Toscana

 

Giovanni de' Medici

scritta da Gian Girolamo Rossi

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Nacque il signor Giovanni (1) in Forlì l’anno mille quattrocento novant’otto a dì sei d’aprile di notte di Giovanni di Pierfrancesco de’ Medici, e di Caterina Sforza, sorella naturale di Lodovico duca di Milano, padrona allora d’Imola e di Forlì, la quale rimasta vedova per la morte del signor Hieronimo Riario, suo primo marito, ammazzato in Forlì per congiura de’ popoli, determinò di pigliar per marito Giovanni per le virtù e le bellezze sue, essendosi egli riparato con lei in Romagna per lo essere poco accetto allo stato di Firenze, governato allora da Piero de’ Medici, e da lui in poco tempo ebbe questo unico figliuolo, il quale come si vedrà, è stato a’ tempi nostri raro ed eccellente nel mestiero delle armi, e questo parentado per suo ordine stette segreto quasi due anni, e al fanciullo fu posto nome al battesimo Lodovico, tenendolo infino ch’egli ebbe diciotto mesi segretamente, ma pubblicandosi di poi il matrimonio, il padre non istette molto infermo a S. Piero al bagno, che egli si morì, e la madre ad esser fatta prigione, e cacciata dallo stato suo dal duca Valentino, figliuolo di papa Alessandro VI, dopo la cui morte ella volle che il fanciullo fosse chiamato Giovanni, e determinatasi di ridursi in Firenze, l’inviò con Bianca sua figliuola in casa di Giuliano Scali, e poi con Ottaviano, Cesare, Galeazzo, e Sforza, figliuoli del Riario, essa ancora se ne venne in questa città; ma come fu smontata alla casa dello Scali, Lorenzo di Pierfrancesco, fratello di Giovanni, la condusse in casa sua, facendola, come si richiedeva, padrona di quello che apparteneva al fratello suo marito, di già, come dicemmo, morto. Né mancò la madre, la quale si ridusse per istanza a Castello (2), luogo dilettevole, e per la vicinità della terra comodissimo, di avvezzarlo in ogni maniera di virtù, tenendogli di continuo appresso maestri, che lo potessero ad ogni esercizio convenevole al grado suo ammaestrare; ma il giovane fiero di natura poco apprezzando le lettere, volse infino da’ primi anni l’animo solo al cavalcare, al nuotare, e a esercitarsi della persona in tutti quei modi che al soldato convengono, dimostrando per segni manifesti a che egli fosse naturalmente inclinato (3). Essendo poi morta Caterina, ed il giovane divenuto in tale età, che per la vivacità sua non poteva esser da alcuno corretto, fece in Firenze molte questioni con maravigliosissime prove, di maniera ch’era a tale divenuto, che la città tutta quanta ne temeva; ma era però da molti per la liberalità sua amato, e perciò fu da Piero Sederini, allora gonfaloniere, confinato per due anni lontano dalla città venti miglia, ma per opera di Jacopo Salviati gli fu data licenza, che potesse stare ai suoi poderi, ma che non potesse entrare in Firenze. Io non racconto i rumori e le questioni particolarmente che egli fece in quella prima età, perché furono infinite, e volendole ridire ad una ad una, sarei con poco frutto troppo lungo e nojoso ai lettori, perciocché il giorno e la notte non erano altre faccende in Firenze, che qualche questione ch’egli faceva, o con la corte, o con particolari, rimanendo sempre superiore, talchè col nome solo, non che con i fatti, i quali corrispondevano mirabilmente alle parole, spaventava ciascuno, del che può ancora far fede Beccaccino Alemanni, il quale essendo venuto con lui alle mani rimase ferito in sulla testa sì gravemente, che ancora vi ha il segno, quantunque in quei tempi egli fosse tenuto delle prime spade di Firenze. Ed essendo ancora giovine prese per moglie Maria de’ Salviati, figliuola di Jacopo, donna singolarissima e virtuosa molto, dalla quale ebbe il signor Cosimo, ora duca di Firenze, unico figliuolo; e nelle giostre e torneamenti, che allora si fecero, diede gran saggio di sé al tempo del duca Lorenzo de’ Medici, facendo ogni giorno prove mirabili della sua persona, di modo che aveva ridotto ognuno in grandissima aspettazione del valor suo, essendo molto amato dai giovani per la liberalità sua, la quale era tale e tanta, che spesso si trovava impegnato tutto il mobile ed immobile che aveva. Venne di poi a duello col fratello del signor di Piombino, e perché il cancelliere di detto signore ebbe allora in Firenze a dir mal di lui: egli per questo trovatolo ad un’osteria dietro al palazzo l’ammazzò; andandosene poi a Castello d’onde mandò a dire al duca Lorenzo, che era uscito di Firenze non per paura, ma per onor suo. Parve di poi a papa Leone, e al duca Lorenzo, che fosse più a proposito tenerlo fuori di casa che in Firenze, temendo per avventura ch’egli per la grandezza dell’animo suo non aspirasse al dominio loro, e perciò lo condussero in Roma con buona provvisione, al che fu mezzano Jacopo Salviati, e gli pagarono molti debiti che aveva, riscuotendogli ancora alcuni suoi poderi da lui impegnati. Stette in Roma parecchi mesi, non cessando di farsi con la liberalità sua molti valenti uomini amici, e servitori, né gli mancò da favorire continuamente abbattimenti e soldati, dei quali egli in quella prima età molto si dilettava, e un giorno avendo fatta una gran questione cogli Orsini, fu assalito in sul ponte di S. Agnolo da più di dugento romani con picche, ed arme in aste, ed ancora che egli si fosse potuto salvare nel castello, non di meno volle con venti valentissimi soldati che aveva appresso di sé, tra i quali erano Jeronimo e marcantonio Corsi, alcuni colle spade a due mani ed altre armi, tutti in corsaletto più tosto far prova di sé e de’ suoi, che ritirarsi, di modo che passò per forza per mezzo di quegli, con loro grandissima vergogna. Facevi ancora molte altre questioni notabili, le quali molto lungo sarebbe a voler raccontarle, dove dimostrò la grandezza dell’animo suo, talchè era tanto temuto tra i Romani, ancora che fossero, come ancora sono, di natura armigeri e brigosi, che nessuno ardiva di opporglisi in cosa alcuna (4). E qui porremo fine alle cose fatte nella sua prima età, essendocene spediti brevemente per tosto venire a quelle che sono degne di maggior considerazione: tra le quali la prima che egli fece, fu che papa Leone gli commise di rimettere in casa il signor Camillo di Sermoneta (5) con alcune genti, il che gli successe felicemente per mezzo di Tristano Corso suo capitano. Venne poi in animo a papa Leone per cacciare di stato Francesco Maria della Rovere (6), duca di Urbino, di muovergli guerra, facendo generale di quella impresa il duca Lorenzo suo nipote, e tra primi capitani del campo era Vitello de’ Vitelli, Camillo Orsini, e Renzo da Ceri, per il che questo signore ebbe cento cavalli leggieri di condotta, la quale fu il suo primo principio nel mestiero dell’armi, e fece prove mirabili, facendosi sempre vedere dai nemici con danno loro, per avere egli cominciato a rinnovare e favorire quel mestiere alla leggiera, che era già quasi diposto, e fuori d’uso, in modo, che venne in grandissima riputazione, volendo che i suoi soldati avessero cavalli turchi, e riannetti (7), e fossero bene armati con le celate alla borgognona, tal che per opera sua, e per lo comodo di tale uso, gli uomini d’arme si sono quasi che dimessi in Italia, facendo questi e con minore spesa, e con più prestezza spesse volte l’uno e l’altro effetto. Fu ancora quello che rinnovò la milizia, che oggi chiamano lance spezzate, essendosi molti anni innanzi poco usata, la quale si fa di uomini segnalati, e bene stipendiati, i quali a cavallo e a piè seguono sempre la persona del loro capitano, senza essere ad alcuno altro soggetti, e di questi tali poi ne nascon uomini di gran riputazione e autorità, secondo il valor loro, e benevolenza del signore.
Cacciato il duca di Urbino nella prima guerra, la quale non fu tanto difficile quanto poi la seconda, egli tornando ivi a poco tempo, ripigliò lo stato col signor Federigo da Bozzolo, con l’ajuto di quattromila spagnoli, ed in detta guerra al signor Giovanni fu dato infino a dugento cavalli, e fece di bellissime fazioni molto audaci e pericolose. Non successe poi cosa degna di memoria di lui infino a che papa Leone non mosse guerra a Francesco re di Francia, e lo cacciò dello stato di Milano con l’ajuto di Carlo V imperatore, nella quale impresa fu capitano generale Prospero Colonna per lo imperatore, in lega con Sua Santità, e alcuni affermano che il papa a ciò si movesse per lo avergli promesso il re quando furono in Bologna amendue, Lucca, e Ferrara, e restituirli Parma e Piacenza, allora da lui possedute, e altri ancora allegano altre cagioni, le quali lascio indietro per non essere ora l’intendimento mio, se non di descrivere questa vita, ma come si sia il papa si mosse contro il re, e cominciò la guerra a Parma guardata da monsignor dello Scudo, Federigo da Bozzolo (8), e capitano Carbone, dove questo signore si portò così valorosamente, che il detto Carbone, uomo valorosissimo, il quale ogni giorno esciva fuori per la fiumana, che divide, e dà il nome a quella città, molestando gravemente l’esercito del papa e dello imperatore, trovò tal riscontro, che per l’avvenire si ritenne dalle scorrerie, perché faceva continuamente perdita nel combattere con esso lui, e per questo nacque nel campo un proverbio che il carbone non abbruciava più, essendosi trovata acqua che lo spegneva con il valor suo. Né manco coraggiosamente si portò egli quel dì che fu presa e saccheggiata la metà della città, cioè quella parte che è verso Piacenza, e di là dal fiume, perciocché all’entrare fu dei primi che valorosamente combattesse e guadagnasse quella fazione, e Prospero Colonna, o per invidia, o perché aveva discaro che il signor Giovanni ponesse i suoi soldati in pericolo, i quali ancor che non fossero al soldo suo, tutti lo seguivano nelle scaramucce, tanto era da loro amato, gli disse un giorno alcune parole che gli dispiacquero, alle quali egli rispose acerbamente, e Prospero gli replicò, che in un bosco non parleria così, al che il signor Giovanni soggiunse e disse: in un bosco quella berretta nera, che avete in capo ve la farei parere rossa, né mai più di poi fu troppa amistà fra loro conoscendo il vecchio, che con un giovane così ardito non v’era se non manifesta perdita. Bianca Rossi sua sorella rimasta allora vedova con molti figliuoli, per opera di Bernardo Rossi vescovo di Trivigi suo parente, il quale era in gran credito con papa Leone, era gravemente molestata, avendo determinato, e commesso a Sua Santità, che mentre l’esercito era appresso di Parma, gli fosse tolto lo stato suo che aveva in quel paese; per il che intesa questa risoluzione il signor Giovanni pigliò tutti i suoi castelli in sua mano dicendo, che voleva vedere chi glieli torrebbe; ed entrando egli in persona in S. Secondo (9), luogo forte e di buona entrata, Jeronimo Corso gli disse: signore, tu sei povero, e non hai niente, chè non tieni questi luoghi per te, mandando tua sorella a casa sua? Al che egli rispose che mai più non gli parlasse di simili cose, per quanto aveva cara la vita, perché stimava più la sorella con i suoi nipoti, che quanti stati erano nel mondo; sapendo che di simili, e di maggiori vivendo non gli mancherebbero; ed essendosi l’esercito imperiale, e così del papa, per opera del marchese di Pescara, che non volle combattere il restante di Parma contro la volontà di tutti gli altri capitani, ritirato al fiume di Lenza (10) verso Reggio, lasciando quella ossidione, e poi a Casal Maggiore, ivi passato il Po, andossene a Ribecco, e Ponte Vico, luoghi vicini al fiume dell’Oglio. L’esercito imperiale alloggiò sotto Ponte Vico con grandissimo di svantaggio, per lo avere i Francesi nella fortezza di quel castello ancora che fosse de’ Veneziani, posto ajuto e artiglieria, talchè comodamente potevano essere battuti, per il che gli convenne la notte senza tamburri e trombe, dileggiare quasi che in disordine, essendo ciò imputato al Colonna, nel quale era tutto il peso della guerra, per l’elezione di così sinistro alloggiamento, al che egli rispondeva; i Veneziani avergli mancato della fede, per l’aver promesso a lui e al cardinale de’ Medici, legato del papa, che le fortezze loro non gli offenderiano, e l’imputazione quando la causa non fosse abbastanza, sarebbe stata ragionevole, imperò che nessuna cosa come quella, che è di maggiore importanza tocca più, né maggiormente conviene al capitano generale, che l’alloggiar bene il suo esercito difendendolo in tale opera da ogni pericolo il giorno e la notte. Per il che essendosi come dicemmo per fuggire così manifesto pericolo, partito l’esercito imperiale ed alla coda assaltato dai Francesi, il signor Giovanni rimase per difenderlo addietro, e valorosamente combattendo, mostrò chiaro in tanto pericolo col resistere a’ nemici e dar tempo di camminare all’esercito, che tutti per virtù sua in quella notte furono salvi, e fece di molti prigioni con poca perdita de’ suoi, e questa fu la prima occasione che non seppero conoscere i Francesi in quella guerra per conseguire la vittoria loro, la quale se seguivano con il debito ordine facendo la giornata come Francesco Maria duca d’Urbino, e altri capi consigliavano, era necessariissimo che restassero vincitori, facendo per avventura prigione Prospero un’altra volta, il quale come dicono molti che erano presenti, conosciuto l’error suo, s’era tanto avvilito, che non sapeva né comandare, né obbedire, scusandosi sempre come di sopra si è detto, ma la pertinacia di Lautrech, nomato Odet di Foys, per quanto si disse allora, il quale aveva intelligenza con li Svizzeri che venivano in soccorso degli’imperiali, fu cagione d’ogni cosa, dicendo di non voler combattere, perché sapeva di avere a vincere sicuramente; dal che per avventura si potrebbe cavare un’ammaestramento nella guerra, e questo è: che per nessuna speranza, o disegno, la vittoria non dovrebbe esser differita giammai. Parve però agli imperiali, avendo ripreso animo per lo disordine de’ Francesi, e per la virtù di questo signore in quella notte tanto incomoda, giunto massimamente il soccorso degli Svizzeri, i quali ingannarono per la copi dei denari del papa Lautrech, di assaltare Milano, come capo di quello stato, e i Francesi fecero testa in su la ripa d’Adda; e dimorando ivi alcuni giorni in consulte, e deliberazioni; il signor Giovanni, facendosi beffe di tanto consigliarsi, massimamente dove faceva mestiero d’altro che di parole, con i soldati suoi, ed egli il primo, disposte alcune fanterie sopra certe barchette, delle quali diede la cura al conte P. Onofrio da Monte d’Oglio, passò a nuoto quel rapace e grossissimo fiume sopra un cavallo turco di pelo leardo (11), detto il sultano, il quale cavalcava sempre nelle fazioni più pericolose, e fu seguitato da molti soldati, di maniera che nell’uscir dell’acqua, egli da una banda ed il conte dall’altra, appiccarono una grande scaramuccia, la quale fu cagione con perdita de’ Francesi, che tutto l’esercito passasse quel fiume ad una villa detta Vario senza alcuna lesione, il che diede la vittoria in quella guerra agl’imperiali, essendo ciò riputato atto molto animoso, sì per la profondità e rapacità del fiume, e contrasto che ebbero da’ Francesi in su l’altra ripa, e sì per la vittoria che ne seguì, ed in quell’impresa rimase prigione dalla parte francese il conte Ugo de’ Pepoli. Ma perché il Capella troppo appassionato dà tutta la lode di questo nell’istoria sua a Francesco, e Girolamo Moroni, tacendo in tutte le imprese di quei tempi la virtù di questo signore con attribuire ogni gloria ad altri, non m’è paruto tacere in questo luogo per una volta sola la molta sua passione per iscudo della verità.
Giunto l’esercito imperiale parte alla badia di Chiaravalle, e parte a Malignano, il signor Giovanni si spinse innanzi alla porta di Milano, e combattuto a una torre per lungo spazio coi nemici, ch’erano veneziani, allora il lega coi Francesi che guardavano quella parte, li mise in fuga, sollecitando per i suoi mandati il cardinal de’ Medici, che poi fu detto papa Clemente VII, che lo seguisse con l’esercito suo, come fece, onde meritamente si può dire, che egli fosse il primo soldato ad entrare nella città, e che quella vittoria fosse per la maggior parte sua. E perché non capitasse male un suo nipote detto il conte di S. Secondo de’ Rossi, allora giovanetto, il quale era a’ servizj di Lautrech figliuolo da lato di madre, come dicemmo, di Bianca Rossi sua sorella maritata in Parmigiana, dopo l’avuta vittoria non attese ad altro che a cercarne, il che dimostrò l’amore grande dei suoi, e la poca cupidità del guadagnare, potendo, se attendere vi avesse voluto, avere i miglior prigioni di quel campo con molta roba. E ritirandosi i Francesi verso Como, la città rimase in potere della lega imperiale e del papa, e in quel tempo ebbe querela col signor di Monaco, che gli aveva tolte per mare alcune sue robe; e l’abbattimento non andò innanzi per difetto dell’avversario suo. Morì dipoi papa Leone, e fu creato Adriano VI, e allora gli nacque un figliuolo, che per memoria di quello che fu chiamato padre della sua patria, fece porre nome Cosimo, oggi duca degnissimo di Firenze.
E i Francesi si ridussero in Cremona aspettando nuovi soccorsi per via degli Svizzeri, che incarcerato il nunzio del papa mostravano che quello che era successo per ajuto di quella nazione contro i Francesi, non era stato di consenso del pubblico, ma per opera de’ privati, come del cardinale Syon e altri tributati da Sua Santità, e però non successe cosa dove questo signore avesse molto a dimostrare il solito suo valore, se non che venuti gli Svizzeri per li Francesi e alcuni Alemanni con Francesco Sforza duca di Milano in favore degl’imperiali assediando Lautrech Pavia, ov’era il marchese di Mantova per guardia con poca gente, e avendo avuto allora il signor Giovanni, oltre la condotta di dugento cavalli buona somma di fanti, fecero consiglio di soccorrere quella città che era ridotta all’estremo, ed in somma, tutto il carico toccò alle sue genti, che per la maggior parte erano corsi, e ne fu fatto capo il conte P. Onofrio che come dicemmo era dipendente da lui, e l’impresa per ordine e consiglio suo successe così felicemente che non si poteva desiderare di più. Abbandonando di poi Lautrech per tale cagione quello assedio, fu tenuta questa delle più belle fazioni che si facessero in quella guerra, perché quelle genti passaron per mezzo il campo de’ nemici, e chiedendo licenza a Prospero, egli disse loro: Figliuoli miei, io non vi voglio ingannare, perché vi licenzio a quest’impresa come perduti. Partitosi Lautrech da Pavia sollecitando gli Svizzeri o a partirsi, o a combattere, fu eletto da’ Francesi piuttosto il combattere con di svantaggio, che risolvere l’esercito senza aver fatto alcun effetto. Onde gl’imperiali usciti fuori di Milano, per l’accrescimento sopraggiuntogli, come dicemmo delle genti tedesche condotte da Sforza alla Bicocca con gran di svantaggio de’ Francesi, per lo sito eletto dal Colonna volendosi ristorare dall’errore fattogli a Ponte Vico, si venne alle mani ed avanti si cominciasse la battaglia, questo signore si portò tanto valorosamente, che corse insino all’alloggiamento de’ Francesi, e in quel giorno gli fu morto un cavallo sotto; conoscendo poi per prova che pericolosa cosa era l’andare nelle scaramucce senza fanterie, usava spesso di accompagnare gli archibugieri sopra cavalli di poco prezzo, con i cavalli leggieri facendoli smontare a piedi dove faceva di mestiero, la quale usanza di poi è stata osservata da molti: perciocché il condurre i fanti a piedi, ovvero in groppa de’ cavalli leggieri, se le fazioni sono lontane, quando vi arrivano, o i cavalli o gli uomini, o amendue insieme sono stanchi ed inutili; e però questa maniera è più utile colla quale in tutte le guerre e colla prestezza e vigilanza sua fece di valorosissime fazioni; onde convenevolmente si può dire che in quello esercito dove egli era, ciascuno poteva dormire sicuro e quieto; e per lo contrario in quello dei nemici inquietissimo e non sicuro, con ciò sia che mai non passava giorno o notte che non si facesse vedre molestandoli continuamente in varj modi, talchè gli oltramontani per le continue molestie che egli dava loro, ne temevano assalissimo.
Ivi ad alcuni mesi essendo maltrattato dagl’imperiali determinò, stimolandolo ancora i soldati suoi e massimamente Tristano Corso, col quale per lo valore e sagacità molto conferiva, di andare a’ servizi de’ Francesi, i quali per essere stati molestati da lui nel modo che abbiamo detto nella guerra passata eran molto ben consapevoli della virtù sua; e però in Borgo S. Domino essendo già durata quella guerra tre anni, fu conchiusa la condotta sua col re di Francia con tre mila fanti e trecento cavalli, e sei mila ducati di provvisione, con allegrezza grande de’ Francesi e de’ soldati suoi, e nel passare per Cremona, tenuta allora da essi Francesi, essendogli negata la vettovaglia e l’alloggiamento, pigliò per forza e mandò a sacco Busseto, luogo forte de’ Pallavicini in Parmigiana (12). In Cremona ove luogotenente del re era monsignor dello Scudo, essendosi Lautrech suo fratello ridotto in Brescia, per essere i Veneziani ancora in lega con il re per girsene per lo cammino degli Svizzeri in Francia, fu con molto onore da detto luogotenente ricevuto, e uscendo fuori continuamente non dette minor saggio agli imperiali di sé che per lo addietro avesse fatto a’ Francesi; ma non racconteremo particolarmente neè le fazioni, né le scaramucce per maggior brevità, diremo solo che in nessuna dove si trovasse egli in persona rimase perdente. Parve ivi a poco tempo a’ Francesi i quali sono di lor natura impazienti, e massimamente nel patire i disagi, nel difendere ed assediare le terre, vedendo le cose loro in declinazione, capitolare cogl’imperiali di lasciar Cremona, ritenendosi alcune fortezze dello stato con questa condizione però, se non erano soccorsi fra quaranta giorni dal re con facoltà che potessero, passato quel termine, andarsene a bandiere spiegate in Francia; per il che non venendo il soccorso a tempo ed essendo pigliata Genova e saccheggiata dagl’imperiali, e fatto prigione il doge Ottaviano Fregoso e Pietro Navarro, che allora con certo numero di genti di Francia per quella guardia ivi era giunto; i Francesi si partirono d’Italia lasciando ogni cosa come si è detto, per la capitolazione già fatta, il che molto dispiacque al signor Giovanni, il quale prima si era offerto di difendere Cremona colle sue genti; ma poco giovò il persuadere che egli facesse il contrario, lasciandolo senza provvisione alcuna di denari, né di altro per nutrire le genti sue.
In quel tempo i nipoti suoi, figliuoli di Bianca Rossi, erano gravemente nel Parmigiano un’altra volta molestati dagli istessi parenti loro come di sopra dicemmo, i quali con quattro mila fanti e sei pezzi di artiglierie, e buon numero di cavalli, essendo quella donna rimasta vedova e coi figliuoli giovanetti le avevano tolti alcuni castelli, e seguivano per torre il restante, perché parve al signor Giovanni, che ancora aveva in ordine le sue genti, di aiutarli; e non mancare al grado della parentela che aveva con essi, ed al debito dell’onore, e con grandissima prestezza passato il Po partendosi da Cremona venne a quel soccorso, e ruppe l’inimico, e gli tolse l’artiglieria, e ricuperò i luoghi perduti con grandissimo onor suo e della sorella. Né stette troppo desideroso di cose nuove, che avendo comperato un luogo in Lunigiana chiamato Aulla (13), il quale era in lite con quei marchesi, per non tenere in ozio sé e le genti sue, venne alle mani con tutti quei signori Malespini, i quali abitano in quel paese e sono assaissimi, ed hanno molte castella ben popolate e forti; per il che condotto da tremila fanti ed alcuni pezzi d’artiglieria, in quelle bande fece grandissima persecuzione a tutti quei signori scacciando ogni giorno or l’uno or l’altro dai luoghi loro, di maniera che in breve tempo si era fatto quasichè padrone del tutto, con perdita però di molti valorosi uomini de’ suoi nel combattere le castella, per essere come dicemmo, fornitissime in guisa, che i Genovesi erano entrati in gran sospetto e paura di lui, pensando che quello ch’egli faceva fosse con qualche altro maggior intendimento per le cose di Sarzana e Sarzanello, nelle quali i Fiorentini hanno sempre preteso di aver ragione. Intanto i cardinali Cibo e Medici trattarono concordia, e ricevuta il signor Giovanni una buona quantità di denari, di che sempre per la liberalità sue era bisogno, lasciò quella impresa ad istanza dei detti cardinali, la qual cosa per giudizio di molti fu fatta, perché Medici non voleva acconsentire ch’egli fosse così potente, e vicino alla Toscana per quella banda, per la paura che aveva ch’egli non aspirasse alle cose di Firenze. Stette ancora molti giorni a Reggio di Lombardia, luogo dilettevole ed amatore di forestieri, senza aver aiuto di luogo alcuno, eccetto che dalla sorella, la quale per obbligo che gli avea, e per la parentela non gli mancò mai. Né per questo restava egli di non fare grandi spese, e trattenere assaissimi valenti uomini, essendo molto dedito in quel tempo alla caccia, ed allo amore; né in quel tempo successe altro degno di memoria, se non che i Fiorentini udendo che Malatesta Baglione, e Francesco Maria duca d’Urbino facevano movimento contro le cose di Siena, gli mandarono contro il signor Giovanni con moltissime genti, che fece in modo ch’eglino si ritornarono da quell’impresa senza frutto nessuno. Di poi Francesco re di Francia sentendosi gravemente ingiuriato dallo imperatore avendogli tolto lo Stato di Milano per darlo al duca Francesco Sforza, fece un grossissimo esercito di trentamila fanti, e mila e cinquecento uomini d’arme, e molti pezzi d’artiglieria; ed ancor che prima avesse determinato di venire in persona in Italia, mal soddisfatto per la guerra passata di monsignor di Lautrech e di suo fratello, che avevano ingiuriato amendue tutta l’Italia, e fattola nemica dei Francesi per aver fatto morire indegnamente alcuni nobili, fece capitano generale di quella impresa Guglielmo Bonnivet ammiraglio suo del mare, il quale disceso in Italia e giunto al fiume Tesino, essendo Prospero per grave infermità già vicino a morte, si pose all’assedio di Milano, onde il signor Giovanni mal soddisfatto come si è detto de’ Francesi, si pose con l’imperatore, ed ebbe tremila fanti, e trecento cavalli, la qual condotta fu fatta per mezzo di Francesco Sforza duca di Milano; e in quella guerra si può dire sicuramente che tutto il peso del combattere fosse il suo; talchè essendo quello esercito assediato e ridotto in grandissima carestia coll’uscir fuori ch’egli ogni giorno faceva, lo tenne nutrito d’ogni cosa, aprendo verso Monza il passo alle vettovaglie. Fu ancora quegli che al Tesino volle ritenere il passo all’ammiraglio con una bellissima scaramuccia; ma non essendo l’acqua molto cupa, e gl’imperiali assai meno di loro, con tutto l’esercito gli convenne ritirarsi in Milano con poca perdita, rimanendo egli alla coda de’ suoi per farli più sicuri da ogni pericolo. Per il che essendo quel giorno Prospero nella lettiga, e vedendo l’infinito valor suo, per mezzo del duca di Milano, un’altra volta se lo fece amico, avendo la virtù tanta forza nei cuori umani, che spesse volte in uno istante li rivolge in maniera che di nemici si fanno amici. E tra molte fazioni che allora egli fece, le quali troppo darei lungo a voler raccontare, basti solo che egli con i suoi cavalli leggieri, ed archibugieri a cavallo, nelle scaramucce come dicemmo, menò prigioni da dugento uomini d’arme francesi, ed io intesi più volte dal duca di Milano per la familiarità e servitù che aveva seco, che gl’imperiali, se non si fossero confidati nel valor suo, avevano determinato per la fame ed altri bisogni di lasciare Milano. Ed essendosi scoperto allora un trattato fra i soldati suoi di dare una porta della città a’ Francesi, egli fatto pigliare il capo del tradimento, che si chiamava Morgante, e tormentatolo per sapere chi fossero i compagni di detto trattato, in presenza di tutto l’esercito lo fece passare per le picche. Ora vedendo i Francesi di essere continuamente molestati da lui, e la difficoltà del guerreggiare, per cagione del verno che veniva, e la città non patire vettovaglie, anzi essere assai più abbondante, come dicemmo, per la virtù sua, che il campo loro, e di più che il soccorso mandato dallo imperatore s’apprestava, che conduceva Don Carlo della Noja (14), e i Veneziani allora in lega con gl’imperiali si volevano congiungere insieme, si partirono da quell’assedio, e partendosi il campo loro, il signor Giovanni svaligiò una compagnia di sessanta lance Francesi, e fece di molti altri prigioni, divise poi l’ammiraglio in varj luoghi, che egli teneva le genti francesi, aspettando nuovi soccorsi di Francia. Onde ritornato il Pescara di Spagna, e morto Prospero, essendo molte genti a piè e a cavallo a Robecco (15), il signor Giovanni andò con esso lui a quella impresa, e giunti una notte quivi all’improvviso li fecero tutti prigioni, e svaligiarono, ed il simile avvenne quasi in tutta la Lomellina, massimamente alla Motta (16), Valenza, Gambolò, e Mortasa, dove avevano disegnato di svernare, ed ivi fu prigione un’altra volta il Pepoli, e Giovanni Birago. Trovassi ancora alla presa di Garlasco, che era guardato molto bene dai nemici col duca d’Urbino, di maniera che quel luogo per opera sua, e de’ suoi, si pigliò; il che avvenne ancora di alcuni altri di quello stato, le quali cose non passarono senza gran combattimento e pericolo e perdita de’ suoi soldati, volendo che sempre fossero i primi nella fazioni che si facevano. Andò dipoi ad Abbiategrasso, dove erano due mila fanti nemici, ed al Ponte di Tesino, che eran bene muniti di Francesi, e furono presi da lui in persona con tre mila fanti che aveva, ed alcuni pezzi d’artiglieria, ed il capitano di dentro dette il Farina corso, il quale era molto valente, andò a’ servizi suoi essendo fatto prigione, sì per essere egli molto amatore di quella nazione, e sì per averlo veduto portare così bene in quella difesa, nella quale, perdute le mura della terra, si ridusse a combattere le strade una per una valorosamente. Intendendo poi il duca di Milano che venivano sei mila Grigioni per soccorso dell’ammiraglio, dette quella cura al signor Giovanni, il quale li andò ad incontrare in sul Bresciano, e fece in modo che furono forzati a ritornare a casa, ed in breve fare accordo col duca contra il re. I Francesi erano allora la maggior parte in Novara, e per la impresa di Abbiategrasso avendo perdute le vettovaglie da quella banda furono forzati a partirsi per Francia, lasciando addietro l’artiglieria, ed ogni altra cosa, per essere l’ammiraglio ferito in un braccio, nel passare la Sesia grossissimo, dove patirono molti disagi, essendo in quell’istante raggiunti dal signor Giovanni che li trattenne tanto che arrivò il rimanente dell’esercito imperiale, e quivi fu morto il capitano Bajardo francese, uomo valentissimo, e Giovanni Cabaneo condottieri a cavallo, e molti altri uomini da bene francesi, e se non era la discordia di Borbone, del Pescara, e di Don Carlo della Noja, e del duca di Urbino, il quale era per i Veneziani, tutti i Francesi vi rimanevano, o morti, o prigioni, parendo al signor Giovanni di doverli seguire, ma perché cagione ci fosse, ciò non andò innanzi, e le cose rimasero quiete per alcuni mesi. Fu poi data al Pescara ed al Borbone dall’imperatore l’impresa di Francia con diciottomila fanti, i quali andarono all’assedio di Marsiglia, dove era Renzo da Ceri con tremila fanti italiani; e perché egli non intervenne in tale impresa, anzi rimase in Italia, non accade di ciò ragionare altrimenti; solo dirò che ritiratisi gl’imperiali da quell’assedio, sopraggiunti da un grossissimo esercito francese, nel quale era il re in persona, vennero in Italia amendue a gran giornate per diverse vie, e fu grandissima gloria il ritirarsi del Pescara, perché facendo egli la via della riviera di Genova, non perdè né artiglieria, né cosa alcuna, e per lo contrario fu incredibile la velocità del re, che giunto a Milano subito lo prese senza far danno a quella città, ponendosi poi all’assedio di Pavia, dove per difesa era Antonio da Leva (17) con seimila Tedeschi, perché la fanteria spagnola era con il Pescara in Lodi. Per il che il signor Giovanni mal trattato dagl’imperiali, e dal duca di Milano, per l’impotenza sua non gli avendo dato alcun carico in tanta guerra, ed essendo sollecitato dal re sotto Pavia, si ridusse alli servizi di Francia un’altra con quattromila fanti, e quattrocento cavalli leggieri, e l’ordine di S. Michele, e diecimila scudi di piatto per la sua persona, e dugento cavalli pel conte di S. Secondo de’ Rossi suo nipote. Furono alcuni che lo biasimarono di questo, parendogli che mutasse spesso padrone, al che egli rispondeva, aver determinato di non servire chi non lo pagava, perché altrimenti non poteva trattenere i soldati, lasciando il pensiero a chi lo intendeva altrimenti, parendogli come a soldato, che se gli convenisse di far così, al che si aggiunge, che Clemente già fatto papa, e amico dei Francesi, lo costringeva molto a ciò fare, a cui egli non poteva mancare per molte ragioni, che per maggiore brevità si tacciono, e lasciando queste dispute da parte, e al proponimento nostro tornando, dico che in quell’impresa sempre si portò valorosissimamente, tanto nel riconoscere i nemici, quanto in ogni altra cosa; e innanzi la presa del re fece di bellissime scaramucce, riuscendone sempre con onore, tal che poi nel ritornare a casa era con bellissimi doni da Sua Maestà riconosciuto, e fra l’altre prove che egli fece fu che essendo una casa presso alla città, che i nemici sempre avevano tenuta, facendo con essa gran danno all’esercito francese, e mostrando il re di volerla pigliare, Federigo da Bozzolo, molto favorito allora da Sua Maestà cristianissima, lodò l’impresa, ed aspettando sua maestà che alcuno a ciò fare si proferisse, tutti ragionando se ne andavano in discorsi; onde il signor Giovanni che sempre aveva taciuto, e non vedendo che si concludesse cosa alcuna disse: Sacra maestà, Voltra Altezza ha più di bisogno di chi metta ad effetto, che di chi consigli, e presa licenza senza altro dire così disarmato con molti de’ suoi in presenza del suo padrone la pigliò con grandissima perdita de’ nemici e con non suo poco pericolo, di modo che ciascuno rimase stupefatto del valor suo, e tornando dal re per essergli stato morto il cavallo sotto, ebbe da Sua maestà un bellissimo dono con gran favore in presenza di tutto l’esercito. Vennero di poi gl’imperiali de’ quali era capitano il Pescara, uomo raro nel mestiere dell’armi, al soccorso di Pavia, partendosi da Lodi e alloggiarono vicini al re a un trar d’archibuso, il quale era nel parco, di maniera che ogni giorno, o piuttosto ogni ora gli conveniva essere alle mani col nemico, ma per la virtù e prestezza di questo signore, erano di maniera tenuti a freno, che il campo francese non aveva da temere di cosa veruna, e perché nel campo del re erano quattromila Grigioni, ed essendo egli un giorno in collera con un suo servitore gli corse dietro infino agli alloggiamenti loro; e perché secondo il solito suo vestiva come privato, non essendo conosciuto altrimenti, anzi vedendolo così acceso contra quegli che fuggiva, gli fu fatta non so quale violenza, del che egli tento si alterò, che ritornato agli alloggiamenti e messa in ordine la sua gente determinatamente andava per combattere; ma il re accortosi di tanto pericolo subito vi corse, e con prieghi ed abbracciamenti fece tanto che l’umiliò, e volle che tutti i capitani de’ Grigioni inginocchiati gli chiedessero perdono.
Volendo dunque la fortuna condurre in estrema infelicità Sua maestà Cristianissima le fu necessario privarlo del signor Giovanni innanzi la battaglia, nella quale egli rimase prigione insieme col re di Navarra e molti altri signori; per il che pochi giorni avanti in una scaramuccia di grande importanza, incontrandosi questo signore con Garzia Mandricco e Don Francesco Sermenta capitani degli spagnoli, e alcuni altri capitani de’ Tedeschi usciti di Pavia, fu da un archibuso in uno stinco di gamba gravemente ferito, per il che si fece procurare e portare a Piacenza, e di quivi in Parma a’ castelli della sorella, e poi a Padova a’ bagni, ed in detta scaramuccia vi rimase morto Annibal Testa da Padova, il quale era per le sue virtù molto amato da lui. Né passaron molti giorni che gli Spagnuoli da questo fatto pigliando ardire assalirono il re nel parco da quella parte dove il ferito signore aveva l’alloggiamento, gittando tanto muro in terra, che venti uomini vi potevano entrare in ordinanza, di maniera che il re in breve rimase vinto e prigione (18), e non è dubbio alcuno che gli Spagnoli, se il signor Giovanni fosse stato sano, non sariano in quella giornata stati superiori; ma si crede ancora che non avrebbero giammai tentata tale impresa, conoscendosi chiaramente pel poco governo francese, e pel passo onde entrarono, quanto fosse agevole ritenerli, e ostarli coll’armi in mano, e per più chiarezza di ciò, il re, mentre che stette prigione in Italia in Pizzighettone, affermò a molti due cose essere state cagione della perdita e prigionia sua: la prima, la ferita del signor Giovanni, l’altra, d’essere stato ingannato da’ suoi capitani a pagamenti, credendosi di avere un numero di gente che al combattere poi non ebbe, per essergli stata fatta gran fraude nelle rassegne. Ridussesi poi il signor Giovanni in Fano avendo intenzione da Clemente, al quale pareva pure sconvenevole non l’aiutare in qualche cosa, ancorché poco l’amasse di averlo da lui per donazione, il qual luogo fu eletto dal papa per tenerlo più lontano che poteva dalle cose di Firenze, e perché non pensasse più alla Lunigiana, come pareva che facesse un’altra volta: stette quivi alcuni mesi e non avendo altra occupazione, attese ai piaceri suoi e massimamente della caccia, della quale molto si dilettava; ma essendo di natura amatore di cose nuove, avendo buona occasione, pensò di occupare Ancona, ed attendere alle cose marittime facendo quel poco di porto, che vi soleva essere, con simulare di voler divenire corsaro, ed ebbe in dono da lui un galeone (19), che già papa Leone aveva fatto edificare in Ancona, al quale attese con ogni diligenza per porlo in ordine, e comperò tre altre fuste (20) di più per arrivare un giorno all’improvviso nel porto di quella città e pigliarla; ma gli Anconetani che allora, sebbene pagavano il tributo alla Chiesa, erano in libertà, sospettosi di lor natura, se ne avvidero, di modo che l’impresa fu vana, e per essere egli molto gravato di spesa da’ suoi soldati, che non avevano discrezione in tempo di pace, tenendo ciascuno, benché povero fosse, due o tre famigli in casa sua inutilmente, e con questa occasione d’andare in soccorso con bel modo, non volendo egli licenziare altamente quella spesa, pigliò da tutti, da chi uno, e da chi due di quei servitori secondo il grado delle persone per servirsene al remo, talmente che con questo stratagemma fuggendosene alcuni, e altri essendo all’improvviso posti alla catena, egli si alleggerì del superfluo, non potendo nel vero resistere, e si vendicò in parte di quelli che senza frutto alcuno, e senza proposito lo mangiavano vivo. Avvenne ancora che essendo ogni giorno molti abbattimenti fra’ suoi soldati, per porre lor fine, serrò nella rocca di Fano in una piccola corticella, per loro particolari contenzioni, il capitano Giovanni da Turino, ed il capitano Amico da Venastro, con due spade in mano in camicia, acciocché ivi definissero le loro querele a lor piacee, vietando a ciascuno l’accostarsi a quel luogo per dividerli sotto gravissime pene, e questi due soldati per lo essere amendue, per le virtù loro, famosissimi, si portarono valorosamente e per ore quattro stettero sempre alle mani dandosi di molte ferite, ancorché di comun consenso, si riposassero più d’una volta, ma in fine pei preghi di Lucantonio da Monte Falco suo servitore furono divisi, e fatti medicare con sì gran diligenza, che nessun di loro perì, essendo sempre di poi amici; e questo esempio fu tale, che mai più si sentì fra i suoi alcun rumore ancorché vi fossero bravi infiniti, e di diverse nazioni, e pareri.
Essendo di poi il duca di Milano per timore o per trattato in differenza con l’imperatore, il che era successo per mezzo del Morone (21) e di papa Clemente, e assediato nel castello di Milano dagli Spagnoli, ed essendo il re di Francia già libero, il papa mandò a Sua Maestà Cristianissima un suo segretario detto il Sanga a persuaderlo coll’esempio de’ Romani alle forche Caudine (22), che non dovesse mantener cosa che avesse promessa in prigione a Cesare, e fu agevole, avendo esso re da sé stesso presupposto di farlo, per il che non istette molto che egli mandò un altro esercito in Italia, fatta però prima lega con i Veneziani, col papa e col duca detto, e volendo la lega soccorrere il duca e assediare gli imperiali in Milano, de’ quali era capitano Antonio da Leva, e Borbone, e il marchese del Vasto nipote del Pescara; si fece contra gl’imperiali un grossissimo esercito che si rappresentò sopra Milano avanti che il marchese di Saluzzo, generale del re, venisse in Italia con le genti sue, ed il signor Giovanni fu fatto generale di tutte le fanterie italiane di Sua Maestà con dodici mila scudi di provvisione per la persona sua, e 900 cavalli di condotta. Ora essendo alloggiato il campo della lega a Marignano e conchiudendosi fra tutti i capitani e il provveditore veneziano, uomo molto prudente e di grandissima autorità in quella repubblica, chiamato Piero da Pesaro, di assalire i nemici in Milano essendovi poco ordine di tenerlo per li Spagnoli; sì perché non avevano più di ottomila fanti per guardarlo, e sì perché avevano il popolo inimico per la violenza loro, e per l’assedio che tenevano al castello ore era il suo duca; si fece l’alloggiamento nei borghi, e li Spagnoli si mettevano già in ordine per abbandonare la terra e ritirarsi a Como, Trezzo e Lecco, non potendo in un tempo difenderla e attendere allo assedio del castello, e contrastare col popolo per essere di già quello assedio durato undici mesi; ma sopravvenendo la notte non so da qual cagione mosso il duca d’Urbino si volle ritirare infino a Marignano; e contraddicendogli il provveditore e il signor Giovanni, e finalmente tutti gli altri capitani, non vi fu mai ordine cavarlo di quella opinione, non cessando questo signore fargli la vittoria certa, per avere avuta la cura il giorno d’avanti, di condurre l’artiglieria e battere Porta Romana con quella torre che vi era (23), e dimostratagli chiaro aver con l’appresentarsi a quel luogo in maniera fatto che il giorno seguente sicuramente si poteva sperare di vincere e cacciare il nemico; ma niuna ragione fu buona né potente a dissuaderlo da questo; tal che messo in ordine l’esercito veneziano del quale egli era capitano, senza altro dire cominciò a ritirarsi in tempo di notte, che suol essere più pericoloso e dagli antichi dannato, per il che non essendo bastanti altre genti della lega all’espugnazione della città senza lui, convenne ad ognuno seguire quel parere per forza con dispiacere di tutto l’esercito, ma molto più del signor Giovanni, il quale non mai volle muoversi dagli alloggiamenti infino a tanto che tutto l’esercito non fosse giunto a Marignano, aspettando prima il giorno che si partisse, e gli convenne sempre combattere per tutta quella bella strada di Marignano, la quale dura dieci miglia, facendo prove mirabili della persona sua; e trovandomi io di poi in Mantova quando l’imperadore tornò dall’impresa d’Ungheria; udii dire da Antonio da Leva al duca d’Urbino con mille giuramenti che non ritirandosi la lega, come dicemmo, quella notte eglino avevano determinato lasciar quel giorno Milano, e fare quella strada, come io dissi, confermando ciò con moltissime ragioni, che per brevità si tacciono. Fu il duca appresso i Veneziani molto biasimato di questo fatto, massimamente per opera del provveditore, come dicemmo, uomo potente nella sua repubblica, perché gli assediati del castello vedendosi per tal cagione avere perduta ogni speranza di soccorso, capitolarono di dar la fortezza agli imperiali, purchè il duca di Milano fosse salvo colle genti sue, il quale poi venne nel campo della lega all’alloggiamento del signor Giovanni suo parente, dolendosi tanto di questa cosa, quanto ciascuno può immaginarsi, ma io per non detraere a tanto uomo, voglio credere che la fortuna di Cesare che si mostrò ancor più chiara in molte altre cose in quei tempi, fosse quella che causasse quel disordine dal quale, come da molti altri che avvennero, successe la vittoria e grandezza sua in Italia ai nostri giorni, essendosi chiaramente veduto che per nessuna ragione di guerra in molte cose che occorsero in quelle spedizioni, egli non doveva giammai rimanere superiore, come fece, sì per l’aver pochi denari e pochi amici in Italia pei cattivi portamenti de’ suoi soldati, e sì per altre cagioni che ora si lasciano di dire, essendo lo intendimento nostro solo di raccontare la vita di questo cavaliero, e lasciare la cura di ciò a chi scriverà le generali o particolari storie de’ tempi nostri, i quali dovranno, per utilità di chi verrà dopo noi, dire la verità, lasciando le passioni da canto, acciò si conosca quanto possa negli uomini l’ordine di chi governa, il quale passando le ragioni umane ci conduce spesso dove non pensiamo mai di giungere; intendo tanto delle felicità, quanto delle ruine, di che io più d’altro posso ragionare.
Ma tornando al proposito nostro dico, che allora il signor Giovanni ebbe querela col conte Guido Rangone, ma per opera di Clemente fu fatta la tregua persino alla fine della guerra. Tornò poi l’esercito della lega sotto Milano verso il Lazzaretto, e per un giorno l’uno esercito e l’altro fece tregua; il che fu bel vedere, conciossiachè Antonio da Leva, Borbone, l’Arcone ed il Vasto dalla banda imperiale, uscissero fuori a ragionamento coi capitani della lega, i quali erano il duca d’Urbino e il signor Vitello Vitelli, il conte Guido Rangone e il signor Giovanni, e con essi ancora uscì tutto l’esercito, con tanto amore, come se fossero stati insieme uniti e concordi. In quella giornata il signor Giovanni venne alle mani con Rodomonte di Gonzaga per l’avere un soldato spagnolo sfidato ciascuno che volesse correre la lancia e combatter seco a cavallo alla leggiera, di modo che volle che questo carico, per l’onore dell’esercito suo, toccasse al suo alfiere de’ cavalli chiamato Piero Antonio da Verona, e fatto i patti di non ferire il cavallo, lo spagnolo ch’era manco di un occhio al primo incontro ammazzò il cavallo dell’altro, il quale era del signor Giovanni, dico dei primi che avesse, del che pigliò tanto sdegno che pubblicamente disse: che egli non poteva essere uomo da bene, avendo fatto quello contro i capitoli, al che rispose Rodomonte: che egli era uomo da bene, ed il signor Giovanni replicò: se voi volete questa querela, smontate or ora che la partiremo insieme; e volendo ambedue smontare furono da tanti signori dell’uno e dell’altro esercito impediti; la qual cosa fu il fine del ragionamento di quel giorno, né altro poi successe sopra di ciò, ed io in quella giornata udii dire a molti soldati imperiali queste parole: levate il signor Giovanni del vostro campo che con tanto vostro di svantaggio di genti vogliamo combattere in campagna con voi, ancorché siamo inferiori di numero. Avvenne di poi perché egli ogni giorno appiccava la scaramuccia in una medesima ora nei prati del lazzaretto, che li Spagnoli gli fecero una grossissima imboscata nella quale egli fu tocco di un archibuso nella staffa, ed appena si salvò per la gran furia che ebbe, del che il signor vitello più volte lo riprese dicendogli: che al soldato non conveniva sempre a un ora far cose da nuocere al nemico; e nella stessa guerra essendo il conte di S. Secondo suo nipote, che era pure a’ servizi del re, assaltato appresso a Milano da quattro compagnie spagnole, nella strada di Marignano, e due tedesche, e acerbamente ferito, il signor Giovanni vi corse con grandissimo impeto, e riscontrandosi in esso, e vedendolo quasi che morto gli disse: così fanno gli uomini da bene, ma sta di buona voglia che prestamente sentirai le vendette, e con tanto furore si cacciò fra i nemici, che pure un solo non ne scampò, riducendone alcuni in certe case i quali fece tutti ardere, non volendo che alcuno se ne facesse prigione; e fra le altre compagnie vi fu quella del capitano Santa Croce: e di poi in un’altra scaramuccia venendo egli con un cavaliere spagnolo allo incontro di lance, lo passò dall’un canto all’altro, ancorché fosse tutto armato, la qual cosa pare incredibile, e nondimeno avendola veduta io non posso tacerla. Volendo poi l’imperadore soccorrere le cose di Milano, fece calare Giorgio Franesberg con diciotto mila Alemanni, bellissima gente, in Italia, il quale portava un laccio d’oro all’arcione dicendo pazzamente con quello voler appiccare papa Clemente, ed intervenne il duca d’Urbino peri veneziani, Guido Rangone per il papa, ed il signor Giovanni e il marchese di Saluzzo peri Francesi, e molti altri nobili cavalieri vanamente discorrendo tutti in varie sentenze passarono. Finalmente questo signore affermando in una battaglia campale non confidare che le genti italiane potessero sostenere l’impeto tedesco, conchiuse che era da riscontrarli sulla campagna di Verona, perché facevano quella strada, e con gente spedita da piè e da cavallo ogn’ora non venendo a giornata altamente con loro, con scaramucce molestarli, il che trovo io leggendo le istorie, che fu consiglio di Cesare nelle prime guerre sua con gli Svizzeri non confidando allora in quei principj tanto, come fece poi sempre nella disciplina militare dei suoi per giocare al sicuro, ma con tutto ciò non voglio già dire che egli avesse studiato questo passo ne’ commentarj, non avendo molta cognizione di lettere, ma sì bene affermare che egli per vivacità dell’ingegno suo, e per la pratica ed inclinazione che aveva alle cose di guerra, facesse quel giudizio, riputato da ognuno il più prudente che si fosse allora detto in quel consiglio per la qualità della nazione tedesca.
Parve a tutti questa sentenza buona, ma fu poi eseguita lentamente, perché posti in ordine non li poterono assalire infino che non furono giunti in sul Mantovano lungo il Po, che li guardava da una banda con un argine dall’altra assai grande ed utile a loro, talmente che poco potavano essere offesi, e questo fu da un luogo detto Governolo, e vi si aggiunse che essendo il duca di Ferrara in disparere col papa non mancava loro per lo fiume di provvederli di ogni sorte di vettovaglia e munizione; delle quali sarebbero mancati se interamente si fosse eseguito il parere di questo signore; né per questo stette egli, che appresso la Nostra Donna de’ miracoli di Mantova (24) non li affrontasse il primo giorno nel modo disegnato, di maniera che continuando per quattro ne ammazzò più di quattromila a poco a poco, essendosi condotti per la continua inquietudine che loro dava in grandissimo timore, chiamandolo il gran diavolo. Ma la fortuna inimica di così bei principj, avendo determinata quella gente in Italia per lo flagello de’ preti, e per far saccheggiare Roma, come successe, convenne prima tor via di mezzo questo cavaliere, per il che essendo il quarto giorno che egli li assaltò venuto alle mani con loro, né avendo essi artiglieria grossa alcuna, in quello istante che fieramente si combatteva giunse di Ferrara una nave con alcuni pezzi di artiglieria e munizione, e posti in terra, il primo colpo che fu tratto da un moschetto lo giunse in quella stessa gamba dove sotto Pavia aveva avuto la prima ferita, e fracassato tutto l’osso, senza poter avere per venti ore chi lo medicasse, con grandissimo sconcio e dolore fu per necessità portato in Mantova, luogo a lui, per le precedenti inimicizie con quel signore, odiosissimo; nondimeno accarezzato molto da quel principe che all’entrare della città gli andò incontro, il signor Giovanni gli disse queste parole: signore io ho da lodarmi della mia fortuna nel male, poiché aveva a succeder questo caso di me che mi abbia condotto in questo luogo, dove io avendo a morire non paja nemico di V. E., alla quale sempre fui affezionatissimo servitore. Per lo che, confortato, molto da esso duca, fu posto ad alloggiare in casa del signor Luigi Gonzaga, e fattasi segare la gamba, si morì, lasciando grandissima aspettazione di sé, per essere di età solo di anni 28, e fu sepolto con bellissima pompa fatta dal duca in S. Francesco in quella città, tutto armato, né più né meno come era solito di andare a combattere, talmente che a ciascuno, che lo vedeva, pareva vivo, avendo l’immagine nel viso e negli occhi, e la stessa terribilità e alteratezza che in vita aveva, e furon fatti molti epitaffi latini e volgari in lode sua. Si può dunque dire e giudicare per questa vita, e per l’età nella quale egli morì, quando fosse giunto a quegli anni che Iddio ad alcuni altri suol concedere a che segno fosse per arrivare, e ciò fu nel 1526 (25). Vollero alcuni che egli fosse avvelenato, fondando questa opinione loro nella grave inimicizia che era fra lui ed il duca di Mantova, avendolo egli massimamente voluto ammazzare in Marmirolo insieme con Pagolo Lusciasco e Camillo Campagna già suoi servitori, i quali poi s’erano ridotti a’ servizi d’esso duca per essersi un giorno con trenta uomini eletti imboscato in una casa appresso quel luogo dove stette tre giorni con gran disagio e grandissimo pericolo per fare tale effetto, essendo uso il duca di andarvi spesso a diporto; e nondimeno scoperti gli agguati gli convenne senza effetto tornarsene; ma io per me nol credo per la bontà di quel signore di Mantova il quale, son certissimo, che non l’avrebbe acconsentito mai; vedendolo massimamente ridotto in tanta calamità; ma piuttosto penso che per essere la ferita gravissima e mortale, la morte sua procedesse dal non aver avuto medici a tempo, e per l’ignoranza d’un ebreo che ebbe di poi, chiamato M. Abram, il quale avendo a segare quella gamba vi lasciò del percosso tanto che il rimanente si putrefece, talchè necessariamente ne seguì poi la morte sua troppo acerba e crudele, sì per l’età ancora verde, e sì per il bisogno che aveva di lui tutta l’Italia in quel tempo, conciossiachè da tanta perdita mossi di comune consenso ciascuno allora confessò esserne seguita la rovina di Roma. Ebe con tutti i suoi capitani prima che morisse brevissimo ragionamento con queste parole: Soldati miei, voi sapete con che amore e prontezza d’animo io vi abbia sin qui tenuti disciplinati, e amati nel mestiero dell’armi mettendomi continuamente con esso voi ad ogni pericolo, ora essendo giunto al mio fine non voglio lasciarvi altro ricordo, né per mio contento chiedervi altra grazia, se non che sempre abbiate innanzi l’onor mio, il quale spero così morto che sarò, che con le vostre opere valorose manterrete vivo, sempre ricordandovi che ne’ maggiori pericoli è meglio ad un soldato morire che l’aver temenza alcuna. Lasciò un’ottima disciplina militare ai tempi nostri, e le fanterie che erano sotto di lui rimanendo gran tempo congiunte insieme, furono per l’impresa che portarono sempre dopo quella morte dette le Bande Nere; e furono quelle che in Fresolone ricordevoli dei detti suoi, ruppero l’esercito imperiale così valorosamente innanzi al sacco di Roma, e quelle che furono la maggior causa dell’acquisto di Cremona alla lega, perché Lucantonio in quell’impresa con mille e cinquecento fanti di quelle bande fece quasi tutte le fazioni, e queste avrebbero ancora difeso Roma dall’impeto tedesco e spagnolo, se Clemente fatto accordo con Don Carlo della Noia, e non con Borbone che conduceva l’esercito, non l’avesse cassate per opera, come si dice, de’ suoi ministri, ed anco per avanzare una paga, di modo che da questo ne seguì poi quell’orrendo e sempre memorabile sacco, e quelle notabili parole di Borbone, il quale avendo veduto tenere più stima dal papa del vicerè, che di lui disse: dunque Sua Santità stima più uno che tiene l’autorità sua in una carta, che me che tengo un esercito a obbedienza, essendo tra esso Borbone ed il vicerè grandissima inimicizia, ancor che fossero ad un medesimo servizio, come tra eguali spesso avviene. Queste Bande Nere furono ancora quelle, che rimesse insieme dopo il sacco, e date in governo a Orazio Baglione alla guerra di Napoli, fecero tutte le fazioni in quella impresa pigliando l’Aquila, Melfi e altri luoghi con prove mirabili, che per brevità si tacciono, ed esso signore le raccomandò nella morte sua al conte di S. Secondo suo nipote, scrivendo a Clemente, che non le poteva dare più sconvenevolmente ad altrui che a lui, che per essere suo nipote, e da lui nutrito nella guerra, sarebbe da’ suoi soldati per la sua memoria temuto e amato più d’ogni altro, ma a Clemente parve darle in governo a Bernardino della Barba vescovo di Casale, onde poi pagate da’ Fiorentini, ala guerra di Napoli furono come dicemmo, sotto il governo di Baglione. Fu questo signore di statura più che comune, di capo piuttosto grosso che altrimenti, di viso pieno e colore più che altro pallido, di poca barba e rara, di bellissima carnagione, in che molto si rassomigliava alla madre, come ancora nelle opere, la quale fu delle rare donne di valore che giammai fossero, come scrive il Macchiavello; gli occhi non furono né grandi né piccoli, il naso piccolo e seguente, di bocca onesta, e di una voce spaventevole, quando nel combattere esortava, e comandava, largo nelle spalle, il braccio tondo e grosso il quale aveva sì forte che non trovava riscontro che lo reggesse, la mano era piena e corta e fortissima, e del dito anulare era stroppiato, nella cintura stretto, di bellissima gamba, di piè piccolo, bellissimo cavalcatore e giocatore di palla grossa, gran lottatore e nuotatore, tirava il palo di ferro molto forte, massimamente all’indietro, ebbe in odio ogni sorte di giuochi e di buffoni, e fu di pochissimo cibo e sano del corpo, perché non ebbe mai infermità grave, piacevagli più l’acqua che il vino, fu pazientissimo nel tollerare ogni sorte di disagi massimamente la fame e la sete. Nel corpo suo ebbe, come dicemmo, tre ferite, una nella mano dritta, le altre due d’artiglieria in una stessa gamba, cioè la prima sotto Pavia e l’altra a Governalo della quale morì. Vestiva positivo, era di natura fiero, ma sì umano e piacevole poi quando voleva, che spesse volte senza denari conduceva i soldati dove voleva, sapendo essi che quando ne aveva era liberalissimo, non sapeva lettere se non quanto gli bastava per leggere e scrivere, fece molti valenti uomini, cioè Pagalo Luciasco, Pierantonio da Verona, Camillo Campagna e il Contazzo da Casalpò, Lucantonio da Monte Falco, Annibale da Napoli, Annibale da Padova, Scipione da Imola, Marcantonio Tristano e Napoleone corsi, Amico di Venafro, Giovanni da Turino, Bertaccio Turco, il conte Bernardo da Lantignola, il cavaliere Parlotto da Parma, bino Signorello da Perugina, Pompeo di Ramazzotto, Alberto da Trevigi, Luigi da Mazzuolo, Giomoro Rosa d’Ascoli, Rosa da Vicchio, Pandolfo Puccini fiorentino, Quintino da Verona, Fazio da Pisa, Ippolito da Jesi, Mascella di Romagna, il signor di Bartolomeo dal Monte, Federigo Castracani da Fano della mobilissima famiglia di Castruccio, che era così valoroso giovane, che se egli non fosse sì tosto infelicemente morto in Roma, non faceva disonore alla sua progenie, e molti altri che sarebbe lunga storia a raccontarli. Il conte di Chiazzo, il signor Alessandro Vitelli, il conte di S. Secondo de’ Rossi, ancorché non fossero stipendiati da lui, nondimeno, come si è veduto, hanno sempre seguitata la via sua nella milizia, e sempre gli furono molto obbedienti e amorevoli osservandolo come le virtù sue meritavano. Era collerico e veloce in ogni sua operazione e libero nel parlare, dicendo che il fingere procedeva da viltà, ed ancor che fosse di molto cuore, non ardiva dormir solo in una camera di notte, e quel cavallo, che di sopra dicemmo, che cavalcava in tutte le fazioni detto il Sultano, dopo la morte sua diventò tanto magro, che nessuno mai più lo potè adoperare, né mai fu conosciuta la cagione della sua infermità, ancora che per curarlo non se gli mancasse d’ogni opportuno rimedio, il qual caso si può agguagliare a quello del cavallo d’Alessandro, parendogli per avventura come a quello, per occulta cagione ed istinto naturale, che nessun altro dopo lui fosse più degno di cavalcarlo (26). Nessun’altra cosa prezzava più che la milizia, lodava molto nei tempi moderni Bartolomeo d’Alviano e Vitellozzo Vitelli uomini veramente eccellenti in tal mestiero. Fu sagace, perché temendo Clemente che egli non aspirasse al dominio di Firenze, ancorché egli non avesse giammai altro in pensieri, non fu alcuno che potesse in verità, per intrinseco che egli fosse, dire di aver veduto da lui segno, né udita parola di ciò giammai, e nondimeno per tal cagione fece parentado coi Vitelli, contrasse una grande amistà col duca d’Urbino e Malatesta Baglioni, per adoperarli occorrendogli a tal bisogno. Lasciò il detto duca esecutore del suo testamento, e nella confessione sua si spedì con tre parole, perché avendo detto il Confiteor, disse al frate che lo confessava, il quale aveva cominciato a dimandarlo: padre, nel Confiteor già ho detto ogni cosa, di grazia lasciatemi così, che io rimango benissimo disposto. Usava di dire che la minor prova che poteva fare un soldato era il combattere in isteccato, e che era assai maggiore essendo assaltato da’ suoi nemici, portarsi bene massimamente di notte e la maggior prova che si potesse fare a suo giudizio nell’armi, era portarsi valorosamente ad un assalto di terra, e in fatto d’armi campale, quantunque egli stimasse più pericolosa d’assaltare la terra, e perciò la giudicava ancor più degna di gloria e d’onore a’ termini eguali, che quella d’una battaglia navale, ancorché in quella vi sia grandissimo pericolo, dicendo, che la necessità del trovarsi in acqua e combattere valorosamente, non meritava tanta lode al parer suo, quanto il valore che si mostrava volontariamente, e non astretto da alcune necessità, ma solo dalla propria virtù e valore di animo spinto. Motteggiava volentieri ma sempre con braveria soldatesca, e dimandato un giorno chi egli riputasse de’ maggiori uomini del mondo rispose: un soldato bene armato e bene a cavallo, quando ha vinto in una battaglia, ed essendogli replicato che questo non agguagliava a uno imperatore e un re di Francia rispose: e pure un soldato privato l’ha fatto prigione. Dicendo alcuni ad un soldato che andava a combattere: va arditamente che hai ragione, egli gli disse: non ti confidare in questo, ma nel cuore e nelle mani, altamente parrai una bestia. Disse al duca di Mantova che bravò di farlo ammazzare: Voi lo comanderete e io lo farò, né per lui avrebbe mancato di metterlo ad esecuzione. Disse ad un soldato che aveva soperchiato un altro di parole ed erano venuti al combattere: avvertisci che se la lingua ha errato di far in guisa che il copro non patisca. Scherniva molto la mala usanza de’ Romani, i quali per una loro passione si chiudevano per una inimicizia in casa molti anni per vendicarsi, dicendo: che non sapria desiderare ad un suo nemico altra vendetta che questa. Vedendo un giorno un soldato de’ tempi suoi molto illustre di settantaquattro anni disse: se fosse uomo da bene non sarebbe or vivo, e burlandosi di quelli che si facevan far la credenza disse: che la miglior sicurtà di questo era lo splendore, il suo e quel d’altrui. Volle vedere segare la sua gamba, e mentre gliela segavano non volle essere legato né tenuto da alcuno, sopportando tal martorio costantissimamente, e segatala, e datala al fuoco la volle in mano, e dimandò se le pene per un peccato si davano due volte, ed essendogli risposto di no disse: dunque siamo noi sicuri. Proibì a’ suoi la pompa funerale dicendo non voler apprezzare in morte quello che aveva disprezzato in vita. Dimandato se voleva far testamento e provvedere alle cose sue, rispose: che la povertà e le leggi avevano provveduto abbastanza per lui ad ogni cosa. Vedendo un giorno nel combattere sotto Milano, uno che era all’ultimo il quale aveva sempre tenuto per poco animoso, morto di archibuso disse: Lodato Dio poiché si conosce maggior pericolo ad essere utile che animoso. A quel giorno medesimo ad un altro simile morto di artiglieria grossa dopo un muro, disse in presenza dei suoi: or vedete che ai codardi non bastano per corazza le mura come altri credono. Ebbe nemicizia col duca di Mantova, col signore di Monaco, con Prospero Colonnna, con Guido Rangone e Rodomonte Gonzaga, e grandissima famigliarità con Giannozzo Pandolfino cittadino fiorentino, perché era molto piacevole nel conversare, ed un giorno volendo esso signore far questione colla corte in Firenze, e vedendo i sbirri essere buon numero, disse annoverando quelli che erano ivi presenti: noi siamo dodici, ben li potremo assaltare, a cui rispose Giannozzo: se voi ci avete messo me non avete conto bene, che non voglio far questione, di che egli molte volte poi ricordandosi prese gran piacere Amò ancora Pietro Aretino (27), perché de’ preti, signori e principi d’ogni sorte era acerbissimo persecutore, di modo che lo chiamava per soprannome il flagello de’ signori; e ad un trombetta che venne a fargli un’ambasciata, accortosi a’ gesti che non sapeva fare il mestiero, volle che sonasse la tromba, e non la sapendo suonare gliela fece empiere di sterco dicendo: così si risponde a’ pari tuoi. Nella sua gioventù fece di molte burle in Firenze, e fra le altre conficcò una notte in casa Giovanni Maria Benintendi per avergli tenuto un suo cavallo in prestito più del dovere, di modo che volendo uscir fuori il giorno seguente fu necessitato a far chiamare alcuni legnajuoli. Usava ancora quando si abbatteva per viaggio ad alcun frate bene a cavallo di levarglielo e darlo ad uno de’ suoi soldati che l’avesse peggiore, e quella dava poi per iscambio al frate dicendogli: Padre questo è buono per gire al capitolo, e il vostro per la guerra, e ad un bombardiere che non coglieva se non lontano da dove gli comandava che tirasse disse: io ti vorrei piuttosto nemico che amico. Gli uomini piccioli di statura non gli piacevano nelle rassegne dicendo loro: rari sono i Nicolò Piccinini, perché per l’ordinario un uomo picciolino e un cavallino non vagliono un lupino; alludendo a quel detto di Pirro, il quale diceva, dammi gli uomini grandi di corpo che buoni li farò io. Dove combattè quasi sempre rimase superiore, perché con molto vantaggio conduceva le genti sue al combattere; pure perdè tre volte. La prima a Pavia quando fu ferito. La seconda sotto Milano, dove fu così acerbamente combattuto, che fu costretto ritirarsi, e questo, come dicono, avvenne perché sempre aveva pigliato per usanza di assaltare i nemici ad una stessa ora. La terza fu quando combattendo contro i Tedeschi fu ferito onde poi si morì. Ordinava mirabilmente una battaglia, e nel ritirare le genti sue con ordinanza e senza perdita. Combattendo era uomo raro per essere molto temuto e amato dai suoi. Era ancora riputato provvido nel conoscere i siti de’ paesi e render conto delle fortificazioni d’ogni sorte, avendo sempre in memoria i luoghi dove era stato una volta. Essendo un giorno biasimato dal conte Guido Rangone che faceva morire molti uomini dabbene rispose: se io li so perdere, li so ancora fare, ma voi non sapete fare né l’uno né l’altro. Lodava molto che il soldato non avesse troppa confidenza dal padrone per poterlo raffrenare quando gli pareva. Ebbe in uso da’ suoi primi anni d’ammazzare i soldati di sua mano quando erravano, ma ravvistosi poi che non dava loro tanto timore, quanto faceva col castigar per la giustizia mutò pensiero. Fu tanto nemico de’ codardi e vili che un giorno sotto Milano degradò un gentiluomo della milizia, e come si usa, solennemente, lo privò d’ogni privilegio di soldato, il che molti videro. Credevasi dopo la partita di Pagolo Luciasco suo luogotenente, uomo nel vero valoroso e prudente, mettendosi egli ai servizj del duca di Mantova, dal che poi ne necque lo sdegno fra di loro, che esso signore non fosse per far più cosa notabile nel mestiero dell’armi per la perdita di così valente soldato, il quale per opera e promesse di detto duca, condusse ancor seco Camillo Campagna parente suo, e ciò fu quando egli passò nel campo francese dal Borgo S. Donnino in Cremona; nondimeno dopo tal partita stimolato dall’onore sapendo questa voce esser nata, fece più prove che prima, dimostrando ch’egli aveva fatto il Luciasco e non il Luciasco lui, e parimente che era in poter suo saperne fare degli altri simili come fece; e perché tutti i soldati che da esso si partivano per opera del duca e di Pagolo gli erano sviati facendoli de’ privati che erano incontinenti capitani disse: la mia autorità è molto grande, poiché tutti quelli che si partono da me vengono sì tosto in riputazione, imperò essendo il mondo tanto grande, se alcuni se ne partiranno con questa volontà, molti altri ancora ne verranno da me col medesimo disegno. Usava varie sorti di abiti nel combattere per non essere conosciuto temendo per invidia non essere cogli archibugi salutato più degli altri, massimamente per essere odiato dagli oltramontani, temendolo essi di buona maniera nella guerra per il molto valor suo, per non aver trovato alcuno in Italia che a’ disegni loro meglio si contrapponesse, che egli contro i quali usava nel vero continuamente nuovi ingegni nel guerreggiare, e nuove astuzie per la concorrenza che egli per onore del nome italiano aveva con esso loro. Essendogli detto un giorno da un suo amico, che il conte Guido scrivendo spesso a Clemente, ed altri teneva li padroni bene edificati, governandosi in ciò prudentemente con esortarlo a fare il medesimo, rispose: io voglio che le lettere altri le scriva per me, perché io parlerò coi fatti, ed egli colla penna. Biasimava molto la troppa sordidezza de’ soldati, e la troppa attillatura, lodando il mezzo, era gran nemico delle barbe lunghe, e capelli, dicendo che erano nido di pidocchi, o presa del nemico quando si combatteva, o perdita di molto tempo per ornarle, o profumarle. Era grande amatore di Albanesi e Levantini, dicendo che essi facevano molto bene il mestiero del cavallo leggiero, ed ebbe fra gli altri in gran prezzo Teodoro, Gondola, Demetrio, Laiusa albanese, Giorgio Capuzzi Manni, Alessio Lascari, ed altri assai di quella nazione. Essendo ito a Padova per medicarsi la prima ferita che ebbe sotto Pavia ai fanghi d’Abano, guarito che fu se ne andò a veder Vinegia, dove da quella Signoria fu presentato e molto accarezzato, per esserle per fama nota la virtù sua, e perché quel popolo sopra tutti gli altri è desideroso di cose nuove, avendo udito per molte belle fazioni spesso nominarlo in quelle guerre, con tanta ammirazione concorreva per vederlo quando usciva di casa che pareva una meraviglia, di che esso prendeva gran diletto; e richiesto un girono del servire quella Signoria, rispose: che essendo giovane ciò non era a proposito né per l’uno, né per l’altro, volendo per avventura inferire che a quel dominio non piaceva il combattere sì spesso e volentieri, come egli faceva, ma credo che l’aspirare alla signoria fiorentina alla quale meritamente il figliuolo è arrivato, fosse di questa risposta maggiore cagione.
Nelle nozze della sua nipote, detta Angiola Rossi, maritata a Vitello Vitelli, che ora è moglie di Alessandro della stessa famiglia, fece molti trionfi e feste in Reggio di Lombardia, passandovi ella per ire a marito, e fece fare la notte ed il giorno molti belli torneamenti ed abbattimenti da piè e da cavallo a’ suoi soldati, dove gli fu detto da un suo amico: Signore, queste pompe sono per la nipote, o per la Vostra Signoria, la quale era presente ad ogni cosa, a cui egli graziosamente rispose: in vero la prima causa è la nipote, la seconda di già l’avete detta. Non fu così spaventevole ai nemici, quanto sollazzevole e cortese fra le donne. Gli spiacquero sempre gli astrologi, dicendo, che sapeva quello aveva ad essere di lui. Non avvenne molto spesso nelle guerre ove egli fu, che si avesse a fare fatti d’arme come già s’usava di fare, perché in questi tempi è usanza di procedere solo con inganni ed astuzie, imperò se alcuno, o per questo dicesse, o perché non fu generale di eserciti, né guerreggiò da sé stesso, che egli non avesse mostrata sì perfettamente la sua virtù, che meritasse istoria per gloria e splendore della vita sua, gli rispondo che il difetto non fu il suo, sì per la immatura morte la quale gli impedì di arrivare dove manifestamente era quasi che giunto, come per l’uso de’ tempi nostri, il che si dimostra chiaramente per tante guerre passate de’ Francesi, Spagnoli, Svizzeri e Tedeschi in Italia, del fatto d’armi di Marignano, fatto per li Francesi con Massimiliano Sforza duca di Milano sino a questo tempo, nei quali non si è fatta altra battaglia notabile in campo aperto, lasciando da canto quella del Ferruccio nell’assedio di Firenze appresso a Pescia, che piuttosto si potè chiamare scaramuccia che fatto d’arme, se non quella della Bicocca, e quella della presa del re di Francia già detta, e di Ceresola; nondimeno sono quasi sempre per quindici o venti anni continuamente state vive le guerre con nuovi rinfrescamenti di due potentissimi principi nemici sino dalle fasce in Italia, per la qual cosa giudico la milizia d’oggi, per tanti pericoli nei quali questo signore ogni giorno era, esser stata assai più difficile di quella di molti capitani che nelle guerre passate sono stati con tanti fatti d’arme che si sono fatti, perché allora tosto che erano venuti due eserciti alle frontiere si veniva all’ultima battaglia, là dove un uomo valoroso non aveva se non per quella giornata da portar pericolo e far prova di sé; ma ora durando le guerre con questa lunghezza, e fuggendosi le giornate per ciascuno se non con grandissimo vantaggio, è necessario ogni giorno, volendo portarsi bene, mettersi a manifesti ed evidentissimi pericoli, lasciandovi finalmente la vita con tanto pregiudizio comune di tutta l’Italia, come egli fece. Vi si aggiunge ancora che oggi vediamo ogni luogo così ben fortificato, che a volerlo espugnare conviene a un valoroso capitano correre pericolo grandissimo, perché senza dubbio nel mestiero dell’armi non è cosa più difficile e pericolosa d’espugnare una terra ben guardata, il che in altri tempi non era, e puossi giudicare di alcune fortezze fatte all’antica, e delle nostre fatte alla moderna, oltre che questi strumenti di fuoco, detti artiglieria, fanno che il valore italiano non sia sì tosto nato, che più tosto anco non sia spento, non per difetto o mancamento d’animo, o d’uomini, ma perché subito che appariscono uomini valorosi, da tal peste sono morti; cosa veramente che di comune consenso de’ principi si doveria disusare, e mettere in abbandono, eccetto che abbattere, e gittare le mura per l’espugnazione delle terre, il che si può conoscere per la perdita di quest’uomo spento nel modo detto, e della perdita del signor marcantonio Colonna, che pur giovane, e di grande aspettazione, perì similmente nella guerra sopraddetta dell’ammiraglio. E passando agli oltramontani, che per lo valore si devono deplorare, la perdita di monsignor di Foys, che fu un altro Marte né tempi nostri, dimostra ancora il medesimo, quantunque alcuni vogliano che non morisse di fuoco; ma la verità credo io che sia in contrario, essendo secondo alcuni morto dall’artiglieria che era in favore suo, il quale giovanetto di ventitre anni della mobilissima casa di Foys Guascone, avendo in pochissimi giorni pigliata Bologna, e rimessovi i Bentivoglio, cacciatone il cardinal di Pavia, e Francesco Maria duca di Urbino, allora capitano della Chiesa, con lor gran perdita, e pigliata e saccheggiata Brescia con mortalità e strage dei Veneziani, e in sul mantovano rotto e fatto prigione Giovan Paolo Baglione con seicento lance, governatore di quella signoria, andò a Ravenna (28), e vinse quel fatto d’arme, e morì come si è detto, né corse di tempo in queste fazioni dall’una all’altra se non due mesi, cosa veramente d’agguagliare a qualsivoglia impresa degli antichi, e più in là di lui non si potè vedere per tal causa. Né ad alcuno paia strano ch’io abbia detto queste poche parole raccontando la vita di un altro, conciossiachè a me non paiono fuor di proposito, piangendo quest’invenzione dell’artiglieria, come sempre debbo per l’acerba ed immatura morte del signor Giovanni, il quale per lo gransaggio dato di sé, aveva con certa e ferma speranza posto ciascuno non solo in ammirazione, ma in infallibile aspettazione di giungere a quei segni che a rari e pochi, come per le passate istorie si vede, furono conceduti. Imperò la nazione toscana ha molto da lodarsene, conciossiachè egli sia stato l’autore, col valor suo, non disprezzando gli altri soldati, che i Toscani siano riputati oggi tra i primi d’Italia, il che come a ciascuno è noto, non era per lo addietro, e perché un giorno egli intese dal conte guido, ed altri, le scaramucce essere molto biasimate, come quelle che facevano poco acquisto e molto danno in uno esercito, disse in presenza di molti soldati, che non sapeva pensare cosa più utile in un campo, che questa, con ciò sia che con quelle si assicuravano gli eserciti, si facevano molti valenti uomini, e più assai che non si perdevano, si conoscevano i siti, gli alloggiamenti, si teneva abbondante il campo di vettovaglie, ed il nemico sempre in sospetto, e molestato, si soccorrevano le terre, si veniva a notizia de’ secreti de’ nemici, e finalmente che la vittoria per esse si conseguiva quando da persone prudenti e valorose erano fatte. Non tacerò ancora per lo esempio del signor Cosimo unico suo figliuolo fatto e conservato da Dio per le virtù e bontà sue duca di Firenze, per la prudenza del quale a ciascun pare esser giunto in questa città a’ tempi d’Augusto, provvedendo egli con tanta moderatezza alla giustizia, ed altre cose necessarie dello stato suo, che ciascun si scorda le tribolazioni passate di dire, che chiaramente abbiamo conosciuto per la diligenza che invano due papi, cioè Leone e Clemente, usarono in conservare il dominio fiorentino nei loro discendenti, solo volendone al tutto escludere il signor Giovanni e suoi figliuoli, quanto questi nostri pensieri umani siano deboli, e quanto eziandio poca cura in essi e tempo si dovrebbe per noi consumare, conciossiacosachè il tutto saria da rimettere alla provvidenza di Dio, il quale con mille vie ci insegna a conoscere la fragilità nostra, e con che modo ci dovremmo con esso lui governarci, ma come troppo avidi poi delle cose mondane, ingannando noi stessi, e troppo confidando nelle prudenze nostre, cerchiamo sempre quel cammino che più ci torna contrario e notevole.

EPITAFFIO
Sopra Giovanni delle Bande Nere

Chi potrà mai mirando in questo vaso
Ov’è sepolto di marte ‘l figliuolo
Per comun ben non piangere meco, solo
Per la memoria di sì acerbo caso?
Egli fè già tremar l’orto e l’occaso,
E mandò il nome suo di polo in polo,
Ed or per trarci fuor di pianto e duolo,
Casso di vita in polve è qui rimaso.
E de’ Medici fu l’almo Giovanni,
Ch’al Po, a Governo il stuol tedesco estinse,
Vivendo invitto infino a vent’ott’anni:
Per liberar l’Italia a ciò si spinse,
E se parca la parca era a’ suoi danni
Cesare era, che venne, e vide, e vinse.

 

NOTE

1

Tre furono i biografi di Giovanni de’ Medici. Mossi, “Compendio della Vita del signor Giovanni”, Firenze 1608. Ammirato, “Vita di Giovanni de’ Medici”, sta nel tomo III de’ suoi opuscoli. G.C. de Rossi, “Vita di Giovanni de’ Medici”, Milano 1833, pubblicata per cura del signor Pompeo Litta. Questa è la più pregiata, ed è appunto quella che mandiamo alla luce. Girolamo Rossi e Giovanni de’ Medici erano non solo parenti ma contemporanei.

   

2

Castello è un borgo a 4 miglia da Firenze, vi si rimarca una grandiosa villa reale.

 

 

3

Da fanciullo Giovanni de’ Medici dimostrò inclinazioni terribili e sanguinarie, come: sventrare cani e gatti, battere balia e maestro, battagliar coi compagni, e pestarli, e graffiarli, e ritornare a casa tutto livido e sporco di sangue. Ricotti, “Storia delle Compagnie di Ventura”, tom. IV.

 

 

4

Vedi altri particolari sopra Giovanni, quand’era a Roma, nella più volte citata opera del signor Ercole Ricotti.

 

 

5

Borgo negli Stati Pontificj a 15 miglia di Velletri.

 

 

6

Spentasi nel XVI secolo la stirpe de’ signori d’Urbino, papa Giulio II ne avea investito Francesco della Rovere proprio nipote, e nipote pur anco per via di donne di Guidobaldo ultimo duca. Ad esempio di Giulio II, Leone X pensò di trasferire quel feudo nella propria famiglia de’ Medici: e siccome gli bisognava spogliarne chi lo possedeva, così trovò contro il duca Francesco Maria molti capi di accusa e di condanna, cioè ch’egli aveva ucciso il cardinale di Pavia, rifiutato il passo pe’ suoi stati alle milizie papali, ricusato di militare in servizio della Chiesa, ec. Leoni, “Vita del duca Francesco Maria della Rovere”.

 

 

7

Lancia leggiera e manesca, chiamata “Ginete” in ispagnolo, della quale andavano armati i cavalli leggieri di Spagna.

 

 

8

Questi, che fu poi ceppo dei signori di Bozzolo e di Sabbioneta (due borghi del mantovano), la cui stirpe mancò nel 1703, era stato de’ primi in Italia, che capitanasse squadre regolari di fanteria.

 

 

9

Borgo nel parmense ad undici miglia dalla capitale: già feudo dei Rossi; vedesi ancora l’antica loro rocca adorna nell’interno di belle pitture.

 

 

10

Meglio Enza.

 

 

11

Cioè di color bianco, e dicesi solo di mantello di cavallo.

 

 

12

Cioè nel ducato di Parma. Busseto fu già capitale dello Stato Pallavicini. In questa città è notevole il palazzo, nel quale ebbe luogo un abboccamento fra l’imperatore Carlo V e il pontefice Paolo III; ed eziandio la sua Collegiata adorna di dipinti del Beccaccino, del Ruta e d’altri.

 

 

13

E’ borgo del ducato di Modena, a 12 miglia da Sarzana. Intorno poi alla Lunigiana vedi la nota a pag. 130 delle “Vite dei dodici Visconti” di Paolo Giovio, che formano il primo volume di questa Biblioteca storica.

 

 

14

Meglio “Lannoy”, ch’era vicerè di Napoli. Per alcuni particolari di quanto successe nel ducato di Milano a quest’epoca tra gl’imperiali e le armi francesi, vedi la “Storia di Milano” del Verri, cap. XXIII.

 

 

15

Quattro sono i luoghi appellati in Italia con questo nome: tre in Lombardia ed uno in Piemonte. Intendi qui quello che trovasi nella provincia di Pavia, distretto di Abbiategrasso.

 

 

16

Anche di questo nome abbiamo oltre venti villaggi in Italia; ma quivi vuolsi dire “Motta Visconti”, nella provincia Pavese. Questa parola sembra derivare dal vocabolo germanico “Mot” o “Gemot”, che vale quanto “pubblica adunanza”, o luogo ove si tengono simili adunanze; la quale parola si è in fatto conservata nel linguaggio diplomatico del Medio Evo, chiamandosi “La Motta” l’assemblea del popolo; e per figura nel dialetto lombardo si è estesa a significare “quantità, mucchio”: così una motta di denari, una motta di gente, ec.

 

 

17

Meglio “Leyva”.

 

 

18

Questo fatto d’arme, in cui rimase prigioniero Francesco I, è registrato nella storia colla denominazione di “Battaglia di Pavia”: avvenne nel 1525.

 

 

19

Sorta di nave grandissima.

 

 

20

Nave leggiera con poppa quadra e tre alberi, usatasi specialmente come scorridora esploratrice.

 

 

21

Vale a dire Girolamo Morone, il più gran diplomatico che avesse in quell’epoca il ducato di Milano. Questo nome rammenta una lacuna che esiste da tanto tempo nella Storia Lombarda; e fa meraviglia che nel volger di lunga serie d’anni, tra i moti nobilissimi ingegni che vanta la patria nostra, alcuno mai non abbia preso a tessere la vita di un uomo, che seppe illustrarla co’ suoi talenti, e che visse in un’epoca delle più memorabili della Storia di Lombardia. Il Morone lasciò un’interessantissima corrispondenza epistolare coi primari personaggi contemporanei, di cui una parte venne pubblicata dal Rosmini nella “Vita del magno Triulzio”, altra, e il più, trovasi inedita presso la stessa patrizia famiglia milanese Triulzio, ed altra ancora a Venezia, a Vienna, a Milano, ed altri luoghi.

 

 

22

Ecco il fatto assai rimarchevole avvenuto ai Romani alle Forche Caudine (reame di Napoli). Il console Spurio Postumio, stava alla testa di una poderosa armata romana, e volendo vincere i Sanniti, venne da loro tratto in inganno con uno stratagemma; imperocché avventurandosi egli in un passo che trovatasi fra due alti monti, chiamato le Forche Caudine, perché conduceva alla città di Caudium, trovatasi in istato di non poter né muovere né combattere. Orribile era la situazione dei Romani, assaliti da tutte le parti dai Sanniti che loro attraversavano la strada, mentre altri dalle sommità delle rupi, li colpivano con frecce e con enormi pietre. Scorse per quei miseri in tale stato la notte; ma fattosi giorno, oppressi e sfiniti, dovettero loro malgrado implorare dai nemici la grazia della vita. Questi l’accordaron loro, ma a patto che, cedute le armi, tutto quell’esercito sfilasse sotto alcune lance incrocicchiate, e promettesse di non mai più combattere contro i Sanniti. Postumio pel primo passò sotto il giogo; il che fecero poi tutti i soldati fra le ingiurie e gli scherni dei Sanniti. Ma Postumio, ritornato poscia coll’esercito a Roma, si presentò al Senato, difese l’onore dell’armata, dichiarandosi egli solo colpevole, e propose ch’ei fosse consegnato nelle mani dei Sanniti, e che la guerra ricominciasse. Il Senato accolse la sua offerta, e, avvintogli e piedi e mani, fu dai littori tradotto al campo nemico. Ma i Sanniti, ammirando la nobiltà dell’animo suo, lo rimandarono libero a Roma. In tal modo Postumio riparò al disonore della sua disfatta, e la pace fu conchiusa tra i nemici.

 

 

23

All’epoca di Giovanni delle Bande Nere, la porta Romana di Milano trovatasi ove oggidì evvi il ponte omonimo sul naviglio; imperocché la cerchia attuale di Milano venne fatta innalzare da Ferrante Gonzaga, governatore di Milano, verso la metà del secolo XVI. Delle antiche fortificazioni di questa porta veggonsi tuttora alcuni pochi ruderi.

 

 

24

Vale a dire: S. Maria delle Grazie, che è una frazione del comune di Curtatone, distante cinque miglia circa da Mantova: luogo rimarchevole per un magnifico tempio dedicato alla Vergine, assai frequentato; ed evvi un bellissimo monumento sepolcrale a Baldassarre Castiglione, l’autore del “Cortigiano”.

 

 

25

Vedi le giudiziose considerazioni sopra questo illustre capitano nella “Storia delle Compagnie di Ventura”, tom. IV, parte VI, cap. II, scritta dal più volte lodato Ercole Ricotti.

 

 

26

L’autore di questa Vita nel racconto che fa dei detti memorabili di Giovanni de’ Medici, sembra aver imitato la Vita di Castruccio Castracani di Nicolò Macchiavelli. D’altronde, pressoché tutti i biografi del secolo decimosesto si compiacevano raccontare dei loro eroi detti memorabili veri o supposti, e ciò per magnificarne sempre più le gesta.

 

 

27

Pietro Aretino che, fino dal 1524, dimorava al servizio di Giovanni de’ Medici e n’era famigliarissimo; morto il condottiero gli fece levare la maschera da Giulio Romano, e la tenne presso di sé lungo tempo in grande venerazione. Il Mazzucchelli nella “Vita dell’Aretino” aggiunge eziandio che il de’ Medici morì nelle braccia di Aretino stesso.

 

 

28

La battaglia di Ravenna ebbe luogo nell’anno 1512, e fu una delle più sanguinose che accadessero in quel tempo. Vedi la “Storia d’Italia” del Guicciardini, lib. X, e l’opera di Andrea Mocenigo intitolata: “La Guerra di Cambrai fatta ai tempi nostri in Italia”, Venezia 1562

 


(*) effige cavata da un'antica stampa


VITA
di GIOVANNI DE' MEDICI
figlio di Caterina Sforza
celebre capitano
delle Bande Nere
scritta
DA GIAN GIROLAMO ROSSI

All'illustrissimo ed eccellentissimo signor Cosimo de' Medici, duca di Firenze

Giovanni de' Medici

 

DA
Vite
degli Sforzeschi

di
Paolo Giovio, Scipione Barbuò, ecc.
Stato di Milano nel secolo XV
Repubblica Ambrosiana,
vita
di Giovanni delle Bande Nere
Cronaca di Milano
con prefazione e note
di Massimo Fabi

Milano
presso Franc. Colombo Librajo-Editore
Contr. S.Martino, n.549-A
1853

Biblioteca
Storica Italiana
vol. II


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