Quasi dovunque c’è un paese i cui abitanti sono beffati e messi in canzonella con storie più o meno incredibili, perché hanno fama di ingenui creduloni. Qui Antonio de Trueba, un piacevole scrittore spagnolo del secolo scorso (1820-1893) ci narra festosamente e con sottile umorismo un gustoso episodio del genere.

In una valle graziosa e solitaria dell’Alcarria si trovano due borgatelle sperdute e dimenticate dal resto del mondo, fuorché dal governo, che le tiene bene a mente quando si tratta di far pagare le tasse.
Una di queste borgate si chiama Retamar, e l’altra Tomillar.
I retamaresi hanno fama di essere duri e scontrosi come il pruno e la ginestra, mentre i tomillaresi passano per soavi e dolci come il timo e il miele.
Un cavaliere che se ne andava sul caval di San Francesco, avendo per sola compagnia un cane e per bagaglio uno schioppo, giunse una bella mattina di primavera su una collina, dalla quale si scoprivano i due borghetti, posti alle due estremità della valle, e dopo essersi soffermato un po’ a riflettere, riprese il cammino verso Retamar, che era il più vicino.
A un tiro di schioppo da Retamar, sotto alcuni bei pioppi neri che si levano sul margine della strada, è una fontana, dove, quando fa caldo, non tralasciano di fermarsi le poche persone che passano di lì, per bere un sorso d’acqua fresca e cristallina e riposarsi un po’ su di un sedile di pietra rozzamente lavorato che si trova all’ombra dei pioppi.
Allorché il viandante col cane e lo schioppo arrivò alla fontana, un ragazzetto terminava proprio in quel momento di riempire due brocche d’acqua che collocò nelle sporte sul dorso dell’asinello, il quale se n’era stato tranquillo a pascolare tra i pioppi.
Il ragazzo salutò cortesemente il viandante, e questo si trattenne a far conversazione con lui.
"Come si chiama quel borgo?"
"Si chiama Retamar, signore".
"Il sua aspetto non mi dispiace".
"Signore, quantunque non stia a me il dirlo, non si trova in tutta l’Alcarria una borgata simile".
"E quell’altra che si vede in fondo alla valle?"
"Quella è Tomillar, però non vale la metà di questa".
"E come sono gli abitanti di Tomillar?"
"Buona gente, ma molto tonta"
"Come sarebbe a dire?"
"Se dite alla gente di Tomillar che quest’asino vola, lo credono subito. Questa loro dabbenaggine, però, la pagano cara, perché noi di Retamar li canzoniamo tanto che si guastano il sangue".
"Perché se lo guastano?"
"Per tutto quello che si racconta di loro".
"O che diamine raccontate?"
"Un’infinità di cose. Per esempio, una volta quei di Tomillar costruirono una meridiana, e perché né il sole né l’acqua la gustassero, ci fecero sopra una piccola tettoia, per modo che la meridiana non segnò mai l’ora. Un’altra volta fabbricarono accanto alla chiesa un campanile di pietre squadrate, e siccome queste vennero a mancare, e non potevano condurlo a termine, si diedero a cavar pietre di sotto per metterle in cima; così il campanile cadde."
"Sono ricchi i tomillaresi?"
"Più poveri di Giobbe. Sono ricchi, invece, gli abitanti di Retamar. Lei viene a Retamar, oppure è qui di passaggio, se è lecito domandarlo?"
"Mi piace molto questa valle, e vengo a passarci qualche giorno per andare a caccia"
"Troverà certo qualcuno che l’accompagni con i cani e il resto".
"Non ne ho bisogno perché qui, dietro a me, vengono i miei servi"

Appena il forestiero ebbe parlato dei suoi servi, il ragazzo, che incominciava a prendere con lui una certa dimestichezza, assunse un tono rispettoso.
"Comunque, signore, le assicuro che si divertirà molto, perché qui la selvaggina non manca, specialmente nel pascolo del comune. Non l’ha mai visto?"
"No"
"Ebbene, signore, si convincerà che è una gran cosa. I tomillaresi hanno una voglia matta di portarcelo via".
"Non c’è dubbio, preferisco Retamar a Tomillar"
"Oltre alla caccia, qui lei troverà uno svago di quelli che a lor signori piacciono molto e che non troverebbe certo a Tomillar".
"Che cos’è?"
"La commedia"
"Perbacco! Avete un teatro a Retamar?"
"Eccome! Il medico, il maestro e altri signori hanno fatto nella bottega del signor alcade un teatro che nemmeno a Madrid se ne trova uno migliore. Domenica recitarono una commedia che fece morir dal ridere la gente. Lei, signore, la conoscerà di certo. Si tratta di uno che arriva a Illescas spacciandosi per barone o non so che altro mai; e siccome la padrona di casa era tonta proprio come i tomillaresi, gli crede in tutto e per tutto, e lo ricolma d’oro e di gentilezze, finchè si scopre che il barone è un furfante…"
"Si, si, l’ho vista questa commedia".

Durante la conversazione il forestiero e il ragazzo erano arrivati al principio del villaggio, dove la strada per Tomillar, invece di attraversare l’abitato, volge verso la campagna.
"E che, signore" chiese il ragazzo "non si ferma a Retamar?"
"Si, prima però voglio andare da questa parte per vedere i dintorni".
"Vada, ma faccia presto, signore".
"Addio, ragazzo".

Il forestiero alcuni momenti dopo si allontanava da Retamar dirigendosi verso Tomillar.
Tomillar era davvero una borgata molto più piccola e di aspetto assai più povero di Retamar.
Si trovava su una collinetta circondata da timi odorosi ed era formata da una quarantina di case raggruppate intorno alla chiesa priva di campanile, particolarità di cui, come abbiamo visto, avevano approfittato gli abitanti di Retamar per calunniare quei sempliciotti dei tomillaresi accusandoli di una stoltezza inverosimile.
Alcuni bimbi che giocavano a palla nel portico della chiesa, da dove si scorgeva la strada di Retamar, videro il forestiero che saliva su per la pendice e si affrettarono a dar notizia in un batter d’occhio per tutto il villaggio.
L’arrivo di un forestiero, e soprattutto d’un cavaliere, era una novità straordinaria per Tomillar, Perciò, prima che l’uomo dallo schioppo e dal cane avesse terminato di percorrere la breve salita che sboccava nella piazza della chiesa, qui si era già radunata una piccola folla per vederlo arrivare.
Il forestiero, o meglio il signore, come già lo chiamavano i tomillaresi, dimostrava una quarantina d’anni e, a giudicare dal vestito, sua signoria doveva avere rendite piuttosto scarse. Tutti lo salutarono con rispetto, ed egli, dopo aver risposto al saluto con aria di superiorità, chiese:
"C’è un albergo, in questo villaggio, dove io possa alloggiare insieme coi miei servitori?"
I tomillaresi, nonostante il rispetto che provavano per il forestiero, non poterono fare a meno di sorridere a quella domanda e lo indirizzarono dalla zia Ermenegilda.
La zia Ermenegilda, o zi’ Meregilda, come la chiamavano in paese, era una povera vedova che possedeva una botteguccia. La riforniva di mercanzie facendo di quando in quando un viaggetto a Guadalajara, dove spendeva quei cinque o sei duros rappresentanti all’incirca la metà del suo capitale circolante. Inoltre era solita ospitare i forestieri di passaggio da Tomillar, che si riducevano a qualche usciere di tribunale o a qualche cacciatore di Guadalajara o di Siguenza.
Gumersindo, o Gomisindo, giacchè i tomillaresi trovavano più comodo di dargli questo nome invece del primo, era figlio della zi’ Meregilda, ed aveva ottenuto di liberarsi dal servizio militare grazie al sacrificio compiuto da sua madre col vendere alcuni piccoli appezzamenti di terreno avuti in eredità dal defunto marito.
Stenticchiando da una parte la madre e dall’altra il figlio, tutti e due vivevano in pace e in grazia di Dio, come possono viverci coloro che regolano le spese secondo le proprie possibilità rassegnandosi alla sorte, per quanto cattiva.
"Dite, buona donna" domandò il forestiero continuando ad usare il solito tono di superiorità, "non sono mica passati di qui i miei servi?"
"No, signore, non è venuto nessuno".
"Canaglie! Appena torno a Madrid, li mando via a calci quanti sono, dal cocchiere al maggiordomo!"
esclamò il signore ad iratissimo.
"Via, via, signore, vedrà che verranno; altrimenti il mio figliolo ed io lo serviremo di tutto punto" replicò la zi’ Meregilda con tutta la premura e la gentilezza che si conveniva a un signore con tanto di cocchiere e di maggiordomo.
"Ho bisogno d’un alloggio decente per potervi aspettare quei bricconi che, a quanto pare, han creduto meglio proseguire verso Guadalajara col mio tiro a quattro, invece di venire ad aspettarmi qui, come avevo ordinato, intanto che io andavo a caccia in questi dintorni".
La zi’ Meregilda accompagnò l’ospite nella stanza migliore della casa, cioè nella sala, che era ammobiliata modestamente ma rabbellita dall’ordine e dalla pulizia.
"Non c’è una stanza più decente di questa?"domandò in tono sdegnoso il forestiero.
"No, signore" rispose la buona donna punta sul vivo perché quella sala, in cui ella aveva riposto tutto il suo orgoglio, era sembrata poco decente.
"Dunque non mi resta altro che rassegnarmi ad aspettare quei bricconi. Non fate caso al mio malumore, perchè è molto duro doversi servire da sé, e stare in un alloggio come questo, quando si hanno una dozzina di servitori e si abita in un palazzo che perfino la Regina trova comodo e bello tutte le volte che viene da me".
"Oh, signore!" esclamò la zi’ Meregilda sbalordita, "davvero la Regina viene in casa sua? Lo dicono tutti che è una signora tanto buona e tanto alla mano".
"Buona donna, che cosa mai venite a dirmi?" replicò l’ospite con un tono altero e indignato che atterrì la zi’ Meregilda. "Credete che la mia casa sia un porcile come questo e che io sia un villano che puzza d’aglio come voi? Il mio palazzo, in Via dell’Asino, è degno di accogliere i principi del sangue, e il Conte di Beccolungo, titolo glorioso del quale mi onoro, appartiene alla più illustre nobiltà della Spagna".
"Mi perdoni, signore" mormorò spaventata la zi’ Meregilda, "non ho voluto offenderla"
"Lo so, signora, lo so; e a riprova della confidenza e della simpatia che m’ispirate, vi faccio notare che, quantunque mi spetti un titolo d’Eccellenza grande come una casa, non ve l’ho richiesto"
"Grazie, signore"
"Non mi ringraziate. Io, piuttosto, devo ringraziarvi per l’indulgenza con la quale avete sopportato il mio cattivo umore".

La zi’ Meregilda non si ricordava più ormai che il signor Conte aveva chiamato la sua saletta un porcile e i tomillaresi villani puzzolenti d’aglio. Man mano che scopriva quale altissimo personaggio aveva in casa, sempre più si gonfiava d’orgoglio. Alla fine credette che nessuna cosa al mondo avrebbe potuto ricompensare quel signore per non essersi adirato quando si era sentito trattare in un modo così confidenziale, come se fosse l’alcade o il curato del villaggio.
Otto giorni dopo l’arrivo del signor Conte i tomillaresi erano sul punto di scoppiare d’allegrezza e di orgoglio.
Il forestiero, che era uomo ricchissimo e d’illimitata influenza non solo sul governo, ma perfino sulla Regina, era risoluto a protegger Tomillar, per modo che quel povero villaggio dimenticato sarebbe in breve divenuto uno dei paesi più prosperi e più civili dell’Alcarria.
Il signor Conte di Beccolungo, lusingato dall’aperta e leale ospitalità ricevuta in quel villaggio e innamorato delle favorevoli condizioni offerte da Tomillar per la caccia e l’industria, si era impegnato a fargli acquistare grandissimi benefici.
Fra questi, che venisse aggiudicato ai tomillaresi il pascolo che da secoli essi disputavano a quei di Retamar abbaruffandosi con loro due volte all’anno, e cioè quando i retamaresi si recavano alla festa di Tomillar.
Inoltre il signor Conte, per ricompensare lo zelo col quale la zi’ Meregilda e Gomisindo lo servivano e gli rendevano ossequio, aveva stabilito di nominare la zi’ Meregilda governante del suo nuovo palazzo di Tomillar e Gomisindo amministratore dei suoi nuovi possedimenti.
E’ inutile avvertire che il signor Conte, sensibilissimo agli atti d’ossequio di cui era oggetto da parte dei tomillaresi, aveva posto a loro disposizione il suo palazzo in Via dell’Asino a Madrid, dove, ogni volta che si recassero in città o a corte, sarebbero stati trattati regalmente. Poco importava se il padrone dell’Osteria di Barcellona avrebbe dovuto risentirsene perché d’allora in poi non avrebbe avuto più l’onore di ospitare nelle sue rimesse i tomillaresi.
Eran tutte cose, queste, da rigonfiare d’orgoglio e da provocare esplosioni di gioia.
Ma purtroppo il signor Conte vedeva che quei bricconi dei suoi servitori non comparivano a Tomillar; perciò dovette risolversi ad abbandonare quell’ospitale villaggio, tanto più che, alla sua partenza da madrid, Sua maestà la Regina, malcontenta del Ministero, gli aveva detto che si proponeva d’incaricarlo di formarne un altro.
Il guaio era che né il signor Conte né alcuno altro poteva scrivere alla sua famiglia perché gli mandassero una carrozza e quanto altro occorresse per fare il viaggio con l’agio e il decoro corrispondenti alla sua alta condizione sociale. La signora Contessa era delicata di salute e, se veniva a subodorare che il suo beneamato sposo si trovava in tali ristrettezze e disagi, per il suo carattere apprensivo, ne avrebbe fatta una malattia.
Allorché i tomillaresi seppero la dolorosa notizia della prossima partenza del signor Conte, elessero una deputazione con l’incarico di recarsi dall’ospite illustre e generoso e pregarlo riverentemente di voler onorare per qualche tempo ancora della sua presenza il paese.
La deputazione adempì con molto scrupolo il mandato, ma il signor Conte di Beccolungo insistè nel suo proposito, e a quella triste notizia i tomillaresi si misero a piangere come vitelli.
Giunse alla fine il crudele istante, quello cioè della partenza del Conte. Dopo l’abbandono di quelle canaglie dei suoi servitori, egli si trovava privo del denaro necessario a pagare zi’ Meregilda e a gratificare splendidamente Gomisindo. Volle perciò lasciare in pegno un anello che, a sentir lui, valeva un tesoro perché era un regalo della stessa Regina, ma la zi’ Meregilda e Gomisindo si misero a piangere, offesi che il signor Conte non li credesse capaci di avere fiducia in lui. Alle sue rimostranze, gli dichiararono che avrebbe potuto dar prova di pentimento solo accettando per il viaggio un’oncia d’oro, frutto dei loro risparmi. E il signor Conte non potè fare a meno di accettare.
I tomillaresi in generale, non meno previdenti e delicati di quel che fosse in particolare la zi’ Meregilda, pensando che il signor Conte era a corto di mezzi per colpa di quelle canaglie dei suoi servitori, risolsero di offrirgli nel modo più ingegnoso e delicato, una decorosa sommetta, consistente in venti once d’oro che parevano venti soli. Ed anche questa volta il signor Conte non potè fare a meno di accettare.
L’intero villaggio voleva accompagnare il signor Conte fino a Retamar, ma il signor Conte, modesto al pari che generoso, si oppose risolutamente, consentendo che lo accompagnassero soltanto ai confini del territorio di Tomillar.
"Giacchè accompagniamo il signor Conte per un tratto così breve" dissero i tomillaresi "accompagniamolo almeno come si deve".
Cercato il miglior carretto del villaggio, lo sormontarono d’un pittoresco baldacchino, lo resero soffice con materassi e guanciali, l’adornarono di fiori e vi fecero salir sopra il signor Conte.
Allora che questi ci si fu bene accomodato, disse quasi piangendo dalla commozione:
"Quando piace a lorsignori, possono attaccare i bovi".
"E dove sono dei bovi più bovi di noialtri?"
esclamarono tutti coloro che erano intorno.
E il carro partì trainato da tutto il popolo tomillarese e gli avviva e i singhiozzi e i lamenti non cessarono se non quando gli abitanti di Tomillar non ebbero perduto di vista il signor Conte di Beccolungo.
Otto giorni erano passati da quello memorabile in cui il signor Conte di Beccolungo aveva abbandonato Tomillar, lasciando tutti in gran desolazione, senza che si sapesse se Sua Eccellenza era arrivato felicemente a Madrid. Egli non aveva scritto nulla, per quanto ne avesse fatto promessa, e questo teneva i tomillaresi in un’ansia terribile, perché ciò significava che doveva essere infermo, oppure che durante il viaggio qualche disgrazia doveva essergli accaduta.
Il signor alcade credette che fosse giunto il momento di radunare il consiglio per decidere sul modo di avere notizie del signor Conte e per fargli sapere con quanta premura il popolo tomillarese s’interessava della su preziosa salute.
L’alguazil diede fiato al corno, col quale da tempo immemorabile era usanza di convocare il consiglio, e tutti i cittadini assistettero all’arrivo dei membri del consiglio richiamati dal corno.
In seguito ad ampie e calorose discussioni, si rimase d’accordo che il signor alcade, l’alguazil e il maestro di scuola dovessero recarsi a Madrid, in rappresentanza del popolo tomillarese, per far visita al signor Conte allo scopo di felicitarlo, se era arrivato bene, e di fargli animo, se aveva fatto un cattivo viaggio.
"Affemmia" disse la zi’ Meregilda quando seppe la decisione presa dalla cittadinanza, "anch’io andrò a far visita a quel signore benedetto".
"Caspita!" soggiunse Gomisindo, "anch’io vado con loro, mamma; non vorrei che il giudice andasse a far moine al signor Conte per indurlo a nominare lui amministratore".
La zi’ Meregilda improvvisò un paio di dozzinucce di certe focacce che molto piacevano al signor Conte, accomodò la chioma brizzolata con mille astuzie di ciuffi e riccioloni, indossò il vestito delle feste, si mise in testa una pezzola di cotone, pose in un paniere le focacce, e via col figliolo, azzimato come un amministratore in erba, andò ad unirsi ai delegati del popolo tomillarese.
Il signor alcade s’era ammantato della sua magnifica cappa da cinque "duros", mentre il maestro, che per essere uomo di lettere non possedeva una cappa, aveva indossato un collaretto stretto come la sua condizione economica, calzoni corti come il suo stipendio, calze di lana scure come il suo avvenire, e teneva le mani nelle tasche vuote.
In quanto al giudice, non descriviamo il suo aspetto, perché si tratta di un personaggio secondario.
Quando ebbero lasciato indietro le ultime case di Retamar, si unì a loro il ragazzo che già vedemmo parlare col signor Conte in quel medesimo luogo. Questa volta egli andava col suo asinello verso la fontana da dove l’altra volta veniva.
"Che c’è di nuovo a Retamar, ragazzo?" gli domandò il signor alcade.
"Nulla, se non che la gente si diverte mezzo mondo alle commedie"
"Come! Recitano le commedie a Retamar?"
"E di quelle buone. La notte scorsa ne dettero una intitolata "Il barone", che piacque ancora più dell’altra volta. Non l’avete mai vista, voi?"
"No".
"Allora ve la racconterò io".

E il ragazzo ripetè ai tomillaresi l’argomento della commedia di Moratin.
Il maestro si fermò pensieroso.
Gomisindo cercava di dire qualcosa e si azzardò a mormorare:
"Che caso, caspiterina!"
"Ragazzo!..."
interruppe il maestro lanciandogli un’occhiata da basilisco; e il ragazzo si cucì la bocca.
Il retamarese si fermò alla fonte e i rappresentanti del popolo di Tomillar, via, via, via, proseguirono la loro strada verso la capitale.
Sul far della sera entrarono per la porta di Alcalà, montati ciascuno sul proprio asino, come avevano abitudine di viaggiare.
Per presentarsi al signor Conte di Beccolungo con la dovuta decenza, i cinque si lavarono la faccia nella vasca della Fonte di Cibele, dove bevvero insieme ai loro cinque asini.
Lasciate poi le cavalcature nella rimessa dell’Osteria di Barcellona, proseguirono verso la Porta del Sole. Appena la Porta fu in vista, improvvisamente il signor alcade cominciò a strillare:
"Al fuoco! Al fuoco! Come brucia quella casetta!"
E lanciandosi verso un chiosco luminoso, che era, secondo lui, la casetta che s’incendiava, vi gettò sopra la cappa per soffocare le fiamme.
Il guardiano del chiosco, credendo che il contadino avesse voglia di burlare, prese la cosa in mala parte e si slanciò a pedate contro il signor alcade, mentre la folla fischiava a più non posso.
Allorché il signor alcade uscì dal suo errore e di sotto i piedi del guardiano del chiosco, il maestro, che era istruito perché apparteneva al ramo della pubblica istruzione, proruppe in questa sentenza degna di essere scritta su tutti i chioschi luminosi in mdo da averne il dovuto splendore.
"Ogni autorità che confonde la luce col fuoco, si espone ad esser presa a calci".
Arrivati alla Via Maggiore, il maestro chiese a un ragazzo:
"Dimmi, piccino, dove sta il signor Conte di Beccolungo?"
Il ragazzo rispose in tono naturale: "Sta nella via del"e aggiunse dando un tremendo grido quasi da assordire il maestro: "dell’Asino!"
"Certamente, certamente", approvarono tutti, compreso il maestro, ricordandosi che infatti il Conte aveva detto che il suo palazzo si trovava nella Via dell’Asino.
Volgendo a sinistra, entrarono nella Piazza Maggiore; ma quello che qui accadde merita un capitolo a parte.
"Il giro del mondo", "Il Mondo Nuovo", o la "Lanterna magica", come lor signori preferiscono chiamarla, rallegrava il numeroso e rispettabile pubblico di soldati, ragazzi e ragazzine, contadini e fannulloni che riempiva una buona metà della piazza.
"Rataplan, rataplan" rullava un tamburo, mentre l’imbonitore gridava:
"Chi desidera vedere per due soldi la vita del malandrino? Rataplan, rataplan! Si sta per cominciare. Coraggio, signori, qui si spende poco e s’impara molto".
"Mamma"
disse Gomisindo, "io vado a vedere. Noi amministratori abbiamo bisogno di conoscere molte cose".
"Il sapere" aggiunse con fare sentenzioso il maestro, "non è mai troppo per nessuno. Andiamo, andiamo tutti; e tu per primo, alcade".
I cinque tomillaresi ficcarono gli occhi in altrettante finestrine, mentre l’uomo del "Mondo Nuovo" spiegava coi termini seguenti la vita del malandrino:
"Sempre sta coi dadi in mano; dalla scuola si tiene lontano".
"Picchia la mamma e lo portano in carcere".
"Si arruola soldato, e poi diserta e ruba".
"Dalle guardie acciuffato, a Melilla è deportato".
"Finita la condanna, si veste da signore e va nelle bische".
"Conosce i colpi mancini, e se tien banco, arraffa".
"Non paga se perde, ma poi rimane al verde".
"Se ne va alle miniere e con l’imbroglio accumula denaro".
"Tutto quel che ha messo in sporta, il diavolo se lo porta".
"Fa carte false, e ruba e ammazza".
"Arriva fra genti tonte, e si spaccia per conte".
"Dalle guardie riacciuffato, in prigione è riportato"
"Alla fine l’uomo malo, va a finire appeso a un palo".

Dopo aver ascoltato questa storia, i tomillaresi restarono pensosi e taciturni.
"Dì un po’, alcade" chiese infine il maestro "che cosa te ne pare?"
"Perbacco, che vuoi che ti dica? Doveva essere molto balorda quella gente per lasciarsi infinocchiare da un vagabondo di quella specie"
"Eppure diceva di essere un conte"
soggiunse Gomisindo.
"Ragazzo!" lo interruppe il maestro lanciandogli un’altra occhiata da basilisco, ma non così feroce come quella che gli aveva lanciato alla fonte di Retamar. Tutti rimasero in silenzio.
"Caspita!" esclamò poi la zi’ Meregilda "voglio sapere se è una cosa vera oppure una favola. Ditemi un po’ buon uomo" chiese all’uomo del tamburo "la storia della vita del malandrino è proprio vera?"
"Domandatelo a quello là che le guardie portano via; deve saperlo bene, lui"
rispose.
I tomillaresi gettarono un grido di sorpresa, d’indignazione, e sa Dio di che cosa, allorché ebbero riconosciuto l’arrestato.
"Signor Conte!" gridarono in coro.
"Macchè conte e non conte!" rispose una delle guardie "fra pochi giorni questo briccone sarà condannato alla forca".
"E dove l’avete preso?"
"In un villaggio dell’Alcarria, dove da otto giorni abbindolava quegli zoticoni dicendo che era un conte, che avrebbe mutato la borgata in un Eldorado. Lo credevano a occhi chiusi, quegli asinacci, proprio degni di mangiare paglia e biada".
"Sissignore! Sissignore, che dobbiamo mangiare paglia e biada"
esclamarono a una voce i tomillaresi; e si diressero tristemente a dormire insieme con i loro degni compagni.

 

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