Eccoci ora nella Francia medievale, nel sec. XII. I “Lais” di Maria di Francia (una scrittrice di cui non si conosce altro che il nome e quel che è rimasto delle sue opere) raccontano storie d’amore e di cavalleria. Furono scritti in versi e destinati ad essere cantati. Di “Guigemar”, una delle opere più suggestive abbiamo dovuto fare per ovvie ragioni, un opportuno adattamento, cercando di guastare il meno possibile l’alta bellezza poetica dell’originale.

Nel tempo in cui Olao governava la Bretagna, che spesso si trovava in pace e spesso in guerra, viveva un barone di nome Oridello, il quale amministrava la contrada di Lione ed era molto amato dal re perché prode e valente cavaliere.
Oricello aveva due figli: una graziosa bambina Nogenta, e un ragazzo, chiamato Guigemar, il più bello di tutto il reame. I suoi genitori gli volevano molto bene, ma, appena poterono separarsi da lui, lo mandarono a servire il Re.
Guigemar diventò un valletto saggio e prode e si fece amare da tutti. Quando fu giunto all’età d’essere armato cavaliere, il Re lo vestì fastosamente e gli dette tutte le armi che desiderava, e prima che lasciasse la corte gli fece molti altri doni.
Guigemar andò a cercar gloria in Fiandra, dove ogni giorno si trovò a tenzoni e battaglie. In quel tempo, nelle contrade di Francia, non c’era cavaliere tanto valente da potergli stare a pari.
Al colmo della gloria, Guigemar volle tornare al suo paese per rivedere il padre, la madre e la sorella che desideravano da molto il suo ritorno. Dopo essere stato con loro un mese intero, un giorno gli prese voglia di andare a cacci perché molto se ne dilettava. Era ancor notte quando fece svegliare i suoi cavalieri, i cacciatori, i battitori e di buon mattino tutti entrarono nella foresta.
Eccoli sulla traccia di un gran cervo; i cani sono sguinzagliati, i cacciatori corrono avanti e Guigemar s’indugia, mentre un valletto lo segue portandogli l’arco, il coltello ed il turcasso. Voleva tirare di là, se gliene capitava l’occasione. A un tratto, nel folto d’una macchia, vide una cerva col suo cerbiatto che l’abbaiare dei cani aveva fatto uscir dalla tana. Era un bestia tutta bianca ed aveva sulla testa corna di cervo. Guigemar tese l’arco, tirò e la colpì ad una zampa. La cerva si abbattè subito, ma la freccia rimbalzò andando a colpire Guigemar in una coscia con tale violenza che arrivò a ferire anche il cavallo. Il cavaliere fu allora sbalzato di sella e cadde sull’erba folta accanto alla cerva che aveva colpito. Essa era agonizzante e si lamentava; poi cominciò a parlare così:
“Ahimè, io muoio! Ma tu, vassallo che mi hai colpito, non troverai rimedio alla tua ferita. Né per virtù d’erba o di radici, né per medico né per medicamento potrai risanare la piaga finchè non incontrerai colei che soffrirà per amor tuo la più grande pena che mai donna abbia sofferto, e anche tu non avrai patito uguali tormenti. Ed ora vattene e lasciami in pace”.
Guigemar a quelle parole si spaventò e si diede a pensare in quale paese sarebbe andato per guarire la sua piaga, perché non voleva lasciarsi morie.
Chiamato il valletto, gli disse: “Amico, presto, sprona il cavallo e fa’ tornare i miei compagni, poiché voglio parlare con loro”.
Quello partì, e Guigemar, rimasto solo, si fasciò stretto la coscia con la camicia, lamentandosi molto per il dolore; poi rimontato a cavallo, se ne andò. Gli premeva allontanarsi per non essere raggiunto e trattenuto dai suoi compagni.
Attraversò il bosco percorrendo un verde sentiero che lo condusse fuor dalla landa ad una costa dirupata. In basso era un braccio di mare dall’acqua limpida, e c’era un piccolo porto. Nel porto era una navicella solitaria, e Guigemar ne scorse subito la vela. La navicella era bene attrezzata e impeciata dentro e fuori, tanto che non si scorgeva nemmeno una giuntura, e non c’era un’assicella né un cavicchio che non fosse d’ebano. La vela, tutta di seta, spiegata al vento, era bellissima. Non esisteva al mondo tesoro di maggior pregio.
Il cavaliere fu molto sorpreso. Non aveva mai sentito dire che una nave potesse arrivare fin lì. Sceso da cavallo, salì a bordo con grande sofferenza. Credeva di trovarci gli uomini di guardia, invece non vide nessuno.
In mezzo alla navicella trovò un letto adorno di fregi d’oro coi piedi e i fianchi di cipresso intarsiati di bianco avorio. La coltre era di seta intessuta d’oro, la coperta di zibellino foderato di porpora. Non so dirvi il valore delle lenzuola, ma so che chiunque avesse posato la testa sul guanciale, non sarebbe mai incanutito. A prua erano accesi due candelieri d’oro fino che valevano un tesoro.
Guigemar fu sorpreso di tanto splendore, ma la ferita gli faceva male, perciò si distese sul letto a riposarsi. Quando si alzò, non potè più andarsene, perché la nave correva veloce portandolo lontano con le vele gonfie dal vento propizio. Non c’era nemmeno da pensare al ritorno, e Guigemar ne fu molto turbato, tanto che non sapeva che cosa fare. Il suo sgomento era accresciuto dal dolore della piaga. Non potè altro che rassegnarsi pregando Iddio d’aver cura di lui e di condurlo in porto liberandolo dalla morte. Poi si distese sul letto e si addormentò.
Fu quello il giorno peggiore della sua avventura, perché al tramonto sarebbe arrivato in un’antica città, capitale di quel regno, dove avrebbe trovato salute.
Il re era molto vecchio ed aveva una figlia gentile, saggia e bella, della quale era gelosissimo. La teneva perciò in una torre circondata da un giardino che arrivava fino al mare. Il giardino era recinto da un muro di marmo verde alto e massiccio con una sola porta sorvegliata di giorno e di notte. Dalla parte del mare si poteva arrivare o partire soltanto per mezzo di una nave.
Alla principessa faceva compagnia una donzella nobile e bene educata, e le due giovani donne si volevano molto bene. Nessuno poteva entrare nel giardino, ad eccezione d’un vecchio sacerdote canuto che aveva la chiave della porta e l’incarico di celebrare il servizio divino.
Quel giorno la principessa era uscita a passeggiare con la compagna in giardino per divagarsi dopo aver dormito un poco nel pomeriggio. Insieme guardavano il mare, allorché scorsero sulla cresta delle onde la nave che veleggiava dritta verso la riva, ma non riuscirono a vedere nessuno che la guidasse. La principessa, tutta arrossata in volto, voleva fuggire, e non è meraviglia che avesse paura, ma la donzella, che era saggia e d’animo più ardito, le fece coraggio, e insieme si affrettarono verso la riva, dove la nave accostava.
La donzella, toltosi il mantello, montò sulla nave, dove non trovò anima viva, se non il cavaliere addormentato. Lo vide tanto pallido che lo credette morto; perciò, tornata indietro, raccontò alla sua signora quel che aveva visto, compiangendo molto il bel giovane sconosciuto.
“Andiamo" rispose la principessa "se è morto, lo seppelliremo; se invece è ancora vivo, ci racconterà la sua storia”.
Salirono senza indugio sulla nave. La principessa, seguita dalla donzella, si fermò al letto del cavaliere; ne osservò la bellezza e la gioventù, addolorata della sua sventura, poi gli mise una mano sul petto e sentì che era caldo e che il cuore batteva. In quel momento il cavaliere si svegliò, e scorgendola capì d’essere giunto a riva. La principessa, ancora triste e pensierosa, rispose gentilmente al suo saluto e gli domandò da dove e come era venuto.
“Signora" egli disse "se lo desiderate, vi racconterò la mia avventura senza nulla celarvi. Sono di Bretagna; stamani, andando a caccia nel bosco, ho colpito una cerva bianca, e la freccia di rimbalzo mi ha ferito alla coscia in modo tale che io penso di non guarire più. La cerva lamentandosi con voce umana mi ha lanciato molte imprecazioni e mi ha predetto che non potrò risanare se non per opera d’una donna; ma non so dove questa si trovi. Appena udita la mia sorte, mi sono allontanato nel bosco; sulla riva ho trovato la nave, dove sono salito, ma ho commesso una follia, perché subito la nave ha preso veloce il largo; così non so dove sono giunto e qual è il nome di questa città. Bella signora, in nome di Dio, vi prego, consigliatemi voi, giacchè io non so che cosa fare e non sono in grado di condurre la nave”.
“Bel cavaliere"
rispose la principessa "di buon animo vi darò consiglio. Questa città e la contrada intorno appartengono a mio padre. Egli e ricco e nobile, ma molto geloso; perciò mi tiene chiusa in un recinto che ha una sola porta, di cui soltanto un vecchio prete conserva la chiave. Qui sto notte e giorno e non oserei mai uscirne senza permesso; qui ho la mia camera e la mia cappella, e questa giovinetta mi tiene compagnia. Se vi piace rimanere finchè non starete meglio, volentieri vi ospiteremo e di buon cuore vi daremo soccorso”.
Udite queste parole, il cavaliere la ringraziò e disse che sarebbe rimasto; quindi si alzò aiutato dalle due donne, che lo accompagnarono in una camera e lo stesero sul letto; poi, riempita una catinella d’oro, gli lavarono la piaga, detersero il sangue con una bella tela di lino e bendarono stretta la coscia.
Ebbero molta cura del cavaliere, e quando a sera ricevettero la cena, la donzella mise da parte quanto era necessario per nutrirlo e dissetarlo.
Ma già il cavaliere non sentiva più il dolore della ferita e aveva dimenticato il suo re, il suo paese, la sua passata avventura. Provava un solo desiderio: quello di vivere accanto alla bella principessa che lo aveva curato e guarito. Rimase così nascosto nella torre per molto tempo.
Una mattina d’estate la principessa disse al cavaliere:
“Amico mio, il cuore mi dice che vi perderò presto. Se vi uccideranno, io morrò con voi; se invece potrete fuggire, con mio grande dolore mi avrete presto dimenticata”.
“Amica mia,"
rispose il cavaliere, "non avrò mai gioia né pace lontano da voi”.
“Vorrei esserne sicura"
rispose la principessa "datemi perciò la vostra tunica; vi farò un nodo, e voi prometterete di sposare soltanto la donna che riuscirà a scioglierlo”.
Giugemar le porse la tunica ed essa vi fece un nodo che nessuna donna avrebbe potuto sciogliere senza impiegare la forza o il coltello.
Allora anche il cavaliere volle un pegno di fede e diede alla principessa un fermaglio per la sua veste: ella avrebbe potuto sposare soltanto l’uomo che fosse riuscito ad aprirlo senza spezzarlo o reciderlo.
Quel giorno stesso i due innamorati furono scoperti da un perfido ciambellano che ne informò il re. Questi, accompagnato dai famigli, corse alla torre dove, trovato il cavaliere, per la grande ira comandò di ucciderlo. Guigemar non si perdette d’animo, anzi presa una pertica d’abete che serviva per appendervi la biancheria, stette in guardia: se gli si fossero avvicinati, li avrebbe conciati a dovere. Allora il Re gli domandò chi fosse, e di qual paese, e com’era entrato là dentro.
Il cavaliere gli narrò tutta la sua avventura; gli disse della cerva ferita, della piaga, della nave, del suo arrivo senza ch’egli lo volesse; ora egli era in suo potere.
Il Re non volle credergli; gli disse perciò che, se avesse potuto ritrovar quella nave, l’avrebbe subito rimesso in mare: se si fosse salvato, ne avrebbe avuto gran dispiacere, mentre sarebbe stato molto contento se egli fosse annegato.
Datagli sicurtà, si recarono insieme al porto, dove trovarono la navicella. Ve lo misero dentro, e subito la navicella prese il largo navigando senza fermarsi.
Il cavaliere sospirava e piangeva e pregava Iddio onnipotente di farlo morire nei flutti del mare piuttosto che egli non dovesse mai rivedere la principessa, cara a lui più della sua stessa vita. Ma la nave continuò a veleggiare sicura fino a che giunse nella piccola baia dove Guigemar l’aveva trovata la prima volta.
Egli scese più presto che potè. Un paggio che Guigemar aveva allevato cavalcava in quelle vicinanze in cerca d’un cavaliere tenendo per la briglia un altro cavallo: Guigemar, riconosciutolo, lo chiamò, e il paggio si volse; vedendo il suo signore, balzato di sella gli offrì il cavallo; poi insieme si diressero verso la città. Gli amici si rallegrarono del ritorno di Guigemar e gli fecero molto onore; tuttavia egli era sempre triste, pensieroso. Avrebbero voluto che prendesse moglie, ma ottenevano sempre un rifiuto: non avrebbe mai sposato donna, per quanto ricca e bella, se questa non avesse saputo sciogliere un nodo della sua tunica senza strapparla.
La notizia corse tutta la Bretagna, e non ci fu dama o donzella che non volesse tentare la prova, quantunque nessuna ne fosse capace.
Torniamo alla principessa da Guigemar tanto amata. Il Re, per consiglio di uno dei suoi baroni, la imprigionò in una fosca torre di marmo grigio. Di giorno essa stava male, e di notte ancor peggio. Nessuno al mondo potrebbe descrivere la gran pena, il tormento e l’angoscia che essa soffriva. Rimase nella sua prigione più di due anni e non ebbe mai gioia né diletto.
Rimpiangeva spesso il suo cavaliere e si lamentava: “Guigemar, o mio signore, per mia sventura vi conobbi; vorrei piuttosto morire che soffrire ancora a lungo queste pene. Se avrò la fortuna di poter fuggire, mi annegherò là dove ho visto la nave portarvi via”.
Un giorno, dopo essersi lamentata come al solito, si alzò ed avvicinatasi alla porta, con gran meraviglia si accorse che non era chiusa né a chiave né a catenaccio. Allora uscì alla ventura senza essere disturbata da nessuno. Giunta alla riva, vide la nave legata allo scoglio, proprio nel luogo dove aveva pensato di annegarsi. Vi salì sopra, e subito le balenò il dubbio che il suo cavaliere fosse perito. Ne provò tal dolore da non potersi reggere in piedi. Quel pensiero la tormentava tanto che, se avesse avuto la forza di raggiungere il parapetto della nave, si sarebbe lasciata cader giù.
Intanto la nave si mosse e la portò via in fretta andando a fermarsi soltanto in Bretagna, proprio ai piedi di un forte castello.
Il castellano aveva nome Meriadù ed era in guerra con il suo vicino; per questo, alzatosi di buon’ora, aveva mandato la sua gente a guastare la terra del nemico. Se ne stava alla finestra, quando vide giungere la nave. Allora chiamò il ciambellano e tutti e due si affrettarono verso la riva. Saliti a bordo, trovarono la principessa bella come una fata. Meriadù la prese e la portò al castello. Era felice d’averla trovata, non solo per la sua bellezza, ma anche perché all’aspetto si vedeva che doveva essere una gran dama. L’affidò alle cure d’una sua giovane sorella, la fece servire e onorare, le dette ricche vesti e ornamenti, ciò nonostante la principessa appariva sempre pensierosa e triste.
Meriadù andava spesso trovarla, perché le voleva bene e desiderava di averla in moglie. Quando glielo disse, la principessa, mostrandogli il fermaglio, rispose che avrebbe sposato soltanto colui che fosse stato capace di aprirlo senza spezzarlo. Allora Meriadù adirato le rispose:
“In questo paese c’è un cavaliere di gran pregio che non vuol prender moglie perché non trova una donna capace di sciogliere un nodo della sua tunica senza usare la forza o il coltello. Scommetto che siete stata voi a fare quel nodo.”
A queste parole la principessa mandò un sospiro e quasi cadde svenuta. Il cavaliere la sostenne e cercò invano di aprire il fermaglio. Anche gli altri cavalieri, messi alla prova, non vi riuscirono.
Le cose rimasero a questo punto, fin quando Meriadù non bandì una giostra contro il nemico, invitandovi molti cavalieri, e fra i primi Guigemar. Come amico e compagno d’armi, gli chiese che non lo abbandonasse e corresse in suo soccorso. Guigemar venne in gran pompa alla testa di cento cavalieri e fu accolto con molto onore. Meriadù aveva ordinato alla sorella di farsi incontro all’ospite insieme alla signora ch’egli amava tanto.
Esse obbedirono ed entrarono nella sala riccamente vestite. La principessa era come al solito pallida e pensierosa; quando udì il nome di Guigemar, si sentì mancare, e sarebbe caduta a terra se l’altra non l’avesse sorretta.
Guigemar, andato loro incontro, vide la principessa, ne considerò il sembiante e le maniere, e meravigliato disse fra sé: “E’ questa la mia dolce amica, la mia vita, la mia speranza? Da dove viene e chi l’ha portata qui? Certo questo mio pensiero è una follia: so bene che non può esser lei e che a volte le donne si assomigliano. Il mio proposito non muterà; ma per colei a cui rassomiglia, e che mi fa tremare e sospirare, voglio parlarle”.
Allora le si avvicinò e, dopo averla salutata, le si mise a fianco; tuttavia per la commozione non riuscì a dirle parola, e potè soltanto invitarla a sederglisi accanto.
Meriadù, osservandoli, si accorse del loro imbarazzo e ne fu turbato; perciò disse con un sorriso a Guigemar:
“Signore, se volete, mia sorella potrebbe tentare di sciogliere il nodo della vostra tunica; può darsi che vi riesca”.
“Con piacere”
rispose Guigemar, e ordinò al ciambellano che aveva in custodia la tunica di portargliela.
L a donzella si provò, invano. Allora la principesa, che aveva subito riconosciuto il nodo, l’avrebbe sciolto volentieri, ma non osò.
Mariadù con gran dolore se ne accorse, e le disse:
“Suvvia, signora, provate anche voi a scioglierlo!”
A quest’invito, la principessa prese il lembo della tunica e sciolse facilmente il nodo.
Guigemar, pur avendola riconosciuta, ne fu stupito e volle averne ancora una prova; perciò le disse:
“Mia cara signora, siete proprio voi? Ditemi la verità; e lasciate ch’io veda se avete con voi il fermaglio che vi diedi”.
Quando se ne fu accertato, esclamò: “Che fortuna, per me, ritrovarvi! Chi vi ha condotto qui?”
La principessa gli raccontò le grandi pene sofferte nella prigione dov’era stata rinchiusa, e come ne fosse fuggita. Voleva annegarsi, ma alla riva aveva trovato la neve sulla quale era giunta a quel castello, dove il signore l’aveva trattenuta. Egli l’ospitava onorevolmente, ma ogni giorno le chiedeva di sposarla. Ora soltanto, che aveva ritrovato il suo vecchio amico, si sentiva felice ed avrebbe voluto che la portasse subito via con sé.
Udite queste parole, Guigemar si alzò e rivolgendosi a tutti i presenti, disse:
“Signori, ascoltate; ho qui ritrovato un’amica che credevo di aver perduta: chiedo a prego Meriadù di volermela rendere. Io diventerò suo vassallo, e per due o tre anni, con più di cento cavalieri, lo servirò”.
Meriadù gli rispose:
“Guigemar, amico bello, non sono così minacciato dai miei nemici, da essere costretto ad accettare la vostra offerta. Ho trovato questa signora, me la tengo, e la difenderò contro di voi”.
Udita questa risposta, Guigemar fece senza indugio montare a cavallo la sua gente e partì lanciandogli la sfida, ma era molto triste di dover lasciare la sua signora.
Non ci fu cavaliere venuto per il torneo che non si schierasse con Guigemar e non gli giurasse fede: ovunque lo avrebbero seguito, e chiunque mancasse ne avrebbe avuto infamia.
Giunsero nella notte al castello del nemico di Meriadù, che li ospitò e fu molto lieto del loro soccorso perché capì che la guerra stava per finire.
Il giorno dopo di buon mattino, con gran clamore i cavalieri uscirono a schiera dalla città, guidati da Guigemar. Giunti al castello di Meriadù, non poterono espugnarlo, perché troppo ben munito; allora Guigemar l’assediò, risoluto a non togliere il campo, se non quando avesse ottenuto la vittoria.
Intanto la gente a lui fedele aumentava di giorno in giorno e alla fine il castello dovette arrendersi per fame. Guigemar lo distrusse e con gran gioia si portò via la sua principessa.
Ora ogni lor pena è finita. Così termina la bella storia di Guigemar.

 

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