La lastra sepolcrale del preposto Guglielmo De Villa del 1365 nella Badia di Viboldone
di Sant'Ambrogio Diego in "Archivio Storico Lombardo", Milano, 1905, pp.550-554

Durante i lavori di consolidamento e restauro che si stanno facendo alla vetusta e cadente Badia di Viboldone, presso San Giuliano Milanese, un prezioso documento epigrafico è venuto casualmente alla luce, di cui ignoravasi totalmente l'esistenza, la grande lastra tombale che sehnava un giorno il luogo ove fu sepolto nel 1365 persona cospicua dell'ordine degli Umiliati, e cioè il preposto Guglielmo De Villa.
Di costui già conoscevasi, perchè pubblicata dal Tiraboschi nel I volume della sua opera "Vetera Humiliatorum Monumenta", la lapidetta in data del 1348 che vedesi tuttora sulla fronte della chiesa conventuale; ma niuna menzione venne fatta, nè dallo storico precitato nè da altri cronisti, del sepolcreto con relativa iscrizione di quel dotto e munifico preposto che ebbe in vita turbinose vicende e resse per lunghi anni la casa degli Umiliati di Viboldone.
Sennonchè, rimuovendosi colà ultimamente per effetto dei lavori di riattamento, l'altare maggiore del tempio avente un pallio di finta tarsia e predelle e tabernacolo di legno dorato, si constatò con qualche meraviglia che la mensa marmorea dell'altare era costituita dal gran lastrone funerario messo a rovescio, portante scolpito l'effige in abito monacale del De Villa e tutt'intorno all'orlo l'epigrafe in onor suo.
La lastra era del resto intatta ed anzi in ottimo stato di conservazione, e solo nella parte a tergo che fungeva da mensa dell'altare vi si scorge scolpita un'incavatura quadrangolare per la collocazione della relativa pietra sacra.
il marmo di Gandoglia, di grana fina e d'una bella intonazione calda, fornì il materiale per questo lastrone tombale che è delle dimensioni di metri 2 di lunghezza per cent. 85 di larghezza ed ha uno spessore di ben un decimetro.
Il tumulato vi è effigiato vestito dell'abito monacale a larghe pieghe con cappuccio e posa la testa dai severi lineamenti sopra un cuscino. Con ambo le mani tiene stretto al petto un grosso volume ed ha i piedi ricoperti da leggeri calzari. Nel complesso siamo dinanzi ad un simulacro egregiamente scolpito anche sotto il rispetto dell'arte e un largo bordo gira tutto intorno alla lastra tombale coll'iscrizione seguente che incomincia a sinistra poco spra della testa:"Hic iacet venerabil. pater et decretorum doctor dns. frat. Guilielmus de Villa pposit. dom. de V icoboldono q. rexit ppositura. annis XXXII. legit actu ipluribus studiis generalib. et composuit librum qui vocat. Zaphirus de expositione regulae bti. benedicti. obiit avt. ano. dom. MCCCLXV die XIII decembris".
Di questo colto preposto degli Umiliati, che è certamente una delle maggiori illustrazioni di quell'ordine soppresso nel 1571, il Tiraboschi narra nel suo I volume avvenimenti che è qui superfluo riassumere. Creato generale della congregazione nel 1334 da papa Giovanni XXII, mentre la nomina a quella carica istituita solo dal 1246 spettava al concilio supremo dell'ordine, si vide il De Villa privato di quell'onore, per essergli stato sostiutito nel consesso tenuto ad Alessandria nel 1336 il bergamasco Giacomo De Lemene.
Fautori ne aveva per altro non pochi il focoso preposto di Viboldone, e mentre parve dapprima, nonostante il ricorso al papa Benedetto XII stato fatto dopochè Clemete VI già aveva dichiarato nulla egli stesso l'avvenuta nomina a generale, rassegnarsi alla sua sorte, si diede poi dopo a denunciare il suo rivale come colpevole di misfatti che lo rendevano indegno dell'alto posto di cui era stato insignito ad Alessandria.
Di qui tumulti e sommovimenti in tutto l'ordine, senza per altro che sortissero effetto le accuse sue e dei suoi sostenitori che volevano eletto il De Villa a vescovo di Lodi ed irritarono con ciò maggiormente Clemente VI.
Si ristabilì finalmente la quiete nella turbata congregazione, senza che nulla ottenesse il De Villa e fa d'uopo credere che al momento della sua morte niuno dei suoi addetti nel chiostro di Viboldone, nè egli stesso pel primo, più accampasse diritti o pretese al riguardo, giacchè anche l'iscrizione sul suo sepolcro lo designa bensì come preposto di Viboldone, ma tace affatto della carica da lui avuta, per breve tempo, di generale supremo dell'ordine.
L'epigrafe si limita a chiamarlo, giustamente del resto, "venerabilis" e gli fa merito di aver retto dal 1333 per ben 32 anni, le prepositura di Viboldone, a quel modo che la lapidetta della facciata ascive a lui quel cospicuo lavoro decorato di statuette campinesi di certo pregio, di mano dell'artista medesimo evidentemente che scolpiva poscia la di lui lastra funeraria.
Uno speciale titolo di distinzione ripetuto pel De Villa, tanto mella lapidetta ricordante l'erezione della faciata del tempio nel 1348 quanto nella di lui epigrafe mortuaria, si è quello di "Decretorum doctor", qualifica che andò sparendo man mano nella giurisdizione ecclesiastica ma che alla metà del XIV secolo era ancora tenuta in alta considerazione.
Alle Decretali di Eugenio III del 1150, meglio conosciute, dal nome suo, come le Decretali di Graziano, e cui avevano fatto aggiunte il Cirea di pavia ed il Gallese di Volterra, Gregorio IX aveva nel 1234, valendosi di del domenicano San Raimondo di Pennafort, fatto seguire la sua completa raccolta dei decreti dei papi e dei concili dal 1150 in poi, ordinando che le decisioni in esso compendiate venissero seguite da tutte le scuole e dai tribunali.
Dopo di lui, Bonifacio VIII nel 1295 e Clemente V nel 1311, accrebbero di nuovi elementi quel codice delle Decretali, e papa Giovanni XXII fece tener dietro alle "Clementine" del suo antecessore, le Decretali conosciute come le "Extravaganti" e le "Comuni" dall'essere state le prime di esse riunite da testi diversi poco noti e sparsi qua e là.
Ora, quest'ultimo pontefice fu quello che molto protesse frate Guglielmo De Villa fino a nominarlo egli stesso nel 1331, incompetentemente del resto, come IX generale e maestro di tutto l'ordine degli Umiliati, come vedemmo e comprendesi quindi come possa il De Villa, per riconoscenza a quel sommo gerarca o per reale competenza sua nello studio e nella spiegazione delle Decreatli, aver preferita ad ogni altre quell'onorifica qualifica di Decretorum doctor due volte ripetuta per lui nei marmi scritti di Viboldone.
L'iscrizione funeraria testè venuta in luce del De Villa, riesce inoltre di storica importanza pel motivo che, accennandosi in essa all'aver quel prelato professato in molti Studi generali, aggiunge che ebbe egli a pubblicare un libro che serve di commento alle Regole del Beato Benedetto "Zaphirus de expositione Regulae beati Benedicti".
Il De Villa infatti, conosciuto altresì col nome di Faba, viene annoverato dal Tiraboschi fra i non molti scrittori dell'ordine degli Umiliati a p.287 del suo I volume più sopra citato, ma ciò unicamente sull'asserzione del Chronicon braydense (cap XIX), e l'epigrafe sul di lui sepolcro giunge dunque in buon punto per confermare pienamente quella circostanza di fatto, rimanendo solo a chiarirsi ora che sappiamo il preciso titolo dell'opera in questione, se essa sia nota bibliograficamente e il contenuto suo.
Resta intanto a spiegarsi in qual modo un monumento sepolcrale così intatto e di personaggio tanto chiaro e benemerito in fondo per l'ordine suo e più per la chiesa stessa di Viboldone, abbia potuto essere tolto dal luogo ove trovavasi originariamente per trar profitto di esso come semplice materiale costruttivo.
Ora l'altare, col calice e l'ostia consacrata nel mezzo del pallio, alludente forse a quella pia congregazione del corpo di Cristo che andò fissa nel 1583, per decreto di Gregorio XIII, nella famiglia monastica degli Olivetani, lascia divedere che a a quest'ultima religiosa istituzione per l'appunto, succeduta nel 1571 agli Umiliati in Viboldone, sia dovuta l'erazione di quell'altare maggiore colla conseguente deturpazione della lastra mortuaria del De Villa fatta servire ad uso di mensa.
La soppressione degli Umiliati avvenuta nel milanese non senza gravi contrasti, dopo il tentato assasinio dell'arcivescovo san Carlo Borromeo, e le pecche di concussione e malversazione dei beni della chiesa ad essi attribuite, danno ragione sino ad un certo punto dello zelo che posero i primi Olivetani venuti ad occupare Viboldone, nel togliere dal tempio tutto quanto concernesse l'abolita corporazione.
Nulla infatti rimase nella chiesa conventuale che ricordi quei monaci Umiliati, all'infuori dei dipinti parietali della metà del XIV secolo che, a poco a poco andarono essi pure ricoperti di calce ed escono solo oggi alla luce, avvertendo che anche gli altari delle navate laterai in puro stile barocco sono creazioni posteriori dedicate ai santi maggiormente in onore nella congrega olivetana.
Qual meraviglia che in quel primo e disordinato fervore di opposizione al caduto ordine degli Umiliati, si ravvisasse opportuno se non forse meritorio di togliere dal pavimento del tempio, presumibilmente in prossimità del presbiterio, la lastra tombale del De Villa, per usufruirla rovesciata foggiandone la mensa del nuovo altare?
E l'indecorosa profanazione ha valso, se non altro, a far giungere fino a noi in perfetto stato la lastra tombale del 1365 coll'epigrafe storicamente importante el De Villa, che lasciata altrimenti allo scoperto nel deserto chiostro, avrebbe subito guasti ben maggiori e compromettenti abrasioni, se pur non occasionava, all'epoca delle sopressioni degli ordini religiosi sulla fine del XVIII secolo, cupidigie di possesso tali da determinarne la completa rovina o la vendita al primo venuto.
Oggidì invece, questo pregevole monumento artisico ed epigrafico non correrà più pericolo di dispersione, ma messo decorosamente in evidenza nell'interno del tempio pei visitatori di quel sacrario i cui restauri è da sperarsi vengano alacremente proseguiti, e riprodotto colla fotografia, sarà degno oggetto di studio sia per quel che concerne l'arte campionese di cui la scultura del tumulato è perspicuo esempio, che per quanto riflette la parte epigrafica venuta inaspettatamente a portare nuova luce a quello storico personaggio che fu il De Villa nella vita chiesastica tumultuosa ed agitata del trecento sotto la signoria viscontea.

 

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