Anton Pavlovic Cechov (1860-1904) è tra i più grandi scrittori della Russia, autore di racconti, novelle, commedie ammirevoli per la raffigurazione di tipi e di ambienti. Questa novella, graziosissima e ricca di significato morale, vuol essere l’avvio e l’invito ad una più ampia conoscenza dell’arte di questo originalissimo narratore.

La lupa affamata si alzò per andare a caccia. Guardò i suoi tre lupacchiotti che dormivano profondamente, appallottolati, stretti l’uno all’altro per riscaldarsi; li leccò e uscì dalla tana.
Era già di marzo, il mese della primavera, ma la notte gli alberi scricchiolavano come in dicembre, e, se la lupa tirava fuori la lingua, subito la sentiva pizzicare dal freddo. Malaticcia e paurosa, essa sussultava al più piccolo rumore e pensava continuamente che qualcosa di male potesse capitare ai lupacchiotti durante la sua assenza. L’odore delle tracce umane, di quelle dei cavalli, i ceppi degli alberi, le cataste di legna, il sentiero nero coperto di concime, tutto la spaventava. Le sembrava che dietro agli alberi, nell’oscurità, vi fosse qualcuno nascosto, e che laggiù, lontano, nel bosco, i cani urlassero.
Non essendo più giovane, il suo fiuto s’era indebolito e le accadeva di scambiare le tracce della volpe con quelle del cane, e qualche volta perfino si smarriva, ciò che non le era mai capitato prima, nel tempo della giovinezza; ora, per la debole salute, non andava più a caccia di vacche e di grossi montoni, evitava i cavalli e i puledri, e non si nutriva che di carogne. Soltanto molto di rado, a primavera, mangiava la carne fresca, quando, incontrando una lepre, poteva rapirle i leprotti, o quando riusciva a nascondersi nelle stalle dei contadini, dove stanno le pecore.
A quattro “verste” dalla tana della lupa, vicino alla strada maestra, si trovava una casetta abitata da un vecchio di sett’anni, Ignate. Egli tossiva continuamente e parlava da solo; di solito la notte dormiva, mentre il giorno girava per la foresta con un fucile a una canna, tirando alle lepri. Forse era stato macchinista, perché ogni volta che si fermava, diceva: “stop!” E prima di riprendere il cammino: “A tutto vapore!” Possedeva una grossa cagna bastarda chiamata Arapka; quando questa si allontanava troppo da lui, egli gridava: “marcia indietro!" Qualche volta Ignate cantava barcollando sulle gambe, e, se gli succedeva di cadere in terra, gridava: “Deragliato!” La lupa, scorgendolo, credeva che fosse stato travolto dal vento.
Quella mattina la lupa ricordava d’aver visto nell’estate e nell’autunno due pecore e un montone pascolare vicino alla casetta, e pochi giorni prima, passando di lì, le era parso che dalla stalla venisse un belato. Infatti, mentre si avvicinava, calcolava che, essendo il mese di marzo, gli agnelli dovessero ormai esser nati. Tormentata dalla fame, già pregustava con quale voracità li avrebbe mangiati, e a quell’idea i denti le battevano e gli occhi le ardevano nell’oscurità come due fuochi.
La casa, l’aia, la stalla e il pozzo d’Ignate erano circondati da alti cumoli di neve. Nessun rumore. Arapka certo dormiva sotto la rimessa. Da un mucchio di neve la lupa saltò sul tetto e si mise col muso e con le zampe a raschiare la paglia marcia e vischiosa.
Ad un tratto uno sbuffo d’aria calda, un odore di concime e di latte di pecora le salì al naso, e nello stesso momento udì il timido belato d’un agnello che, investito dall’aria fredda, si lamentava. Allora la lupa, slanciatasi giù per il buco che aveva fatto, cadde con le zampe sopra qualcosa di morbido e caldo: forse un agnello. Subito una bestia cominciò a guaire, a urlare con voce lamentosa; le pecore si lanciarono verso il muro e la lupa, presa dallo spavento, fuggì dopo avere afferrato quel che si trovava sotto le zanne. Correva a più non posso, mentre Arapka, avendo fiutato il lupo, urlava furiosamente, i polli impauriti schiamazzavano, e Ignate, dalla soglia di casa, gridava:
“A tutto vapore! Avanti col fischio!”
E fischiò come una locomotiva… Poi fece: “Oooooh! Oooooh!” L’eco in lontananza ripetè tutti quei rumori.
Tornata a poco a poco la calma, la lupa riprese fiato.
Allora osservò che la preda che teneva fra i denti trascinandola sulla neve, era più pesante e più calma degli agnellini appena nati; anche il suo odore era diverso, e strani i lamenti che mandava. Si fermò per riposarsi e mangiare, ma appena lasciato il suo carico sulla neve, ebbe un sussulto di disgusto. Non era un agnello, bensì un canino nero, di razza vigorosa, con la testa grossa e una macchia bianca, come quella di Arapka, che gli prendeva tutta la fronte. A giudicare dall’aspetto, era un cucciolo d’una comune razza da guardia. Il cucciolo cominciò a leccarsi il dorso insanguinato e dolente e, quasi che nulla fosse accaduto, abbaiò scodinzolando intorno alla lupa. Questa, dopo aver brontolato alla maniera dei cani, scappò; il cucciolo la seguì. La lupa allora si fermò digrignando i denti, ed anche il canino si fermò indeciso, ma infine, persuaso ch’essa avesse voglia di giocare, volse la testa verso la casa del padrone e cominciò ad abbaiare con voce sonora e gaia, quasi volesse invitare la mamma a giocare con loro.
Il giorno spuntava e si poteva ormai distinguere ogni arbusto del folto bosco di giovani pioppi che la lupa attraversava per tornare alla tana. Al loro passaggio ed all’abbaiare del cagnolino, i galli e le galline di montagna, svegliati di soprassalto per l’insolito frastuono, si levarono a volo impauriti.
“perché mi corre dietro?" pensava intanto la lupa indispettita "vuole proprio che lo mangi.”
Essa abitava con i lupacchiotti in una tana poco profonda. Tre anni prima la tempesta aveva sradicato un vecchio alto abete che, cadendo, aveva prodotto quella fossa, ora ricoperta di muschio e di vecchie foglie. Qua e là si vedevano dintorno ossi e corna di bove coi quali i lupacchiotti giocavano. Tutti e tre, l’uno identico all’altro, erano già svegli, e, vista tornar la madre, se ne stavano a scodinzolare all’ingresso della tana. Il canino, scorgendoli da lontano, si fermò ad osservarli a lungo. Anch’essi lo guardarono attenti finchè il cucciolo cominciò ad abbaiare furiosamente, com’era solito fare contro gli sconosciuti.
Il sole intanto saliva facendo scintillare la neve. Il canino restava ancora a distanza e latrava, mentre i lupacchiotti poppavano rannicchiati sotto il ventre vuoto della madre che, tormentata dalla fame, rosicchiava un osso di cavallo bianco e secco. I latrati del canino l’infastidivano e le davano una gran voglia di gettarsi sull’ospite indesiderato per sbranarlo.
Alla fine il cucciolo, stanco e quasi fioco per aver tanto urlato, vedendo che nessuno aveva paura di lui e che nemmeno se ne curavano, si avvicinò timidamente ai lupacchiotti, ora strisciando, ora facendo dei piccoli salti. Alla luce del giorno ormai alto, era facile esaminarlo. Aveva una gran fronte bianca, e sulla fronte una prominenza come hanno i cani poco intelligenti: Gli occhi erano piccoli, foschi, di colore chiaro e tutta la faccia aveva un’espressione ottusa. Avvicinatosi ai lupacchiotti, allungò verso di essi le sue larghe zampe, vi appoggiò sopra la testa e cominciò a fare:
“Mnià.mnià … nga-nga.nga! …”
I lupacchiotti, senza comprendere, scodinzolavano… Allora il cagnolino dette un colpo di zampa sopra una delle loro grosse teste, e il lupacchiotto colpito ricambiò la zampata; il cucciolo si sdraiò sul fianco e lo guardò di sbieco agitando la coda, poi prese subito lo slancio e si mise a correre in tondo sulla neve indurita. I lupacchiotti allora lo inseguirono e il canino si buttò sul dorso con le zampe all’aria. I tre si gettarono su di lui mugolando di gioia e cominciarono a mordicchiarlo per divertimento. Alcuni corvi da una gran pino guardavano preoccupati quel gioco rumoroso e gaio. Il sole scaldava già come a primavera, e i galli di montagna illuminati dai suoi raggi, passando di continuo sull’abete sradicato, sembravano di smeraldo.
I lupi abituano i loro piccoli alla caccia lasciandoli giocare con la preda; per questo, nel vedere i suoi lupacchiotti che inseguivano il cane sulla neve indurita e lottavano con lui, la madre pensò: “E’ bene che si avvezzino”.
Quando ebbero giocato a sazietà, i lupacchiotti tornarono nella tana e si addormentarono. Il canino urlò un poco dalla fame, poi anche lui si distese al sole e si addormentò. Ma non appena risvegliatisi, i cuccioli ripresero a giocare.
Tutto il giorno la lupa fu ossessionata dal ricordo dell’agnello che aveva belato la notte precedente nella stalla e dall’odore del latte che aveva sentito. I denti le battevano senza tregua per la fame, ed essa continuava a rosicchiare con avidità il vecchio osso, immaginando che fosse un agnello. I lupacchiotti poppavano e il cagnolino per la bramosia di mangiare, girava intorno fiutando la neve.
“Aspetta un po’, ora lo mangio” risolvette alla fine la lupa.
Gli si avvicinò, e il canino, persuaso che volesse giocare con lui, le leccò il muso. In altri tempi la lupa aveva mangiato i cani, ma ora non poteva più sopportare l’acre odore della razza emanato da quella bestiolina; per questo si allontanò piena di disgusto.
Calata la notte, appena i lupacchiotti furono bene addormentati, la madre riprese la caccia. Come la sera precedente, s’intimoriva al più piccolo rumore: i ceppi, la legna ammucchiata, i ginepri neri e solitari, da lontano le sembravano uomini, ma per quanto spaventata, seguitava a correre sulla neve, di lato alla strada. A un tratto le sembrò di vedere qualcosa di nero che si muoveva davanti a lei. Aprì gli occhi, tese gli orecchi. Ora sentiva perfino la cadenza del passo misurato. Era forse un tasso? Prudentemente, respirando appena, rasentando sempre il lato della strada, sorpassò la macchia scura; poi si voltò e la riconobbe: era il cagnolino dalla testa bianca che, passo passo, senza affrettarsi, ritornava a casa.
“Purchè non mi sia ancora d’impaccio” pensò la lupa; e corse in fretta per lasciarlo indietro. La stalla era ormai vicina. La lupa con un balzo saltò sul tetto. Il buco della sera prima era già stato chiuso con paglia fresca e con due pali nuovi. Lesta la lupa cominciò a raspare col muso e le zampe spiando ansiosa l’arrivo del cagnolino; ma appena si sentì avvolta da un’ondata di aria calda e dall’odore della stalla, un abbaiare gaio e noto risuonò nella notte. Il cagnolino saltò sul tetto accanto alla lupa, passò attraverso il buco, e ritrovatosi a casa, al caldo, e riconoscendo le sue pecore, si mise ad abbaiare ancora più forte … Arapka, sotto la rimessa si svegliò, e fiutando il lupo cominciò a latrare. Anche i polli schiamazzarono, cosicché, quando Ignate apparve col suo fucile, la lupa spaventata era già lontana.
“Fiit! Fiit!” fischiò Ignate “A tutto vapore!”
Tirò il grilletto dell’arma, ma il colpo fallì; provò una seconda volta, ancora invano; alla terza un gran razzo di fiamma uscì dalla canna, ed un assordante “bum” risuonò nel bosco, mentre il calcio del fucile lo colpiva fortemente alla spalla.
Il vecchio, con il fucile in una mano e la scure nell’altra, andò nella stalla a vedere che cos’era tutto quel baccano. Poco dopo ritornò a casa.
“Che c’è?” gli domandò un pellegrino che passava la notte da lui.
“Oh, niente di grave” rispose Ignate “testa bianca ha preso l’abitudine di dormire al caldo con le pecore, ma non vuol capire che deve passare dalla porta; cerca sempre d’entrare dal tetto. Ier notte, dopo averci fatto uno sbrano, se n’è andato a passeggiare, il briccone! Ora ritorna, ed ha ancora rovinato il tetto”.
“Razzaccia d’un cane!”

“Si, non so che grillo gli sia saltato in testa a quell’imbecille” sospirò Ignate stendendosi ancora sul giaciglio accanto al forno “Gl’imbecilli io li detesto a morte! … Suvvia, brav’uomo, è ancora troppo presto per alzarsi; dormiamo a tutto vapore…”
La mattina fece venire Testa Bianca ai suoi piedi, gli tirò forte le orecchie, lo fustigò con la verga, mentre gli ripeteva ad ogni colpo:
“Bisogna passare dalla porta! … passare dalla porta! …”

 

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