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Umbria

 

La Rocca di Città della Pieve
di Valerio Bittarello

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La Rocca è un "episodio" urbano di particolare rilievo nella storia cittadina in quanto testimonia il dominio esercitato da Perugia sull'antica Castel della Pieve.
L'edificio militare è collocato nella parte più alta dell'abitato, in prossimità della Porta del Prato o Perugina, evidenziando così la possibilità di diretto controllo sulla città e assicurando nello stesso tempo alle milizie del "Grifo" la più ampia libertà di manovra.
La Rocca segna quindi la definitiva sottomissione a Perugia di Castel della Pieve che, per affermare le proprie libertà comunali nei confronti della città guelfa, gravitava pervicacemente nell'orbita ghibellina. A dimostrazione della fedeltà pievese all'Aquila imperiale si dovrà citare il primo atto di sottomissione del 3 dicembre 1188, nel quale si dichiara che Castel della Pieve deve concorrere a tutte le azioni militari intraprese da Perugia, eccetto contro l'Imperatore Federico ed il Re Enrico; non si cita curiosamente il Papa.
Nel 1250, a seguito della morte di Federico II di Svevia, Castel della Pieve viene punita da Perugia: era già pronto un esercito comandato dal Podestà Raniero di Bulgarello "ad depopulationem faciendam de Castro Plebis", quando Peppone di Giovanni d'Alberto si recò, come portavoce del popolo pievese, all'accampamento perugino a rinnovare la sottomissione e a scongiurare l'eccidio.
Si volle tuttavia lo spettacolo e fu scelto a teatro Ripavecchia.
"Sopra alti seggi presso la tenda del podestà sedevano circondati dai diversi magnati e dalle schiere dell'esercito i vescovi di Perugia e di Chiusi, il preposto di S. Mustiola, l'arciprete di Perugia, e fra quelli degli altri comuni brillava per vesti splendide e varietà di colori, l'arciprete di Corciano. Avanti al grave consesso fu introdotto… il procuratore Peppone, il quale, dopo aver udito a capo chino i rimbrotti del podestà, giurò, toccando genuflesso gli Evangeli su le ginocchia del nostro vescovo Beneaudito, fede ed ubbidienza a Perugia".
Il giuramento fu ripetuto solennemente il giorno seguente da 138 pievesi. Erano presenti tutte le classi di cittadini, tutte le "Societates": "Consules Societatis Aquilae de Burgo Intrinseco", "Consules Societatis Veteris de Casalino", "Consules Societatis Veteris de Castello", "Consules Societatis Cardonum", "Consules Societatis Ferrantis", "Consules Societatis Mercatorum".
Come punizione si stabilì "che portassero a Perugia tanto lavoro, quanto fosse stato per mattonare quella parte della piazza (Piazza del Comune), che far si doveva".
Fu proprio da questo momento che Perugia iniziò a pavimentare la strade all'uso "senese" di Castel della Pieve: una rivincita sul piano culturale della città sottomessa che viveva proprio in questi anni il suo pressochè definitivo sviluppo urbano.
Sullo scorcio del sec. XIII, Castel della Pieve diventa sempre più importante per la difesa di Perugia contro la nemica Repubblica di Siena, caposaldo della potenza ghibellina nell'Italia Centrale, e per il controllo sui territori tra il Lago di Chiusi ed il Trasimeno, il cosiddetto "Chiugi", vero e proprio granaio della città del Grifo. Infatti nel 1293 "fu ordinato dalli suddetti Magistrati, che si tirasse à fine la Roccha, che si faceva nel territorio del Chiugi Perugino non lungi dalla Chiane su la costa hoggi chiamata di Beccatiquello, e fu ordinato che la comunità di Castel della Pieve ne prendesse cura, e che da Signori Consoli di Perugia le si somministrassero li danari secondo il bisogno".
Nel 1296 inoltre si era cominciato a costruire la strada tra Perugia e Castel della Pieve, la cosiddetta "Pievaiola". Ma mano che si fa più presente l'ingerenza di Perugia negli affari interni della città, si susseguono numerose ribellioni. Nel 1301 i pievesi avevano cacciato il Podestà Giovanni Baglioni e i perugini dovettero intervenire con la forza per rimetterlo nelle sue funzioni. Un tale Bartolo D'Oddo si era poi unito ad altri ribelli della Valdichiana per sottrarre Castel della Pieve al dominio perugino, ma l'impresa fallì.
Lo storico Pompeo Pellini, a proposito di questo episodio riferisce una frase significativa: "Et n'habbiamo fatta memoria affinchè si conosca quanto gli huomini di quella Terra siano naturalmente cupidi di cose nuove, i quali poco contenti dello stato loro, hanno spesso mutato governi, non solamente in quei tempi, ma etiandio né giorni nostri". Nel 1304 si registrava una nuova sollevazione per il fatto che era stato nominato Podestà un popolano invece che un nobile . Nel 1310, Perugia decide che i Priori di Castel della Pieve "dovessero per poter meglio, e più diligentemente attendere alle cose loro pubbliche, dimorare tutti insieme in una medesima casa". Si edificò così il Palazzo dei Priori, di fronte alla Torre Civica e alla Pieve.
Nel 1311 "perché in Castel della Pieve si facevano ad ogn'hora falli di non poca importanza, e gli huomini della terra non abbedivano molto al Podestà, che per la città di Perugia vi si teneva, i Magistrati nostri per rimediare à disordini, e al inhonesto vivere di quel popolo, vi mandarono… Guido Marchese del Monte di S. Maria, con un buon numero di soldati, affichè con la sua autorità, e prudéza raffrenasse l'audacia, e insolenza di quel popolo come fece".
Nel 1312, nuova ribellione per non sottostare ai "datij, colte, e tutte le imposizioni" decise da Perugia. Nel 1320 la città dominante decreta Castel della Pieve suo principale membro. S'impone la nomina di governatori nobili e di parte guelfa. Sono quindi corretti gli Statuti all'uso di Perugia e, per troncare le pericolose infiltrazioni ghibelline, si proibisce a Notto Salimbeni di Siena di poter abitare a Castel della Pieve. Ma il partito filoimperiale si era via via rafforzato e nel 1325 scacciava il Podestà e insieme la parte guelfa. Perugia invia sollecitamente Messer Pannocchio, Capitano del Popolo, a domare l'irrequieto Castello.
Nel 1326 i Guelfi rientrano, scacciando i Ghibellini che si rifugiano a Chiusi: "I Perugini temendo, che dimorando quei Ghibellini di Castel della Pieve in Chiugi, non divenisse in poter di parte Imperiale Ghibellina quella città, armato un buon essercito, se ne andarono a quella volta, e ivi senza molto contrasto entrati, cacciarono i Ghibellini della Pieve fuori, e s'impadronirono della città, ma non della fortezza, percioche dentro v'era un valoroso Castellano da Orvieto, che per la patria sua la ritenne, e la città tutta in mano de' Perugini restò".
L'episodio di Chiusi, di estrema gravità per il pericolo ghibellino nei confronti di Perugia, insegna alla città dominante l'importanza di avere a disposizione una rocca che anche in caso di aggressione proveniente dall'esterno o dall'interno della struttura urbana, potesse restare sotto il suo diretto controllo. I Magistrati perugini, nello stesso anno, elessero Podestà Becello de' Baglioni "e' gli fu ordinato, che vi facesse fare la rocca". La costruzione fu affrettata anche per i gravi tumulti scoppiati nel 1327 tra la fazione guelfa e quella ghibellina. A questo proposito possiamo notare come il Pellini, che pur riferisce al 1326 l'edificazione della Rocca, ponga al 1306 l'anno di decisione della costruzione. E' probabile che i lavori siano iniziati a distanza di tempo dalla deliberazione o che lo storico perugino abbia confuso le date 1306 e 1326. Il Bonazzi inspiegabilmente data la fortezza intorno al 1310.
Nel bando per la costruzione della Rocca del 18 dicembre 1326, con spesa di 4.750 fiorini, si decide di collocare l'edificio in relazione a due punti ben precisi della cintura muraria: viene individuato lo spazio dal "cantone del Frontone", che si trova "sopra le fonte che sonno ella strada che viene a Peroscia a la porta del Prato", cioè quel punto in cui le mura si incurvano proprio di fronte alle fonti della "Venella", fino all'antica "Porta del Prato", la porta in comunicazione con Perugia.
Si stabilisce di costruire in tutto cinque torri. Lo spazio previsto è delimitato da un fosso di 170 piedi dal lato delle mura, così ugualmente dal lato interno della città che guarda il Borgo Dentro e di 115 piedi dalla parte della Porta del Prato. Si è constatato che la Rocca attuale è stata realizzata pressochè secondo lo schema stabilito nel bando sopracitato. Da una verifica tra le misure che compaiono nel documento e quelle attuali si è potuto osservare che il "piede" considerato è circa cm.36,6. All'interno quindi della delimitazione di un fosso provvisto di steccato, si costruisce un edificio con pianta a forma di un triangolo isoscele con un lato di circa 170 piedi (m.63) dal punto A allo spigolo della Torre situata sopra la Porta del Prato, con l'altro lato di circa 165 piedi (m.60) dalla parte del Borgo Dentro, con una base di circa 75 piedi (m.27). Il lato che da sulle mura è ovviamente più lungo per la preesistenza della curvatura della cinta muraria.
Nel documento sono ricorrenti misure divisibili per il numero 5. Cinque piedi è quindi il modulo della costruzione: si doveva infatti edificare in un triangolo un insieme di cinque torri. Si può leggere, nella forma della pianta, il numero 5 in funzione antropomorfica, cioè simbolica della figura umana, secondo principi tipici della immaginazione medievale. Le cinque torri corrispondono alle estremità dell'uomo (la testa, le mani, i piedi). Sulla base di questo triangolo si ipotizzano due torri e un muro di collegamento secondo principi proporzionali per cui 15 piedi è la misura del lato della Torre sopra la Porta del Prato, 20 piedi quello della Torre del castellano, 40 piedi (il doppio di quest'ultima) il muro di collegamento. Dalla parte delle mura si considerano i 15 piedi della Torre sopra la Porta del Prato, 50 piedi (40 + 10) del muro di collegamento con la Torre Maestra che avrà la stessa larghezza della Torre del Castellano, vale a dire 20 piedi. La distanza tra gli spigoli esterni della Torre del Prato e della "Maestra" è di 85 piedi. Questa stessa misura viene riportata fino al punto A, dal quale si origina la Torre del Frontone. La Torre del Frontone, fortemente indirizzata verso est in direzione di Perugia, presenta una larghezza di 20 piedi. Sul lato del Borgo Dentro si nota, con circa 5 piedi in meno, la stessa proporzionale.
Solo quindi tre torri su cinque rivestono particolare importanza e presentano le stesse misure anche nell'altezza (60 piedi) e nello spessore dei muri (5 piedi): la Torre del Frontone, la Torre Maestra, la Torre del Castellano. Il "Frontone" è munito di ponte levatoio per l'entrata e l'uscita delle truppe perugine: ancora oggi è infatti visibile una grande porta tamponata. E' la torre più importante per ovvi motivi strategici e per questo è la prima ad essere citata nel documento. Anche la Torre del Castellano è dotata di un ponte levatoio in quanto deve assicurare l'entrata e l'uscita delle milizie della città; funge inoltre da controllo sull'abitato. La Torre Maestra, situata fra quella del Frontone e quella del castellano assolve sia la funzione di collegamento tra le due, come d'avvistamento sull'esterno delle mura. Le altre due torri non hanno nome e misurano 15 piedi per lato, 50 d'altezza: la torre d'angolo nei pressi della porta del Prato e la torre dalla parte del Borgo Didentro. La prima che chiameremo del Prato stava a controllo della Porta omonima, la torre verso il Borgo Didentro rafforzava la Torre del Castellano nelle sue funzioni di controllo interno. E' prevista inoltre una piazza interna di 50 piedi per 30 con due "casamenti" per le truppe, come anche una cisterna per l'approvvigionamento idrico. Ma ritorniamo alla forma della pianta. Il triangolo, i cui lati sono ottenuti moltiplicando la base per due e aggiungendo dal lato delle mura il valore di 15 fino al punto A, dalla parte del Borgo Didentro il valore 20 fino al punto A (cioè i moduli dei lati delle torri) è divisibile in due figure geometriche che presentano ciascuna due lati di uguale misura: un triangolo e un trapezio con due lati di 85 piedi.
Si evidenzia quindi uno studio compositivo che tende ad assimilare forme geometriche diverse: il trapezio che dall'esterno può dare l'idea di un quadrato o di un rettangolo, così ugualmente tutto il triangolo che può essere letto come doppio quadrato o come grande rettangolo. Ovviamente una struttura militare divisa in due corpi offriva maggiori garanzie difensive. Questa raffinata concezione planimetrica del triangolo trova riscontro in quelle forme cuspidate che ci rimandano alle realizzazioni della cattedrali gotiche: è come disporre in piano un disegno progettato per un alzato. Inoltre l'effetto prospettico costituito da una graduale rastremazione dei lati perimetrali a partire dal primo piano, ci rimanda all'ideazione di un architetto, certamente esperto di costruzioni militari, ma nello stesso tempo sensibile a ricerche "ottico-prospettiche" di ambito tipicamente gotico.
Per il momento non è stato possibile trovare il nome di un architetto, ma nel documento sui lavori commissionati nel 1471, è citato un certo "Bartuoso" esperto di murature che era intervenuto nella Rocca precedentemente. C'è sembrato di identificare il nome in quel "Bartutio" o "Bartho" o meglio Bartuccio di Rusticello che in qualità di tagliapietre è presente dal 1322 al 1337 nel cantiere della Cattedrale orvietana. Bartuccio doveva essere quindi sotto la direzione di Lorenzo Maitani, l'architetto senese che da circa il 1310 al 1330, anno della sua morte, conduceva i lavori, già avviati nel secolo precednte. Infatti la "fabbrica" prodigiosa era iniziata sotto la "soprintendenza" del benedettino Fra' Bevignate che aveva ricoperto la stessa carica a Perugia venendo a contatto con personalità massime dell'arte italiana come Arnolfo di cambio, Nicola e Giovanni Pisano.
Si mise in opera un progetto arnolfiano, ma ci si trovò dinanzi al problema di come realizzare la facciata: Lorenzo Maitani "universalis caput magister" nel 1310 ruppe con gli interventi precedenti realizzando una facciata che doveva mirabilmente conciliare le arditezze pinnacolari del gotico di Francia, espresse dal progetto troppo francesizzante di quel Ramo di Paganello già esule a Parigi, con la misura d'uomo della tradizione italiana.
Ma questo architetto doveva essere esperto anche in fortificazioni come compare nei documenti per la realizzazione della Rocca di Montefalco: "multum reputatur expertus et sufficiens et singularis in arte sua". Il senese infatti nel 1323 e nel 1324 viene chiamato da Orvieto perché dia la sua consulenza: lo accompagna frate Egidio di Assisi, dirigono i lavori due frati minori di Foligno. Probabilmente il Maitani, più che come vero e proprio architetto, si configurava come perfetto organizzatore di cantieri, come colui che poteva dispensare pareri e consigli, avvalendosi della collaborazione di esperti.
Il comune di Perugia aveva utilizzato il Maitani anche per la costruzione di acquedotti e nel 1325 lo aveva chiamato per le fortificazioni di Castiglione del Lago. Qui, oltre che sulle porte e sulla cinta muraria della città, intervenne sulla fortezza, che già esisteva precedentemente. La Rocca di Castiglione presenta una forma pentagonale irregolare, data anche la conformazione del promontorio, con cinque torri di cui quella verso la città triangolare. La forma geometrica complessiva è data da un trapezio e da un triangolo. Appare evidente che questa planimetria costituisce una premessa per la Rocca di Castel della Pieve: quest'ultima presenta una forma più regolare, più compatta. Il recinto della nostra rocca è più ristretto in quanto doveva alloggiare un piccolo presidio militare a controllo di una città ostile, quello di Castiglione è un vero e proprio "contenitore" di truppe.
Non è stato possibile in questa sede verificare fino a che punto il Maitani sia intervenuto sulla Rocca di Castiglione: resta comunque il fatto che la nostra si ispira a quella. E' probabile quindi che Lorenzo Maitani nel suo viaggio tra Orvieto e Castiglione del Lago abbia fatto sosta a Castel della Pieve e abbia dato qualche "consiglio", lasciando come capocantiere Bartuccio di Rustichello, impegnato come tagliapietre nel vicino Monte Cetona, allora chiamato Monte Piesi.
Il Comune di Perugia in questi anni avrà voluto considerare, in un territorio così importante per la sua sicurezza, un intervento complessivo tra Castel della Pieve e Castiglione del Lago. La fortezza di Castiglione doveva controllare i territori del Chiugi e il nemico ghibellino a nord (Cortona e Arezzo), quella di Castel della Pieve la città stessa ed i confini senesi. Le due rocche sono infatti in stretto collegamento a vista. Le abitazioni costruite intorno al 1920 a lato del Largo della Vittoria ci impediscono di considerare oggigiorno la diretta visuale tra la nostra rocca e quella di Castiglione del Lago. Così ugualmente tali costruzioni impediscono di osservare il diretto collegamento esistente tra la Rocca e la poderosa Torre del Vescovo situata sulla cinta muraria, verso Porta Sant'Agostino.
Con la Rocca, probabilmente ideata dall'architetto senese, si definiva l'immagine medievale del tessuto urbano della città. Doveva essere l'edificio emergente di un centro la cui urbanistica e i cui elementi architettonici richiamano Siena, basta vedere l'esemplificazione derivata dalla Cattedrale senese sulla vicina facciata del San Francesco!.
Nella forma triangolare della Rocca si doveva poi alludere alla tripartizione della città, i tre Terzieri, secondo principi analoghi a quelli del cortonese Frate Elia che aveva riaffermato, circa 80 anni prima, le origini etrusche di Cortona e dei Centri della Valdichiana. E come riferivano gli autori classici, le città etrusche dovevano avere almeno tre templi, tre strade, tre porte.
Una fortificazione come questa doveva costituire un esempio per il Gattaponi, oltre ai castelli federiciani di Augusta e Lagopesole, quando a Spoleto nel 1362 inaugura la serie della rocche "albornoziane". L'impianto della Rocca di Spoleto, concepito esternamente unitario (a forma di grande rettangolo) e bipartito all'interno, doveva trovare un precedente nella Rocca di Castel della Pieve. Gattaponi però riprende il discorso lasciato ad Orvieto da Arnolfo di Cambio, portando avanti uno stile prerinascimentale e lasciando alle spalle le suggestioni delle eleganze gotiche che caratterizzano il Maitani. Il "classicismo" del Gattaponi arrivò fino a Bologna, nel Collegio di Spagna, dove si formerà quel Fioravante Fioravanti, tra i primi e numerosi architetti nordici che verranno in Umbria nel secolo XV, come il lombardo Gasparino d'Antonio che opererà nella Rocca nel 1474.
Si può quindi affermare che le fortezze di Castiglione, Città della Pieve, Spoleto, della quale probabilmente la nostra costituisce il tramite, sono gli esempi basilari per l'arte delle fortificazioni in Umbria tra i secoli XIV e XV. Ritorniamo alle vicende storiche di Castel della Pieve. Nel 1342 Perugia impone nuovi statuti specialmente per quanto riguarda l'elezione del Podestà e le sue ampie attribuzioni nell'amministrazione interna della Comunità. Come afferma il Briganti, per nessun altro Castello soggetto a Perugia vi erano dei provvedimenti così minutamente esposti. La costruzione della Rocca doveva quindi aver rassicurato ancora di più Perugia nell'esercizio del suo potere. Nel 1389 l'uccisione di un guelfo provoca nel Castello una sollevazione generale contro i ghibellini che vengono tutti cacciati fuori.
La Rocca avrebbe attirato sullo scorcio del sec. XIV la presenza di capitani di Ventura. Biordo Michelotti, ultimo regurgito della parte popolare contro la nobiltà perugina aveva stabilito il comando in Castel della Pieve, guidando la rivolta contro Perugia. I pievesi non volendo più sottostare alla città del Grifo si erano ribellati nuovamente assalendo la Rocca con l'aiuto di Conte della Pieve. Questi fatti provocheranno nel 1403 l'interdetto di Bonifacio IX contro la città. Poco tempo dopo, la Rocca favoriva il potere di un altro famoso Capitano di ventura, Braccio Fortebraccio da Montone, il quale nel 1422 inviò in Castel della Pieve, affidatagli da Martino V come suo personale possedimento, il cognato Cherubino della Staffa, in qualità di governatore.
Ma nel 1424, i pievesi, a seguito della morte di Braccio, non vollero più stare sotto il governo di Cherubino e mandarono ambasciatori ai magistrati perugini per risottomettersi alla loro autorità. Si concedeva di eleggere Priori, Cancellieri e Camerlenghi, Perugia mandava il Podestà ed il Castellano. Finalmente Cheruibino della Staffa restituisce nel 1425 al Papa la Rocca di Castel della Pieve, ma vuole essere indennizzato per il tempo del suo governo. Il che avvenne nel 1431: "Che a Carobino della Staffa fosse continuata la provisione delli 150 fiorini l'anno, che se gli davano dalla Camera Apostolica per la restituzione, ch'egli prontamente havea fatto della Rocca di castel della Pieve à Ministri suoi".
Nel 1457, temendo i senesi, Perugia interviene prontamente per riparare le fortificazioni lungo le Chiane e la Rocca di Castel della Pieve. Successivamente nel 1464, a causa di controversie tra il Castellano della Rocca e i pievesi, Perugia decise di fare nuove costituzioni e riformare le vecchie. Non era lecito a nessuno di portare insegne, colori e quant'altro che potesse richiamare le fazioni, al fine di evitare tumulti. Nel 1469 fu mandato Baldassarre di Polidoro Baglione perché avesse a dare ordini ad alcune cose "opportune" alla Rocca come far rispettare i capitoli.
Nel 1471 i pievesi assalgono il Palazzo del Podestà, impedendogli le sue funzioni, successivamente, riportato l'ordine, Perugia costringe Castel della Pieve a nuovi patti ai quali si aggiunge il rinnovato impegno di non portare insegne di partito, come di non indossare divise di gentiluomini perugini, di non portare armi e di non lanciare grida di evviva e di abbasso. La Comunità inoltre, con il consenso del Podestà e del Consiglio di Credenza, può rimettere qualunque condannato in denari per qualsivoglia somma con l'obbligo di adoperare l'introito per i restauri da effettuarsi alle mura. I Priori della Arti del Comune di Perugia decidono quindi di dare a cottimo per 700 fiorini al Maestro Polidoro di Stefano, architetto perugino, i lavori di riparazione della Rocca di Castel della Pieve. L'architetto godeva di una certa stima, se era impegnato in quegli anni a Perugia a realizzare la Porta San Pietro, ideata da quell'Agostino di Duccio diffusore della novità rinascimentali fiorentine.
Anche in questo progetto come in quello del 1326, viene privilegiata la parte della Rocca che serviva all'entrata e all'uscita delle truppe. La Torre del Frontone è chiamata "succurso vechio": si devono rifare i muri e l'arco. Sopra di questa, dovrà essere edificata la Torre del Soccorso, che è quella che aggetta nel punto di congiunzione con le mura, lungo la cortina dalla parte del Borgo Didentro. Osservando le murature esistenti, la torre, probabilmente abbattuta nel secolo XVI o XVII, doveva essere posta con gli spigoli direzionati verso i punti cardinali. Si alzano tutti i muri di cinta. Viene inoltre realizzato un camminamento tra la Torre del Castellano e la Torre del Soccorso perché il Castellano non debba scendere nel cortile della Rocca. Si alza la Torre del Castellano di 15 piedi. Viene rifatta la torre "che fè abbassare Bartuso fino al piano del muro". Questa torre è quella che si trova sotto quella del Castellano verso il Borgo Dentro, tagliata all'altezza della facciata laterale: c'era evidentemente in questo momento meno paura degli attacchi dei pievesi, il pericolo veniva da fuori. Viene realizzato il coronamento difensivo delle torri e delle cortine: merli, caditoie o piombatoie, beccatelli.
La Rocca inoltre viene munita di balestrieri e di bombardiere, feritoie per il tiro della balestra e per le bocche della bombarde. Si cita anche un rivellino, speciale difesa a V o a mezzaluna destinata ad ostacolare il tiro e collocata a difesa della Porta del Prato e del fossato, di fronte alla facciata del San Francesco.
Nel 1474 troviamo documenti di pagamento per il famoso architetto Gasparino d'Antonio e per tre muratori lombardi per alcuni lavori alla Rocca. L'importo è di 50 fiorini a favore di Gasparino, di 40 per i tre muratori. Il Canuti riporta un documento sui lavori commissionati all'architetto lombardo: interventi alla Torre Maestra, rifacimenti di bombardiere, ballatoi, parapetti e merli su tutte le facciate. Lo studioso cita inoltre la Torre Serpentina, individuandola erroneamente in quella Maestra, probabilmente suggestionato da un termine che allude all'altezza. Invece crediamo che si tratti di quella d'angolo sopra la Porta del Prato. Comunque per non generare confusioni, chiameremo quest'ultima Torre del Prato. Probabilmente, dato l'esiguo compenso rispetto ai lavori di Polidoro di Stefano, Gasparino d'Antonio, avrà affrontato la parte più decorativa del lavoro. Infatti questo architetto di grido nella Perugia del tempo stava elaborando uno stile che conciliava il gusto disegnativo del Rinascimento toscano con l'esuberanza decorativa della tradizione lombarda, come si può vedere nel Palazzo del Capitano del Popolo e nell'attiguo Studio di Perugia nell'attuale Piazza Matteotti. Gli interventi tra il 1471 e il 1474 avvengono in una situazione politica particolarmente tesa.
Nel 1473 il frate tedesco Winterio rubava l'Anello della Madonna che si venerava a Chiusi, portandolo a Perugia: si minacciò la guerra tra Siena e la città umbra. Si rinforzarono dappertutto le difese sui confini "Et perché si temette di qualche subita correria di Sanesi, fu dato ordine dal Magistrato seguente, di cui fu Capo Rustico di saracino Montemelini, che nella Rocca di Castel della Pieve, e di Beccatiquelli si rinforzassero le guardie". Per maggior sicurezza non potevano essere accettati a Castel della Pieve né confinati né ribelli se non dietro concessione del Magistrato perugino. Inoltre "Et mandò per Commissario a Castel della Pieve per li sospetti, che tuttavia si havevano dè Sanesi, Neri di Guido Montespertoli, con facultà di potere ordinare, e provedere a tutto quello, che fosse opportuno alla conservatione di quella terra, e della Rocca, l'una, e l'altra della quali dicevano haver bisogno di reparatione intorno alle mura".
Nel 1488 scoppia un'aspra lotta tra le varie famiglie perugine: i Baglioni, gli Oddi, i della Corgna. Castel della Pieve dovette subire saccheggi, devastazioni e la perdita della Torre Beccatiquello da parte di Guido Cesare della Staffa, recuperata poi da Ranuccio Farnese e Camillo Vitelli. Gli uomini del Castello approfittano dello scompiglio per occupare la Rocca, scacciando la guarnigione perugina. Successivamente, a pace rinnovata, i commercianti pievesi possono vendere il prezioso "panno cremisi" nella città dominante, dietro solenne promessa di non ribellarsi in futuro. La decisone di Perugia di abbattere il protezionismo coincide anche con una grave crisi del sistema produttivo della città, soprattutto nel settore laniero. Già infatti a partire dal 1436, il Comune di Perugia intende facilitare ogni forestiero che voglia esercitare nella città l'attività laniera o quella della tintoria. Certamente i pievesi dovevano essere tra i più ricercati per la loro produzione di altissima qualità, se il Comune di Perugia chiamava nel 1463 quel maestro Bartolomeo da Castel della Pieve "ad tingendum setas et siricos de omnibus coloribus… et maxime de coloribus grane et cremosini".
Con l'inizio del secolo XVI, nel 1503, la Rocca è teatro di una tragica vicenda ad opera del Valentino, come ci riferisce il Maturanzio nelle sue Cronache: "El Duca passò in quel di Siena, lascindo Castel della Pieve tutta robbata e saccomannata, in modo che ad alcuna casa non se ne potevano serrare le porte né finestre, e avevano bruciate in sino a li terrate, in modo che tutte parevano casaline. Et prima che partisse fece morire nella Rocca del detto luogo el Signor Paolo Ursino e el Duca de Gravina". Cesare Borgia, in attesa di passare le Chiane, per invadere la Repubblica di Siena, aveva eletto come sua dimora la Rocca di Castel della Pieve, e aveva punito la città per la sua annosa guerra contro Orvieto, alleata del Duca, in merito al possesso dei castelli di Salci, Fabro, Monteleone, Montegabbione. Nella Rocca fu probabilmente presente Nicolò Machiavelli, il Segretario della Repubblica di Firenze in "legazione" presso il Valentino, come ci attestano le due lettere del 13 e del 21 Gennaio del 1503. Lo scrittore del "Principe" dovette essere quindi quasi testimone oculare della sommaria esecuzione dell'Orsini e del Gravina avvenuta il 18 Gennaio.
Nel 1525 Castel della Pieve è l'epicentro di una sanguinosa rivolta di contadini contro il governo di Perugia che si estende a tutto il contado: si esprimeva il malessere per l'imposizione del focatico e per l'esosità dei gravami fiscali voluti dal potere oligarchico della città dominante. La Rocca dovette essere protagonista di una vicenda particolarmente drammatica nel 1527, anno del "Sacco di Roma" ad opera delle truppe di Carlo V: cadde la Città Eterna e sembrò che cadesse il mondo.
Una colonna di soldati francesi veniva per la via di Castel della Pieve in soccorso del Papa. I pievesi si rifiutarono di concedere vettovaglie, uccidendo anche un loro capo. Ci fu la rappresaglia: "Addì 7 di maggio di martedì la gente Francese, della quale ne era capo il Marchese di Saluzzo, entrarono per forza in Castel della Pieve e quella misero a sacco, etiam ammazzarono settecentotrentasei persone, secondo la lista venuta al Vicelegato, menatosi le donne, e messo ogni cosa a bottino, cosa che li Turchi non avrebbono fatto di peggio; e queste sono le genti che dicono essere amici e soldati del Papa". In questa occasione furono distrutte parti della cinta muraria e probabilmente anche la Rocca ne ebbe a soffrire. Il "fattaccio" va interpretato come adesione alla Repubblica senese che stava dalla parte degli Imperiali. E Francesco Guicciardini lo conferma in una sua lettera: "Castel della Pieve si è data a Senesi e… loro vi hanno messo drento gente".
Sono proprio i senesi che soccorrono la città regalando venti mogge di grano "per l'antica benevolenza, e la paternale affezione, qual sempre questa Repubblica ebbe verso codesta Comunità" e ancora, aggiungeva il magistrato, "sempre vi amiamo più che mai da buoni e dilettissimi figli": è l'ultimo saluto ai pievesi dell'amata e ormai agonizzante Repubblica senese.
Con i fatti del 1525 e del 1527 Perugia e Siena non conteranno più molto nelle vicende della città: Roma entra definitivamente sulla scena. Nel 1529 infatti Papa Clemente VII de' Medici toglie Castel della Pieve dalla Legazione di Perugia e la sottomette direttamente al potere centrale. Ai Podestà si sostituirono i Governatori Perpetui di nomina papale che furono sempre Cardinali o nipoti di Pontefici. La Rocca perse le sue funzioni difensive, divenne dimora dei nuovi Magistrati e dei loro rappresentanti, i Luogotenenti. Si privilegiò così il fronte dell'edificio e venne dimenticato il retro che ormai non serviva: non era più la Rocca perugina. La fortificazione inoltre era diventata uno strumento difensivo quasi inutile da quando nel 1494 Carlo VIII di Francia era sceso in Italia, terrorizzando la Penisola con le artiglierie d'assedio mobili che misero fuori gioco tutte le fortificazioni tradizionali come la nostra.
A seguito della nuova strategia militare era necessario abbattere tutte le cortine e tutte le torri sporgenti dalle mura. Si soppressero le merlature e le caditoie. Era invece importante fasciare con ringrossi e scarpate il piede delle mura, come allargare i fossi difensivi. La Rocca di Castel della Pieve invece non fu sostanzialmente modificata dal momento che la città veniva inserita all'interno della centralizzazione dello Stato della Chiesa che andava stabilendo rapporti sempre più stretti con il nuovo Granducato di Toscana.
Il primo Governatore nominato da Clemente VII nel 1529 fu il Cardinale Giandomenico de Cupis il cui stemma si trova nella Torre Maestra. Nel 1546 Paolo III Franese nomina il Cardinale Tiberio Crispo e nel 1548 il Cardinale Giulio Feltre della Rovere, nipote di Giulio II. Tranne la parentesi degli anni 1557 e 1558 in cui troviamo come Governatore Matteo Stendardi nipote di Paolo IV, la Rocca dal 1550, anno della nomina di Ascanio della Corgna, fino al 1565 non fu più sede dei nuovi Magistrati. Con Ascanio della Corgna la nuova Magistratura prese posto nel rinascimentale Palazzo della Corgna, che conferma le ambiguità, tra il pubblico e il privato, della donchisciottesca personalità di Ascanio.
Nel 1566 succede nel governo della città il Cardinale Antonio Serbelloni, Diomede della Corgna, poi il Cardinale Ferdinando de' Medici dal 1571 al 1588, e per ultimo il Cardinale Alessandro Peretti, nipote di Sisto V. Dal 1590 al 1600 si sostituirono ai Governatori Perpetui, i Governatori di Patente e di Breve della Sacra Consulta. Si devono probabilmente agli anni che vanno dal 1530 al 1550 gli interventi di trasformazione in residenza della Rocca che fu ampliata all'interno del cortile, nella parte centrale, con l'aggiunta di alcuni corpi di fabbrica e di una loggia aperta, elemento questo che si trova anche all'esterno a lato della Torre del castellano. Ci furono comunque interventi anche intorno agli anni 1570, sicuramente nella sala grande del primo piano, dove sulla parete di fondo si legge nel camino in pietra serena il nome di Ferdinando de' Medici.
Fu proprio Ferdinando, futuro Granduca di Toscana, nel quadro dei rapporti di buon vicinato tra lo Stato della Chiesa e il Granducato, a promuovere l'elevazione di Castel della Pieve a Città come al rango di Diocesi, compiuta nell'anno 1600 dal senese - e non fa meraviglia - Clemente VIII Aldobrandini. Dall'anno 1600 la Rocca è adibita a carcere e ad abitazione della guardie e dei soldati.
Nel 1643 la fortificazione è protagonista di uno degli ultimi fatti drammatici della storia militare della città: l'assalto delle truppe toscane impegnate nella guerra contro Urbano VIII per il possesso del Ducato di castro, la cosiddetta "Guerra Barberina". Il Principe Mathias con ottomila soldati dell'esercito granducale aggrediva la Città: innumerevoli i saccheggi e le devastazioni. Probabilmente in quest'occasione o in quella del 1527 la Rocca perde la Torre del Soccorso e gran parte del coronamento difensivo, nella fattispecie le caditoie, merli, parapetti della parte esterna. Rimangono frammenti sulla facciata verso la Torre del castellano come sulla Torre del Prato e sulla facciata rivolta verso il Borgo Dentro: l'immagine attuale della Rocca.
Ma l'amicizia tra i due Stati continua anche in relazione ai comuni interessi per la bonifica della Valdichiana. Proprio a Città della Pieve avveniva il Concordato Idraulico nel 1780 tra il Papa Pio VI e il Granduca Pietro Leopoldo di Toscana per il definitivo prosciugamento della valle. La città diventava il centro operativo dello Stato della Chiesa sulla Chiana Romana, con l'insediamento della Prefettura delle Acque. Il fabbricato addossato alla facciata della Rocca che verrà abbattuto, come diremo, nel 1919, veniva probabilmente costruito in questo momento, primo tra i numerosissimi interventi che su succederanno nella città fino alla metà del secolo XIX e che coronarono, con il nuovo tratto della strada Cassia-Orvietana da Chiusi ad Orvieto inaugurato nel 1835, il termine dei lavori di bonifica.
L'Ingegnere Pontificio Domenico Mondragoni sarà il protagonista della ripavimentazione delle strade interne della città, dei rifacimenti delle porte di Santa Maria e di Sant'Agostino. Nel 1832 il Mondragoni interveniva anche nella Rocca, adibita, tra le altre funzioni, a Residenza Governativa: sono documentati lavori nella Cancelleria, nella Cappella delle Carceri, nelle Stanze del Governatore e nella Sala delle Udienze. Nel 1854 e nel 1855 ulteriori ristrutturazioni ad opera del geometra Bolletti si segnalano in particolare nell'appartamento del Governatore e nella Cancelleria. La fortificazione e la residenza cinquecentesca prendono il nome di "fabbricato vecchio".
Da una pianta redatta nel 1851 dall'Ingegnere Pontificio Paolo Liverani si apprende che al pianterreno della Rocca, proprio nel nuovo fabbricato, si trovano gli alloggiamenti per la Guardia Nazionale e la Posta. Al primo piano è collocata la Sala delle Udienze e alo stesso livello si trovano le celle carcerarie situate nelle torri. Dai disegni del Liverani compare che la parte sul retro è adibita ad orto. Si considera quindi per rocca solamente la parte costruita intorno al cortile. Questa concezione influenzerà anche gli storici dell'architettura del nostro secolo come Ugo Tarchi che, nel suo studio sui monumenti medievali dell'Umbria e della Sabina, considera il solo spazio delimitato dalle quattro torri, alterando così la lettura dell'origine del monumento. Nel nostro secolo, la Rocca si avvia a mantenere solamente le funzioni di carcere a seguito di nuove ristrutturazioni che ci evidenziano, come per i secoli precedenti, le animate vicende politiche e sociali della città.
L'edificio diventa un punto privilegiato di interventi a partire dal 1914. In quell'anno sale a capo dell'Amministrazione Comunale il Partito Socialista con Sindaco Arduino Fora, uno dei più importanti protagonisti e fondatori delle Leghe contadine del Pievese e dell'Orvietano futuro Deputato al Parlamento. La nuova Amministrazione conta 16 consiglieri su 20: solo 4 appartengono al Partito "dell'ordine". Si devono subito affrontare i gravi problemi della disoccupazione provocati dalla guerra con l'improvviso rimpatrio di numerosi lavoratori, in gran parte operai terrazieri, provenienti per lo più dalla Francia. Come è noto, ancora nel 1914 l'Italia è alleata della Germania e dell'Austria, già entrambe in guerra contro Francia e Gran Bretagna. Grave è anche la condizione della classe bracciantile la quale chiedeva che venisse elevata a due lire la paga giornaliera e non venisse elevato il prezzo del grano: si susseguono numerosi scioperi. La Sottoprefettura di Orvieto, nel cui Circondario si trova Città della Pieve, e la Prefettura di Perugia sospettano che l'Amministrazione socialista fomenti la rivolta.
Di fronte a questa grave situazione si decide di dare lavoro ai disoccupati, affrontando un ampio programma di interventi: ripavimentazione delle strade, fognature, costruzione dell'acquedotto comunale, interventi sul patrimonio. Tra i primi lavori, si delibera di abbattere, nel 1914, la parte del fabbricato del vecchio Ospedale soprastante al Porta San Francesco e quindi la porta stessa: non solo perché ritenuta opera di poco pregio, ma più esplicitamente per dare lavoro ai disoccupati, con il fine anche di rendere più comoda l'entrata della città. Nel 1919, a guerra terminata, bisogna dare lavoro agli operai militari che rimpatriano: continuano così gli interventi già intrapresi prima della guerra.
Nel 1920 è intanto riconfermata per la seconda volta l'Amministrazione socialista. E' significativo notare come la prima seduta del Consiglio Comunale dati al 7 novembre, giorno di ricorrenza della Rivoluzione Bolscevica, a riconfermare i radicali propositi di cambiamento che animavano le masse socialiste. E' curioso notare come in delibera, accanto all'intestazione "In nome di Vittorio Emanuele III, Re d'Italia per grazia di Dio e volontà della nazione" si citi che la seduta avviene mentre al balcone del Comune sventola la bandiera rossa. Si inviano inoltre saluti alla Repubblica dei Soviet e si esprime la riprovazione per le prime vittime dello squadrismo fascista. Il Sindaco Arduino Fora fa presente che i tempi peggiori sono passati, alludendo alla guerra e alla disoccupazione, non prevedendo che il peggio sarebbe presto arrivato.
Nel 1919 si era già deciso di smantellare tutto il corpo addossato alla Rocca, ritenuto opera "per lo più settecentesca" e di "nessun prestigio artistico" come affermava il Regio Ispettore Onorario della Soprintendenza Andrea Cecchetti. Vengono presi accordi con la Soprintendenza e con il Ministro della Pubblica Istruzione per iniziare i lavori di restauro. Corrado Ricci, Direttore Generale delle Antichità e Belle Arti afferma significativamente che "occorre isolarla semplicemente dalle catapecchie addossatevi e risanare le piaghe fatte nei muri (…) è necessario invece evitare qualsiasi idea di ripristino e rinnovamento con merlature ed altro, che darebbero al Castello una apparenza equivoca di oleografia o di scenario". Andrea Cecchetti e Corrado Ricci quindi erano in linea con la visione idealistico-crociana dell'arte, allora dominante, per la quale il Medioevo rivestiva maggiore importanza rispetto ad altri periodi storici e il singolo monumento doveva evidenziarsi dall'insieme urbanistico. Solo i manufatti emergenti erano degni di essere chiamati opere d'arte. Gli interventi di demolizione e di consolidamento, a cura del Comune, tengono conto delle indicazioni di Corrado Ricci, del Soprintendente ai Monumenti dell'Umbria Pietro Guidi e dell'Ispettore Mario Salmi.
I lavori, il cui costo complessivo è di L.30.000 saranno finanziati per circa un terzo ed a stralci dal Ministero della Pubblica Istruzione negli anni tra il 1922 e il 1927. Si segnalano interventi alla Torre del Soccorso, alla Torre Maestra e alla Torre del Prato, sotto la direzione del geometra comunale Giovanni Orlandi. A seguito di gravi problemi finanziari dell'Amministrazione Comunale i lavori procedevano a rilento: ne approfittano gli organi di stampa. In un articolo de "Il Messaggero" del 20 Giugno 1924 dal titolo "Per la bella Rocca trecentesca della Pieve" si afferma che si lasciano cadere i muri perimetrali, le torri, le mura stesse della città e che si temono nuove costruzioni addossate ala Rocca. Si invoca il sollecito intervento del nuovo Direttore Generale delle Antichità e Belle Arti Colasanti e del Conte Gnoli, Ispettore ai Monumenti, per impedire "qualunque possibile sfascio, o meglio, profanazione".
Nel 1923 si progettava un serbatoio per il nuovo acquedotto comunale all'interno della Rocca, ma non verrà realizzato. In quell'anno si costruiva anche una fontana, che è quella che ancora oggi si vede sulla facciata della Rocca. L'Ispettore Andrea Cecchetti invia al Soprintendente una cartolina postale fatta in qualità di fotografo, indicando la collocazione della fontana. Il documento che presenta la stessa veduta della fotografia Alinari, data quest'ultima. I fotografi fiorentini dovevano essere venuti a Città della Pieve in relazione al IV Centenario della morte di Perugino, per riprendere gli affreschi del grande concittadino e quindi avevano colto l'occasione per fotografare, tra le altre vedute della città, anche la Rocca.
Nel 1932 l'Amministrazione Comunale aveva progettato un serbatoio nella Torre del castellano 8allora adibita a Carcere femminile) ma anche questo non fu realizzato. Il "conservone dell'acqua" troverà poi collocazione nel 1936 nella ex Chiesa di Sant'Anna degli Scolopi che fino allora era stata adibita a rimessa delle automobili. In questo anno viene apposta anche la lapide in memoria dei Caduti per la Patria sulla Torre del Prato. Monsignor Fiorenzo Canuti, succeduto ad Andrea Cecchetti nelle funzioni di Regio Ispettore Onorario della Soprintendenza, esprime un parere dubbioso al Soprintendente, il quale, non ravvisando alcun problema di natura estetica, concede di buon grado il nullaosta. La Casa Mandamentale cominciava somunque ben presto a soffrire per nuovi problemi statici del monumento, tanto che era diventata quasi inagibile.
Nel 1982 l'Amministrazione Comunale, in collaborazione con il Ministero di Grazia e Giustizia e con la Soprintendenza ai B.A.A.A.S. dell'Umbria, decideva infine di intervenire con un progetto di restauro redatto dallo Studio R.P.A. di Perugia per un importo di L.1.200.000.000, finanziato con mutuo della Cassa Depositi e Prestiti a totale carico dello Stato in base alla Legge 30 marzo 1981, n.119.
I parametri murari presentavano vistose lesioni e sbiciolamenti. Le eleganti strutture realizzate nel sec. XVI per trasformare l'edificio da strumento di difesa in residenza erano gravemente compromesse da problemi statici. Erano inoltre state deturpate con chiusure di archi e di finestre, insieme all'aggiunta di corpi estranei. Vengono tolte tutte le superfetazioni, stamponate tutte le logge. Si procede quindi al consolidamento delle murature e delle torri, alla pavimentazione in laterizio del cortile, dove viene riscoperta la cisterna del 1326. La residenza rinascimentale viene intonacata e dipinta, per differenziarla dalla struttura militare medievale: qui è collocata la Casa Mandamentale, non utilizzando più gli angusti spazi delle torri. Sul lato verso il Borgo Dentro, nella torre mozzata, viene infine aperto un accesso pubblico al giardino situato verso la Torre del Soccorso, perché, parafrasando Italo Calvino, un "castello di terrore" possa come per incanto diventare un "castello di delizie"… e la torre senza nome si chiamerà Torre dei Maitani.
Al momento di andare in stampa, sono emersi nuovi elementi per quanto riguarda la progettazione della Rocca nel 1326. Da un riscontro bibliografico è emerso un vecchio scritto di Adamo Rossi ("Lorenzo e Ambrogio Maitani al servizio del Comune di Perugia", in "Giornale di Erudizione Artistica", II, 1873, pp.57-72) che conferma l'ipotesi, già espressa precedentemente, di una ideazione maitanesca della fortificazione. Ho ritenuto opportuno di non modificare quanto scritto, ma di aggiungere a parte le nuove precisazioni.
Adamo Rossi riporta in ordine cronologico alcuni documenti riguardanti i fratelli Lorenzo e Ambrogio Maitani per lavori commissionati dal Comune di Perugia. Figurano interventi dei due architetti senesi negli acquedotti della città nel 1317 e tra il 1319 e il 1321. Ambrogio Maitani, in particolare, viene impegnato in opere di fortificazione tra il 1320 ed il 1326: citiamo, tra le altre, una fortificazione contro Assisi, lungo le Chiane (la Zeppa di Valiano), il Castello di Monte Santa Maria. In qualità di "soprastante" alle opere pubbliche del Comune di Perugia, Ambrogio affronta nel 1326 il consolidamento e la riparazione del torrione al lato destro di Porta Sant'Angelo (U. Nicolini, "Le Mura Medioevali di Perugia", in "Atti del VI Convegno di Studi Umbri", Gubbio 26-30 maggio 1968, parte seconda, pp.729-730).
Nel 1325 Lorenzo Maitani anche lui "soprastante" di tutte le opere del Comune di Perugia, è incaricato di visionare le rocche ed i centri fortificati del contado di pertinenza del Rione di Porta Santa Susanna e di Porta Sant'Angelo, vale a dire la zona del Trasimeno e di Città della Pieve. Si specifica la necessità di restaurare la Rocca e le mura di Castiglione del Lago.
Il notaio Senso Sensi che accompagna l'architetto dovrà fornire una relazione circostanziata al Comune di Perugia in base a quello che sembrerà opportuno segnalare a Lorenzo Maitani. L'anno successivo, il 28 ottobre, Ambrogio Maitani, viene pagato per la sua permanenza di 18 giorni a Castel della Pieve con un cavallo, per la progettazione della Rocca. Si trattava probabilmente di una supervisione del luogo per procedere ad un progetto definitivo, quello che compare nel bando del 18 dicembre dello stesso anno e che puntualmente Adamo Rossi trascrive.
E' probabile che Lorenzo, generale supervisore delle fortificazioni come compare nel documento del 1325, abbia affidato al fratello la progettazione della Rocca, magari dietro il suo diretto controllo: e la pianta, quasi un portale del Duomo di Orvieto messo in piano, ce lo fa supporre. Si realizzava così una perfetta concezione manageriale tra i due fratelli: Lorenzo si sarà riservata una più continuata presenza nel cantiere orvietano, lasciando ad Ambrogio la "piazza" di Perugia. Si può supporre che Lorenzo presentasse spiccate doti di ideatore e di organizzatore di cantieri e che Ambrogio comparisse come esecutore: si dovrà quindi assegnare la Rocca di Città della Pieve a Lorenzo e ad Ambrogio Maitani.
Adamo Rossi riporta anche altri due documenti sui lavori alla Rocca avvenuti nel 1377 e nel 1490. Nel primo si viene a conoscenza di alcuni lavori a tutti i solai delle torri ed a tutte le scale. Viene risistemato il ponte levatoio situato nella Torre del Frontone come anche la cisterna. La Torre del Prato viene alzata di 25 piedi. Nel secondo, il Maestro Fino d'Ugolino da Perugia, abbassa la Torre del Prato e restaura i muri perimetrali, potenziando la difesa.




da "La Rocca di Città della Pieve" ed. Comune di Città della Pieve



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