In un libro famoso “Fiabe per i bambini e le famiglie”, i fratelli Jacob e Wilheln Grimm, nei primi anni del secolo XIX raccolsero circa duecento racconti popolari tedeschi narrandoli in una forma suggestiva per classica semplicità.Vi troviamo anche questa novelletta, veramente deliziosa per l’andamento schietto ed argutoe per la limpidezza della morale.

Hans, dopo che fu stato sette anni al servizio del suo padrone, andò un giorno da lui:
“Padrone mio" gli disse "sono stato abbastanza qui con voi; ora è tempo che torni da mia madre. Datemi dunque il mio salario”.
“Tu mi hai servito fedelmente e con probità" rispose il padrone "perciò meriti una paga conveniente”. E ciò detto, gli diede un pezzo d’oro grosso quasi quanto la sua testa.
Hans levò di tasca il fazzoletto, vi rinvolse il suo oro, e messo il fagotto sulle spalle, si pose in cammino verso casa. Mentre camminava così, trascinando un piede dopo l’altro, incontrò un uomo che se ne andava tutto giulivo su un vispo cavallo.
“Ah!" esclamò Hans ad alta voce "che bellezza viaggiare in codesto modo! Te ne stai comodo come su una poltrona, non ti rovini i piedi sulle pietre, risparmi le scarpe e vai avanti alla svelta che è un piacere”.
Il cavaliere, udite le sue parole, si fermò e gli chiese:
“Ehi, Hans, e tu perché vai così a piedi?”
“E come vuoi che faccia?"
rispose Hans "Devo portare a casa questo involto di roba. E’ vero che dentro c’è oro, ma mi impedisce di tener dritta la testa e mi fa un male che mai alle spalle”.
“Sai che cosa?" replicò l’uomo a cavallo "Dobbiamo fare a baratto: io ti do il mio cavallo, e tu mi dai il tuo fagotto”.
“Non mi pare vero"
rispose Hans "Bada però che dovrai sudare a buono”.
Il cavaliere scese di sella, si prese l’oro, e, dopo aver messo le redini in mano ad Hans, gli disse:
“Quando vuoi che corra davvero alla svelta, non devi far altro che schioccare la lingua e gridare: hop! hop!”
Hans fu proprio felice di montare a cavallo, e vi stava sopra impettito sentendosi libero e franco che era una delizia. Dopo che ebbe cavalcato così per un buon tratto, gli prese voglia di andare più presto; perciò si mise a schioccare la lingua gridando: hop! hop! Il cavallo allora si slanciò a un trotto tanto vigoroso che Hans, senza nemmeno aspettarselo, si trovò buttato giù sdraioni in un fosso che separava i campi dalla strada maestra. E chissà dove il cavallo sarebbe andato a finire, se non fosse sopraggiunto a fermarlo un contadino che se ne veniva calmo calmo spingendosi innanzi la sua vaccherella.
Hans si tastò da tutte le parti rialzandosi con le ossa indolenzite. Gli stava il dovere. Disse poi al contadino:
“Sarà un bel divertimento, il cavalcare, ma non mi garba affatto, specialmente con una bestia così bizzarra, che scalcia e sgroppa da rompersi il collo. State pur sicuro che non ci monterò più sopra. Preferirei piuttosto la vostra mucca, con la quale si va pian pianino, e ogni giorno vi fornisce di sicuro il suo latte, e il burro e il formaggio. Non so che cosa darei per averla”.
“Certamente si tratta d’un grosso piacere" replicò il contadino "ma ve lo farò volentieri, purchè in cambio della mucca mi diate il vostro cavallo”.
Hans acconsentì con gran gioia; perciò il contadino, balzato in sella, corse via di galoppo tutto contento, mentre il giovanotto prendeva a spingere innanzi a sé tranquillamente la vaccherella pensando di aver fatto un ottimo affare.
“Ormai non avrò altra preoccupazione che quella di procurarmi un pezzo di pane" diceva fra sé "perché, quanto al resto, avrò burro e formaggio a volontà, e quando abbia sete, mi basterà munger la mucca e berne il latte. Cuore mio, che cosa puoi desiderare di meglio?”
Intanto era arrivato a un’osteria, dove si fermò a mangiare allegramente dando fondo a tutte le provviste che aveva con sé e che avrebbero dovuto servigli per pranzo e per cena; spese gli ultimi soldarelli che aveva in tasca per bere un bicchiere di birra; poi si rimise in cammino, sempre spingendosi innanzi la vaccherella, diretto verso il villaggio di sua madre.
Sul mezzogiorno, mentre attraversava una landa assolata, il caldo era opprimente, ed Hans, dopo aver camminato più d’un ora, si sentiva tutto sudato e con la bocca riarsa dalla sete.
“Poco male!" disse fra sé "mi metterò a mungere la mucca, e col suo latte mi rinfrescherò.”
Per questo, legata la vacca a un albero secco, non avendo nessun recipiente, le mise sotto il suo berrettone di pelle, e cominciò a mungerla; ma per quanto si sforzasse, non riuscì a cavarle fuori nemmeno una stilla di latte. Ed insistè con tanto malgarbo che alla fine la bestia spazientita gli affibbiò con una zampa di dietro un tal calcio sulla testa da mandarlo ruzzoloni a farlo rimanere per un bel pezzetto in terra tramortito, senza che riuscisse più a raccapezzarsi dov’era. Fortunatamente passò di lì un macellaio che andava per le sue faccende trasportando legato sul carro un porcellino.
“O che brutti scherzi son questi!” esclamò mentre aiutava il povero Hans a rialzarsi.
Quando il giovanotto gli ebbe raccontato l’accaduto, il macellaio gli porse la sua borraccia dicendogli:
“Bevetene su un buon sorso, e vi riavrete. Quanto alla vostra vacca, essa non potrà mai darvi latte, perché è una bestiaccia vecchia, buona tutt’al più come animale da tiro o da macello”.
“Ohi! Ohi!"
esclamò Hans ficcandosi le mani nei capelli "chi me l’avesse detto! Del resto, è una cosa bellissima averci in casa una bestia da macello, che vi può dar la carne quando ne avete voglia. Però, che peccato! A me la carne di vacca non piace affatto. Avessi almeno un porcellino come quello! Ha la carne saporosa, e ci si possono fare anche le salcicce”.
“Sentite, Hans" soggiunse il macellaio "se la cosa vi garba, faremo un baratto, e vi darò il porcellino in cambio della vacca”.
“Dio vi rimeriti per la vostra bontà”, disse Hans; e rimasti così d’accordo, gli dette la vacca, fece scendere dal carro il porcellino, e se lo portò via con tutta la corda con la quale era legato.
Riprese quindi la via riflettendo come in passato fosse riuscito a soddisfare ogni suo desiderio e come da tutte le noie che gli erano capitate, gliene fosse venuta in cambio una buona fortuna.
S’imbattè poi in un ragazzetto di bottega che portava in braccio una bell’oca bianca. Dopo essersi salutati scambievolmente, Hans si diede a raccontare le avventure che gli erano accadute, e come avesse avuto la fortuna di fare qualche cambio vantaggioso. Il garzone, per parte sua, gi disse che egli portava quell’oca in una casa dove si faceva festa per il battesimo di un bambino.
“Guarda qua!" gridava forte levando in alto l’oca "sentite quanto pesa, benché abbia soltanto otto settimane. Quelli che la mangeranno arrosto, dovranno leccarsi ben bene le labbra”.
“Sicuro"
disse Hans palleggiando l’oca con una mano "è una bell’oca, e pesa molto; ma il mio porcellino, anche lui, non è da disprezzarsi”.
Il garzone intanto si guardava intorno da tutte le parti con aria sospettosa e mormorava sottovoce scrollando la testa:
“Datemi retta, quest’affare non mi sembra troppo chiaro. Nel villaggio dal quale son passato or ora, è stato portato via un maialetto dalla stalla del sindaco, ed io temo, temo molto, che sia proprio quello che vi hanno dato. Pensate! Vi potrebbero scoprire, e sarebbe una faccenda molto seria se vi trovassero con quel porcellino. Se non altro, vi potrebbe capitare di andar a finire in prigione!”
Il povero Hans fu colto da una paura tremenda.
“Oh, Dio mio!" esclamò disperato; e poi rivolto al garzone "Aiutatemi voi, vi prego, in questo bisogno. Voi sapete come salvaguardarvi e v’intendete meglio di me di queste faccende; perciò prendetevi il mio porcellino e lasciatemi la vostra oca”.
“So bene che mi metto a un gran rischio" rispose il ragazzo "ma non voglio abbandonarvi, dal momento che vi trovate in questo brutto frangente”.
E così, presa in mano la corda, si tirò dietro il porcellino correndosene via in gran fretta per un sentiero nascosto, mentre quel brav’uomo di Hans liberatosi da quel nuovo affanno, poteva riprendere la strada di casa con l’oca fra le braccia.
“A pensarci bene" diceva fra sé "ho fatto un cambio molto vantaggioso. In primo luogo ci ho l’arrosto; poi mi rimane una bella quantità di grasso, che con un po’ di economia mi servirà a fare pane condito con grasso d’oca per almeno tre mesi; finalmente mi resteranno queste belle piume bianche con le quali mi farò riempire il guanciale, e sopra vi dormirò sonni saporitissimi. Come sarà contenta la mia mamma!”
Senonchè, quando giunse ad attraversare l’ultimo villaggio, s’imbattè in un arrotino col suo carretto, che faceva girare la ruota, e intanto cantava:
“Arroto lame e forbici, giro lesto al par del vento; come vuole, il vento soffi: vivo lieto e ho il cuor contento”.
Hans si fermò un poco a guardarlo; poi rivoltosi a lui, gli disse:
“Sembra che gli affari vi vadano bene, non è vero, caro il mio arrotino, dal momento che siete tanto allegro”.
“Ma certo" rispose l’arrotino "Il mio mestiere è come una cava d’oro. Davvero, giovanotto, un bravo arrotino è un uomo che ogni volta, quando si fruga in tasca, ne cava la mano piena di quattrini. Voi piuttosto, dove avete comprato codesta bella oca?”
“Non l’ho comprata, perché l’ho avuta in cambio d’un porcellino”.
“E il porcellino?”
“L’ho avuto in cambio d’una vacca”.
“E la vacca?”
“Quella, in cambio d’un cavallo”.
“E il cavallo?”
“In cambio d’un pezzo d’oro grosso come la mia testa”.
“E l’oro?”
“Oh, quello era la paga per sette anni di servizio”.
“Davvero, vedo che ogni volta siete riuscito a cavarvela benone"
disse l’arrotino "Se ora vi riesce a fare in modo che il denaro vi salti nella tasca ad ogni passo che fate, la vostra fortuna è assicurata”.
“E come posso ottenere questo?”
, chiese Hans.
“Dovete fare l’arrotino come me, giacchè, in verità, tutto esce da questa ruota, e il resto poi viene da sé. E poiché ce n’ho una, che a dir vero è un po’ guasta, ma può ancora servire, ve la do in cambio dell’oca, se volete”.
“E me lo domandate?"
rispose Hans "Sarò l’uomo più felice del mondo: Avrò denaro da prendere ogni volta che metto le mani in tasca; che cosa dunque potrei desiderare di più?” E ciò detto, gli diede l’oca prendendosi in cambio la ruota di pietra.
“Benone!" esclamò l’arrotino; e presa su dalla strada una grossa pesantissima pietra, gliela caricò addosso anche questa come soprammercato. “Ora che avete per giunta una pietra di questa fatta" proseguì "non avrete più nessuna preoccupazione, ed ogni cosa vi andrà per il suo verso. Pigliatela e tenetela di conto”.
Hans, con addosso quel carico se ne andò allegro e soddisfatto, e gli occhi gli brillavano di gioia.
“Io devo essere nato sicuramente con la camicia dell’uomo felice" rifletteva "e tutto ciò che desidero mi riesce a meraviglia, come ai tempi delle fate.”
Tuttavia allo spuntar del giorno non riusciva più a reggersi in piedi per la stanchezza, e provava anche il morso della fame, giacchè era rimasto senza nulla da mangiare fin da quando aveva consumato tutte le provviste per la contentezza d’aver fatto il baratto della mucca. Giunse infine al punto di non poter andare avanti, addirittura accasciato dal peso di quelle pietre. Era ridotto a non saper che cosa fare, ed ormai incapace di muover passo. Camminava proprio come una lumaca quando arrivò ad un ruscello dove volle riposarsi e rinfrescarsi con una buona bevuta. E siccome le pietre che aveva indosso gl’impedivano di piegarsi, le depose con cautela sulla sponda del ruscello. Però nel momento in cui si chinava per dissetarsi, sentì un tonfo: tutte e due le pietre erano cadute.
Allorché Hans, volti gli occhi in basso, le ebbe viste giù in fondo, si sentì pieno d’allegrezza, e postosi in ginocchio con un’espressione di grande fiducia nel volto, ringraziò Dio di avergli fatto anche questa grazia e di averlo così bene aiutato liberandolo dalla pena che si era preso di trascinarsi dietro quelle pietre che tanta fatica gli avevano procurato.
“Così sono davvero felice" esclamò "Scommetto che sotto il sole non c’è un uomo più fortunato di me”.
Con cuore allegro e leggero, libero d’ogni peso, ripigliò il cammino verso la casa di sua madre.

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