, veniva in quei giorni a sugellar solennemente la gloria dell'armi alleate e lo stabilimento dell'italico regno; e l'esercito d'Austria battè in ritirata per l'Adda e pel Mincio. E, felicissima ventura, in questo giorno istesso dell'8 giugno 1859, il generale Garibaldi, con i suoi battaglioni, assotigliati dalle fatiche, dalle battaglie sostenute, dai disagi incontrati, ma rinvigoriti dell'entusiasmo che li accendeva, rinsaldati dal fascino del duce, marciava su Bergamo, vittoriosamente respingendo da Seriate un battaglione austriaco che ivi si era accampato.
Poche date, o signori, nell'italico riscatto, si assomigliano a codesta. Oh! la bandiera, su cui è impresso l'8 giugno 1859, quante memorie, quanti ricordi evoca dinanzi al pensiero! Qui è il valore dell'armi che si disposa ai trofei del vincitore, qui è la pietra angolare di quella gran patria italiana, che di subito sarebbe risorta ad integra vita, ove il tenebroso trattato di Villafranca non fosse di poi venuto ad arrestare le speranze italiche.
Signori, se da quest'epoca in poi taccion per Melegnano le voci di guerra, non vivon però indifferenti i generosi figli di questo suolo dinnanzi alle sorti dell'italico riscatto. Essi corrono in fitta schiera a sacrare il lor braccio a pro' dei fratelli, fino a che il sole dell'indipendenza e dell'unità sorride all'Italia tutta. Allora Melegnano s'inoltra serena e fidente nelle vie della pace, del lavoro tranquillo e fecondo, dando alla patria il tesoro de' suoi campi, il frutto delle industrie sue; ella, come l'eroe del Longfellow, s'avanza, s'avanza, tra la luce de' nuovi tempi, tra le battaglie dell'arti e delle scienze, tra le conquiste della civiltà, ripetendo quella maliarda parola: Excelsior! E noi accogliendo il suo grido, moviamo avanti con serenità d'animo, con baldezza di sensi, con la fronte levata, con lo sguardo vigile! Avanti! Non a chi si abbandona alle mollezze dell'ozio, non a chi versa lagrime infeconde, non a chi s'intimidisce perchè il cammino è lungo, non a costoro son serbate le lietezze dei tempi futuri.
Ma, presso al termine del mio dire, un dubbio, o signori, mi scorre traverso l'animo: il dubbio che la mia pallida parola non v'abbia pienamente ritratta la grandezza di Melegnano, il dubbio che la mia parola, invece che elevarsi su su fino all'altezza degli eventi, sia poveramente strisciata tra' rovi della terra.
Ebbene, sappia il vostro forte intelletto, sappia il nobile spirito vostro rintracciare negli eventi fugacemente tratteggiati tutto quello che amme non fu concesso di lumeggiare pienamente e sappia soprattutto ritrovare in essi la piena sorgente d'ogni più bella virtù. La storia, o signori, non è diletto, non è gingillo, non è vano adornamento: ess'è scuola di sapere, è legge dell'avvenire, è maestra della vita - e tal oggi essa sia per noi. I ricordi del passato ci affrettino continuamente verso quella cima, ove splende la luce divina del dovere. Ivi non troveremo le presunzioni solitarie, le ambizioni coperte di mantello patriottico, la venalità degli onori, le paure codarde delle fatiche e de' sacrifici, il disordine de' costumi, la schiavitù dell'anima; ma ivi daranno faville e lampeggiamenti la giustizia e la verità, l'amore e la fratellanza dei cittadini e dei popoli.
Signori, le genti selvagge delle terre africane dicono ai conquistatori europei che vanno a cacciarli dal lor suolo: "Se voi volete le nostre plaghe, lasciateci almeno portar con noi le ossa dei padri!". Ebbene le ossa de' nostri padri siano per noi le memorie, ch'essi ci hanno lasciate; e desse ci vengan sempre compagne in questa fatale ascensione verso la giustizia e la verità; e desse ci inspirino, soprattutto, un vivo, un possente affetto alla patria. Ah, ben il so che quest'amore s'è andato man mano affievolendo in quest'Italia diletta! Eppure esso non si ristà dall'essere men santo e doveroso. Chi è, o signori, che ci apparecchia nascendo un focolare, una casa, una professione, un'arte in questo desero d'uomini, ove noi saremmo rimasti senza beni, senza alimenti, senza asilo, senza tetto? E' la patria. Chi tutela il nostro lavoro, dà premi all'opere virtuose, soccorre le miserie dell'infelice, ci garantisce l'esercizio di tutti i diritti di liberi cittadini? E' la patria. Chi sorride alle gioie, chi piange alle sventure nostre e ci accoglie e ci custodisce quando le pupille si chiudono alla luce? E' la patria. Oh! amiamola, adunque, come l'hanno amata i nostri martiri e diciamole: "O paese diletto, se giungesse l'ora del cimento, tu ritroverai in noi il valore de' concittadini, che caddero per te, e ci vedrai non indegni figli di quella terra, che diede alla luce Giuseppe Dezza e che accolse l'estremo anelito di Carlo Porro!"
Dicendo "patria", o signori, noi diciam nel tempo istesso umanità e giustizia - e nella umanità e nella giustizia è racchiusa tutta la legge dell'avvenire, è racchiusa la vittoria finale.
Dai tempi in cui ogni capriccio dei tiranni era paurosa legge pei sudditi agli effluvi della moderna libertà s'è percorso un lungo cammino sulla via dell'incivilimento; i maledetti presidi della tirannide son caduti infranti sotto il vitupero delle genti, ed una vita novella s'è dischiusa ai popoli. Fu, però, questa vita nuova e rigogliosa frutto dell'opera de' padri nostri: or tocca a noi il renderla più forte e vivace, più ricca e più intensa e perpetuarla attraverso i tempi. Quello che in oggi ci vien richiesto si è d'intrecciare nel nome della patria, come in un aureo nodo, le più belle virtù sociali; e ciscuno di noi, da chi siede sul gradino più elevato a chi è sul più umile, le dee porgere intelletto e cuore.
Ma voi, o Melegnanesi, già date splendido esempio di tutte queste virtù con le feste di questi giorni, che intitolate della beneficenza, mostrano il pegno dell'alleanza che qui s'è stretta tra il popolo tutto, mostrano come le lagrime ed i dolori degl'infelici si ripercuotano negli animi vostri e sappiano elevarvi i più puri entusiasmi di fratellanza e d'amore. E come questo parla altamente della carità che vi scorre in seno, così la Mostra Agricola, che qui raccoglieste, sta superbo testimone del lavoro e dell'operosità, ch'è vostro legittimo orgoglio, e per cui oggi il nome di Melegnano vola riverito e benedetto sulla bocca di tutti, come nei giorni del patrio riscatto volava ammirato sulle labbra dei concittadini d'Italia.
Signori, fra pochi dì, novello segno dell'opere vostre, cadrà fra gli applausi e gli evviva, la tela ricoprente il marmo e l'effige di Giuseppe Dezza, ed io già sento il fremito degli spiriti vostri, e già assurgo, in quest'ora, alla visione di quelle linee candide e severe, su cui si poseranno le vostre accese pupille. Sarà codesta l'ultima opera, che voi avrete dato all'Italia ed alla civiltà nel corso dei secoli, opera di riconoscenza e di patriottismo, opera di cittadini devoti: e il cuore d'Italia, a cui il Dezza diè tanta parte del suo braccio, trepiderà d'amore in quel giorno e il suo sguardo si volgerà sorridente ed estatico a questo forte paese che, qual sacra Vestale, serba intatto il fuoco del patrio amore.
E sarà appunto in nome tuo, o Melegnano, che in quel dì noi ci affiseremo in quel sole, che sfolgoreggia lassù, e tra' cui circonfusi raggi e saettati nembi brilla serena e maestosa una figura, che ci scioglie il cuore in un mare di dolcezze, che ci fa fremere e palpitare, che ci commuove, che ci chiama, che ci grida: Italia! Italia!

  Milano - L. Marchi, Tipografo.
1900


Bibliografia

Carlo Sigonio: Del Regno d'Italia.
Cesare Balbo: Sommario della Storia d'Italia.
Giacinto Coldani: Cenni storici di Melegnano.
Ferdinando Saresani: Aggiunte alle Memorie di Giacinto Coldani.
Archivio della Comunità di Melegnano.
Bernardo Coiro: Storia di Milano.
Carlo Mascheroni: Gli ostaggi del 1848.
Pietro Verri: Storia di Milano
D. Raffaele Inganni: La Cappella Espiatoria di Zivido.
Cesare Cantù: Milano - Storia del Popolo e pel Popolo. Storia politica e Militare dell'Italia nel 1859.
Ing. Giacomo Frassi: Cronaca del Combattimento di Melegnano (8 giugno 1859).
Giuseppe Galeazzi: Dizionario Geografico.
D: Carlo Redaelli: Antiquario della Diocesi di Milano.
Davide Besana: Storia delle Cinque Giornate di Milano.


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