Lombardia

 

Storia della Senavra

di Giuseppe Gerosa Brichetto

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Fuori di Porta Tosa

Divampavano le fiamme con bagliori sinistri intorno al fossato da questa parte di porta Tosa, e le nubi di fumo come colonne spettrali innalzantisi fino al cielo, triste ricordo delle secolari distruzioni di Uraja e del barbarossa, intimorirono non poco l'imperatore di Germania, il quale con le sue orde di lanzichenecchi e di Svizzeri assoldati aveva già passato l'Adda.
L'incendio dei borghi nella primavera del 1516 fu l'estremo mezzo di difesa con cui i Francesi vincitori di Marignano, rinserrati entro la vecchia cerchia di mura, tentarono di tener lontano il nuovo invasore; il quale si mise in corpo una tal paura folle per uno dei soliti stratagemmi del maresciallo Trivulzio, che non tardò ad invertire la marcia e riprendere la via dei monti.
Quei borghi dove la città medievale era sfociata fuori, attraverso la vecchia pusterla del ponte di porta Tosa, erano un ammasso di miseri tuguri, di case della gente spicciola: gente che viveva la sua vita ai margini del verziere e dei vecchi mulini. Qui la boscaglia arrivava fino alle mura ed aveva fama di fiere e di briganti; il corso d'acqua che congiungeva il Naviglio col Lambro e che nei progetti dei consoli del Comune doveva diventare una via navigabile, era e rimase ancora per qualche secolo il fosso dei lavandai con lunghe file di beole a pelo d'acqua e panni stesi al sole e al vento.
Solo una nota di sollennità e di decoro vi conferiva il monastero di San Pietro in Gessate con la sua chiesa che i laboriosi frati Umiliati avevano costruito fin dal XIII secolo a dominio delle loro terre stendentesi fino a Monluè e Linate; una verde piana di boschi e di prati interrotta qua e là dagli acquitrini formati dalle polle inesauribili dei fontanili: tutto insomma quel terreno che le antiche pergamene chiamano a isola e che l'opera sapiente dei monaci bonificò e trasformò in marcite.
Storia o leggenda, andava cacciando per la boscaglia della Caminadella o Caminella il vescovo simoniaco e scismatico Frontone, il quale contendeva la sede Ambrosiana ai legittimi metropoliti ritiratisi davanti alle invasioni barbariche e fuggiva inseguito da una fiera sino a sprofondare in una palude, colpito dalla punizione divina: (ad nemus quod Caminadella usque hodie vocatur... in loco incurrens quod dicitur puteus Averanus, eum palus absorbuit).
Il Lambro, dal corso tortuoso e dalle rive infauste e malefiche secondo la credenza popolare, divideva il monte dei lupi (Monluè) da questa palude misteriosa, da questo pozzo o sinus Averanus che forse è l'origine di Senavra, il nome rimasto da tempo immemorabile alla località. I fili della curiosità etimologica ci conducono però in un groviglio inestricabile: la senavra in dialetto milanese è la senape, quella della mostarda e dei cataplasmi, la sinapis alba; nei più antichi documenti dove il nome è latinizzato si legge Sinapria e la sua origine da quello della pianta è evidente.
Prima ancora dell'avvento dei Gesuiti che si compiacquero di vedere il loro maestoso edificio in una località dorata, la scena aurea, e che cionondimeno elessero l'alberello evangelico per loro emblema sulla porta d'ingresso: "E' simile al Regno de' Cieli ad un grano di senape..."; prima ancora, dico, il nome di Senavra era il nome della località, parte integrante fin dalla sua nascita di quella parrocchia di Santa Maria di Calvairate che venne eretta da San Carlo Borromeo, la parrocchia dei Corpi Santi di Porta Tosa.
I Corpi Santi: così si chiamava fin dall'alto Medioevo il territorio suburbano, forse dove avevano sede i cimiteri, o perchè soggetto alla giurisdizione dell'Arcivescovo.

I vecchi Milanesi, come i nuovi, sono sempre stati un prodigio di operosità: ecco che dalle rovine dei borghi rinascono delle più solide costruzioni abbarbicate a quel sistema viario che ripete la direzione di una antica strada romana (Borgo della Fontana), o dell'accampamento degli antichi Gessati, il borgo sorto intorno al monastero; il sistema viario legato al tracciato di quel canale, il Naviletto, che segnava il formarsi del Borgo di Porta Tosa, ovverossia dell'attuale corso che è la grande arteria pulsante di tutto il rione.
Tale e tanto fu lo sviluppo di questi borghi e di quelli delle altre parti, che il governatore don Ferrante Gonzaga pensò di rinchiuderli entro la nuova cerchia di mura da lui fatta costruire a maggior difesa della città; e la porta Tosa venne aperta laggiù vicino al fortino detto la Bicocca in fondo al borgo della Fontana, presso l'oratorio di Santa Maria dove zampillava una sorgente.
La porta presso il fortino spagnolo fu poi chiusa, ed un'altra se ne aprì in corrispondenza della strada detta del Naviletto, quella strada che andava già verso il Lambro e prendeva man mano i nomi della Malpaga, o di Monluè, o talora anche della Senavra, dove chissà perchè piacque al governatore di costruirvi una villa. Il poderetto della Senavra prospiciente la strada era dagli altri tre lati circondato dai beni dei Benedettini, successi agli Umiliati; nel monastero di San Pietro in Gessate, poderetto che essi adocchiavano e di cui un mezzo secolo dopo riuscirono ad impadronirsi: una specie di isoletta in mezzo ai poderi grandi, che deve avere avuto la sua storia lontana, tanto complicata quanto misteriosa.
Una "portaccia" formata da due pilastri e coperta da un tetto, era la nuova porta Tosa, e tale rimase fino al 1785, allorchè fu dato incarico al Piermarini di costruire una più decente, la quale non fu priva di pregi architettonici ed uscì malconcia dalle cinque giornate: sbrecciata dai colpi di cannone e tutta annerita dal fumo degli incendi.
Così fra le due cerchie, dai borghi delle casipole di traliccio di legno e creta, dissoltesi nell'incendio, rinacquero i borghi sempre più operosi di arti e di commerci, e palazzi patrizi e conventi e chiese; i centri di attività religiosa divennero più che mai fiorenti, da quando i Cassinesi ricostruirono tutto l'artistico complesso di San Pietro in Gessate ed i Biraghi fondarono il grandioso tempio della Passione e le Cappuccine eressero quel monastero di Santa Prassede, tanto caro a San Carlo che lo ornò del titolo della Sua sede cardinalizia romana.
Pare che a fondarlo sia stata una reverenda ex monaca la quale voleva far la monaca ancora, mentre una non meno enigmatica dama, la contessa Lodovica Torelli, convertitasi piamente fra un monte di stramberie, si diede a fondare conventi e collegi, coi ducati d'oro che le aveva versato don Ferrante Gonzaga, il padrone della Senavra, per acquistare il suo feudo di Guastalla.
Nel borgo della Stella invece c'era il convento detto di Santa Maria della Consolazione dove la priora aveva in uggia una certa casa che si affacciava sulla piazzetta del Sole e tanto seguitò a litigare coi proprietari che quelli dalla disperazione giela vendettero. Ed allora stese tronfia dei capitolati d'affitto "Non si può in detta casa fare alcuna festa da ballo nè altre clamorose combriccole; meno vendere vini a minuto o far uso di macello, nè subaffittare a persone sospette o di mala fama..."

Quella piazzetta del Sole si trovava giù dal ponte del Naviglio dopo di avere lasciato a sinistra la contrada di San Damiano ed a destra quella dell'Ospedale. Nessuna guida di Milano la volle mai elencare, ma tutti la chiamavano così fino ai giorni nostri, ed il nome le veniva dall'osteria che stava in faccia alla colonna della Croce di San Carlo, osteria di cui evidentemente la nostra priora del convento della Stella non riuscì mai a togliersi la sgradita vicinanza. Era il ritrovo dei verzeratt, i facchini del verziere, i quali magari andavano poi a smaltire la sbornia sui larghi parapetti del ponte, "nelle notti d'estate, incuranti del rischio di ... risvegliarsi nel Naviglio, per aver voltato il fianco". (Bascapè).
Dentro le mura vecchie e nuove ce n'erano molte di bettole, anctiche e celebri, cosicchè i bevitori appassionati che venivano in periferia potevano far tante soste almeno quante erano le stazioni della Via Crucis; la prima delle quali era addirittura sotto il palazzo dell'Arcivescovado, il cosiddetto "bettolin di prett", un pressapoco del bettolino degli Svizzeri che esisteva a Roma appiccicato ai palazzi del Vaticano.
Si apriva in via delle Ore all'insegna di un melanconico lumicino rosso sopra la porta la quale immetteva in un antichissimo androne a volte. Ma il suo nome non deve trarre in inganno, perchè quell'osteria non era certo destinata agli ecclesiastici, il cui comportamento in pubblico ed al divieto di frequentare le bettole, quando non bastavano le disposizioni canoniche, c'erano perfino gli interventi del Senato e le grida dei paterni Governatori di Sua Maestà Cattolica. Facevano un po' eccezione quei soggetti degeneri che commerciavano i benefici spirituali (i cosiddetti prett viciuritt), i quali però battevano al largo del palazzo di curia, ed andavano a cercare i loro clienti più in là, intorno al pozzo di Santa Margherita.
Alle cantine dell'Arcivescovo si convogliava il vino prodotto nei suoi poderi, e si vendeva a buon mercato, un poco in concorrenza cogli osti che si affacciavano sulla piazza del vecchio verzaro: un bel boccale od un mezzo di quello schietto inaffiava le colazioni frugali fatte col palpée o la basletta presi dal salumiere. I frutti di quella vendita costituivano un buon cespite per la mensa arcivescovile; perfino San Carlo se ne occupava personalmente scrivendo da Roma al suo agente in Milano: "Dico che ancora che li vini di Longhignana non siano della bontà solita, non restiate di mandarne brente sei al manco... Quanto alla vernazza di Groppello, quello che avanzerà dopo mandato quella avete ordine di mandare a Ferrara e qua a Roma, la potrete vendere". Era il vino proveniente l'uno dai beni personali dei Borromeo intorno al palazzo della Peschiera nella pieve di Mezzate, e l'altro dai poderi che gli Arcivescovi di Milano possedevano sulle rive dell'Adda.
Quando affluivano in città i carri colle botti destinate a queste cantine private, chè pure diversi nobili, come l'Arcivescovo ne tenevano aperte nei retri a piano terra dei loro palazzi, il vino si vendeva anche sulla strada: un sold al fiàa, ossia una bella sorsata con la bocca direttamente attaccata alla spina, e chi aveva il fiato lungo faceva un affare!

Nel mare verde della campagna che circondava le mura i Milanesi facevano sorgere delle isole per mangiare e bere; c'era l'Isola bella, l'Isoletta, l'Isolino, l'Isola dei fiori e via dicendo tante e tante osterie con una gradevole ombra di piante annose e di pergolati e l'immancabile giuoco delle bocce (quel malaugurato gioco "delle palle di legno dette volgarmente bocce" che il governo austriaco con rara sensibilità nel settecento si preoccupava di proibire perchè gli uomini non venissero distratti dalle funzioni religiose e particolarmente dalla Dottrina Cristiana).
Alcune osterie fuori di porta Tosa divennero celebrate fino ai giorni nostri; quella della Senavra ebbe vita più effimera essendo nata nel seicento quand'erano proprietari della villa i Pallavicino Trivulzio e scompare sulla fine dello stesso secolo col passaggio della proprietà ai Gesuiti. E' stato scritto che si chiamava anche osteria dei Pellegrini, ma probabilmente si tratta di un'altra posteriore alla nostra, perchè quella dei Pellegrini era nota per il "pesce sempre fresco" che si pescava nel vicino stagno. Ma nessun stagno è segnato sulle carte più antiche a partire da quel catasto di maria Teresa e non risulta che la dimora dei Gesuiti ne venisse ammorbata come lo fu invece il manicomio in pieno ottocento. Con ogni probabilità quel laghetto ebbe origine dallo scavo di terra per la costruzione dei terrapieni del fortino che gli austriaci edificarono dopo la loro rioccupazione di Milano nel '48: quel fortino era a cavallo della attuale via Cadore dove sbocca sul corso Ventidue Marzo.
Resta dell'osteria dellaSenavra solo una testimonianza letteraria, nella elencazione che fa Carlo Maria Maggi di una sorta di paradisi di leccornie sparsi alla periferia della città.
"Mortade di Trìi Scagnl
"Buseca della Goeubba
"Passaritt di Trìi Merla
"Carna de manz del Pieugg
"Ris in cagno del Fus
"Formai de la Cagnoeura
"Stracchin de la Sanevra...
"
Era proprio in mezzo ai poderi dalle grandi stalle la nostra bettola, dove i fittabili e bergamini producevano burro e stracchini nel casone stesso della cascina: una vera specialità del posto quei formaggi quartiroli o di forma tonda con la muffa verde, e le crescenze le quali, nonostante si facessero solo d'inverno scappavano dappertutto.
La patente gastronomica era dunque un po' modesta per l'osteria della Senavra, quando il poeta nello stesso componimento tocca il lirismo parlando del mercato del Verzaro, l'antico Viridario dell'Arcivescovo:
"E ti, corte bandita della gora
"Corna e copia del venter
"Cuccagna di leccard,
"Caos di bon boccon
"Stuppor di forastèe
"Bandanza di nostran
"Gran Verzée de Milan!"

Questo regno di Bengodi dominava certo oltre che il quartiere anche il fuori porta e le sue osterie; ecco più celebre della Senavra quella osteria della Cazzuola sulla strada di Linate; il Goldoni vi ebbe una avventura galante sotto i suoi olmi secolari, i quali assistettero poi alle cospirazioni ed alle congiure che i patrioti milanesi, protetti dalla loro ombra discreta ed indifferente, tramavano contro il giogo dello straniero.
Più in su verso i bastioni andava assai celebrato l'oste del Pilastrello, che a primavera faceva fare delle scopracciate di asparagi; leortaglie della cascina Cornaggia e della Conraggetta ne fornivano a profusione e di grossissimi; c'erano perfino delle scommesse fra chi ne mangiava di più e nelle comitive non mancava qualche semplicione, a cui, oltre alla punta verde, facevano ingurgitare anche il bianco. E il vino d'uva inaffiava copiosamente quelle fatiche d'Ercole!
E come non ricordare l'antica osteria delle Asse con aloggio e stallo? Vi convenivano due volte la settimana per lascirvi la loro carrozza i fittabili prima di recarsi al mercato ed il suo ombreggiato gioco delle bocce era celebre perchè vi si disputavano grosse partite. Passato il bivio della stradetta che portava alla cascina Marcona, si poteva andare più in giù fino all'Acquabella: l'oratorio di Santa Maria Assunta presso quest'altra faosa osteria era sussidiario della parrocchia di Calvairate e quindi apparteneva ai Corpi Santi di Porta Tosa. C'era una viottola che dall'Acquabella portava alla Senavra passando per le cascine Castigliona e Regalia, ed acqua per tutti distibuiva abbondantemente la rogia San Gregorio.
"L'acqua sarà bella, ma io non so dire se è anche buona, perchè non l'ho assaggiata..."; così scriveva il giornalista tedesco Hans Barth nella sua Guida spirituale delle osterie. Da buon bevitore non si lasciava intenerire dal nome della località e dell'osteria che evidentemente si originava dai freschi e limpidi fontanili; egli beveva solo vino schietto!

Come si è detto più sopra il tono della vita del rione era tutto guidato dal verziere. Sul ponte di porta Tosa passavano, la mattina presto, lunghe file di carri che portavano la frutta e la verdura al mercato, dal quale poi si diramavano in tuta la città le carriole dei venditori al minuto. Il mercato era quanto mai pittoresco - scrive il Bascapè - soprattutto con l'arguzia della parlata meneghina, che qui aveva il suo più genuino focolare (la "soeura de lengua del verzée"). Qui il popolo viveva tutto il giorno per le contrade e sulle piazze; qui l'abitato si contenne ancora per due secoli, chè fin verso la metà dell'ottocento non era ancora straripato dai bastioni verso la campagna.
Dei quali bastioni, quello fra porta Tosa ed il Monforte, è sempre il Bascapè che scrive, "era uno dei luoghi più pittoreschi della città, coi gandi alberi ombrosi dai quali si intravedeva da un lato il complesso monumentale della Passione non ancora rinserrato fra le costruzioni, dall'altro la distesa di ortaglie che faceva corona alla città, le modeste case dei Corpi Santi e l'ubertosa pianura".
Gli alberi secolari videro una mattina di metà gennaio del 1858 giungere da porta Orientale il corteo funebre del maresciallo Radetzki: solenne, pittoresco dopo di essere uscito dal duomo ed avere attraversata la città. Il carro trainato da sei cavalli si arrestava davanti alla stazione di porta Tosa che era sul viale, di fronte al borgo della Stella, e caricata su di un vagone della ferrovia Ferdinandea, la salma del vecchio maresciallo, per Venezia e Trieste veniva avviata a Vienna.
Ventiquattro colpi di cannone scossero la brina e qualche foglia secca dai rami spogli degli alberi, ma nell'animo dei milanesi si risvegliavano ben altri ricordi: dal caffè della stazione lì di fronte, all'alba del 22 marzo 1848 i croati inferociti trascinavano fuori i coniugi Gnocchi e li uccidevano sottoponendoli alle più orrende sevizie; indi disperdendosi per la campagna, assalivano i cascinali, trucidavano la gente indifesa, appiccando il fuoco e seminando disordini e strage.
Così odiato come era nella nostra città, non aveva avuto ripulsione il vecchio soldato, lasciando il servizio, a sciegliere proprio Milano come sua residenza.
L'epopea delle Cinque Giornate ha elevato i borghi ed i bastioni e il suburbio di porta Tosa alla ribalta della storia nazionale. Anche il popolo delle cascine e delle ville nei Corpi Santi vi partecipò come quello cittadino; forse solo la Senavra ridotta nell'ottocento a manicomio, ignorata dalla rivoluzione e dalla prima fase della guerra, rimase in quei giorni ai margini della storia di Milano, mentre i pazzi eccitati dal rimbombo delle cannonate gridavano attraverso le sbarre "viva Pio Nono" e sghignazzando seguitavano il loro lavoro di tesser bende e dipanar filacce e bambagia per i malati del grande Opsedale ed i feriti delle barricate!
Il Governo Provvisorio di Lombardia, nella seduta del 6 aprile 1848 decretava l'erezione di un monumento ai martiri della Patria: "Il monumento pei Martiri della Patria sarà eretto nel borgo di Porta Tosa. Quella Porta quind'innanzi si chiamerà Porta Vittoria, per essere stata espugnata la prima dal valore del popolo".
I poeti inneggiavano già al monumento ma purtroppo dopo quattro mesi gli Austriaci ritornavano a Milano e Porta Vittoria ritornò a chiamarsi Porta Tosa per dieci anni: il decennio della resistenza. Doveva attendere ancora alcuni lustri la realizzazione di quel sogno, in un'Italia unificata ed affrancata dal giogo dello straniero e doveva scaturire dallo scalpello e dal cuore di un grande patriota ed artista: Giuseppe Grandi.
Egli vinse il concorso con un bozzetto contrassegnato dal motto "Le cinque giornate", incarnando nel simbolo la passione della realtà, facendo vivere ed agitarsi intorno all'obelisco quelle cinque allegoriche donne ansiose e frementi, che incitano i cittadini alla rivolta, che percuotono a stormo il bronzo rivolto verso la campagna a chiamare a battaglia gli uomini delle cascine e delle ville.
Fra la chiesa della Passione ed il bastione, Giuseppe Grandi trovò da allogare il suo studio in cui trasportò il bozzetto modellato in un locale del Conservatorio; ivi diede ricetto ad un'aquila che fece venire viva dalle Alpi, ed un leone che andò a comperare ad Amburgo, mercato delle belve da serraglio; alle duo nobili fiere, vive e reali che egli aizzava a furore perchè gli rappresentassero "il destarsi di un popolo che insorge nel nome della libertà" ispirò la sua fatica; una fatica durata dodici anni, di cui egli stesso curò la fusione trasferendo il suo studio all'Acquabella. Mostrò l'opera insigne ultimata agli amici e poi scomparve: andò a nascondersi a morire nella sua nativa pittoresca Valganna, qualche mese prima dell'inaugurazione del capolavoro.
Esso si staglia sul rettifilo, fra il corso di Porta Vittoria, l'antico stradone di Santa Prassede, ed il corso XXII Marzo, la strada diritta del Naviletto che andava alla Senavra: questa vecchia Senavra che una volta costituiva quanto c'era di maggior rilievo nella distesa dei campi dai bastioni al Lambro.
Nelle notti di luna, canta Felice Cavallotti in una ballata dedicata alle Cinque Giornate, le figure del monumeto si fanno vive, ed al chiamar della vergine che suona a martello, si levano i morti eroi dai tumuli, dalle cascine sparse per la campagna dove furono trucidati e corrono ad armarsi, "eppoi via di furia dentro la città, a rinnovarvi l'antica pugna, per far ritorno alla colonna vittoriosi, avanti che il canto del gallo, sulla prim'alba, li mandi alle tombe" (Romussi).

Giù dalle mura spagnole verso la Senavra il fortino austriaco abbandonato guardava ancora tetro e minaccioso sul bastione e sul fossato quei decrepiti casolari che lasciavano intravvedere fra le crepe e gli stinti intonaci, inutile pompa del passato, qualche ogiva di finestre quattrocentesce; solo l'alto e solenne edificio gesuitico sovrastava a tutta la piana verde di pioppi e di rigagnoli d'acqua, dominando con la sua imponenza la povertà di quei cascinali annosi che pur presiedettero alla terra pingue, destinata ai riquadri delle nuove vie e dei nuovi quartieri.
Dove sono finite la cscina Franca dalle finestre incorniciate di terracotte e la Cornaggia con le sue eleganti loggie aperte verso l'ortaglia? dove è più calvairate?: "un vero angolo tranquillo di borgata, dimenticato a pochi passi dalla città, il quale desta un singolare senso di conforto a chi, peregrinando a caso nellosparso rione, vi penetra ad un tratto, quasi impensatamente.. Un cantuccio nel quale si può benissimo aver l'illusione che Milano sia lontana, lontana; mentre basta spiare un momento attraverso le siepi per vedersela dominatrice all'ingiro" (Nebbia).
La Bicocca, la Cazzuola, la Caminella...! Scriveva cinquanta anni fa uno studioso di arte e di storia milanese che queste vecchie cascine erano lì, malinconiche, fra prati e ciuffi d'alberi, quasi con l'aria di contarsi: "in quante siamo ancora?" Ora se ne sono tutte andate, e per la più parte nemmeno il nome si è posto all'angolo di una nuova via che ricalca quelle orme del passato; sola la Senavra, fra tutti gli edifici secolari fuori della mura di porta Tosa, corrosa dal tempo, smozzicata, strangolata dalle vie e soffocata dalle nuove costruzioi, è riuscita a sopravvivere con la sua aria di mistero.Essa non è più dominante per la sua mole di fronte ai colossi dell'edilizia, ma domina tutto il quartiere severa e solenne col suo retaggio di storia, una storia di umane miserie e di dolori; il sapiente ed ardito restauro e la elevata nuova destinazione la ritornano a rinnovellata vita e la mantengono degna di annoverrsi fra le opere grandi: non più aspetto tetro ed aria di fitto mistero, ma un faro di luce proteso verso i secoli avvenire.

 

Finito di stampare il giorno 24 Settembre 1966 dalle Grafiche P. Boniardi di Milano

1548 - Villa di Ferrante Gonzaga, Governatore di Milano

1695 - Casa di Esercizi dei P.P. Gesuiti di San Fedele

1774 - Ospedale dei Pazzi della Città e Ducato

1883 - Pio Ricovero di Mendicità del Comune

1959 - Chiesa Parrocchiale del titolo del Preziosissimo Sangue di N.S. Gesù Cristo



Indice

Fuori di Porta Tosa

La villa suburbana

I Gesuiti a Milano, San fedele e la Senavra

Meneghin a la Senavra

L'Ospedale dei Pazzi da San Vincenzo alla Senavra

Dai diari dei ricoverati

Un episodio della catastrofe del 1848

Fine del manicomio

Ieri ed oggi



Immagini

Il Ponte di Porta Tosa (disegno di Giannino Grossi da "Il Naviglio di Milano" di G.C.Bascapè)

L'osteria della Cazzuola (Quadro di Ambrogio Ferrini, Museo di Milano)

Nei Corpi Santi di Porta Tosa, vecchi olmi all'osteria della Cazzòla (Litografia di G. Elena, Milano, Civica raccolta delle stampe)

Il monumento delle Cinque Giornate dello scultore Giuseppe Grandi


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