Lo scrittore americano Nathaniel Hawthorne (1804-1864) fu autore di molte opere in prosa e fra le altre di questa celebre novella che ci mantiene tutto il tempo con l’animo sospeso tra fantasia e realtà. La figuretta di neve, cui la fantasia dei due fanciulli dà vita, si concreta a grado a grado nel miracolo della poesia e quando scompare di fronte al buon senso dell’uomo savio ed avvezzo a guardare tutto sotto la luce della pratica quotidiana, sentiamo un’acuta nostalgia, perché qualcosa viene davvero a mancarci.

In un freddo pomeriggio d’inverno, mentre il sole, dopo una lunga bufera, splendeva allegramente, un bimbo e una bimba chiesero alla mamma di poter andar fuori a correre e a giocare con la neve caduta da poco. La bimba, che era la maggiore, veniva chiamata Violetta per la sua indole modesta, molto apprezzata dai genitori e da tutti coloro che la conoscevano. Al fratellino invece avevano dato il soprannome di Rosolaccio per la sua faccina rotonda che faceva pensare alla luna piena o a un gran fiore scarlatto.
Il loro babbo, un certo signor Lindsey – cosa importante a sapersi – era un’ottima pasta d’uomo, ma eccessivamente prosaico; faceva il commerciante di ferramenta ed era avvezzo a considerare dal punto di vista del comune buon senso tutte le questioni che gli si presentavano. Sebbene avesse il cuore sensibile come quello degli altri uomini, la sua testa era dura e impenetrabile, e molto probabilmente vuota come le pentole di ferro che vendeva. La signora Lindsey aveva invece una naturale inclinazione alla poesia, alla bellezza ideale e, nonostante la dura realtà del matrimonio, il rugiadoso e delicato fiore della poetica fantasia si manteneva ancora vivo in lei.
Dunque, Violetta e Rosolaccio, come avevo incominciato a raccontare, pregarono la mamma di lasciarli andar fuori a giocare con la neve appena caduta. Mentre scendeva giù dal cielo grigio, la neve era loro apparsa triste e cupa, ma ora, sotto i raggi del sole, risplendeva allegra e invitante.
I due bimbi abitavano in città e per giocare avevano soltanto un piccolo giardino davanti alla casa, separato dalla strada per mezzo di un bianco recinto, dove crescevano un pero, due o tre susini e alcuni cespugli di rose posti proprio sotto le finestre del salotto. Gli alberi e gli arbusti, ora senza foglie, erano coperti di neve e i ghiaccioli pendevano qua e là come frutti.
"Si Violetta, si, mio piccolo Rosolaccio, andate pure a giocare con la neve" disse la buona mamma; e li imbacuccò con giacchette e cappotti di lana, protesse le piccole gambe con alte ghette e le mani con mezzi guanti, e dette a ciascuno un bacio per proteggerli dal maleficio di Gianni Gelo. I due bimbi sgusciarono via correndo e saltando e caddero proprio nel bel mezzo di un enorme cumulo di neve. Violetta ne emerse poco dopo tutta bianca da sembrare un fringuello artico e dopo molti capitomboli e giravolte anche la faccia di Rosolaccio apparve in piena fioritura. Che divertimento! Osservandoli così felici, si sarebbe potuto pensare che la bufera fosse stata mandata al solo scopo di offrir loro un nuovo gioco, e che essi stessi fossero stati creati, come i fringuelli artici, per divertirsi dopo la tempesta col bianco mantello steso sulla terra.
Alla fine, quando si furono gelati ben bene coprendosi l’un l’altro con la neve, Violetta, ridendo di cuore della buffa espressione del fratello, disse: "Sembreresti proprio di neve, se le tue guance non fossero così rosse. Mi viene un’idea: perché non facciamo una statua di neve che rappresenti una bimba? Sarà la nostra sorellina e potrà correre e giocare con noi tutto l’inverno. Non ti piacerebbe?".
"Oh, sì!" esclamò il piccino con quanta voce aveva "sarà bello, e la mamma avrà un’altra bambina".
"Certo" rispose Violetta "ma la mamma non deve portarla in salotto, perché la nostra sorellina di neve può soffrire il caldo".
E subito incominciarono a costruire la bimba di neve destinata a giocare con loro, mentre la mamma, che dalla finestra aveva sentito quelle parole, non poteva fare a meno di sorridere osservando con quanta serietà i suoi bambini si erano messi al lavoro. Dovevano credere che non fosse difficile creare una bambina viva con la neve, e, a dire il vero, nessun miracolo fu mai compiuto sulla terra se non con quella semplice e sicura fiducia con la quale i due ragazzi avevano incominciato a compierne uno, senza nemmeno immaginarsi che fosse un miracolo.
Così rifletteva la mamma, e pensava anche che la neve caduta allora dal cielo avrebbe potuto essere un’eccellente materia per quel nuovo miracolo, se non fosse stata tanto fredda.
La signora osservava con gioia i suoi figlioli. La bambina alta, graziosa e agile, dai delicati colori, sembrava piuttosto una creatura immateriale che una realtà fisica; il fratello invece, aveva la solidità di un giovane elefante. La mamma riprese il suo lavoro a maglia (non ricordo bene se facesse un berretto di seta per Violetta o un paio di calze pel ragazzo) ma non poteva trattenersi dal volgere la testa verso la finestra per vedere come procedeva il lavoro dei bambini.
Era infatti molto piacevole osservare con che sapienza e agilità essi lavoravano. Violetta aveva preso la direzione e dava ordini al fratello, mentre modellava con le dita delicate le parti difficili della statuina che sembrava quasi crescere per forza propria sotto l’allegro tocco delle mani infantili. La mamma ne era sorpresa, e la sua meraviglia cresceva sempre più.
"Sono proprio dei fanciulli straordinari, i miei" pensava sorridendo con orgoglio "Quali altri ragazzi avrebbero scelto, come loro primo lavoro con la neve, per l’appunto una bambina? Ma ora devo finire la giacca di Rosolaccio, perché domani verrà il nonno, e voglio che il mio ometto sia bello".
E si mise a cucire con la stessa rapidità con la quale i due bambini modellavano la statuina di neve. L’ago correva su e giù e le fresche voci dei bimbi rendevano il lavoro della madre leggero e felice. Essi chiacchieravano in fretta, come in fretta si muovevano. la mamma di quando in quando non capiva i loro discorsi, ma aveva la certezza che i suoi figli erano felici e che si divertivano molto. A volte, quando alzavano la voce, sembrava che fossero nella medesima stanza dove la mamma lavorava, e le loro parole, anche se non avevano niente di straordinario, trovavano sempre nel suo cuore un’eco deliziosa. Sapete che tutte le mamme ascoltano col cuore la voce dei figli che è sempre per loro una musica celestiale.
"Rosolaccio!" gridò Violetta al fratello che era al lato opposto del giardinetto "portami un po’ di neve pulitissima, prendila nell’angolo più nascosto, dove nessuno l’abbia toccata. Devo fare il cuore della nostra sorellina e mi ci vuole della neve pura, proprio come quando scende giù dal cielo."
"Eccola!" rispose il ragazzo "ecco la neve per il piccolo cuore. Oh, Violetta, guarda come incomincia a diventar bella!". "Si " continuò la bimba tranquilla e pensosa "la nostra sorellina di neve è molto bella. Non avrei mai creduto che fossimo capaci di fare una bambina tanto graziosa".
La mamma pensò che le fate, o forse meglio gli angeli, fossero scesi dal cielo a giocare invisibili con i suoi figli e li avessero aiutati a modellare quella figurina ad immagine della loro bellezza celeste.
"I miei figli meriterebbero davvero di avere per compagni di gioco gli angeli, se mi ciò fosse possibile" disse fra sé la mamma riprendendo a sorridere con orgoglio.
Pur riconoscendo l’impossibilità della cosa, la sua immaginazione ne fu esaltata al punto che, guardando attraverso i vetri della finestra, credette realmente di vedere gli angeli biondi del paradiso giocare coi suoi figlioli. Per qualche momento si udì allora il bisbiglio affaccendato e indistinto dei due bimbi che lavoravano in pieno accordo. Violetta continuava ad essere l’artista dell’opera, mentre Rosolaccio trasportava la neve come un manovale, mostrando anche lui d’intendere e di partecipare alla creazione.
"Rosolaccio!" chiamò di nuovo Violetta "portami quelle ghirlande di ghiaccioli che sono sui rami più bassi del pero. Monta su quel cumulo di neve, e ci arriverai facilmente. Devo fare i riccioli alla nostra sorellina".
"Ecco i ghiaccioli, Violetta; attenta a non romperli. Benissimo! Brava!". "Non è carina?" disse la bimba soddisfatta "Ed ora dobbiamo trovare due pezzettini di ghiaccio per farle i begli occhi lucenti, poi l’avremo finita. La mamma la troverà bellissima; il babbo invece dirà: Che sciocchezze! Levatevi dal freddo".
"Chiamiamo la mamma" propose il ragazzo; e cominciò a gridare: "Mamma! mamma! vieni a vedere che bella bambina abbiamo fatto".
La mamma, lasciato il lavoro, guardò fuori della finestra. In quel momento – era uno dei giorni più corti dell’anno – un raggio di sole colpì di scorcio gli occhi della signora, che ne fu abbagliata. Non potè vedere distintamente quel che accadeva nel giardino, ma attraverso l’accecante bagliore del sole e della neve, scorse una figuretta bianca straordinariamente somigliante ad una bimba, e i suoi figli ancora intenti al lavoro. Rosolaccio seguitava a portar neve, mentre Violetta terminava l’opera con la serietà dello scultore che dà gli ultimi ritocchi al suo modello.
Per quanto non vedesse con chiarezza, la mamma pensò che non mai, prima di allora, era stata fatta una figura di neve così perfetta. "I miei bimbi fanno tutto meglio degli altri ragazzi" disse fra sé con fierezza. Poi si rimise a cucire più in fretta che le fu possibile: era vicino il crepuscolo e la giacca di Rosolaccio doveva essere finita, perché il giorno dopo, molto di buon’ora, il nonno sarebbe arrivato. Le sue dita volavano agili, mentre i ragazzi erano ancora affaccendati nel lavoro. Ascoltandoli, la mamma si divertiva ad osservare come in loro l’immaginazione avesse il sopravvento sulla realtà; sembrava infatti che i due fanciulli aspettassero veramente che la bambina di neve si mettesse a correre con loro nel giardino.
"Che cara compagna sarà per noi durante il lungo inverno!" disse Violetta "Spero che il babbo non avrà paura che prendiamo un raffreddore. E tu le vorrai bene?".
"Oh, certo!" rispose il bimbo "l’abbraccerò, la farò sedere acanto a me, e le darò un poco del mio latte caldo".
"Ma che dici?" intervenne con molta saggezza la fanciulla "Non devi fare questo. Il latte caldo non è per lei. Le persone di neve mangiano soltanto ghiaccio. No, no, non le devi dare niente di caldo da bere!".
I due bimbi rimasero in silenzio per qualche minuto, poi il ragazzo, che non era mai stanco, fece una corsa nel giardino, ma fu richiamato quasi subito da Violetta, che gridò allegra: "Vieni! vieni a vedere! Un raggio di sole ha colpito le sue guance e gliele ha tinte di rosa. Non è bello?".
"Bel-lis-simo" rispose il fratellino scandendo le sillabe. "Ora guarda i capelli: sembrano oro".
"Certo" disse la bimba tranquillamente, come se fosse la cosa più naturale del mondo "Quel colore viene dalle nuvole dorate che si vedono alte nel cielo. E’ quasi finita, ma le labbra devono ancora diventare rosse, molto più rosse delle guance. Forse lo diventeranno se noi le baciamo".
La mamma sentì gli schiocchi dei baci che i due bimbi dettero sulla bocca della sorellina di neve, ma a Violetta non sembrò che le labbra fossero divenute rosse abbastanza, e propose a Rosolaccio d’invitare la bambina di neve a baciare le sue guance scarlatte.
"Avanti, sorellina, baciami!" gridò il bimbo. "Vedi?" disse Violetta "ora che ti ha baciato, le sue labbra sono diventate rosse, e tutto il viso è più colorito".
"Che bacio freddo!" esclamò Rosolaccio. In quel medesimo istante una raffica di vento da ponente spazzò il giardino e fece tintinnare i vetri del salotto. Doveva essere molto freddo. La mamma stava per picchiare sui vetri col ditale per richiamare in casa i due bimbi, ma essi cominciarono a gridare ad una voce: "Mamma, mamma, la nostra sorellina di neve è finita, ed ora corre nel giardino con noi".
Sebbene i bimbi apparissero eccitati, nel tono della loro voce non c’era ombra di sorpresa; si sentiva soltanto che essi provavano una grande gioia per l’accaduto.
"Che immaginazione hanno i miei figlioli!" pensava intanto la mamma dando gli ultimi punti alla giacca di Rosolaccio. "Mi fanno quasi tornare bambina, ed anch’io sono tentata di credere che quella statuetta di neve sia davvero viva come dicono".
"Mammina!" gridò intanto Violetta "guarda che graziosa compagna di gioco abbiamo!".
La signora non potè resistere più a lungo all’invito e guardò fuori. Il sole era appena sceso dietro l’orizzonte ed aveva lasciato tutto il suo splendore alle nuvole purpuree e dorate che rendono spesso i tramonti invernali tanto belli. Nessun bagliore faceva ora rilucere la neve o i vetri della finestra; così la buona signora potè guardare bene il giardino e vedere tutto indistintamente. Che cosa pensate che vedesse mai? Violetta e Rosolaccio, è naturale, i suoi bimbi tanto adorati. E che cosa vide ancora? Ma sì, che voi lo crediate o no, essa vide una graziosa bambina vestita di bianco, con le guance rosee e i riccioli biondi, giocare nel giardino con loro. Sebbene le sembrasse strano, la bambina pareva in grande familiarità coi due fratelli e questi con lei, come se avessero giocato insieme tutta la vita.
La mamma pensò che certamente doveva essere la figlia di uno dei vicini, la quale, vedendo i suoi bimbi nel giardino, aveva attraversato correndo la strada per unirsi ai loro giochi. Si diresse dunque verso la porta per invitare anche la piccola compagna a entrare nella casa calda, perché, ora che il sole era tramontato, il freddo fuori doveva essere molto intenso.
Ma aperta la porta esitò un momento sulla soglia; non sapeva se invitare la fanciulla a entrare in casa, o se fosse meglio parlare prima un po’ con lei. Infatti la signora non era sicura se si trattasse proprio di una bambina vera, o soltanto d’una leggera forma di neve sbattuta qua e là nel giardino dal freddo vento dell’ovest. L’aspetto della fanciulla era molto singolare. Tra i bambini del vicinato la signora non ricordava di aver visto mai un volto simile, dai lineamenti così puri, dal colorito roseo e delicato e dai morbidi ricci d’oro che le incorniciavano la fronte e le guance. E quanto al vestito bianco e leggero svolazzante al vento, non era ragionevole che una mamma lo avesse messo alla sua bambina per mandarla a giocare all’aperto nel colmo dell’inverno. La signora tremava anche solo a guardare quei piedini calzati d’un leggero paio di scarpette candide. Benchè così vestita, la fanciulla non sembrava accorgersi del freddo; danzava sopra la neve tanto lievemente che vi lasciava appena l’impronta della punta dei suoi piedini. Violetta la seguiva a stento, e il fratellino con le sue corte gambette restava sempre indietro.
A un certo momento, durante il gioco, la strana fanciulla si mise tra i due bimbi, li prese per mano, e allegramente corse via portandoseli dietro. Ma quasi subito Rosolaccio, liberata la sua manina dalla stretta, cominciò a stropicciarsi le dita intorpidite dal freddo, mentre Violetta, riuscita anche lei a liberarsi, affermò che era meglio non tenersi per mano. La bianca fanciulla continuò la danza gioiosa senza parlare. Se i due fratelli non avessero voluto giocare con lei, essa avrebbe trovato un buon compagno nel vento, che, folleggiando nel giardino, si prendeva tali libertà da far pensare che fossero amici da molto tempo. Intanto la mamma, ferma sulla soglia, si domandava com’era possibile che una fanciulla somigliasse tanto a un fiocco di neve, o che un fiocco di neve somigliasse tanto a una fanciulla.
Chiamò allora Violetta e le bisbigliò: "Dimmi, come si chiama la vostra compagna di gioco, e dove sta di casa?".
"Mamma cara!" esclamò Violetta ridendo, meravigliata che la mamma non comprendesse una cosa tanto semplice "ma è la nostra sorellina di neve, la fanciulla che abbiamo finito or ora di fare".
"Si, mammina" gridò Rosolaccio correndo verso di lei e guardandola con fare ingenuo "è la nostra statuetta di neve. Non ti pare carina?".
Ed ecco che uno stormo di fringuelli venne leggero giù dal cielo. Com’era naturale, evitarono i due ragazzi; volarono invece subito verso la fanciulla vestita di bianco, le girarono intorno alla testa e alle spalle, come vecchi amici. Essa appariva contenta di vedere quegli uccellini nipoti dell’Inverno, e dava loro il benvenuto tendendo le mani. Tutti cercarono di posarsi sulle candide palme protese, affollandosi e scacciandosi l’un l’altro, con un gran tumultuare di piccole ali. Uno si annidò teneramente sul suo petto, un altro le sfiorò col becco le labbra. erano molto allegri e sembravano nel loro elemento come quando li vediamo giocare nella tormenta. Violetta e Rosolaccio ridevano guardando la graziosa scena, e si divertivano, quasi vi prendessero parte.
"Violetta" disse la mamma molto turbata "dimmi la verità senza scherzare. Chi è quella fanciulla?".
"Mammina cara" disse la piccina guardandola seriamente in faccia, molto sorpresa che essa desiderasse altre spiegazioni "ho detto la verità. E’ la nostra statuetta di neve; anche Rosolaccio te l’ha confermato".
"Ma sì, mamma" affermò il ragazzo con una espressione grave nel musetto scarlatto "E’ carina, non è vero? Ma tu sentissi, mamma, com’è fredda la sua mano!".

Mentre la signora, ancora esitante, non sapeva che cosa pensare e che cosa fare, il cancello si aprì e il babbo apparve avvolto in un pesante mantello, con un berretto di pelliccia calato fino alle orecchie e le mani coperte da grossi guanti. Il signor Lindsey era un uomo di mezza età; il suo volto, arrossato dal vento e dal gelo, appariva stanco, eppure soddisfatto; e si vedeva che, dopo una lunga giornata di lavoro, egli era contento di tornare nella sua casa tranquilla. Alla vista della moglie e dei ragazzi, gli occhi gli brillarono, sebbene non potesse nascondere la sua sorpresa nel trovare tutta la famigliola all’aperto in una giornata così rigida, e per di più dopo il tramonto.
Anch’egli scorse la bianca fanciulla che correva leggera qua e là nel giardino, mentre uno stormo di fringuelli le volteggiavano intorno.
"Chi è quella bimba?" domandò il brav’uomo "certo sua madre è pazza a lasciarla uscire in una giornata così gelida con un vestito tanto leggero e con quelle scarpette".
"Pensavo anch’io la stessa cosa" disse la moglie "forse è la bambina d’un nostro vicino. Violetta e Rosolaccio" continuò ridendo "insistono che è la statuetta di neve da loro costruita in giardino nel pomeriggio".
Così dicendo, lanciò uno sguardo al luogo dove i due bimbi avevano fatto la statuetta di neve, e quale non fu la sua meraviglia nel vedere che non c’era la più piccola traccia d’un così lungo lavoro. Infatti non si scorgeva nulla, né un mucchio di neve, né l’acqua lasciata dalla neve sciolta da poco, ma soltanto le impronte dei piedini intorno al luogo restato libero.
"E’ davvero strano" mormorò la signora.
"Che cosa è strano, mammina?" chiese Violetta "Babbo, non vedi dunque chi è? E’ la nostra statuetta di neve; l’abbiamo fatta io e Rosolaccio per avere un’altra compagna di gioco. Non è vero?".
"Sì, babbo, è la nostra sorellina di neve. E’ bella, ma che bacio freddo mi ha dato!".
"Quanto siete sciocchi, figlioli miei!" esclamò quel brav’uomo del padre, che, come abbiamo già detto, aveva un modo eccessivamente pratico e assennato di vedere tutte le cose. "Non venite a raccontarmi che fate delle creature vive con la neve. Ora entriamo in casa; anche la vostra compagna non può restare un momento di più a quest’aria gelata. La condurremo nel salotto, e mentre voi le farete mangiare un po’ di latte caldo col pane, io andrò a domandare di lei nel vicinato e, se sarà necessario, farò sapere al Comune che abbiamo trovato una bambina smarrita".
Intanto il brav’uomo si dirigeva verso la bianca fanciulla animato dalle migliori intenzioni del mondo, ma i figlioli l’afferrarono per un braccio supplicandolo di non portarla in casa.
"Caro babbo" spiegò Violetta impedendogli il passo "ti assicuro che abbiamo detto la verità. Questa bimba è la nostra sorellina di neve, e può vivere soltanto se respira il vento freddo dell’ovest. Non la fare entrare nella nostra casa calda!".
"Sì, babbo" confermò Rosolaccio battendo i piedini per l’impazienza "è davvero una bambina di neve, e non può stare vicino al fuoco!".
"Ma che sciocchini siete!" ripetè il babbo un po’ adirato e un po’ divertito dalla strana ostinazione dei suoi ragazzi. "Via subito in casa; è troppo tardi per giocare ancora all’aperto. Alla bambina vostra compagna ci penso io; non voglio farle prendere un raffreddore da morire".
"Mio caro" disse a bassa voce la signora Lindsey che guardava sempre perplessa la piccina "vi è qualcosa di strano in quello che accade. Tu penserai certo che sono una sciocca anch’io, ma… ma… non potrebbe essere che un angelo, attratto all’ingenuità e dalla buona fede dei nostri bambini, abbia voluto passare un’ora della sua immortalità giocando con loro? Sarebbe davvero un miracolo. No, no, non ridere di me: so bene che il mio pensiero ti sembra assurdo".
"Mia cara" riprese il marito ridendo di gusto "tu sei ancora una bambina, proprio come i nostri ragazzi". In un certo senso egli aveva ragione, perché il cuore della signora era restato semplice, pieno di fede, puro e limpido come il cristallo, così che essa poteva intendere le verità più profonde, quelle che fanno ridere gl’increduli, i quali le giudicano assurde.
Il signor Lindsey, liberatosi dai bambini, s’inoltrò nel giardino, mentre essi continuavano a strillare e a pregarlo di lasciare che la fanciulla di neve si divertisse col vento freddo dell’ovest. Man mano che egli avanzava, gli uccelli fuggivano e la fanciulla indietreggiava scuotendo la testa, come per dire: "Non mi toccare", mentre con aria scherzosa lo conduceva dove la neve era più alta. Il buon uomo inciampò e cadde con la faccia al suolo; quando si rialzò, la neve gli si era attaccata alla ruvida stoffa del pastrano, così da far sembrare anche lui una grande figura di neve. Intanto alcuni vicini, vedendolo dalla finestra, si domandavano che diavolo mai potesse avere addosso il povero signor Lindsey per correre nel giardino inseguendo un turbine di neve spostato qua e là dal vento. Alla fine, con molta pena, egli riuscì a spingere la fanciulla in un angolo, dove non poteva sfuggirgli. La signora, che osservava attentamente, era stupita nel vedere come la fanciulla di neve risplendesse nella penombra del crepuscolo spandendo luce intorno a sé. Nell’angolo del giardino brillò come una stella; il suo splendore era simile a quello del ghiaccio al chiaro di luna. Possibile che il marito non notasse niente di straordinario nel suo aspetto?.
"Finalmente ti ho preso!" gridò il brav’uomo afferrandole una mano. "Ora, anche se non lo vuoi, ti metterò al riparo. Copriremo i tuoi piedini gelati con un paio di calze di morbida lana e ti avvolgeremo in uno scialle pesante. Poverina, come sei gelata! ma tra poco starai meglio".
Così dicendo, con un benevolo sorriso che gl’illuminava la faccia rossa per il gran freddo, il benpensante signore prese la fanciulla di neve per la mano e la condusse verso casa. Essa lo seguiva mogia mogia, a malincuore; il suo volto non risplendeva più, e mentre poco prima somigliava a una gelida sera trapunta di stelle con un riflesso di porpora, ora appariva triste e languido come il disgelo.
Intanto che il signor Lindsey l’aiutava gentilmente a salire i gradini della porta di casa, Violetta e Rosolaccio la guardavano con gli occhi pieni di lacrime e pregavano ancora il babbo di non portare al caldo la loro sorellina di neve.
"Non portarla dentro!" esclamò il brav’uomo "Siete pazzi. E’ così fredda che la sua mano ha quasi gelato la mia, non ostante i grossi guanti. Volete vederla morire intirizzita?".
La signora Lindsey, provando uno strano sgomento, lanciò un lungo sguardo accorato alla bianca fanciulla. Non sapeva se fosse sogno realtà, ma non poteva fare a meno di osservare le delicate impronte delle dita di Violetta sul collo della piccina. Era come se la bimba, modellando la figura, avesse dato un colpo più pesante con la mano, dimenticando poi di attenuarne l’impressione.
"Eppure" disse al marito ripensando che gli angeli avrebbero potuto divertirsi a giocare con i suoi bambini come ci si divertiva lei "eppure sembra proprio di neve. Credo davvero che sia fatta di neve".
Un soffio di vento investì la fanciulla, ed ancora una volta la fece risplendere quasi fosse una stella.
"Di neve!" ripetè il buon signor Lindsey tirando la riluttante ospite. "Certo, è fredda come la neve. Poverina! è quasi assiderata, ma un buon fuoco accomoderà tutto".
Senza aggiungere altro, e con le migliori intenzioni del mondo, il saggio signor Lindsey condusse la fanciulla di neve, che appariva sempre più sfinita, nel comodo salotto. Qui una buna stufa, piena zeppa di antracite, mandava il suo respiro infuocato attraverso la griglia e faceva bollire a scroscio fumando e borbottando l’acqua d’un gran vaso. Un caldo soffocante profumo era diffuso nella stanza, e il termometro segnava diciotto gradi. Il salotto, ornato di tende rosse e da un tappeto pure rosso, dava una sensazione di calore al solo vederlo. La differenza fra l’atmosfera interna e quella esterna dell’oscura notte invernale era pari a quella che corre fra la Nuova Zembla e l’India tropicale e tra il Polo Nord e un forno. Era certo un posto dove la piccola sconosciuta doveva stare d’incanto.
Il signor Lindsey, da quel brav’uomo che era, la mise proprio davanti alla stufa che rumoreggiava andando a tutta pressione.
"Ora starai bene" le disse fregandosi le mani e guardandosi intorno con un sorriso di soddisfazione. "Devi sentirti qui come a casa tua, bimba cara".
Intanto la bianca fanciulla, investita dall’alito caldo e malefico della stufa, appariva triste triste e quasi sul punto di svenire. Lanciò uno sguardo fuggitivo verso le finestre e intravide attraverso i rossi tendaggi, i tetti coperti di neve, le stelle sfolgoranti nell’aria tersa, tutte le deliziose realtà della notte invernale. Il vento battè contro le imposte, quasi le comandasse di uscire, ma la fanciulla di neve restava là, languida e immobile davanti alla stufa.
Quel brav’uomo del signor Lindsey non si accorse di nulla e disse alla moglie: "Mettile subito un paio di calze pesanti, avvolgila in uno scialle o in una coperta di lana e di’ a Dora di portarle al più presto una tazza di latte bollente. E voi, ragazzi, divertite la vostra piccola amica: non vedete com’è triste? Io andrò frattanto a domandare ai vicini se la conoscono".
La signora, sebbene la pensasse in modo diverso si arrese come sempre all’ostinato buon senso del marito e andò in cerca dello scialle e delle calze.
Senza badare alle rimostranze dei bambini, i quali ripetevano ancora che la loro sorellina di neve non sopportava il calore, il buon signor Lindsey chiuse con cura la porta del salotto, tirò su fino agli occhi il bavero del pastrano ed uscì. Aveva appena raggiunto il cancello, quando fu richiamato dagli strilli dei bambini e da un picchiettio ai vetri del salotto.
"Torna indietro!" gli gridò la moglie dalla finestra con un’espressione di spavento nel volto "non c’è più bisogno che tu vada a cercare i genitori della bambina".
"Te l’avevamo detto, babbo" esclamarono Violetta e Rosolaccio appena lo videro rientrare "e ora la nostra povera sorellina di neve, così cara e così bella, si è liquefatta!".
I loro volti erano inondati di lacrime, e il padre vedendo quali strane cose possono accadere nel mondo, si sentì un po’ preoccupato al pensiero che anche i suoi bambini dovessero liquefarsi. Molto perplesso, domandò alla moglie come era andata la cosa. Essa potè soltanto dire che era stata richiamata in salotto dalle grida dei bambini e aveva trovato al posto della bianca fanciulla un mucchietto di neve che finiva di sciogliersi proprio mentre lei lo guardava. "Ed ecco quello che è rimasto!" aggiunse indicando una pozza d’acqua davanti alla stufa.
"Si, babbo" disse Violetta tra i singhiozzi in tono di rimprovero "ecco là tutto quel che è rimasto della nostra cara sorellina di neve".
"Cattivo! cattivo!" strillò Rosolaccio battendo i piedini, e (rabbrividisco a dirlo) agitando il piccolo pugno contro di lui "Te l’avevamo detto; perché hai voluto portarla in casa?".
La stufa, intanto, simile a un demone dagli occhi di fuoco, trionfante del suo misfatto, sembrava lanciare sguardi biechi al buon signor Lindsey.
"Guarda un po’ quanta neve hanno portato qui i bambini con i loro piedi" disse il signor Lindsey alla moglie dopo un attimo di silenzio. "Ha fatto una bella pozza davanti alla stufa. Chiama Dora, che porti qualcosa per asciugarla!".

 

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