Lombardia

 

Quadro generale dello stato di Milano

di Scipione Barbuò Soncino

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La sera del 15 agosto 1447 cessava di vivere Filippo Maria, ultimo dei Visconti; e i Milanesi ne seppero la morte prima di sapere ch’ei fosse ammalato, tant’egli già da più anni traeva un’esistenza misteriosa. Ei moriva senza figlioli, lasciava i popoli stanchi di una tirannide più sorda che violenta, lasciava le finanze esauste, una guerra coi Veneziani che stavano quasi alle porte di Milano, nessun successore e molti pretendenti. Si fecero i suoi funerali, ma in fretta e senza pompa e quasi tumultuariamente. Imperciocchè appena sparsasi la nuova della sua morte, tutta la città fu in sussulto, dappertutto un gridare, un tumultuare, un correre all’armi; chi ne diceva una e chi un’altra, e le opinioni erravano incerte e contradittorie. Sol una era concorde, il fastidio de’ passati abusi.
Fra i pretendenti non era ignota l’ambizione di Francesco Sforza genero del duca; appena morto quest’ultimo, i comandanti del castello proclamarono Alfonso re di Napoli; i Veneziani non dissimulavano la cupidità di aggiungere fra le loro provincie anco la capitale della Lombardia, locchè a’ Milanesi spiaceva più della morte, né mancavano alcuni, che stimolati segretamente dalla vedova duchessa Maria, proponevano di darsi al di lei fratello Luigi duca di Savoja. Ma è singolare che sebbene vivessero ancora i discendenti di Barnabò Visconti, li uni suoi primi cugini, li altri in istrettissimo sangue col duca defunto, pure niuno pensò a loro, e niuno di loro si presentò per raccogliere l’avito retaggio; tanto la costituzione dello stato e la pubblica opinione erano aliene ancora dai veri principj monarchici.
E per verità i Visconti o capitani del popolo o vicari imperiali o duchi, non furono mai se non i capi più o meno dispotici d’una repubblica, e l’idea di repubblica fu la prima e più naturale che si presentasse alla mente d’ognuno e che trovasse un consentimento universale. Né deve sorprendere quest’improvvisa trasformazione, imperciocchè come ho dette, lo stato di repubblica non aveva cessato mai.
Coll’intrigo, coll’appoggio delle fazioni e colla forza i Visconti si usurparono un’autorità, che, come tutte le autorità usurpate, non aveva un termine, ma che veniva circoscritta vagamente dalle antiche consuetudini di governo. Onde consolidarsi nel potere e dargli una forma legale, Azzo Visconti aveva stipulata una convenzione col popolo, e pattuito con esso i reciproci diritti e doveri. Quella convenzione fu a volta a volta violata da’ suoi successori; ma i magistrati e rappresentanti del popolo non mancarono mai di richiamarsene quantunque volte l’occasione si presentasse favorevole.
Alla metà del secolo XV, Milano aveva il circuito datole da Azzo Visconti un secolo prima, e che è tuttora designato dal giro del naviglio interno che serviva di fossa. Senonchè il sobborgo di S. Eustorgio, sebben fuori delle mura, era ciò nondimeno compreso nel sistema di fortificazione della città e munito di mura e di torri, onde le venne il nome di Cittadella. La città cogli ampj suoi sobborghi numerava di 50.000 uomini da portare le armi, o circa 200.000 abitanti. Era divisa in sei parti o quartieri, e suddivisa in 86 parrocchie. Ogni parte aveva il vessillo, cioè:
Porta Romana, rosso;
Porta Ticinese, bianco con uno sgabello rosso nel mezzo;
Porta Vercellina, balzano rosso e bianco;
Porta Nuova, da prima un leone bianco in campo nero, poi quattro quarti, due bianchi e due neri;
Porta Comasina, a scacchi rossi e bianchi;
Porta Orientale, leone nero in campo bianco.
Il vessillo della città era quale ancora si conserva, una croce rossa in campo bianco.
La popolazione scompartitasi in corporazioni diverse. In capo agli altri figuravano i collegi de’ dottori, suddivisi in dottori di giurisprudenza e in dottori fisici, nobili per lo più; vestivano la toga con bavero di vajo e godevano di privilegi amplissimi. Seguiva la comunità de’ mercanti ricca e potente, perché Milano era fra le città più manifatturiere ed industriali dell’Italia; e la commerciale sua operosità non cedeva in niente a quella di Venezia, Genova, Firenze ed altre fra le più opulenti. Anche i mercanti vantavano assai privilegi ed il diritto su varie regalie, Venivano poscia i paratici o corpi delle arti, fra i quali primeggiavano gli armajuoli. In Milano si fabbricavano i migliori usberghi ed armi offensive e difensive di ogni qualità, di cui si faceva traffico in tutta Europa. Basti dire che nel 1427, dopo la battaglia di Maclodio, due soli artifici di Milano si trovarono in grado di fornire in pochi giorni le armi a 4000 cavalieri ed a 2000 fanti; cosa che niuna privata fabbrica d’armi in Europa potrebbe fare al presente, e che non si sarebbe potuto far neppure allora, se quei fabbricatori non avessero posseduto grandi magazzini. I nomi che restano ancora di contrada degli Armorari, degli Spadai, degli Speronari, dei Pennacchiari ed una chiamata altre volte delle Bandiere, tutte nel centro della città, ed abitate esclusivamente da industriali di quella specie, il Molino delle armi, ove si forbivano le armature, e che dà tuttavia il nome a quella strada, dimostrano quanto estesa e principale fosse quella industria.
Non meno ragguardevoli erano le arti relative al lanificio. Nella sola città di Venezia Milano spediva un anno coll’altro 4000 pezze di panni fini a 50 ducati la pezza. Quante ne avrà spedite nelle altre parti d’Italia, a Genova, in Germania, in Francia? Pure sui banchi di Venezia pagava per lane, cotoni, saponi, droghe ed altre materie prime, da 900,000 ducati all’anno. E questo era il solo consumo dell’industria milanese, perché le altre città avevano le loro cifre a parte.
In totale i paratici passavano i 25, ed ognuno aveva la sua bandiera, i suoi statuti, le sue assemblee; al suono della loro campana si adunavano al determinato luogo, discutevano de’ loro affari, ed al bisogno pigliavano anche le armi.
Calcolando sopra un estimo fatto nel 1406 risulta che fra beni mobili e stabili, nella città e Corpi Santi, vi era un capitale di 13,250,000 fiorini d’oro, che valevano 52 soldi imperiali. Il ducato d’oro da 70 grani circa valendo 60 soldi, se ne ha per adeguato una somma di quasi 85,000,000 franchi. A tanto ammonta al presente l’estimo de’ soli stabili; ma questi valevano allora da 40 a 50 volte meno, intanto che il denaro, in proporzione coi generi, valeva cinque o sei volte più. Per cui volendo pareggiare i detti 85 milioni a ragguaglio de’ valori moderni ne avremmo una somma non inferiore all’attuale ricchezza di questa. Nei 40 anni trascorsi, dall’estimo anzidetto alla morte di Filippo Maria, la pubblica ricchezza debb’essere accresciuta anche in modo ragguardevole; perché sotto il lungo suo regno la guerra fu sempre lontana, e il duca o promosse l’industria o le lasciò la più ampia libertà per isvolgersi. Il fatto è che Milano aveva luogo fra le più opulenti città d’Italia.
Al governo economico della città e del territorio soggetto alla sua giurisdizione intendeva il magistrato delle provvisioni composto del vicario e di dodici consiglieri. In origine erano di nomina popolare; poi nel 1396 Gian Galeazzo Visconti se ne attribuì l’elezione. Il vicario doveva essere forestiere, od almeno non possedere beni stabili in Milano e suo territorio; durava in carica una anno, ma poteva essere confermato. I dodici consiglieri erano bimestrali: si cavavano in parte dal collegio de’ giureconsulti, in parte dalla comunità dei mercanti, o da altre classi distinte di cittadini. L’autorità di questa magistratura era molto ampia, essendo di sua competenza tutto ciò che concerne la polizia interiore, il buon ordine, il commercio, il pubblico decoro, la sanità, l’abbondanza, le vettovaglie e il loro prezzo; al vicario ed ai dodici di provvisione erano soggetti i paratici; essi ne decidevano le contestazioni, e concedevano ai medesimi la facoltà di tenere le loro assemblee; amministravano le rendite del comune, i suoi dazj, le sue regalie di acque e strade; giudicavano le cause relative a servitù locali, a vicinanze, a confini, a mercedi e simili; nominavano a tutti gl’impieghi municipali, e sceglievano i capitani, podestà ed altri giusdicenti destinati a reggere e ad amministrare la giustizia nelle terre soggette al Comune di Milano. In fine toccava al vicario e ai dodici di provvisione il diritto di convocare il consiglio generale. Se pertanto il vicario era una specie di luogotenente del duca, era in pari tempo il capo della cittadinanza e il mediatore fra essa ed il principe. Non potendo egli far nulla senza il suo consiglio, e questo essendo composto di cittadini liberi e benestanti, il magistrato delle provvisioni, quantunque soggetto al principe, avea niente perduto della sua popolarità repubblicana.
Il consiglio generale era composto di 900 cittadini, eletti 150 per porta. Anticamente l’elezione si faceva dai compromissarj del popolo; poi nel 1396 Gian Galeazzo Visconti la commise al vicario e ai dodici assistiti da un numero di sapienti a loro scelta, e così continuò anche sotto gli altri duchi, senonchè nel 1408 Gian Maria se ne arrogò la nomina sopra una lista presentatagli dal vicario e dai dodici, e ne ridusse il numero dai 900 a soli 72; e farebbe meraviglia come una lezione di questo genere in un popolo che non pareva atto a tollerarla facilmente, abbia potuto passare sotto silenzio, se per avventura non ci ricordassimo che a quel tempo vi era anarchia piuttosto che governo.
> Dopo la morte di Gian maria il suo fratello e successore Filippo Maria restituì al consiglio generale l’antica cifra di 900; ma questa assemblea la temeva talmente, che durante 35 anni di suo regno, è fama non la convocasse più di tre volte. Ma di quattro almeno se ne ha la memoria, ed una più esatta indagine potrà forse rinvenirne delle altre. Ad ogni modo questo consiglio non era permanente, né convocato a periodiche adunanze, ma chiamato ad occasione e secondo il bisogno. Pure la costante insistenza de’ Milanesi per mantenere questo loro consiglio, che fu poi riprodotto e ben regolato sotto Luigi XII re di Francia e duca di Milano, è una prova che i Milanesi non rinunciarono mai al diritto di essere rappresentati, e d’intervenire negli oggetti di pubblica amministrazione.
Ogni porta aveva i suoi capitani, ogni parrocchia i suoi sindaci, e così nelle porte, come nelle parrocchie si tenevano assemblee, talvolta elettorali, talaltra per deliberare su qualche negozio, le quali per verità non erano più regolari del gran consiglio, ma erano meno infrequenti.
La giustizia in civile era amministrata da un podestà, la criminale da un capitano di giustizia; pare che il primo lo eleggesse il Comune, ma l’altro rappresentante il “jus gladii”, veniva nominato sicuramente dai duchi.
Eravi anche un senato distinto in consiglio segreto e consigli di giustizia, entrambi poco numerosi, parendo che non eccedessero i sei od otto membri per ciascuno; non ne conosciamo esattamente le attribuzioni, ma il primo era senza dubbio un consiglio di corte, il quale insieme col principe, trattava de’ pubblici affari, e l’altro pare che fosse un tribunale supremo.
Le imposte consistevano in dazj assai numerosi sulla mercanzia, sui generi di consumo, sulla macina, in varj pedaggi, nel prodotto di varie regalie, nell’affitto di acque regali, in tasse sull’estimo e simili; ma le rendite ordinarie non bastando alle voragini delle guerre, i duchi ricorrevano a contribuzioni arbitrarie. Ma è notabile lo stile non di rado umile, anzi vile e bugiardo, con cui si dirigevano al popolo che volevano smungere. Confessano che quelle contribuzioni sono ingiuste, vessatrici, rovinose; si scusano della necessità, promettono che sarà per l’ultima volta. Poi tornando un’altra volta, confessano di avere mentito, di avere mancato alla parola, blandiscono, adulano; e questi medesimi sollucheramenti, come anco, o la resistenza o i formali rifiuti, che spesse fiate incontravano in chi doveva pagare, dimostrano che la lotta fra la tirannide e la libertà non era cessata, e che il dominio della prima non era tranquillo, né spente eran le forze della seconda.
Perché se il potere dei duchi era arbitrario, eccessivo, esso però non poteva estendersi a tutta loro voglia; da un lato lo frenavano le istituzioni feudali, dall’altro quelle dei comuni. I signori che possedevano feudi e castelli, avevano anche vassalli e sudditi che dovevano proteggere se volevano essere protetti da loro nei propri bisogni: quindi gli associavano ai loro interessi, alle loro passioni, alle loro fazioni, alle loro risse, e il popolo della campagna non era meno fazioso e belligero dei feudatari. Stavano dall’altro i comuni colle antiche loro consuetudini, coi loro privilegi, colle loro corporazioni.
Ai cittadini apparteneva la guardia della città e la custodia delle mura e delle porte, come ne’ tempi romani; né pativano di buon grado che vi fossero truppe straniere, tranne in casi di guerra. Quindi al suono della campana a martello, alla chiamata del vicario e dei dodici, e dei capitani delle porte, o de’ sindaci ed anziani delle parrocchie, ciascuno presentatasi armato sulla piazza del Broleto Nuovo (Piazza de’ Mercanti) o in qualunque altro luogo venisse indicato.
La costituzione dell’antica repubblica milanese, sebben fosse realmente democratica, pure nell’applicazione e nel fatto era molto aristocratica. Imperocché non solo i consigli e le magistrature erano quasi esclusivamente composti di nobili o di ricchi mercanti, ma anco nelle assemblee elettorali il popolo veniva quasi sempre defraudato de’ suoi diritti; imperocché sotto il pretesto di evitare i tumulti e le dissensioni, l’elezione del gran consiglio e dei supremi magistrati, invece di essere lasciata alla libera volontà del popolo, veniva artificiosamente deferita ad un numero limitato d’individui a cui si dava il titolo di sapienti. Questo metodo, che rendeva inutili le assemblee del popolo, o ne sminuiva l’importanza e la forza, porse ai Visconti una maggiore facilità per usurparsi il potere. Pure fino a Gian Galeazzo le antiche forme repubblicane si conservarono pressoché intatte, e per verità sarebbe stata difficile od anco impossibile lo abolirle; molto più che i Visconti furono portati in alto non dalla spossatezza della repubblica, o dalla stanchezza di libertà, ma dalla lotta fra due potenti fazioni di cui l’una trionfò sull’altra.
Essi recaronsi nelle loro mani le fortezze principali, le rendite dello stato e il diritto di far pace o guerra. Violando i capitoli convenuti col popolo, si arrogarono altresì di accrescere il numero e la gravezza di certi dazj, se ne usurparono alcuni appartenente ai municipii, ma questo non si potè mai fare senza contrasti, e talvolta quanto era stato usurpato dall’uno, dovette essere restituito dall’altro. Anco la facoltà legislativa era limitata dagli statuti, ed un altro, sebbene cattivo elemento di forza popolare, erano le fazioni guelfe e ghibelline, e le fazioni subalterne fra le grandi famiglie di questo e di quel comune, o che possedevano terre o castella in feudo. Imperocché sebben prevalesse d’ordinario la fazione abbracciata dal principe, non ne seguiva perciò che l’altra fosse ridotta al silenzio, la quale, al contrario pigliava le armi e mostrava una ferma resistenza.
Gian Galeazzo, poiché trasmutò il titolo di capitano del popolo e vicario imperiale in quello di duca, cercò di ridurre sotto la sua dipendenza l’elezione del gran consiglio e quella del vicario e dei dodici, e di paralizzare le altre assemblee popolari; ma siccome i duchi di Milano al pari degli altri principi loro contemporanei, non avevano truppe stanziali, e comandavano ad un popolo armato e che custodiva egli stesso i suoi lari, così mancavano dei mezzi di poter opprimere la libertà municipale; anzi erano costretti più volte a corteggiarla, ad adularla o a pattuire con essa onde ottenere il permesso d’impor loro dazj o balzelli, ed espiarne sovvenzioni di denaro.
Insomma i Visconti furono despoti, ma in una repubblica; e il loro dispotismo non fu mai sistematico, ma operò a sbalzi violenti e precari, e fu ripercosso più volte dal popolo o dalle fazioni con isbalzi non meno violenti. Innalzati al potere dalla fazione dei nobili contro il popolo, furono quasi sempre impopolari, senza crearsi un appoggio in una aristocrazia regolare, giacchè propriamente parlando, i nobili erano una soldatesca di feudatari turbolenti e non un’aristocrazia. L’agreste barbarie dei costumi e il furor delle passioni, rese i Visconti barbari e feroci; ma il popolo feroce non meno, forte nelle sue istituzioni, commosso quando da guelfi, quando da ghibellini, numeroso, riottoso, potente, pronto alle sedizioni ed al sangue, si lasciò tiranneggiare per voler essere egli pure tiranno, ma non si lasciò opprimere e mantenne vivo e costante il sentimento della repubblica.
Questo sentimento riprese tutta la sua forza da che fu nota la morte del duca: tuttavia come succede negli avvenimenti impreveduti, le opinioni vagavano tumultuanti e dubbie, né ancora ben si vedeva il partito che afferrar doveasi. Ma a determinare le idee, già naturalmente ben predisposte, si mescolarono fra il popolo Antoni Trivulzi, Teodoro Bossi, Giorgio Lampugnani, Innocenzo Cotta e Bartolomeo Morone, quasi tutti giureconsulti e uomini di molto credito, i quali presero a discorrere, che cessato il principe e non lasciando alcun legittimo erede, cessava altresì il loro giuramento e la virtù dell’imperiale privilegio che assicurava lo stato e il titolo di duca a Gian Galeazzo e a’ suoi discendenti maschi, di legittimi natali: che perciò il popolo rientrava ne’ primitivi suoi diritti e nell’esercizio della sua sovranità.
Questi ragionamenti erano così conformi al pensiero di ognuno che incontrarono un generale applauso; e la stessa mattina del 14 agosto, il popolo si ridusse al palazzo del Broletto gridando: “libertà, libertà”. Il vicario coi dodici di provvisione veggendo che non vi era più né autorità, né governo, né diritto di successione, né alcun successore del defunto principe, e udita la concorde volontà popolare, nominarono sul momento un consiglio di 24 (quattro per porta) che s’intitolarono i capitani e difensori della libertà del comune.
Nei giorni successivi si tennero le assemblee parrocchiali e quelle delle porte, e ciascuna porta avendo eletti quattro sapienti, costoro col vicario ed i dodici, ai 17 di agosto, elessero il consiglio generale dei novecento, che il dì seguente tenne la sua prima adunanza, confermò i 24 capitani e difensori che furono poco dopo limitati a soli dodici e ne determinò le attribuzioni. Ma fedeli a quello spirito di diffidenza, onde furono agitate le repubbliche del medio evo, si stabilì che i capitani e difensori muterebbersi ogni due mesi. Ora un governo che in un anno cangia sei volte il personale che lo rappresenta non può avere né stabilità di principj, né unità di progetti, né credito morale: e se la repubblica si trova in cattivi frangenti deve necessariamente precipitare nell’anarchia. Simili frequenti mutazioni sono buone in una picciola e quieta repubblica perché è il solo elemento che la mantenga viva e il solo mezzo per cui si può dare adito all’ambizione di tutti, intanto che per la brevità del tempo che durano in potere sono privi del mezzo di abusarne. Ma nelle circostanze in cui si trovava Milano, esso aveva bisogno non di un governo fantasmagorico, ma di magistrature ferme, ed a restare tanto tempo in ufficio quanto bastasse a procurare qualche consolidamento. Tuttavia ne’ primi mesi l’entusiasmo supplì al difetto della istituzione; e la impensata novità della cosa sbalordì quegli stessi che avrebbero potuto impedirla, a tal che lo stabilimento della repubblica non incontrò il minimo ostacolo. Carlo Gonzaga e più altri capitani che avevano giurato per Alfonso re di Napoli, uscirono dal castello, e per denari si accomodarono ben tosto co’ repubblicani; onde anco quelli che tenevano la Rocchetta fecero lo stesso, ed appropriatisi i 17000 fiorni d’oro, che trovarono ne’ forzieri del duca, e che era, a quel che sembra, l’ultimo residuo de’ suoi tesori, abbandonarono la fortezza al popolo che immediatamente la spianò.

 


SOMMARIO
delle
VITE DEGLI SFORZESCHI
duchi di Milano
scritte
da Scipione Barbuò Soncino
dottore di legge e gentiluomo padovano
precedute da un
QUADRO GENERALE DELLO STATO DI MILANO
dopo la morte di Filippo Maria Visconti
e da un
CENNO
sulla costituzione
della Repubblica Ambrosiana

Quadro generale dello stato di Milano

Repubblica Ambrosiana

Francesco I Sforza

Galeazzo Maria Sforza

Giovanni Galeazzo Maria Sforza

Lodovico Maria Sforza

Massimiliano Sforza

Francesco II Sforza

Vita di Ascanio Sforza

 

DA
Vite
degli Sforzeschi

di
Paolo Giovio, Scipione Barbuò, ecc.
Stato di Milano nel secolo XV
Repubblica Ambrosiana,
vita
di Giovanni delle Bande Nere
Cronaca di Milano
con prefazione e note
di Massimo Fabi

Milano
presso Franc. Colombo Librajo-Editore
Contr. S.Martino, n.549-A
1853

Biblioteca
Storica Italiana
vol. II


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