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Lombardia

 

L'amicizia del poeta Antonio Fregoso con lo storico Bernardino Coiro - Cinquecento anni fa, tra Niguarda e Colturano (1)
di Massimo Piacentini

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Ogni volta che si affronta il personaggio di Antonio Fregoso, il poeta cavaliere che passò la sua vita tra gli sfarzi mondani della corte sforzesca e il ritiro agreste della villa di Colturano, due argomenti oggi non più tanto contigui come la poesia e la storia tornano invece ad accostarsi e ad intrecciarsi tra loro. Nel caso del Fregoso, il rapporto si pone specificatamente tra la poesia e la storia cittadina e regionale, quella del ducato sforzesco, le cui vicende traspaiono di tanto in tanto dalle opere del poeta cavaliere nella forma di riferimenti autobiografici. Ma in conseguenza del posto indubbiamente rilevante che egli occupò nel mondo culturale ed artistico della Milano sforzesca, tale rapporto non si esaurisce semplicemente nei suddetti riferimenti, per altro assai interessanti, arricchendosi anche di altri aspetti e risvolti finora poco esplorati.
Nella cerchia di eminenti poeti, umanisti, artisti e musicisti che fin dalla giovinezza il Fregoso ebbe modo di frequentare, sappiamo essere stato presente anche quel Bernardino Coiro, autore della prima storia di Milano scritta in lingua volgare, nobile umanista milanese le cui vicende presentano molti punti di contatto con quelle del poeta cavaliere, sviluppandosi in modo pressochè parallelo a queste. Uno sguardo alle vicende del Coiro ci consente così di gettare nuova luce anche sulla drammatica congiuntura storica in cui il Fregoso scelse di ritirarsi definitivamente nella villa di Colturano, assumendo l'appellativo di Filèremo, cioè "amante della solitudine" per cambiare da quel momento vita e letteratura.

Compagni di giovinezza alla corte sforzesca
Apparentemente anch'egli ad una famiglia nobile e pressochè coetaneo del poeta cavaliere, il giovane Coiro iniziò la sua carriera di dignitario e cortigiano in qualità di "cameriere ducale", termine che allora non indicava affatto modeste mansioni di servizio, bensì un importante e preciso incarico, quello di dignitario addetto a sovrintendere agli appartamenti ducali. E' il Coiro stesso infatti a raccontarci di quando, ancora adolescente, nel giorno della natività di Maria dell'anno 1474, il duca Galeazzo Maria Sforza, dopo aver nominato cento nuovi cortigiani, tra i quali il suo stesso genitore, scelse "cento camareri" e di questi ne prese venti presso di sè affinchè lo seguissero costantemente. "Nel numero di questi", racconta sempre lo storico, "fui io, Bernardino Coiro, presente autore, l'anno quartodecimo de mia etate". In quella stessa occasione è probabile che tra quei venti rampolli scelti tra le famiglie più nobili del ducato, insieme a Bernardino ci fosse anche il nostro Antonio Fregoso il quale, trasferitosi a Milano fin dal 1464, è pure indicato con il titolo di "cameriere ducale" in un documento del 1483. L'amicizia e la frequentazione tra i due personaggi potrebbe dunque risalire ai tempi del comune apprendistato giovanile alla corte sforzesca, consolidatosi ulteriormente, come vedremo, negli anni successivi, in seguito ai condivisi interessi per gli studi umanistici.

La stesura della Historia di Milano
Dopo che nel 1484 i due giovani cortigiani ebbero entrambi preso moglie, nell'anno successivo, in occasione di una "acerbissima pestilenza" che colpì il ducato, anche il Coiro, come molti altri cittadini, fu costretto ad allontanarsi da Milano per dimorare in un "loco solitario", una villa di Niguarda (allora a due miglia da Porta Comasina, in aperta campagna), in "uno ameno e piacevole podere" di sua proprietà. Fu proprio in quell'occasione che egli pensò per la prima volta di dedicarsi alla composizione di un'opera in volgare che a partire dalla "celeberrima edificazione di quest'alma città di Milano", ricostruisse e facesse conoscere a tutti le sue vicende "per duemila e cento anni fino a quei tempi".
Seguendo le teorie storiografiche umanistiche, il Coiro intendeva essenzialmente ispirarsi ai modelli classici di Livio e di Sallustio, perseguendo attraverso la storia il fine di insegnare le norme morali implicite nelle imprese dei grandi uomini e dei padri della patria. Ma il suo progetto mirava contemporaneamente fin dall'inizio anche a uno scopo ben più pratico, quello di esaltare con la città di Milano la dinastia degli Sforza, suoi protettori. E infatti a partire dal 1485, quando ormai Ludovico il Moro è già saldamente al potere, egli riceve alcuni incarichi e svolge delicate missioni diplomatiche e politiche, ottenendo tra l'altro l'autorizzazione a consultare per le sue ricerche gli archivi segreti ducali e le biblioteche della città e dei più antichi monasteri, grazie ad uno speciale permesso rilasciato personalmente dal Moro. Questi, da parte sua, non poteva ovviamente non essere fortemente interessato alla realizzazione di un'opera che celebrasse le imprese della dinastia in funzione propagandistica, sfruttando anche le nuove potenzialità offerte dalla stampa al fine di giustificare e rafforzare il suo potere.


da IL MELEGNANESE
n.3/2000
sabato 12 febbraio 2000


Bernardino Coiro in età giovanile. Xilografia nella "Patria Historia" (Milano, A. Minuziano, 1503)

In un clima di grande paura, mentre intorno a loro infuriano la guerra e le vendette dei Francesi contro i sostenitori dell'ormai sconfitto Ludovico il Moro, i due umanisti, nella solitudine delle loro ville, si scambiano opere di storia e di poesia. Fu appunto grazie ai loro meriti letterari che i due amici, allontanandosi dalla vita politica, ma non da quella culturale del tempo, riuscirono a superare indenni la drammatica situazione.

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