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La Battaglia sui libri

Arnold Esch
I mercenari svizzeri in Italia.
L'esperiena delle guerre
milanesi (1510-1515)
tratta da fonti bernesi


Alberti Editore
per la
Società dei Verbanisti
Verbania-Intra, 1999.

Introduzione. Splendore e miseria del mercenario: le spedizioni italiane del primo Cinquecento nella prospettiva individuale degli arruolati comuni. Fonti poco appariscenti, tramandate per caso: il fondo "Unnütze Papiere" ("Carte inutili") dell'Archivio di Stato di Berna.

"Mai prima i confederati avevano visto accampamenti sì splendidi e ricchi come quelli, che abbiamo avuto finora in città e campagna. Tutto ciò che l'uomo desidera, lo si trova a sufficienza. Per tale motivo i soldati sono pieni di soldi e di cose meravigliose, appartenute ai francesi e raccolte dappertutto… Siamo così felici e stiamo così bene per cui il Signore Iddio sia ringraziato per l'eternità". Con queste euforiche parole Peter Falk di Friburgo rivelò in una lettera del giugno 1512, mandata per conoscenza anche a Berna, lo stato di allegra eccitazione in cui era caduta la truppa svizzera durante la sua irresistibile marcia verso Pavia e Milano. Ancora nella giustificazione addotta alcuni mesi dopo da un semplice bernese, che aveva voluto rifarsi di sua iniziativa, per la mancata corresponsione dello stipendio, su una famiglia benestante di Varese, catturandone un membro ("..e lo catturai a Varese sulla piazza davanti a una gran folla e lo portai fuori dal paese con la forza…"; "con l'alabarda gli diedi una spinta…"; "e vi fu gente che voleva impedirlo, ma nessuno era così abile di riuscirvi"), ancora in questa giustificazione si riconosce la nuova autopercezione: che tutto cioè si possa ottenere e niente possa essere proibito, ora che ogni nemico arretra davanti agli Svizzeri.
Si parlerà dunque piuttosto di stati d'animo, rimanendo sotto il livello della grande politica, e volutamente. Dovrebbe essere lecito mettere in primo piano, accanto alla storia diplomatica delle guerre milanesi, vastamente trattata, la prospettiva individuale dei semplici partecipanti, l'atmosfera: cioè l'immensa attrazione esercitata dalla guerra su uomini che uscivano dalle loro valli e dalla quotidiana regolarità della loro vita contadina, per entrare, con stupore, in un mondo più grande, alle cui tentazioni soccombevano come in uno stato d'ebbrezza e che ritornavano (se mai vi fu ritorno) cambiati.
Perché il rovescio della medaglia - fatto deducibile dalle stesse fonti, ma anche esperienza di tutti i tempi - è la miseria di coloro che non riuscivano più, a causa di tale autopercezione, a reinserirsi nell'operosa vita di tutti i giorni. Vedremo uomini che in patria non erano più in grado di disfarsi di quello che avevano imparato durante le guerre italiane: come per esempio un soldato di Appenzell che "a Milano aveva rubato una catenina d'argento", mentre altri, "subito dopo la nostra ultima guerra, hanno formato una banda per rubare, sottrarre, bruciare, uccidere". Un altro, "partito con parecchi soldati alla volta di Milano", fu colto in flagrante nel Bernese; da un interrogatorio svoltosi a Berna venne fuori che qualcuno vendeva le armi, "fucili, balestre e martinetti"; un uomo nativo della Val d'Anniviers nel Vallese, rubava nell'Obersimmental, "quando si marciava verso Pavia"; quando poi egli "si era diretto verso Crema" aveva rubato nel Kandertal, e dopo, "quando avevano lasciato Crema", in Unterwalden, dove egli, come altrove, aveva "furtivamente sottratto denaro": era sfuggito alla morte in battaglia, ora moriva impiccato.


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