"Rocca Brivio: ricerca storica, rilievo, manutenzione"

La famiglia Brivio

Tra le grandi famiglie milanesi quella dei Brivio è ritenuta una delle più illustri e di più remote origini. Annalisti e genealogisti come Gasparo Bugati (1), Paolo Morigia (2), Salvatore Vitali (3), Gio Pietro de Crescenzi (4), Giovanni Sitone di Scozia (5) e Raffaele Fagnani (6) concordano nel dirla originaria del ducato di Brunwick, in Germania, al tempo dell'imperatore Rodolfo II, e discesa in Italia, prendendovi stabile dimora, nel XII secolo.
Altre conferme di questa ipotesi possono essere l'antichissimo motto tedesco "Also fest for Got", che figura nello stemma di famiglia, e il fatto che nelle prime generazioni dei Brivio ricorra il nome di battesimo Todesco o Todeschino (7). Il de Crescenzi richiama anche i due leoni che figurano nello stemma dei duchi di Brunwick, ai quali corrispondono, nello stemma dei Brivio, due zampe di leone. Il Bugati, seguito dal Morigia, propone infine una fantasiosa derivazione di Briuius, come abbreviazione, da Bransuico (8).
Il primo documento che testimonia l'esistenza della famiglia Brivio è un atto rogato il 22 giugno 1251 dal notaio Marcellino de Angheira di Gallarate (9), in cui Ambrosius de Brippio in nome proprio e del padre, Dominus Guglielmus de Brippio, che gli ha fatto procura con rogito del notaio Lancino de Tricio, compera da Pietro Visconti, figlio di Andreotto, alcuni pezzi di terra situati nel territorio di Zivido, al prezzo di quattro libbre di terzuoli la pertica. Dall'atto risulta che Ambrogio abita nel castello di Brivio.
Sull'ipotesi che il cognome possa essere venuto alla famiglia dal castello di Brivio, sull'Adda, ricordato anche dal Vitali (10), il de Crescenzi è scettico: "Io non credo però, che si chiamassero Briuij, che per la Signoria di Brivio Castello antico, Prepositura insigne, Capo di Pieve. Posso credere, che padroni ne fossero questi Signori, ancor prima, che à Carpianello hauessero molti poderi ne gli anni MCCCXL (11)". Di diverso avviso è Francesco Guasco, il quale nel suo Dizionario Feudale, segnala un Alcherio, signore di Airuno, che nel X secolo ottiene dai Visconti di Bergamo la signoria del Castello di Brivio e ne prende il nome (12).
Ambrogio può essere dunque considerato il capostipite, storicamente documentato, dei Brivio. Da cui discendono Giacomo, Stefano e Todesco, che danno origine ai tre rami principali della famiglia.
Quanto all'insediamento in Milano, Todesco è definito "civis mediolanensis" già in un rogito del 27 febbraio 1272 (13), e un altro atto del 28 luglio 1283 (14) lo registra residente in Porta Romana. Stefano risulta "civitatis Mediolani" in un rogito del 30 gennaio 1331 che tuttavia lo dice abitante a Zivido; una ventina d'anni dopo, un rogito del 20 febbraio 1354 (15) lo registra residente in Porta Ticinese, nella parrocchia di San Pietro in Caminadella. Ma il documento più significativo è la Matricula familiarum nobilium, datata 20 aprile 1277, che il cancelliere della Curia milanese Marco de' Ciocchi fu incaricato di compilare dall'arcivescovo Ottone Visconti deciso a restituire ai nobili il diritto esclusivo all'ordinariato che, dai suoi avversari, era stato riconosciuto a tutto il "popolo". Fra le circa duecento famiglie nobili milanesi, elencate nella Matricula, compaiono anche i Brivio, con la nota "per privilegium". Il che, osserva il de Crescenzi, significa che a Milano i Brivio dovevano essere arrivati "di fresco" (16).
Ed ecco, schematicamente, le vicende della famiglia Brivio a Milano. Giacomo, "Gentilhuomo tra' Milanesi accreditato di molto senno" (17), fu, intorno al 1270, console di giustizia (18). Delfino, figlio di Giacomo, venne eletto, il 31 luglio 1343, auditore e giudice in qualunque causa d'appello coll'autorità di giudice imperiale. Nell'atto di nomina l'arcivescovo Giovanni e Luchino Visconti ne fanno un elogio lusinghiero: "Imperialem Vicarium D. Delfinum de Brippio Iuris utrisque peritum, dilectum nostrum de cuius scientia et costasntia plenam fiduciam obtinemus (19)".
Delfinolo, figlio di Delfino, cavaliere aurato (20), nel 1388 fu membro del Consiglio generale dei Novecento per la parrocchia di S. Stefano in Nosigia a Porta Nuova (21), dove abitava; nel 1395 era tra gli ottanta cittadini milanesi più ricchi, tra cui doveva andar diviso il prestito di 19.000 fiorini, imposto dl Visconti (22), nel 1403, dopo la morte del duca Gian Galeazzo (23), avvenuta nel 1402, fu eletto da Caterina Visconti, che reggeva il ducato, "Consigliero di Stato, Generale dell'armi da piedi, e da Cauallo, & Commissario assoluto in Lodi, Crema, Cremona, Brescia, Louado, e Riuiera di Brescia, per dar fine alle riuoluzioni, e discordie di que' popoli con facoltà di gastigare, correggere, perdonare, e rimettere ogni multa, ed ogni pena per qualunque delitto, e podestà di comandare à tutti i Castellani, Pretori, Gouernatori, Capitani, Stipendiari, Ministri, e Sudditi del Duca (24)". Fu "famigliare priuilegiato" (25) di papa Urbano VI ("Dilecto filio, Nobili viro, Delfinolo de Brippio Domicello Mediolani familiari nostro") (26).
Tra i cittadini messi al bando, il 19 agosto 1412, per l'assassinio del duca Giovanni Maria Visconti c'è Giovanni Brivio, uno dei due figli di Delfinolo. Ma nel 1413 un decreto di Filippo Maria lo grazia e lo riammette al godimento dei suoi beni. Il figlio Lanzarotto nel 1447 fa parte del Consiglio del libero governo dell'Aurea Republica Ambrosiana e nel 1448 è tra i Deputati e Difensori della libertà. Negli anni 1455 e 1457 è deputato della fabbrica del Duomo (27) e, dal 1461 al 1463, dell'Ospedale Maggiore.
Dal libro delle patenti (1446-1449) dell'ufficio di Provvisione di Milano risulta membro del Consiglio generale, rinnovato subito dopo la morte di Filippo Maria, un nipote di Delfinolo, Francesco, nominato il 17 agosto 1447 per la parrocchia di S. Bartolomeo a Porta Nuova (28). Il 1 marzo 1448, sempre per lo stesso quartiere, Francesco fu uno dei 36 ufficiali che giurarono fedeltà alle leggi della Repubblica Ambrosiana (29).

Di Stefano sappiamo, dal rogito datato 30 gennaio 1331 (30), che mise in vendita alcune case, terre, vigne e boschi nei territori di Zivido e Vigloè, e che ebbe tre figli: Filippolo e Ambrogio dalla nobile Caterina de Corvi, Pietro Paolo da Tommasola Marcellini.
Ambrogio, insieme al figlio Beltramolo, nel 1380 appartenne alla corte di Regina della Scala, consorte di Barnabò Visconti. Gasparolo, un altro suo figlio, fu deputato della fabbrica del Duomo nel 1418 (31).
Il primo figlio di Beltramolo, Ambrogio, probabilmente sedette nel Consiglio generale. Dal secondo figlio, Antonio, discende Francesco, consigliere ducale, che da Cecilia Merati ebbe sei figli, tra cui Giacomo "dottore honoratissimo" (32), "Cavalier Pontificio, Co. Palatino, Lettore di pauia, & Giudice Collegiato di Milano" (33). Nel 1556 Giacomo entrò nel Collegio dei nobili dottori e sempre nello stesso anno divenne auditore e proboviro delle strade (34); nel 1557, iscritto nell'amministrazione della giustizia, svolse l'attività di avvocato fiscale; fu uno dei XII di Provvisione e uno dei sette vicari generali dello Stato di Milano (35), nel 1566 fu luogotenente nell'ufficio di Provvisione e nel 1567 ne ebbe il vicariato (36). Sposò Angiola Seregni e ne ebbe dieci figli. Morì all'età di 76 anni nella parrocchia di San Raffaele.
Giovanni Battista, uno dei suoi figli, nato il 24 febbraio 1573, entrò nel Collegio dei nobili dottori nell'anno 1599. Come il padre, fu prima luogotenente, poi vicario nell'ufficio di Provvisione (37). E' annoverato ripetutamente tra i deputati negli annali della fabbrica del Duomo (38).

Todesco, il secondo figlio del capostipite Ambrogio, con l'atto togato il 27 febbraio 1272 dal notaio Andrea di Concorrezzo (39), compera da Giacomo Borro, figlio di Rolando, tre parti di una decima, nel territorio di Zivido, al prezzo di 270 libbre.
Franzino (40), figlio di Todesco, nel 1335 siede nel Consiglio Generale dei Novecento e sottoscrive l'atto di ratifica, dato nel Broletto nuovo il 7 settembre di quell'anno, con cui il podestà Orso de' Giustiniani, i XII di Provvisione e 741 consiglieri sanzionano con il loro voto il giuramento di fedeltà al papa Benedetto XII e ai suoi successori (41). Nel 1348, quando Luchino Visconti, signore di Milano, decide la revisione degli statuti e la compilazione di un nuovo corpo di leggi, viene chiamato a far parte della commissione in qualità di "morumperitus" (i nuovi statuti erano divisi in otto capi: il primo riguardava le giurisdizioni, gli altri si occupavano di affari criminali, civili, straordinari, di vettovaglie, dei dazi, e della mercatura). Franzino ha tre figli: Petrolo, Giovannolo, Comello. Quest'ultimo sposa Caterina dei Capitani di Melegnano e ne ha due figli: Bernardo (1) (42) e Franciscolo (2).
Gian Paolino (3), nato intorno al 1370 da Franciscolo e da Eva Biraga, laureatosi a Pavia nel 1393, in qualità di "camerarius domini ducis" risulta tra i testimoni dell'atto matrimoniale di Lucia Visconti, figlia di Barnabò, con Federico marchese di Misnia, figlio del Langravio di Turingia, rogato in Pavia il 18 giugno 1399 (43), Gabriele Maria Visconti lo nomina, il 26 aprile 1405, podestà e capitano del popolo di Pisa; qui, in seguito a una rivolta popolare, Gian Paolino ha la casa saccheggiata. Come Giovanni Brivio (44), dopo l'assassinio del duca Giovanni Maria Visconti, nel 1412, è messo al bando; assolto, l'anno successivo, da Filippo Maria si vede rinnovata nel 1414 l'investitura feudale della corte di Luzzaria, delle acque del lambro e della Vettabbia, già concessi ai suoi progenitori dall'Imperatore Enrico VII nel 1311 (45); eletto Capitano della città e della cittadella di Asti, nel 1425, tiene questa carica fino al 1439. Deputato della fabbrica del Duomo nel 1437, muore intorno al 1450.
Giuseppe, fratello di Gian Paolino, nato nel 1378, sceglie la carriera ecclesiastica e all'inizio del '400 è canonico ordinario della metropolitana. Poeta, oratore, teologo (ha studiato teologia a Pavia), giureconsulto (46), negli Annali della Fabbrica del Duomo è citato come "il più dotto nel suo capitolo" (47), nonostante la giovane età, ma nei suoi scritti si definisce modestamente "minimus ordinariorum ecclesiae mediolanensis, philosophiae discipulus" (48). Viene ricordato fra gli oratori e i poeti latini del secolo XV da Filippo Argelati (49) e da Benvenuto da Milano (50). Secondo il Giulini (51), nella Biblioteca Ambrosiana dovrebbe essere conservato, tra i manoscritti, il poea latino da lui composto in onore di Pietro da Candia (52), cardinale arcivescovo di Milano, eletto papa al Concilio di Pisa col nome di Alessandro V. Concilio illegittimo, peraltro, ed elezione contestata. Siamo infatti nel pieno dello scisma d'Occidente, che dilaniò la Chiesa fino al 1417, quando viene eletto al pontificato Oddone Colonna che prende il nome di Martino V. E Giuseppe Brivio, a nome di Pavia e della sua Università, saluta con un'orazione il nuovo papa al suo arrivo a Milano, dove consacrerà l'altare maggiore della cattedrale. Trasferitosi a a Roma, Giuseppe fu presidente della registratura papale e notaio apostolico. Vi morì nel 1457.
Giacomo Stefano, figlio di Franzino e di Antonia Borri, nato intorno al 1428, "magnificus et praestantissimus vir", ebbe nel 1461 da Bianca Maria Visconti (53), duchessa di Milano, l'esenzione da ogni tassa, angheria e contribuzione. Tale esenzione gli fu confermata il 24 febbraio 1467, e, ancora dieci anni più tardi, da Bona di Savoia. Ottenuta, nel 1461, la cittadinanza lodigiana, acquistò (l'atto venne rogato il 7 gennaio 1467) il diritto di pedaggio sul ponte di Melegnano (54). L'11 aprile 1474 entrò nel Consiglio generale per Porta Ticinese (abitava nella parrocchia di Santa Maria Valle). Più volte fu tra i XII di Provvisione e deputato della fabbrica del Duomo. Nominato l'8 gennaio 1481 da Gian Galeazzo Sforza, nel castello di Porta Giovia a Milano, questore del magistrato delle entrate ordinarie (55), morì nel 1484 e chiese di essere sepolto nella chiesa di Sant'Eusebio, dove ordinò ai figli Giovanni Francesco (5), Gian Aloigi e Alessandro di erigergli, entro cinque anni, una cappella dedicata ai Santi Enrico e Rocco. Qualora i frati di Sant'Eusebio non avessero concesso lo spazio richiesto, la cappella doveva essere costruita nella Chiesa di San Francesco (56).
Le vicende politico-militari della fine del secolo rischiano di travolgere tutta la famiglia Brivio. Arrivano i francesi, Ludovico il Moro, battuto, tenta di rientrare in città, ma è nuovamente sconfitto a Novara e condotto prigioniero in Francia. I fratelli Brivio, che hanno parteggiato per lui contro il re Cristianissimo, si vedono confiscati tutti i beni e si salvano con la fuga. Ma già nel giugno 1500 la situazione si normalizza: il cardinale Georges d'Amboise, luogotenente del re Luigi XII, grazia i tre fratelli e restituisce loro i beni contro il pagamento di un riscatto di 8.000 scudi. Tuttavia il permesso di ritornare a Milano è concesso ad Alessandro e a Gian Aloigi, e negto a Giovanni Francesco, considerato troppo compromesso con lo Sforza.
Alessandro, terzogenito di Giacomo Stefano, fu, sotto gli Sforza, cameriere ed armigero ducale (57) e capitano di cavalleria (58). Sposato a Lucrezia Visconti ebbe due figli: Carlo e Cesare.
Carlo (59), decurione nel Consiglio generale per Porta Ticinese nel 1531, fu tra i cittadini milanesi inviati a Trento a rendere omaggio all'Imperatore Carlo V, che si disponeva a visitare Milano, prima dell'impresa di Tunisi. Sedette nell'Ufficio dei XII di Provvisione, fu deputato della Fabbrica del Duomo (60) e, col fratello Cesare, dell'Ospedale Maggiore. Anche Alessandro (61), figlio di Cesare, fu nell'Ufficio dei XII nel 1571 per Porta Vercellina, e ripetutamente deputato (62) della Fabbrica del Duomo. L'altro figlio Annibale fu nell'Ufficio dei XII nel 1589 con l'incarico di rifornire di grani il mercato del Broletto nuovo della città; e sempre nello stesso anno proboviro del tribumale delle strade; fu anche, per tre volte, deputatodell'Ospedale Maggiore.
Cesare, figlio di Annibale, fu capitano della milizia urbana "nel terzo del mastro di campo Vercellino Visconti" (63) e deputato della Fabbrica del Duomo nel 1625 (64). Carlo, figlio di Alessandro, "Signor di Cauagnara" (65), deputato della Fabbrica del Duomo nel 1591 e nel 1592 (66), e dell'Ospedale Maggiore, fu tra i XII di Provvisione e nel 1596 giudice delle strade della città e del ducato; nel 1608 ebbe dal Senato il privilegio dell'immunità per i dodici figli.
Di questi dodici figli, due si segnalarono per meriti letterari. Francesco (67), poeta e maestro d'elequenza, scrisse due orazioni degne di ricordo: la prima letta al funerale del cardinale Alessandro Peretti Montalto (e stampata a Roma nel 1623), l'altra letta il Venerdì Santo del 1633 alla presenza del papa Urbano VIII. Gerolamo, laureato in diritto all'Università di Pavia e iscritto al Collegio dei nobili giureconsulti di Milano, fu autore di varie opere in italiano e in latino. Dei due fratelli scrissero Filippo Picinelli (68) e Filippo Argelati (69).
Ippolito, altro figlio di Carlo, crocesegnato, tra i XII di Provvisione nel 1623, fu incaricato dal Consiglio generale dopo il tumulto di San Martino del 1628 di controllare che venissero eseguiti e rispettati gli ordini provvisionali. Giudice delle vettovaglie (70) della città di Milano e sua giurisdizione negli anni 1635, 1641 e 1648, nominato tra i primi conservatori a vita appartenenti alla Congregazione per l'osservanza degli ordini della città, istituita dal Consiglio generale nel 1649, fu più volte deputato della Fabbrica del Duomo (71) e dell'Ospedale Maggiore e priore del Monte di Pietà.
Carlo, figlio di Ippolito, fu nel 1648 proboviro nell'ufficio delle strade, nel 1652 deputato della Fabbrica del Duomo (72), nel 1653-1654 tra i XII di Provvisione. Suo figlio Ippolito, proboviro nell'ufficio delle strade nel 1693, durante la guerra di successione spagnola, dopo l'arrivo nel 1706 delle truppe imperiali guidate da Eugenio di Savoia (che segnò il passaggio di Milano dal dominio spagnolo a quello austriaco), fu tra i cittadini che si prodigarono per risparmiare ai milanesi più gravi lutti e rovine.
Annibale, figlio di Ippolito, sergente maggiore nell'esercito imperiale e aiutante del duca di Modena, fu l'ultimo dei discendenti di Alessandro, figlio di Giacomo Stefano. Istituito erede universale dal fratello maggiore Carlo Valentino, morto nel 1780, istituì a sua volta erede universale Annibale, figlio di Cesare Brivio Sforza. Morì nel 1803.
Gian Aloigi, secondogenito di Giacomo Stefano, "sendo ancor studente nell'Università di pauia hebbe dal Duca la lettura Ciuile, che ci tenea Lodovico Cambiago. Presa la laurea fu fatto Caualiere" (73) e venne nominato, nel 1485, questore del magistrato delle entrate straordinarie (74). Nell'atto di nomina Ludovico il Moro e Gian Galeazzo lo definirono dotato d'ingeno, di virtù, di dottrina, di fede e devozione nei confronti dello Stato e dei suoi reggitori, "Nobilem & Sapientem, cum Praeclara sit ortus familia" (75). Nel 1490 ottenne la licenza "di comprare il dazio di pane, vino, carne, ed un'hosteria nella Terra di Noua, Pieve di Decimo, da Cristoforo Bugatti" (76). Alla morte, nel 1494, di Gian Galeazzo, Ludovico il Moro, ormai padrone assoluto del ducato, nel quadro della sua politica di attenzione alle richieste popolari di "conservazione de la quiete, pacifico vivere, et bene universale" (77), mandò Gian Aloigi a Cremona con l'incarico di chiarire a quei cittadini quali fossero le intenzioni del nuovo governo riguardo agli ordinamenti delle "biade, sale, taxe de cavalli, porci silvestri, cacie, monete, strade, victualie, et cose criminale" (78). Nel 1495 Gian Aloigi fu consigliere del senato di giustizia. Dopo i giorni drammatici della caduta degli Sforza, il 6 agosto 1500 il re Luigi XII lo nominò consigliere del nuovo Senato. Sposato a Ludovica Crivelli, ebbe sette figli e morì nel 1509.
Galeazzo, il terzogenito, religioso dell'ordine degli Umiliati, ottenne la prepositura di San Calimero e coltivò per lunghi anni gli studi giuridici. Fu, nel 1555, vicario eluogotenente di Giacomo Gaddi, maestro generale, e nel 1559 gli successe nella carica per un triennio. Fu poi vicario dell'ordine per 33 anni. "Essendo stata la Religione da Paolo IV multata in ventimila scudi d'oro, se n'andò a' piedi da Pio IV già suo amico, il quale gliene condonò diciassettemila" (79). Morì nel 1567. sagramoro, suo fratello, "caualiere aurato" (80), sposò Beatrice de Zuccari ed ebbe tre figli, uno dei quali, Giovanni Battista, fu cavaliere dell'ordine di San Lazzaro. Giovanni Battista ebbe undici figli: sette legittimi e quattro naturali; cinque maschi e sei femmine. Tutti i maschi morirono infanti.
Giovanni Francesco (5), primogenito di Giacomo Stefano, nacque intorno al 1457. Il 23 settembre 1482 fu nominato aulico di corte. Morto il padre, venne chiamato a sostituirlo nella funzione di questore del magistrato delle entrate ordinarie (81). Dopo la caduta di Ludovico il Moro e la conquista francese, visse in esilio molto più a lungo dei fratelli. Rientrato a Milano, in un clima ormai pacificato, il 30 marzo 1505 ebbe restituita dal re Luigi XII la carica di questore del magistrato delle entrate ordinarie. Ma le sue simpatie politiche erano per gli Sforza. E Massimiliano, figlio di Ludovico il Moro, duce di Milano nel 1512, in una lettera autografa del 3 aprile 1513, gli esprimeva la propria riconoscenza per la lunga servitù, fede e devozione. Sempre nel 1513 Giovanni Francesco venne nominato regolatore generale delle entrate e del magistrato ordinario. E il 16 dicembre ottenne in feudo, con la possibilità di trasmetterlo ai figli maschi e legittimi, il castello e la terra di Melegnano con le giurisdizioni e i relativi diritti dei luoghi e delle città spettanti alla Camera ducale (62). Quel castello e quelle terre, per la verità, Giovanni Francesco le aveva "in deposito" fin dal 1512 a copertura di 1000 ducati sbiìorsati "per il pubblico sollievo" e con l'impegno a restituirle quando quella somma gli fosse stata rimborsata. La battaglia di Melegnano, combattuta nel 1515 proprio sui terreni dei Brivio, si risolse con la vittoria francese. Il che non tolse che il re Francesco I, il 18 ottobre 1515, rinominasse Giovanni Francesco questore del magistrato delle entrate ordinarie. Morto intorno al 1517, Giovanni Francesco aveva disposto, nel testamento, che fosse ultimata la cappella di San Teodoro, già riservata per il Moro, "in capite ecclesiae Sancti Satiri" (83), dove voleva essere sepolto. Tale disposizione testamentaria non ebbe seguito (e comunque nella chiesa di San Satiro la cappella non esiste più, neanche incompiuta).
Giuseppe Dionigi (6), figlio di Giovanni Francesco, cavaliere aurato (84), "encomiato dal Picinelli" (85) e riportato "da Filippo Argelati (86) tra gli scrittori milanesi nella sua Biblioteca" (87), decurione nel 1535 e poi nel 1549, venne chiamato, nel 1553, dal Consiglio Generale ad assistere, assieme ad altri decurioni e cittadini, il Vicario di Provvisione, Gerolamo Toso, e il suo luogotenente nella compilazione dell'estimo della città, che reclamava una perequazione in confronto ad altri comuni meno gravati dalle imposte. Governatore di Casalmaggiore negli anni 1544 e 1545, fu nominato dall'imperatore (88) nel 1549 senatore "dei panni curti" (89), in sostituzione di Gaspare Trivulzio. Eletto dal Consiglio generale tra i dieci decurioni che avevano l'incarico di presiedere e regolare le spese straordinarie della città per l'anno 1558, rifiutò, e l'incarico venne dato a suo figlio Sforza. Ma, a parte gli onori del decurionato e del Senato, Giuseppe Dionigi visse nel 1532 una vicenda amara: nel marzo di quell'anno Francesco II Sforza investì del feudo di Melegnano Gian Giacomo Medici. Contro questa spoliazione Giuseppe Dionigi si appellò al Senato; il Senato riconosceva legittima l'investitura dei Medici ma inponeva loro di risarcire adeguatamente i Brivio. Tale risarcimento non fu mai pagato e la questione del feudo di Melegnano era ancora aperta nel 1773.
Sforza Brivio (7), figlio di Giuseppe Dionigi, fu personaggio di grande autorità e uno "de' principali Caualieri c'habbi la città di Milano, et suo stato. Egli fu de' signori del Magistrato Straordinario, e poscia dell'ordinario, et hora (essendofauorito dal re Filippo) è commissario generale degli eserciti di Lombardia, et di Piemonte per sua maestà Catolica, et uno de' sessanta dell'illustrissimo Consiglio generale di Milano (90)". Nell'anno 1564 fu giudice delle strade, e nel 1566 Commissario per l'estirpazione dei boschi lungo le strade suburbane. Il 25 aprile 1571 fu nominato milite aurato, cinto della spada e ornato degli speroni d'oro, da papa Pio V (91), da cui si era recato, per incarico del Vicario e dei XII di Provvisione, a chiedere benefici per numerosi monasteri e luoghi pii cittadini ridotti in condizioni miserabili. Fu ripetutamente deputato della fabbrica del Duomo e dell'Ospedale Maggiore (92). Sposato con Giulia Visconti, ebbe numerosi figli, tra cui Giovanni Battista e Dionigi Cesare.
Giovanni battista nel 1586 luogotenente del podestà di Pavia, poi nel 1588 podestà di Lodi e di Vigevano, nel 1591 venne nominato da papa Gregorio XIV governatore della città e del distretto di Orvieto. Il Consiglio generale di Milano lo elesse nel 1609 mandatario e procuratore della città. Nel 1610 divenne vescovo di Cremona.
Dionigi Cesare (8), luogotenente nel 1594 al Commissariato generale dell'esercito, nel 1628, dopo il tumulto popolare di San Martino, venne eletto al Consiglio generale con l'incarico di colntrollare "i prestini, le beccherie" (93) e ogni altra bottega di vettovaglie di Porta Ticinese, per cercare di limitare le frodi dei venditori e le violenze della plebe. Fu deputato della fabbrica del Duomo e dell'Ospedale Maggiore (94). L'11 marzo 1627 ottenne il feudo di Santa Maria in Prato, Casal Majocco, Isola Balba, Roncoli e Sordio, nel contado di Lodi. Il 2 agosto re Filippo IV gli concesse il titolo di marchese (95) trasmissibile per primogenitura ai figli maschi legittimi (96). Sposato con Isabella Vertemate Franchi, Dionigi Cesare ebbe sedici figli, tra cui Francesco, Sforza e Luigi.
Francesco Brivio venne nominato nel 1634 nel Consiglio generale dei decurioni (97) e nel 1636 conservatore della Congregazione del patrimonio. Per un anno fu tra i XII di Provvisione e ripetutamente deputato della fabbrica del Duomo (98) e dell'Ospedale Maggiore. Il fratello Sforza (99), laureato in diritto civile, in diritto ecclesiastico e in teologia, "dottissimo Caualiere, e Collegiato Giudice della Patria" (100), ricordato dall'Argelati come autore di alcuni carmi latini (101), fu tuttavia uomo di carattere violento: il 6 luglio 1646 guidò un assalto a Porta Comasina, con gente armata, in cui furono malmenati e feriti ufficiali e gabellieri, colpevoli di aver fermato senza giustificato motivo una sua carrozza. L'altro fratello Luigi (9), regio luogotenente nell'ufficio di Provvisone nel 1656, fu vicario tre volte: nel 1657, nel 1664 e nel 1676 (l'anno della orte). Fu inviato a Venezia per ottenere da quel goerno una degna accoglienza a Margherita d'Austria che andava sposa nel 1666 all'imperatore Leopoldo e sarebbe passata nei territori della Repubblica.
Guido Antonio, figlio di Luigi e della sua terza moglie, Teresa Stampa, nel 1692 fu proboviro delle strade e nel 1696 tra i XII di Provvisione per Porta Ticinese, incarico che ebbe rinnovato nel 1711. In seguito alla morte del fratello Cesare, fu decurione del Consiglio generale nel 1723 e nel 1730 giudice delle strade della città e del ducato. L'Argelati lo ricorda come studioso di scienze matematiche e segnala suoi studi inediti di meccanica conservati nella biblioteca del marchese Stampa Soncino.
Cesare (10), figlio di Luigi e della sua seconda moglie, Cecilia Rovida, tra i XII di Provvisione nel 1689, fu decurione nel 1698. Dopo l'arrivo degli imperiali, fu nominato da Eugenio di Savoia, l'8 maggio 1707, conservatore nella Congregazione del patrimonio e, il 20 gennaio 1713, giudice delle strade della città e del ducato. Sposò Laura Bossi, ed ebbe due figli: Luigi Gaetano (11) (102), più volte deputato della fabbrica del Duomo (103) e fra i XII di Provvisione; Giovanni Battista, colonnello degli eserciti imperiali, cavaliere di malta e nel 1752 generale maggiore effettivo.
Sforza Brivio (12) (104), figlio di Luigi Gaetano e Giovanna Visconti, priore del Monte di Pietà nel 1747 e ripetutamente deputato dell'Ospedale Maggiore, il 10 marzo 1759 fu eletto decurione al Consiglio generale. Nel 1770 chiese e ottenne l'iscrizione del proprio stemma gentilizio nel codice araldico presso il tribunale Araldico istituito, il 7 gennaio 1768, dall'imperatore d'Auatria. Sposò Teresa Visconti, che l'imperatrice Maria Teresa nel 1757 nominò dama della croce stellata,ed ebbe nove figli.
Cesare (13), il primogenito, venne eletto, nel 1712, proboviro nell'ufficio delle strade. Uditore del magistrato di Sanità nel biennio 1776-77, pro-vicario di Provvisone nel 1781, divenne vicario di Provvisione nel 1782. Nello stesso anno il Senato lo elesse vicario pretorio per un triennio e contemporaneamente il Consiglio generale dei decurioni lo nominò pro-vicario del banco di Sant'Ambrogio. Assessore togato nella congregazione municipale di Milano, si occupò di estimo, di tasse, del banco di Sant'Ambrogio e della Commissione araldica. E ricopriva ancora quella carica, nel maggio 1796, quando, all'arrivo dei francesi a Milano, fu preso, insieme a tutti i decurioni oltre i sessant'anni, e condotto ostaggio prima a Tortona e poi a Nizza. Rientrato a Milano il 12 ottobre, rimase tagliato fuori da ogni attività pubblica fino al ritorno degli austriaci e alla caduta della Repubblica Cisalpina, nella primavera del 1799. Il 9 giugno fu nominato assessore al primo dipartimento della Congregazione delegata, che si occupava del censo e dei comuni. Al ritorno di Napoleone, nel giugno 1800, fu tra i nobili compromessi con gli austriaci che dovettero pagare una contribuzione di guerra di due milioni. Ma nel clima sempre più moderato della seconda Repubblica Cisalpina (5 giugno 1800), della Repubblica Italiana (26 gennaio 1802) e infine del Regno d'Italia (26 maggio 1805), Cesare Brivio potè riavere uffici e onori. Consigliere comunale nel 1804, assessore nel 1805, fu fra le autorità che il 14 ottobre 1807 posero la prima pietra dell'Arco di trionfo alla barriera del Sempione. Napoleone lo nominò cavaliere della Corona ferrea e gli concesse anche il titolo di cavaliere del Regno, trasmissibile per primogenitura ai figli maschi, assegnandogli le armi d'azzurro con due branche di leone d'oro recise di rosso e passate in croce di Sant'Andrea, con livree bianco, celeste, giallo nere. E' con Cesare che il nome Sforza, ricorrente in famiglia da più generazioni, diventa secondo cognome. Non che tutti i Brivio, dopo di lui, si siano chiamati Brivio Sforza. Ma questo doppio cognome si fa da allora sempre più frequente, fino alla sua definitiva consacrazione anagrafica con sentenza del tribunale di Milano in data 5 novembre 1953.
Annibale (14), figlio primogenito di Cesare, laurea in legge all'università di Pavia, addetto alla corte del vicerè Eugenio di Beauharnais, chiamato nel 1805 a far parte della Guardia reale, fu nominato da Napoleone, nel 1806, aiutante alle cerimonie del Regno d'Italia. Dopo la caduta del Regno e il ritorno degli austriaci appartenne alle Guardie nobili volontarie del Lombardo-Veneto, da cui si dimise nel 1818. Ricoprì poi varie cariche pubbliche. Alla morte dell'agnato omonimo Annibale (105), da cui era stato nominato erede universale, si trovò a riunire nelle proprie mani quasi tutto il patrimonio della famiglia che, alla morte di Giacomo Stefano (106), era stato diviso fra i tre figli. Sposò Francesca Barbiano di Belgiojoso, da cui ebbe dieci figli.
Giacomo (15) (107), primogenito di Annibale, studiò legge a Pavia come il padre. Nel 1848 volontario in Piemonte nella guerra contro l'Austria, fu tenete dei Dragoni lombardi e aiutante di campo del generale Ettore Perrone. Fu sindaco di Zivido nel 1863-65, sindaco di Viboldone nel 1875-79, consigliere del comune dei Corpi Santi a Milano per molti anni, console della Repubblica del Chili. Membro della Société française d'archéologie, pubblicò nel 1889 la monografia Origine e vicende della cappella espiatoria francese a Zibido presso Melegnano. Morì a 82 anni nel 1901.
Cesare (16), primogenito di Giacomo, fu vicario di provvisione, podestà di Milano e cavaliere ereditario del Regno d'Italia. Sposato con Giuseppina Medolago Albani, ebbe quattro figlie.
Annibale Francesco Ippolito, figlio di Giacomo e della seconda moglie, Angela Clerici, nacque nel 1892 e morì nel 1988. Laureato in ingegneria civile, combattè nella prima guerra momdiale come sottotenente e poi tenente del genio, e fu decorato con croce di guerra. Membro della Consulta araldica nel 1928, fu gentiluomo di corte di S.A.R. la principessa di Piemonte dal 1930 al 1939, Collare dell'Annunziata, cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro, e dell'Ordine di malta. Sposato con Marianna Trivulzio, ebbe sei figli, che insieme ai loro figli e nipoti rappresentano attualmente la famiglia (108).

(da Politecnico di Milano, Facoltà di Architettura, Dipartimento di conservazione delle risorse architettoniche e ambientali. Anno accademico 1990/91 - "Rocca Brivio: ricerca storica, rilievo, manutenzione", tesi di laurea. Relatore: Prof. Arch. Alberto Grimoldi. Correlatrice: Arch. Carolina Di Biase. Laureande: Silvia Baldini, Diana Masarin)

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