Mirabile racconto della scrittrice svedese Selma Lagerlof (1859-1939) una delle più note e care scrittrici per l'infanzia e per la gioventù. E' una voce di schietta poesia e di profonda bontà.

Una volta la moglie del brigante che viveva in una caverna là in alto, nella foresta di Goinga, si era incamminata verso la pianura per andare a mendicare. Il brigante, ricercato dalla giustizia, non osava lasciare la foresta e non poteva far altro che tendere imboscate ai viaggiatori che per caso vi si fossero avventurati. Ma i viaggiatori erano scarsi; perciò, essendo la caccia all'uomo poco redditizia, la moglie aveva intrapreso il suo solito giro nella vallata. La seguivano i cinque figlioli vestiti di pelli d'animali e calzati di scorza di betulla, portando ciascuno sul dorso una bisaccia lunga fino a terra.
Quando la donna entrava in una fattoria, nessuno aveva il coraggio di negarle ciò che chiedeva, perché sarebbe stata capace di tornare la notte seguente a dar fuoco alla casa. Così la moglie del brigante e i suoi ragazzi erano temuti più d'una banda di lupi, e molti li avrebbero volentieri uccisi proprio come bestiacce, se ne avessero avuto il coraggio, perché il brigante era rimasto lassù nella foresta, pronto a vendicare la moglie e i figlioli qualora fosse loro accaduto qualcosa di male.
Un bel giorno dunque, mentre la donna si recava di fattoria in fattoria a mendicare, giunse ad Oved, dove allora era un convento. Suonò alla porta e chiese da magiare. Da un finestrino che si apriva nel portone, il frate portinaio le porse sei pani tondi, uno per lei ed uno per ciascuno dei figli. Mentre la mamma aspettava ferma davanti alla soglia del convento, i ragazzi rovistavano intorno. A un tratto uno venne a chiamarla tirandola per la gonna e la mamma lo seguì.
Il convento era tutto circondato da un muro alto e solido, nel quale il ragazzo aveva scoperto una porticina nascosta rimasta socchiusa. Appena la moglie del brigante vi giunse, la spalancò tutta, secondo la sua abitudine, senza bisogno di chiedere il permesso a nessuno.
Il convento di Oved era a quel tempo diretto dall'abate Hans che s'intendeva di giardinaggio e dietro quel muro aveva coltivato un piccolo giardino; appunto in questo la moglie del brigante aveva fatto irruzione. Appena entrata, la donna si fermò sorpresa e stupita. Era di piena estate, e nel giardino dell'abate Hans i fiori crescevano tanto numerosi e fitti che al primo sguardo si vedeva solo un fiammeggiare di rosso, di azzurro e di giallo. Un sorriso di soddisfazione illuminò subito il viso della donna, che s'incamminò per un vialetto serpeggiante fra le aiuole.
Nel giardino un giovane frate converso strappava le erbacce. Era stato lui a lasciare la porticina socchiusa per gettare fuori le erbe che via via ammucchiava. Quando scorse la moglie del brigante e i suoi cinque ragazzi, si slanciò verso di loro ordinando che se ne andassero subito. Ma la donna continuò il suo cammino. Volgeva gli occhi da ogni parte soffermando lo sguardo ora sui bianchi gigli che fiorivano in un'aiuola, ora sull'edera che si arrampicava alta lungo il muro del convento e non sembrava nemmeno accorgersi della presenza del fraticello.
Questi pensò che non avesse capito le sue parole e volle prenderle un braccio per accompagnarla all'uscita; appena però la donna si fu resa conto della sua intenzione, gli lanciò uno sguardo che lo costrinse a indietreggiare. Fino a quel momento aveva camminato curva sotto il peso della bisaccia; allora si drizzò quanto era alta dicendo: "Sono la moglie del brigante di Goinga. Toccami se hai coraggio".
Era evidente che, dopo questa dichiarazione, la donna si sentiva sicura di non essere disturbata, come se fosse la regina di Danimarca in persona.
Il fraticello invece osò disturbarla ancora; soltanto sapendo con chi aveva a che fare, le parlò con dolcezza: "Dovresti sapere, tu, moglie del brigante," le disse "che questo è un convento di frati e che a nessuna donna è permesso di entrare. Se non te ne vai i frati mi sgrideranno per aver lasciata la porticina aperta, e forse mi scacceranno dal convento e dal giardino".
Parole come queste non potevano produrre nessun effetto sulla moglie del brigante, che continuò a camminare verso l'aiuola delle rose volgendo lo sguardo ora all'isopo dai fiori grigiazzurri come il lino, ora al caprifoglio vestito di corimbi arancione.
Il frate non seppe far di meglio che correre al convento per cercare aiuto. Tornò con due robusti compagni, e la moglie del brigante capì subito che la cosa stava per diventare seria. Piantatasi perciò a gambe larghe in mezzo al vialetto, cominciò a strillare con voce acuta quale sarebbe stata la sua terribile vendetta se non le avessero permesso di restare nel giardino tutto il tempo che le fosse piaciuto. Ma i frati, persuasi che non dovevano aver paura d'una donna, si dettero a scacciarla. Allora la moglie del brigante gridò da fare spavento e si gettò contro di loro graffiandoli e mordendoli, mentre i suoi ragazzi facevano altrettanto. I tre frati si accorsero che essa era più forte di loro, e non rimaneva altro da fare, se non andare a chiedere rinforzi. Mentre si precipitavano lungo il viale che conduceva al convento, incontrarono l'abate Hans, che accorreva richiamato da tutto quel frastuono. Dovettero confessargli che la moglie del brigante di Goinga era entrata nel giardino e che non erano riusciti a mandarla via.
L'abate Hans, dopo averli rimproverati per la violenza usata, li rimandò alle loro occupazioni e, pur essendo vecchio e debole, si recò nel giardino accompagnato soltanto dal frate converso. Trovò la moglie del brigante che passeggiava tra le aiuole tranquilla. Osservandola, fu preso da grande stupore. Era convinto che la donna non avesse mai visto un giardino durante tutta la vita; eppure se ne stava ora tra le aiuole, in ciascuna delle quali erano stati coltivati fiori di specie diversa e sconosciuta, guardandoli come se fossero vecchi amici. Sembrava proprio che avesse familiarità con l'edera, la salvia, il rosmarino; davanti ad alcuni fiori sorrideva, davanti ad altri scuoteva la testa.
L'abete Hans amava il suo giardino come e quanto gli era possibile amare ciò che era terrestre e passeggero, e, per quanto selvaggia e pericolosa gli apparisse la donna, non poteva fare a meno di ammirarla, dal momento che aveva lottato contro tre frati per rimanere a guardare tranquillamente i fiori. Le si avvicinò e le chiese con dolcezza se il giardino le piaceva.
La moglie del brigante si voltò bruscamente perché si aspettava sempre tranelli e violenze, ma vedendo i capelli bianchi e le spalle curve dell'abate Hans, rispose con calma.
"Nel primo momento mi è sembrato di non aver mai visto un giardino così bello, ma ora mi accorgo che non vale quanto un altro che io conosco".
L'abate Hans si aspettava una risposta diversa, e quando sentì che la moglie del brigante aveva visto un giardino più bello del suo, un tenue rossore gli si diffuse sulle guance rugose. Il frate converso che gli era rimasto accanto, si affrettò a redarguire la donna come meritava.
"Parli all'abate Hans, che ha coltivato con molto amore, qui nel suo giardino, piante raccolte da paesi vicini e lontani. Tutti sappiamo che non esiste un giardino più bello di questo e non sta bene che una persona come te, che vive tutto l'anno in una foresta selvaggia, lo apprezzi così poco".
"Non voglio certo darmi l'aria di giudice" rispose la donna "dico soltanto che, se vi fosse concesso di vedere il giardino a cui penso in questo momento, voi strappereste tutti i fiori che sono qui e li gettereste via come erbacce".
L'aiuto giardiniere, che era orgoglioso dei fiori quanto lo stesso abate Hans, a quelle parole ribattè: "Mi pare che tu chiacchieri soltanto per indispettirci. Mi piacerebbe davvero vedere i bei fiori che devi aver coltivato fra le ginestre e i pini della foresta. Scommetto che tu entri per la prima volta in un giardino".
La moglie del brigante si fece di porpora per la collera nel vedere che le sue parole erano messe in dubbio, e gridò: "Può darsi che sia la prima volta che metto i piedi in un giardino, ma voi monaci, che siete uomini santi, dovreste sapere che la notte di natale la grande foresta di Goinga diventa un vero paradiso per festeggiare la nascita di Nostro Signore. Noi che viviamo nella foresta, noi l'abbiamo visto tutti gli anni; e in quel giardino ci sono fiori tanto splendidi che io non ho mai osato di alzare la mano per coglierli".
Il frate converso voleva replicare, ma l'abate Hans gli fece cenno di tacere, perché fin dall'infanzia aveva sentito dire che la notte di Natale la foresta si veste del suo abito di gala. Quante volte egli aveva desiderato vedere quel miracolo; ma non gli era mai riuscito! Per questo pregò e ripregò la moglie del brigante di volerlo accogliere nella sua caverna la notte di natela di quell'anno. Se gli avesse mandato uno dei ragazzi per fargli da guida, egli lo avrebbe seguito a cavallo, solo, e non li avrebbe certo traditi; anzi avrebbe cercato di ricompenserli nel miglior modo possibile.
La donna dapprima rifiutò pensando al suo uomo e ai pericoli a cui lo avrebbe esposto accogliendo nella caverna l'abate Hans; ma il desiderio di mostrargli che il giardino da lei conosciuto era più bello del suo, finì col farle vincere ogni timore inducendola ad acconsentire.
"Verrai con un solo compagno" gli disse "e devi promettermi che non ci tenderai tranelli, com'è vero che sei un sant'uomo". Avuta questa promessa, se ne andò.
L'abate allora ordinò al frate converso di non rivelare a nessuno ciò che era stato convenuto, temendo che, se gli altri monaci fossero stati al corrente della cosa, non avrebbero permesso che un uomo della sua età andasse nella caverna del brigante. Quanto a lui, era risoluto a non rivelare il suo proposito ad anima viva.
Or accade che l'arcivescovo Assalonne di Lund si recasse a Oved, dove passò una notte. L'abate Hans gli fece visitare il giardino, e tornatagli in mente la visita della moglie del brigante, parlò al prelato del caso di questo, che, bandito dalla società, da tanti anni viveva nella foresta. Il frate converso, mentre lavorava nel giardino, sentì che l'abate Hans chiedeva al vescovo una lettera d'assoluzione che permettesse al brigante di ricominciare una vita onesta fra gli altri uomini.
"Se dura in questo modo" continuò l'abate "i figli diventeranno peggiori del padre, e presto dovrete difendervi non da un brigante, ma da una banda di briganti annidiati lassù nella foresta".
Il vescovo Assalonne rispose che gli sembrava troppo pericoloso permettere al bandito di ritornare fra la gente onesta della pianura; era certo meglio che rimanesse dove si trovava.
Allora l'abate Hans, esaltandosi, raccontò al vescovo il miracolo della foresta di Goinga, che ogni anno, a Natale, fioriva splendidamente. "Se il brigante non è indegno di ammirare così lo splendore di Dio, non sarà neppure indegno di meritare la clemenza degli uomini".
Il vescovo sapeva bene come rispondere al buon abate. "Ti prometto" disse sorridendo "che, se tu mi porterai un fiore del giardino miracolosamente fiorito nella foresta di Goinga la notte di natale, io ti darò una lettera di assoluzione per tutti i banditi in favore dei quali mi parlerai".
Il frate converso capì che anche il vescovo, come lui, non credeva affatto al racconto della moglie del brigante, ma l'abate Hans non se ne accorse; ringraziò il vescovo della sua buona promessa e aggiunse che sicuramente non avrebbe mancato di portargli il fiore richiesto.
Ed ecco, la vigilia di Natale, l'abate Hans in cammino verso la foresta di Goinga. Uno dei selvaggi ragazzi della moglie del brigante correva davanti a lui, e gli era compagno il frate converso che aveva incontrato per primo la donna nel giardino del convento.
L'abate Hans aveva desiderato vivamente quel viaggio, ed ora era felice che si potesse alla fine avverare; il frate converso invece non la pensava così. Egli voleva un gran bene all'abate Hans e non avrebe certo permesso ad un altro frate di accompagnarlo e di prendersi cura di lui, ma non credeva affatto al miracolo del giardino di Natale. Pensava che quel racconto fosse un tranello usato con molta astuzia dalla donna per far cadere l'abate nelle mani del bandito.
Camminando verso il monte, il sant'uomo osservò che ovunque venivano fatti i preparativi per la festa del Natale. Nelle fattorie i contadini accendevano il fuoco per il bagno caldo del pomeriggio e trasportavano nelle case grande quantità di pane e di carne ed enormi bracciate di paglia da stendere sul pavimento. Davanti alle chiesette di campagna egli scorgeva curati e sacrestani intenti ad adornarle dei loro più ricchi tendaggi. Quando giunse sulla strada che conduce al convento di Bojo, vide i poveri del luogo tornarsene carichi di grandi pani e di lunghe candele distribuite dai monaci.
Tutti questi preparativi aumentarono il suo desiderio di giungere alla meta. Egli pensava che avrebbe assistito a un festa più grande di quella che stava per celebrare qualunque altro uomo.
Intanto il frate giardiniere vedendo che non c'era fattoria, per quanto piccola, nella quale non si stessero facendo preparativi per il natale, gemeva e si lamentava. I suoi timori aumentavano sempre più, e finì per scongiurare l'abate Hans di tornare indietro e di non gettarsi spontaneamente nelle mani dei briganti.
Ma l'abate continuava il cammino senza badare ai suoi lamenti. Dopo tanto, lasciata dietro di sé la pianura, entrarono nei confini selvaggi e deserti della grande foresta. Il sentiero cominciò a diventare sempre più difficile, cosparso di pietre e irto di aghi di pino. Non vi erano ponti né passerelle per attraversare i torrenti ed i ruscelli, e man mano che avanzavano il freddo aumentava in modo che ben presto trovarono il suolo coperto di neve.
Fu un viaggio lungo e faticoso. Si avventurarono per sentieri ripidi e sdrucciolevoli, resi impraticabili da fittissimi roveti, pantani, alberi abbattuti dal vento. Proprio quando la luce del giorno cominciava a diminuire, il ragazzo li condusse in un prato cinto di alti alberi nudi e di pini verdeggianti. Dietro al prato si alzava una roccia, e nella roccia essi scorsero una porta fatta di grosse assi di legno.
L'abate Hans capì che erano arrivati e scese da cavallo. Appena il ragazzo gli ebbe aperto la pesante porta, egli scorse l'interno di una caverna scavata nella roccia. La moglie del brigante stava seduta accanto a un gran fuoco di ceppi acceso nel mezzo; lungo le pareti erano giacigli di sterpi e muschio, su uno dei quali il brigante dormiva.
"Entrate, entrate dunque" gridò la donna senza alzarsi "e portate con voi anche i cavalli. Non potete lasciarli fuori con questo freddo".
L'abate Hans entrò risoluto seguito dal frate. La caverna aveva il suo solito aspetto squallido perché niente era stato disposto per celebrare il natale. La donna non aveva preparato né pane né birra; non aveva nemmeno pulito la sua povera dimora. I ragazzi brulicavano per terra intorno a una grande marmitta piena di pancotto, mentre la madre parlava col tono autoritario e la disinvoltura della moglie d'un contadino ricco.
"Siedi accanto al fuoco, abate Hans, e mangia, se hai portato qualcosa, perché credo che non vorrai assaggiare il pancotto che mangiamo qui nella foresta. Se il viaggio ti ha affaticato, puoi stenderti a riposare. Non avere paura di dormire troppo, perché io veglio accanto al fuoco e ti chiamerò in tempo per farti vedere il miracolo".
L'abate, seguendo il consiglio della moglie del brigante, tirò fuori l sue provvigioni; ma affaticato dal lungo viaggio, mangiò pochissimo, e appena steso sul giaciglio, si addormentò. Anche il frate converso fu invitato a stendersi per riposare; egli però si fece forza per resistere al sonno, temendo che il brigante tentasse di uccidere l'abate Hans; ma a un certo punto, vinto dalla stanchezza, cadde addormentato. Quando si svegliò, vide l'abate Hans seduto accanto al fuoco a conversare con la donna, mentre il bandito si riscaldava vicino a loro. Era questi un uomo alto e magro, dall'aspetto goffo e melanconico; voltava le spalle all'abate ostentando di non volere ascoltare la conversazione.
L'abate parlava dei preparativi per il natale che aveva visto durante il viaggio e ricordava alla donna le feste e le danze alle quali essa certo aveva preso parte nella sua gioventù, quando abitava ancora fra gente buona e pacifica.
"I vostri ragazzi mi fanno pena" diceva "essi non potranno mai correre mascherati per le strade del borgo, o giocare sulla paglia nel giorno di Natale".
Dapprima la donna aveva risposto all'abate con frasi corte e secche; poi a poco a poco divenne più confidente e ascoltò con molta attenzione. A un tratto il brigante si volse e, minacciando l'abate col pugno teso, esclamò: "Maledetto monaco! Sei dunque venuto a portarmi via la mia donna e i miei ragazzi con le tue parole tenere? Non sai dunque che mi hanno scacciato e che mi è proibito di scendere dalle alture di questa foresta?"
L'abate Hans lo guardò negli occhi con fermezza. "Il mio desiderio è di procurarti una lettera d'assoluzione dell'arcivescovo".
A queste parole, il brigante e sua moglie si misero a ridere sguaiatamente. Sapevano anche troppo bene quale grazia potesse sperare un brigante della foresta dal vescovo Assalonne!
"Ebbene, se davvero ricevessi la grazia" disse il brigante "ti assicuro che non ruberei più nemmeno un'oca".
Il frate converso giudicò cattive e sconvenienti le loro risate; invece l'abate Hans ne sembrava soddisfatto. Anzi, egli non era mai apparso così sereno e tranquillo fra i i monaci di Oved, come si dimostrava ora fra quei briganti.
"Ma ecco che parli in modo da farci dimenticare la foresta" disse la donna alzandosi di scatto. Si comincia già a sentire il suono delle campane di Natale. Tutti la seguirono, e giunti alla porta trovarono la foresta ancora oscura e gelida; si distingueva soltanto il rintocco delle campane portato dal vento del sud.
"Come può la voce delle campane risvegliare la foresta morta?" si domandava l'abate Hans, perché ora, circondato dalle ombre dell'inverno, gli sembrava anche più difficile di quanto aveva creduto, che la foresta potesse cambiarsi in un giardino.
Ma allorchè le campane ebbero suonato per qualche minuto, un improvviso splendore illuminò il cielo: poi l'oscurità ricadde densa al pari di prima. Di nuovo la luce apparve: simile ad una nebbia scintillante tra gli alberi neri, essa lottava trasformando la notte in aurora nascente.
L'abate Hans si accorse che la neve scompariva dal suolo e che la terra incominciava a verdeggiare. Le felci misero i loro germogli con la cima arricciata a guisa di pastorali; l'erica e il mirto si colorirono di un bel verde chiaro; il muschio tornò fresco e soffice, e vigorosi bocci di fiori primaverili apparvero già striati di vari colori.
Appena vide i primi segni del risveglio della foresta, l'abate sentì il cuore battergli forte. "Sarà proprio concesso a me, uomo già vecchio, di assistere a un tale miracolo?" pensava; e fitte lacrime gli imperlavano gli occhi.
Ad un tratto l'oscurità si fece ancora così densa che egli temette che la notte finisse di nuovo per dominare; ma ben presto un'onda di luce irruppe accompagnata dal gorgoglio dei ruscelli e dagli scrosci delle cascate ormai libere; le foglie degli alberi spuntarono così in fretta da sembrare sciami di verdi farfalle venute a posarsi sui rami. Non erano soltanto gli alberi e le piante a risvegliarsi: i crocieri cominciarono a saltellare sulle fronde, i picchi si misero a martellare sui tronchi facendosi volare intorno le schegge. Uno stormo d'uccelli migranti verso il nord venne a riposarsi sulla chioma d'un albero. Erano stornelli meravigliosi; le cime delle loro penne rosso scarlatto fiammeggiavano, e i piccoli corpi nel muoversi splendevano come pietre preziose. La luce si velò di nuovo, e subito dopo un'altra onda luminosa invase il bosco. Lo zeffiro tiepido spargeva sul terreno i semi dei paesi meridionali portati lassù dagli uccelli e dai venti, e quelli, toccando terra, mettevano radici e germogliavano.
A un'altra ondata di luce lamponi e mirtilli fiorirono; le anitre selvagge e le gru riempirono l'aria di gridi; i fringuelli si diedero a costruire il nido e gli scoiattoli a fare mille giochi fra i rami degli alberi.
I mutamenti si succedevano ora con una tale rapidità che l'abate Hans non ebbe quasi modo di rendersi conto della grandezza dl miracolo che si svolgeva davanti a lui: tutta la sua vita era concentrata negli occhi e negli orecchi.
Una nuova onda di luce gli portò l'odore della terra appena arata; da lontano veniva il richiamo dei pastori e il tintinnio dei campani. I pini e gli abeti si coprirono di bacche rosse, tanto fitte da farli sembrare ammantati di porpora, e le coccole dei ginepri cambiavano di colore quasi di momento in momento. Il suolo, pieno di fiori, era diventato un tappeto bianco, blù, giallo.
L'abate Hans si chinò a cogliere un fiore di fragola e nel tempo che si rialzava, il fiore divenne frutto. Una volpe, seguita da una nidiata di piccoli con le zampette nere, uscì dalla tana e andò a strofinarsi alla gonna della moglie del brigante, che l'accarezzò sussurrandole molti complimenti per i suoi figliolini. Il gufo, che aveva cominciato la caccia notturna, spaventato dalla grande luce, si rintanò nel suo crepaccio appollaiandosi per dormire. Il cuculo cantava, mentre la femmina girava intorno ai nidi degli altri uccelli con l'uovo nel becco.
I ragazzi della moglie del brigante gridavano allegri e mangiavano a sazietà le bacche che pendevano dagli arbusti grosse come pigne. Uno di essi giocava con una nidiata di leprotti, un altro inseguiva delle giovani cornacchie che avevano lasciato il nido prima di avere le ali completamente sviluppate; un altro aveva acchiappato una vipera e se l'avvolgeva al collo e alle braccia. Il brigante si era avventurato fra i cespugli per mangiare more, quando, levata la testa, vide un grosso animale nero che camminava al suo fianco. Allora, sfiorando il muso dell'orso con un ramo di salice, gli disse: "Va' da un'altra parte, questo cespuglio è mio". E l'orso si allontanò docilmente.
Le ondate di calore e di luce si succedevano senza posa. Si sentiva lo starnazzare delle anitre, mentre il polline giallo della segale turbinava nell'aria e le farfalle svolazzavano grandi come gigli. Nel tronco cavo di una quercia un alveare traboccava di miele e il liquido denso colava lungo il tronco. Ora sbocciavano anche i fiori nati dai semi dei paesi lontani. Rose magnifiche si arrampicavano sulle rocce insieme ai pruni; sul prato i fiori erano grandi come facce umane. L'abate si ricordò allora del fiore promesso al vescovo Assalonne, ma esitò a coglierlo, perché ad un fiore meraviglioso ne seguiva un altro, ed egli voleva scegliere il più bello.
Ondate e ondate di luce si succedevano sempre. Ora l'aria scintillava vivissima: tutta la gioia e lo splendore e la felicità dell'estate sorridevano intorno all'abate Hans, al quale pareva impossibile che la terra potesse offrire una gioia più grande, e pensava: "Non so proprio che cosa potrà portare di più splendido la prossima ondata di luce!".
E la luce continuava ad affluire. Ora sembrava portare qualcosa di un lontano infinito. L'abate si sentiva circondato da un'atmosfera soprannaturale, e, dopo aver goduto tutta la gioia terrestre, aspettava tremante che la gioia celeste gli fosse rivelata.
Si accorse a un tratto che tutto diveniva calmo. Gli uccelli tacquero, i volpacchiotti cessarono di giocare, i fiori smisero di crescere. La felicità che si annunziava era tale che il cuore del vecchio monaco voleva fermarsi; gli occhi versavano lacrime inconsapevoli e l'anima aspirava a spiccare il volo verso l'eterno. Da lontano giungevano suoni dolcissimi d'arpa e un canto sovrumano appena percettibile che era quasi un soave mormorio.
L'abate Hans giunse le mani buttandosi in ginocchio. Il suo volto era trasfigurato dalla beatitudine; mai avrebbe osato sperare di poter godere in vita la felicità celeste e sentir la voce degli angeli cantare gli inni del Natale.
Accanto a lui stava il frate converso che aveva la mente agitata da torbidi pensieri. "Non può essere un vero miracolo" pensava, "se tutto questo si mostra agli occhi di miserabili criminali. Non può essere questa opera di Dio, ma piuttosto dello spirito del male. E' un artificio del diavolo, che ci domina con la sua potenza e ci fa vedere quello che non esiste".
Intanto le arpe degli angeli ed i loro canti armoniosi si avvicinavano, ma il frate era persuaso che tutto fosse malizia infernale. "Vogliono tentarci e sedurci" sospirava, "non potremo uscire sani e salvi di qui. Soffriremo il maleficio e precipiteremo all'inferno".
I cori degli angeli erano ora così vicini che l'abate Hans scorgeva apparizioni radiose tra gli alberi della foresta; anche il frate le vide e fu terrorizzato al pensiero che tali manifestazioni diaboliche avvenissero proprio la notte della nascita del Redentore. Certo, era stato scelto quel momento per riuscire meglio ad ammaliare i poveri mortali.
Gli uccelli volavano intorno alla testa dell'abate Hans lasciandosi prendere e accarezzare da lui; avevano invece paura del frate. Nessun uccello infatti si era posato sulla sua spalla, nessuna vipera si era messa a scherzare ai suoi piedi. Ma ecco, un piccolo colombo, vedendo avvicinarsi gli angeli, si fece coraggio, e posandosi sulla spalla del frate, gli accarezzò la guancia con la testina. Al frate sembrò che il diavolo in persona lo lusingasse per tentarlo e sedurlo. Egli dette un colpo violento al colombo, gridando forte che la sua voce risuonò per tutta la foresta. "Va' via, bestiaccia! Torna all'inferno da dove sei venuta!".
Proprio in quel momento gli angeli erano tanto vicini che l'abate Hans poteva percepire il fruscio leggero delle loro grandi ali e s'inchinava fino al suolo per salutarli. Alle parole del frate converso, subito gli angeli smisero di cantare e si voltarono per fuggire. Nello stesso tempo la luce e il dolce tepore svanirono per l'orrore dell'oscurità e del gelo d'un cuore umano. La notte ricadde spessa sulla terra, il freddo tornò improvviso, le piante si raggrinzirono, gli animali si dettero alla fuga, le cascate tornarono mute, e dagli alberi caddero le foglie come pioggia grondante.
L'abate Hans sentì il suo cuore, fino allora pieno di gratitudine, chiudersi sull'istante in una stretta di dolore acutissimo. "Non potrò sopravvivere a tanta sciagura" pensava, "Gli angeli del cielo erano scesi accanto a me, e sono stati messi in fuga; volevano cantarmi gli inni del natale, e sono stati scacciati!".
In quello stesso momento si ricordò del fiore che aveva promesso al vescovo Assalonne, si chinò e si mise a tastare con ansia il muschio e le foglie sperando di poter ancora coglierne uno, ma sentì la terra raffreddarglisi sotto le dita e ricoprirsi di neve. Allora il suo cuore fu straziato da un dolore ancora più vivo, così che egli non ebbe la forza di rialzarsi e cadde a terra immobile.
Ritornati nella caverna a tastoni per l'oscurità profonda, il frate converso e la famiglia del brigante si accorsero che l'abate Hans non era con loro. Presi dal fuoco alcuni tizzoni, andarono a cercarlo e lo trovarono morto su un tappeto di neve. Il frate incominciò a piangere e lamentarsi, perché capì d'essere stato lui a uccidere l'abate privandolo a un tratto di quella gioia sovrumana che aveva tanto desiderato.
La salma dell'abate Hans fu trasportata a Oved, e mentre stavano per seppellirla, i monaci si accorsero che la sua mano destra, chiusa fortemente, stringeva qualcosa che il sant'uomo doveva avere afferrato nel momento della morte. Quando riuscirono ad aprirla, vi trovarono dei piccoli tuberi bianchi coperti di muschio e di foglie. Il frate converso, che era con loro, li prese e li piantò nel giardino del convento. Li sorvegliò tutto l'anno con la speranza di vedere spuntare un fiore, ma durante la primavera e l'estate la sua attesa fu vana. Venuto l'inverno, la stagione in cui fiori e foglie muoiono, smise di osservarli.
La notte di natela il ricordo dell'abate Hans tornò vivissimo nell'animo del frate converso, ed egli uscì nel giardino per poter meglio pensare a lui. Ed ecco che, passando davanti al luogo dove aveva seminato i tuberi, vide che alcuni steli verdi e vigorosi erano spuntati e portavano in cima bellissimi fiori bianchi.
Chiamò tutti i monaci del convento, i quali, vedendo quella pianta fiorire la notte di Natale. Allorchè tutte le altre sono come morte, compresero che l'abate Hans l'aveva veramente raccolta nel giardino della foresta di Goinga. Perciò il frate converso chiese il permesso di portare alcuni di quei fiori al vescovo Assalonne.
Presentandosi dinanzi a lui, gli disse: "Ecco i fiori che vi manda l'abate Hans; sono stati raccolti nel giardino di Natale della foresta di Goinga, come vi aveva promesso".
Il vescovo divenne pallido come se avesse incontrato un morto, tacque per un lungo momento, poi disse: "L'abate Hans ha mantenuto la sua parola; anch'io manterrò la mia".
Fece subito scrivere una lettera d'assoluzione per il brigante che fin dalla gioventù viveva esiliato nella foresta.
Il frate comverso la prese e si mise in cammino. Giunto quel giorno stesso alla caverna, il brigante mosse contro di lui con la scure in mano gridando: "Via ammazzerò tutti, voialtri monaci, quanti siete! E' certo colpa vostra se quest'anno, nella foresta di Goinga, non si è compiuto il miracolo del giardino di Natale".
"E' soltanto colpa mia, e sono pronto a morire per espiare il mio peccato, ma voglio prima portarvi il messaggio che l'abate Hans ti aveva promesso". E il frate mostrò la lettera del vescovo aggiungendo: "Ora tu e i tuoi ragazzi potrete celebrare il Natale in mezzo agli altri uomini, come l'abate Hans desiderava".
Il brigante impallidì e rimase muto dallo stupore, ma la moglie disse per lui: "Siccome l'abate Hans ha mantenuto la promessa, il brigante manterrà la sua".

Da quel giorno il frate converso dimorò nella caverna al loro posto, e visse in continua preghiera per invocare da Dio il perdono; ma la foresta di Goinga non celebrò più la nascita di Gesù, e di tutto il passato splendore non resta che la pianta raccolta dall'abate Hans.
E' stata chiamata "rosa di Natale", e ogni anno, in dicembre, i suoi verdi steli spuntano dalla terra e s'infiorano di bellissime corolle bianche, per ricordo del tempo quando fiorivano nel meraviglioso giardino di Natale della foresta.

 

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