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La Battaglia sui libri

Arnold Esch
I mercenari svizzeri in Italia.
L'esperiena delle guerre
milanesi (1510-1515)
tratta da fonti bernesi


Alberti Editore
per la
Società dei Verbanisti
Verbania-Intra, 1999.

La marcia verso l'Italia. Prosopografia di una spedizione militare: rassegna delle truppe, tenuta delle liste, distribuzione della paga (1512). Morti, ammalati, feriti: annotazioni nelle liste e destini individuali sull'esempio di alcuni uomini dell'Oberland. Frequenza delle partenze, sull'esempio di uomini di Biel e di Soletta. Congetture sull'esperienza italiana: ebbrezza consumistica, edifici (l'anfiteatro di Verona), architettura delle fortificazioni, pittura. La rapida avanzata sulla base delle lettere dal campo. Il problema della comunicazione con la patria; confronto con il sistema d'informazione organizzato dall'alleato veneziano. Il potere delle chiacchiere.

Accompagnamo ora i nostri mercenari dell'Oberland bernese, i cui nomi risultano dalle liste di truppa dell'aprile 1512 e in parte già da precedenti mobilitazioni, nella loro marcia, mantenendo la prospettiva individuale ricavata da questo tipo di fonti. Non solo gli interrogatori e le lettere infatti ci permettono una diretta conoscenza della situazione e dello stato d'animo dei singoli: riusciamo a far parlare anche le liste di truppa, apparentemente poco significative, quando si presentano, come in questo caso, in modo così fitto e intrecciato. Inoltre possiamo seguire la truppa senza perdere d'occhio il singolo, in quanto le liste erano aggiornate di continuo con annotazioni riguardanti la rassegna delle truppe, il pagamento dello stipendio, le qualificazioni particolari, i ferimenti, le malattia e le licenze.
Afferriamo qui il fenomeno molto lamentato dell'ingrossamento massiccio degli eserciti elvetici durante la loro marcia verso l'Italia, fenomeno che creava ulteriori problemi relativi al comando, all'approvvigionamento, al pagamento dello stipendio. Certo, alcuni volontari mancavano già al momento della rassegna avvenuta a Coira, come risulta chiaramente dal confronto delle liste no.6 e 18. Invece si presentarono a questa rassegna molti più uomini prima non iscritti: nelle sole liste di truppa bernesi, dove l'incremento rimase tuttavia relativamente modesto, furono inseriti, a Coira, ulteriori 107 volontari, e ancora a Villafranca si aggiunsero altri sette bernesi. Altri non si sottoposero neanche al minimo sforzo di farsi aggiungere nelle liste, sicchè dalla valle dell'Adige calarono verso il costernato cardinale legato Schinner, che non aveva portato con sé tanti soldi dalle casse pontificie per poter pagare tutti, "perché pensavo di assoldare con essi sei mila soldati", non gli attesi 5000 svizzeri, ma per lo meno il triplo! Le stime da parte degli osservatori veneziani oscillano tra 15.000 e 24.000 uomini, e gli stessi elvetici non avevano cifre più precise.
Tali rassegne ben presto resero necessaria una correzione delle liste di truppa, perché l'Obersimmental, per esempio, era stato confuso con il Niedersimmental, oppure un coscritto era finito tra i volontari e viceversa. Una certa difficoltà derivava inoltre - per chi compilava le liste allora, come per lo storico oggi - dai casi di omonimia: dal piccolo distretto Aeschi/Krattigen partirono addirittura - caso estremo però - due Peter Wittwer e due Hans Schercz (nomi ricorrenti d'altronde ancora oggi da quelle parti). E' probabile, anche se in concreto non lo si può provare con sicurezza, che l'omonimia riscontrabile in alcune unità fosse segno di un legame di parentela. A Thun fu reclutato un Caspar Kör, mentre un Peter Körr era presente come volontario; da Frutigen si misero in marcia addirittura tre Züricher (uno di loro diventò anche uno dei due capisquadra di Frutigen), dall'Obersimmental tre Jonner; al volontario Ueli Münig infine, proveniente dall'Obersimmental, si unì a Coira un certo Caspar Münig.
Una lista a parte elenca i fanti qualificati, i fucilieri, in quanto ricevevano (come anche in altri eserciti) il doppio stipendio. Anche se la lista non è suddivisa esplicitamente per regioni, i nomi dell'Oberland sono raggruppati in modo tale da non lasciare dubbi sulla provenienza e sull'identificazione. In tutto sono 11, cioè 4 di Thun, 4 di Frutigen e 3 di Simmental: i due del Niedersimmental sono del resto i soli fucilieri dell'Oberland scelti tra i volontari e non tra i coscritti. Complessivamente, l'Oberland non era rappresentato proporzionalmente tra i fucilieri dell'esercito bernese: in tutto l'esercito un uomo su 20 disponeva di un fucile (72 su 1446), ma solo uno su 26 tra quelli dell'Oberland.
Nel corso della spedizione, come lista base per i coscritti, fu scelta quella no.24, come si può desumere dalle successive annotazioni accanto ai diversi nomi: "è stato congedato"; "è stato congedato giustamente"; "morto"; "è morto a Pavia"; "ha avuto il passaporto". Per i volontari, la lista no.18 svolgeva un'analoga funzione, anch'essa corredata di annotazioni, come quelle relative a Bendicht Girssy: "è morto", a Hans Sorga: "è morto il mercoledì a Pavia", entrambi dell'Obersimmental. La nota di avvenuta morte relativa a Peter Sorga di Simmental è stata cancellata in seguito: il segretario si era probabilmente confuso con Hans Sorga, questi effettivamente morto, mentre Peter si sarà fatto vivo, al più tardi, il giorno di paga per ritirare lo stipendio. Oppure: "è caduto a Pavia"; "è tornato a casa"; "a Cremona"; "mancava a Cremona" e altre annotazioni sulle quali torneremo tra breve.
Un caso di truffa, dibattuto in seguito dal tribunale municipale di Berna, illustra quanto fosse importante tenere accuratamente le liste. Uno zurighese, che "nell'ultima guerra italiana" aveva prestato servizio agli ordini di un capitano di Unterwalden e "preso da questi, su raccomandazione di Lor Signori di Berna, il suo stipendio" ammise "di essersi fatto arruolare da tre diversi capitani"; egli raccontò come, con un suo complice, avesse tentato di ritirare, sotto diversi nomi, e magari mediante terzi, lo stipendio altrui. Ad esempio "lo stipendio di un compagno caduto in battaglia, di cui avrebbero fatto il nome". Era importantissimo dunque che nella lista paga fosse scritto chiaramente "morto" per il corrispondente nome, e in soprappiù per quello giusto, perché anche nel caso in questione, era riapparso una volta il vero titolare e ciò era costato al capitano un bel gruzzolo di soldi.
Due liste registrano persino i feriti del contingente bernese perché i feriti costavano, e tutto ciò che costa ha più possibilità di essere documentato e con ciò tramandato. Tra i 13 Bernesi, feriti durante l'assalto di Pavia, ritroviamo quattro uomini dell'Oberland, e raccogliamo inoltre notizie più precise sul loro ferimento: "Albrecht Kuirssiner ferito con uno sparo al braccio"; "Tschan an der Leng è stato ferito nel primo bastione", "Gering al primo bastione" (sono due uomini dell'Obersimmental, e tra essi il caposquadra); Bendicht Berger dell'Hasli "è stato ferito in città, sul ponte". Se la rispettiva somma, dietro i nomi, è proporzionale alla ferita subita, Berger dev'essere stato colpito gravemente.
Fino alla battaglia decisiva, la truppa sembra in sostanza essere rimasta compatta. Le liste paga utilizzate a Walenstadt, Verona e Pavia registrano di regola l'organico previsto, con queste eccezioni: per la retribuzione a Pavia sono stati attribuiti a Obersimmental 39 uomini (anziché 40), a Interlaken 44 (anziché 46) e a Unterseen/Unspunnen/Ringgenberg 19 (anziché 20).
Ma subito dopo la fine della battaglia di Pavia, dopo la conquista delle città più importanti, l'esercito rischiava di disgregarsi, perché in molti volevano tornare a casa: questo comportamento appare come un tratto caratteristico per tutti gli eserciti elvetici, che cogliamo qui dal lato dell'esperienza individuale.
A questa fase risale probabilmente la sigla "kr" (=krank), cioè "ammalato", aggiunta, con inchiostro diverso, accanto a molti nomi elencati nella lista principale, e in quella dei volontari: "è malato"; "è tornato a casa ammalato"; "è tornato a casa"; "è tornato a casa con licenza"; oppure un semplice "è andato via".
In effetti molti si saranno ammalati a causa del clima, delle fatiche e dell'inconsueta alimentazione. Non pochi però avranno colto ciò come pretesto per dileguarsi; infatti i capitani bernesi scrissero, con tanto sarcasmo, in un altro contesto: "… si sono dati per malati e infermi ma, appena sulla strada (del ritorno), sono diventati così forti che i sani non riuscivano a tenere il passo: per questi dovete preparare dolci perché ne hanno gran bisogno". A ogni modo, in occasione della rassegna e del pagamento dello stipendio, avvenuti ad Alessandria, il capitano bernese Burkhard von Erlach, per precauzione, si fece attestare dal comandante supremo dell'esercito unificato, il barone Ulrich von Hohensax, che i capitani erano tenuti, su ordine del cardinale legato Schinner, a corrispondere lo stipendio solo ai presenti o a quelli con regolare licenza, perché "in questa campagna militare molti soldati si sono ammalati e, a causa della loro malattia, sono tornati a casa in licenza e con il passaporto, mentre parecchi si sono allontanati senza passaporto, né licenza, sicchè alla rassegna, effettuata ad Alessandria, si è avuta una grande confusione". E ciò perchè in occasione del pagamento della terza e ultima mensilità, anche questa volta rispettivamente 9 lib. Bernesi, oppure 4 ½ fiorini per ogni soldato semplice, si erano presentati solo 1069 dei 1446 uomini di cui il contingente bernese era originariamente composto: gli altri facevano parte delle forze di occupazione, o si erano semplicemente dileguati.
Anche quest'ondata, vera o presunta, di malattie si riflette, con precisione, nell'andamento dell'organico della truppa: tra i coscritti del Niedersimmental si ammalò uno su dieci, tra i volontari addirittura uno su cinque (e tra essi entrambi i fucilieri); tra i coscritti dell'Obersimmental uno su cinque (9 su 44), come tra quelli dell'Interlaken (Stefan Küngsberger sparisce senza licenza: "non ha passaporto"), tra quelli dell'Hasli 6 su 33. Più robusti sembrano essere gli arruolati di Thun. Non esamineremo qui la questione se la maggiore presenza di casi di malattia in alcune unità fosse il risultato di un contagio di natura clinica o psichica; la nostalgia e il desiderio di tornare a casa, in seguito ritenute malattie tipiche dei mercenari svizzeri, apparentemente avevano molteplici cause. Nel giugno 1512 bastava, forse, che si fosse al tempo del raccolto.
Solo sulla base di queste liste, con le loro aggiunte, comprendiamo il senso di un elenco dal titolo "ultimo stipendio"; da un confronto risulta che i nomi in esso menzionati sono nella maggior parte - in 28 su 38 casi - identici ai nomi con un'annotazione di malattia. Dovrebbe dunque trattarsi degli ultimi stipendi corrisposti agli ammalati in licenza e ad altri congedati; rientra il fatto che un malato senza "passaporto", Stefan Küngsberger di Interlaken appunto, non ricevette niente.
La vittoriosa campagna esercitò un forte richiamo quando si svolse, nell'estate, l'arruolamento per un'ulteriore spedizione in Italia. Mentre alla prima aveva partecipato, da Thun, un certo Urban Sutter, toccava ora ad Hans Sutter; da Spiez partì prima un Peter Bürgi, ora un Hans Bürgi; da Interlaken prima un Heiny Darer, ora da unterseen un Ueli Darer; dall'Obersimmental prima Philipp e Bendicht Rouber, ora Hans Rouber. Ma evidentemente non mancavano, dall'Oberland, quelli che si arruolavano due volte; congedati nel luglio ad Alessandria, già nell'autunno si trovavano di nuovo al di qua delle Alpi: Stefan Schneling dal niedersimmental per esempio, o Caspar ze Wingarten da Thun, Jörg Sparen dall'Obersimmental, Peter Schmidli da Interlaken. Due degli otto uomini dell'Oberland si ammalarono presto, altri due, che non volevano prestare servizio per uno stipendio mensile di soli 4 fiorini, chiesero di essere sostituiti.
Procediamo nell'analisi di tali liste; esse potrebbero essere utilizzate anche in altro modo, e cioè non esaminando il materiale, come abbiamo fatto finora, rispettivamente nel suo insieme, ma seguendo, sulla base di un approccio prosopografio, singoli nomi, singoli destini, attravesro le diverse liste.
Jörg Spare dell'Obersimmental, ad esempio, prese già parte all'arruolamento clandestino del maggio 1509, per la spedizione contro Venezia, e appare addirittura tra i primi che il reclutatore Christian Saler recluta nella sua valle. All'inizio dell'estate del 1512 Jörg era tra i volontari, si presentò alla rassegna avvenuta a Coira, partecipò alla campagna militare e alla fine dello stesso anno era di nuovo nella truppa intorno a Lugano.
Ancora più fortemente coinvolto nell'arruolamento clandestino del 1509 fu il suo compaesano Philipp Rouber che, come agente del reclutatore, si diresse a valle verso Boltigen per dare colà il segnale di partenza, indicando Gsteig come punto di raccolta (intendevano ovviamente passare per il valico del Sanetsch), invadendo così però il campo d'azione di altri reclutatori ("e ai predetti discorsi Philipp Rouber risponde a Grünewald: "No, voglio che coloro che ho portato con me, vengano con me e con nessun altro…"). Ora, nel 1512, egli partì come coscritto per la volta di Pavia e ritornò con la nota ufficiale "ammalato".
Puer Tschan an der Leng, cioè di Lenk in fondo al Simmental, finisce la spedizione come "ammalato", ma sul suo caso siamo informati più dettagliatamente: fu ferito durante l'assalto al primo bastione di Pavia e ricevette perciò giustamente il suo "ultimo stipendio"; ebbe cioè salva la vita, mentre, tra i suoi compaesani, Hans Sorga cadde presso Pavia, e Benedikt Kirssy e Bartlome Huge morirono durante la campagna in altro modo: "morti".
Di Stefan Schneling del Niedersimmental, il calzolaio Mathis disse, nel 1509, che era sulla strada per Sitten, per la guerra contro Venezia. Nella spedizione di Pavia, egli faceva parte della truppa regolare e già alcune settimane dopo, a fine agosto 1512, si trovava di nuovo a sud, presso Lugano, dove però, ammalatosi, fu ben presto sostituito. Il suo compaesano Heini Matte o Mathee partecipò come volontario, ma ricevette lo stesso un fucile e, di conseguenza, il doppio stipendio. Era presente alla rassegna delle truppe a Coira e fu congedato più tardi come malato.
Tra gli uomini dell'Hasli, Caspar Michel sembra una persona di fiducia, perché a Walenstadt, senza essere caposquadra, ricevette dei soldi da distribuire tra i componenti della sua unità. Il suo compaesano Claus Halter, congedato per malattia con ultimo stipendio nell'ottobre del 1515 durante la campagna di Pavia, fece parte delle forze d'occupazione di Bellinzona. Tra i 50 soldati che nell'ottobre 1515, dopo la sconfitta di Melegnano, furono rapidamente mandati per presidiare le fortezze di Bellinzona, troviamo, accanto a Claus Halter, altri vecchi conoscenti tra gli 11 uomini dell'Oberland.
L'analisi prosopografica delle liste di coscrizione e la ricerca di alcuni nomi attraverso tutte le liste, può portare a risultati interessanti da tanti punti di vista, a condizione però che il materiale a disposizione sia sufficientemente vasto. Ciò vale, ad esempio, per le liste di truppa di Soletta e Biel. Come Bruno Koch recentemente ha potuto constatare, sulla base delle liste di Soletta, dei complessivi 250 uomini obbligati al servizio militare, tre partirono, tra il 1510-1515, non meno di cinque volte (si trattava di capitani), undici quattro volte, e 36 pur sempre tre volte: costoro erano in gran parte (circa la metà) persone qualificate in quanto titolari di doppio stipendio e del soprassoldo. Tra essi vi erano i tre figli del macellaio Hans Hugi, i quali raramente perdevano l'occasione di partecipare alle spedizioni nell'Italia settentrionale, e raggiunsero, nel contingente di Soletta, posizioni notevoli.
A Biel si distingue ancora più chiaramente un nucleo di uomini che superavano la media di due partenze e che incontriamo ripetutamente nelle campagne militari del 1511-1515: due uomini vi parteciparono sei volte (cioè a tutte le spedizioni), nove cinque volte, diciannove quattro volte, venticinque tre volte - per un "gruppo di 30 uomini, il 15% di tutti i militari", si registrano dunque 133 partenze, "il che corrisponde al 35% di tutti gli arruolamenti". Anche in questo caso si è dimostrato molto proficuo uno studio prosopografico più dettagliato, capace di considerare la condizione sociale, il ruolo ufficiale, l'appartenenza corporativa. Da tale studio emergono alcune famiglie che hanno compiuto, attraverso il servizio militare, un'ascesa sociale. A Berna, invece, il mercenariato rimaneva nelle mani della nobiltà e del patriziato: il padre o il fratello maggiore facevano parte del Consiglio, ai figli minori non rimaneva altro che il servizio mercenario il quale, talvolta, li portò a conflitti d'interesse con la politica estera del Consiglio, fin quando la Riforma e le sconfitte dei confederati nell'Italia settentrionale non bandirono, in misura crescente, il mercenariato.
Per rievocare l'esperienza di guerra fatta da coloro che, attraverso le liste di truppa, abbiamo conosciuto di persona, ritorniamo ancora una volta al momento della loro partenza verso l'Italia, verso un paese i cui nomi, nella loro bocca, prendevano un timbro curioso: "Frischgast" per Brusasco o Bricherasio, "Fischgondt" per Visconti, "Tschawats" per Chivasso, Müse" per Mincio, "Preß" per Brescia, "Paffy" o "Bofyg" per Pavia, "Polatz" per Piossasco; "der Wisenrein" per il Vice-Re, "der Roggen" per la Rocca; e al ritorno si passava per "Wersel" (Vercelli), "Jffery" (Ivrea), "Ougstal" (Aosta). L'una o l'altra di queste parole, i nostri militi le avranno già sentite come nomi di un lontano mercato, al quale avevano venduto - dalla Svizzera interna, ma anche dall'Oberland bernese - il loro bestiame. Per recuperarlo magari, adesso: come i bernesi, che si ripresero, nel 1513, un orso, regalato al generale francese La Trémouille a Lucerna, e lo riportarono per il valico del Gran San Bernardo, nel "bärenhüsle" ("casetta degli orsi") di Berna.
Ci piacerebbe sapere quale fosse l'impressione prodotta sui mercenari dalla vista di questo paese per loro nuovo. Sappiamo (anche ciò è importante per cogliere l'atmosfera in cui s'inseriva tale esperienza) di ammalati in massa, delle conseguenze provocate dal consumo di vino, dell'ebbrezza consumistica vedendo, nelle strade milanesi, gli articoli di lusso. Ma quale sensazione avranno suscitato, in loro, i monumenti mai visti prima? Essi li vedevano appena entrati in Italia. Quando i confederati occuparono Verona, il 26 maggio, si trovarono di fronte a un colossale monumento, cioè l'anfiteatro romano, che ad essi doveva risultare incomprensibile in tutti i suoi aspetti: nella forma, nella grandezza, nella sua funzione. Dalla descrizione di un anfiteatro, per mano di uno svizzero all'incirca dello stesso periodo, si può desumere quanto fosse difficile, per un occhio non istruito, spiegare a se stesso e ad altri la strana e sconvolgente vista di un tale edificio. Mentre l'umanista italiano dell'epoca - come noi oggi - se ne impossessava rapidamente, con l'aiuto di una specifica terminologia tecnica, questi soldati semplici, privi di ogni idea dell'architettura antica, disponevano solo delle loro goffe parole per descrivere, in modo tortuoso, quello che vedevano. E perciò un testo come quello citato, ci offre per lo meno una vaga idea sul modo in cui avevano recepito il monumento i nostri mercenari dell'Oberland.
Questi vedono e non dicono: anfiteatro, capacità circa 30.000 spettatori, cavea su sostruzioni di pietra; tre piani di arcate, altezza 30 metri, ma vedono: reggia di Dietrich von Bern con cortile per i tornei dei suoi cavalieri; estensione: "talmente grande che, se al suo interno ci fosse cresciuta l'erba, un falciatore neanche in una giornata sarebbe riuscito a falciarla"; alla base, volte per proteggersi dal caldo italiano; molti archi, poi altri archi, poi ancora archi; altezza: nessun edificio da noi a Lucerna è così alto - grandezza smisurata in ogni caso, perché gli Svizzeri confrontavano il monumento con l'architettura abitativa borghese di stile gotico, e non con l'architettura delle corti del Rinascimento.
Si potrebbe del resto ricostruire quali erano gli esempi di recentissima architettura in cui i nostri mercenari s'imbattevano: a Casale Monferrato volgevano al termine i lavori per la chiesa di S.Domenico, che poteva sembrare loro, nelle sue forme gotiche, ancora piuttosto familiare. A Pavia invece era in costruzione, con il duomo, un magnifico edificio a pianta centrale, alla cui progettazione avevano collaborato Bramante e Leonardo da Vinci. Anche a Milano, città ostinatamente gotica, già allora si potevano vedere novità meravigliose: Santa Maria delle Grazie, dove letteralmente si passava dallo stile gotico (corpo anteriore) al Rinascimento (la grandiosa tribuna di Bramante). Oppure, durante l'avanzata dal Mincio verso l'Adda, essi trovavano tra Crema e Cremona, nell'aperta campagna, diverse notevoli chiese rinascimentali appena terminate o ancora in costruzione, come S.Maria di Bressanoro, la Madonna della Misericordia, S.Maria della Croce. Ma già a Löwerz, cioè a Lugano, questi Svizzeri s'imbattevano nella nuova facciata, appena finita, di San Lorenzo, in uno stile rinascimentale mai visto prima.
Oppure essi vedevano l'architettura italiana delle fortificazioni: già il primo passaggio di fiume, che l'esercito dovette aprirsi con la forza, cioè il passaggio del Mincio presso Valeggio e Borghetto, avvenuto il due giugno, era protetto da un imponente ponte fortificato, di dimensioni mai viste prime da questi uomini, e che ancora oggi è impressionante nei suoi resti. Uno Svizzero che aveva partecipato all'assalto, paragonò quest'opera di difesa con la cittadella di Bellinzona, anch'essa milanese, con le sue torri e cortine, e riportò la sensazione , che i mercenari svizzeri avranno avuto durante la loro avanzata verso Pontevico, di ritrovarsi cioè all'interno di tutto un complesso di fortificazioni: appena superata una prima barriera, ci si imbatteva "in un'altra, quella più forte…, in una rocca fortissima, poi acque molto vaste dopo, e dopo l'acqua ancora una rocca".
L'impressione momentanea suscitata dall'arte e dall'architettura italiana sarà stata forte, ma non avrà avuto un effetto duraturo. Queste campagne militari di breve durata non vi si prestavano. Neanche nelle pitture e nelle opere grafiche di un Niklaus Manuel si possono individuare tracce della sua permanenza in Italia come mercenario. Ci piacerebbe sapere cosa provassero i semplici mercenari davanti alla grande pittura dell'epoca, per esempio davanti all'Ultima Cena di Leonardo, già terminata, a Milano. Ma non aspettiamoci troppo: con disinvoltura si apponeva il proprio nome nel bel mezzo di immagini sacre (come un lanzichenecco tedesco nella chiesa dei domenicani a Verona; ma anche gli Italiani lo facevano), e specialmente in una città conquistata, come Roma durante il Sacco del 1527, i lanzichenecchi tedeschi non ebbero scrupoli a incidere sugli affreschi di Raffaello il nome di Lutero o altri graffiti provocatori.
Le effettive esperienze di questa breve, impetuosa, spedizione erano il combattimento, l'ebbrezza della vittoria facile e il ricco bottino raccolto. E - dato che disponiamo di fonti adatte - si tratta qui di queste sole esperienze personali, non (per ribadirlo una volta ancora) dello svolgersi degli avvenimenti e dell'organizzazione militare. In questo contesto i confederati erano certissimi di agire per una giusta causa ("Iddio il Signore sarà il protettore di tutti noi, perché combattiamo per la sua Santa Chiesa"), erano dominati inoltre dal desiderio, di difficile comprensione per gli eserciti mercenari italiani, di battersi: "tutti gli uomini sono bramosi di venire alle mani con i francesi".
Già il primo successo militare, l'espugnazione della fortezza di Valeggio presso il Mincio (ricordata, con entusiasmo, anche da Zwingli, il futuro riformatore della Svizzera, nella sua lettera a Vadian), causava euforia, invitava a raccogliere il bottino, a ubriacarsi."Questi sguizari (Svizzeri) hanno sachizato tutto el castello, el quale era pieno di vino, formazzo, farine e robe de' contadini e altro", scrive un osservatore veneziano. E per chi pensa che, forse, si sia trattato solo di un'affermazione diffamatoria da parte dell'alleato italiano, sappia che a questo proposito il Consiglio bernese era stato informato, da una lettera non sospetta, di ben altri dettagli: in quel castello sarebbero state trovate "indicibili quantità di vino, del quale i soldati ne hanno bevuta talmente tanto che hanno picchiato e pestato".
Furono ubriacature dopo una vittoria inaspettatamente facile ("…non sappiamo di nessun confederato caduto"), e dopo l'eccitante spettacolo di un fuoco d'artiglieria ("di massimo piacere"). Si sentivano, ora, irresistibili: si spingevano in avanti, sempre in avanti ("per non coricarsi la notte là dove ci si era coricati nella precedente"), e assaporavano l'effetto da loro prodotto sul nemico: "Essi si sono spaventati in sommo grado come abbiamo potuto leggere in una lettera che il signore de La Palisse, ora gran maestro, aveva scritto al Re".
Ora tutto cadeva nelle loro mani, essi erano i padroni di un ricco paese. Erano invece partiti, questi uomini dell'Oberland, con pochi soldi, talmente pochi che, subito dopo la partenza, i capitani, allarmati, avevano scritto a Berna di spedirne immediatamente altri, in caso contrario "avremo molta gente disubbidiente…: e in particolare si lamentano quelli di Niedersimmental, e quelli di Thun". Più forte di tutti, sembra, avessero gridato quelli dell'Obersimmental per essere pagati prontamente, altrimenti "volevano tornare a casa!" Ora invece "i soldati sono pieni di soldi", raccolgono un ricco bottino, tanto più che la popolazione, che non si era aspettata un'avanzata così rapida, non aveva portato via i suoi averi. Lo stesso cardinale legato li aveva esortati espressamente a rifarsi prima di tutto sul paese: "e quello che conquistate, tenetelo per voi". Ed essi non se lo erano fatto ripetere due volte.
Dopo lo scarso approvvigionamento di cibo durante il passaggio delle Alpi con le sue grandi fatiche (i due cannoni bernesi dovevano essere portati per i passi "con gran lavoro e costi, quando la strada è aspra e dura", e nello stesso momento vi fu "una gran penuria di cibo", come lamenta un'altra lettera, anzi: gli uomini di Biel, che si erano uniti ai Bernesi, ritenevano di non aver mai mangiato così male), ora ne disponevano in abbondanza. "Così i veneziani ci hanno fornito di una tale quantità di pane, vino, pesce, carne e di tutto ciò di cui gli uomini hanno bisogno per alimentarsi, anche di buon vino di malvasia e in grande abbondanza, sicchè vi fu dappertutto un mercato come se ci fossimo fermati in una buona città".
E sempre compare il Malvasia (o ciò che fu ritenuto tale): "…a sufficienza tutto il necessario, e in aggiunta il Malvasia". E quello che non arrivava con i rifornimenti, lo si prelevava dal apese: "in tal modo il paese è stato saccheggiato gravemente di cibo e di altre cose…"; in breve: "quello che l'uomo desidera, lo trova a sufficienza".
L'esercito avanzò rapidamente. Di soli cannoni se ne conquistarono più di quanti ne servissero accanto all'ammirata artiglieria veneziana (non sarebbe dunque stato necessario per i Bernesi portare con sé, con tanta fatica, due cannoni sulle Alpi!). E soprattutto si conquistarono più cannoni rispetto al numero di cannonieri a disposizione, ricorrendo perciò, all'occorrenza, per la seconda spedizione, piuttosto alle antiquate catapulte: "anche così ci mancano cannoni, perciò abbiamo un maestro che costruisce un "bliden" (catapulta) con il quale vuole abbattere il castello". A causa dell'impetuosa avanzata, crollarono dopo pochi giorni le posizioni tenute dai Francesi nel ducato di Milano. Trionfante, e con l'alta autoconsiderazione, allora tipica, dei confederati, Obwalden scrisse all'Hasli (che passò la lettera a Berna) che essi, semplici contadini, eseguivano la volontà di Dio, se ogni tanto tenevano d'occhio anche i signori. Infatti "per l'eternità mai sarà dimenticato che con l'aiuto di Dio abbiamo sollevato e liberato i grandi capi dalle loro grandi preoccupazioni e pene", ringraziando il Creatore per tanto onore, tanta fortuna e salvezza: a queste categorie terrestri si trova aggiunta, al margine della lettera, anche una categoria religiosa: "gnad", la grazia.
La notizia più importante di tutta la spedizione invece, l'espugnazione di Pavia, avvenuta il 15 giugno, non arrivò subito a Berna, perché il corriere fu intercettato. Vi è un problema da tenere assolutamente presente quando si esaminano imprese come quella della spedizione di Pavia, il problema cioè della trasmissione di notizie, del collegamento tra il mercenario e la patria: "Nicola, che è in campo, vive ancora, come egli stesso ha appreso", solo questo un contadino di Thun sa di suo figlio. Ma il problema più grave è quello delle informazioni a disposizione del governo per le sue decisioni.
Per decidere, il Consiglio di Berna o la Dieta federale avevano bisogno di quelle lettere il cui esterno, sporco e unto, spesso mostrava i segni della lunga strada fata attraverso le Alpi. La frequenza con la quale i capitani scrivevano dal campo al loro Consiglio a Berna, non si può desumere, con sicurezza, dal materiale documentario residuale tramandatoci dal destinatario, come appunto quel fondo "Unnütze Papiere" conservato nell'Archivio di Stato a Berna. In tutta evidenza essa risulta invece, in relazione alla spedizione di Pavia, per Friburgo, perché il capitano di questa città, Peter Falk, numerava le sue lettere per sicurezza: "La prima da Berna, l'altra da Coira, la terza da Trento e la quarta da Dietrchs Bern (Verona)"; poi "la quinta lettera scritta a Castion de le Strivere"; la settima lettera il 18 giugno da Pavia; e anche l'ottava da Pavia il 26 giugno. Ben otto lettere nel corso di circa sette settimane, di cui quattro conservate nel fondo bernese, perché alcune lettere di Falk furono mandate per conoscenza anche al Consiglio di Berna. Nello stesso modo Berna da parte sua ebbe cura di far circolare le informazioni tra le città elvetiche (soprattutto Friburgo e Soletta): ciò si può dimostrare dettagliatamente già per il periodo delle guerre contro Carlo il Temerario, perché le copie, necessarie a tale scopo, producevano costi che venivano registrati come spese della cancelleria di Stato. Che Berna prendesse sul serio questa funzione di smistare le informazioni, e non badasse a spese per svolgerla, vorrei sottolinearlo esplicitamente, perché si vedrà che anche con tutti questi sforzi non si riusciva a uguagliare il sistema di informazione sviluppato dalle potenze italiane, anche se Berna o la Dieta federale, non meno di Venezia, avevano bisogno di un rapido e fitto flusso di informazioni.
Berna invece era tagliata fuori, talvolta per intere giornate, da ogni notizia sulle operazioni in Italia ("Noi siamo un poco irrequieti e siamo oltremodo meravigliati che non ci arrivi nessun messaggio da voi, perché dopo l'arrivo del corriere Streler non abbiamo avuto nessuna notizia", si lamentava Berna in un'altra occasione), alle potenze con un assetto più moderno non ne mancavano. Per Venezia, l'alleato più dinamico dei confederati durante la spedizione del 1512, lo si desume in dettaglio dai "Diarii" di Marin Sanudo. E' difficile immaginarsi la massa di notizie che arrivavano ogni giorno, anzi più volte al giorno, a Venezia. Le pagine dei "Diarii" sembrano semplicemente dei fogli strappati, per così dire, da una sorta di telescrivente, e, dopo aver aggiunto giorno e ora, messi insieme per presentarli poi come storia o come la materia prima di essa: la "historia" potrebbe essere scritta anche in forma più breve, "ma in la diaria bisogna scrivere il tuto" e così gli avvenimenti saltellano, come momenti isolati, davanti agli occhi del lettore, perché vengono presentati troppo da vicino, e ancora senza contorni.
Bastino due esempi, tratti dalla spedizione del 1512, per illustrare, rispetto al rivoletto che giunse a Berna, la marea di informazioni che sommerse Venezia: l'arrivo dell'esercito elvetico a Treviso il 26 maggio e il passaggio del Mincio il 2 giugno. Il mattino del 26 maggio il Consiglio di Venezia apprende, direttamente dalla bocca di un inviato, alcuni dettagli sull'esercito in arrivo, e contemporaneamente, da una lettera spedita la sera prima da Vicenza, dati sulla sua forza numerica e sulla sua avanzata. Dell'arrivo a Verona (con ulteriori particolari sulla forza numerica, sui problemi relativi agli stipendi e ai rifornimenti, sul viavai degli inviati) informano il 27 maggio una lettera del "provedadr general" spedita il giorno prima da Cologna, il 28 maggio una missiva dello stesso, e inoltre una lettera dell'inviato spagnolo a Verona e una di un inviato elvetico; il mattino del 29 maggio una lettera di un inviato del cardinale legato, il pomeriggio una del medesimo "provedador", e un'altra spedita la sera prima, come pure una lettera del cardinale legato; il 30 maggio in mattinata una lettera proveniente da Verona; infine nel corso del solo pomeriggio tre lettere scritte da Cologna, che accennano già alla successiva tappa di Villafranca.
Identiche considerazioni valgono per il passaggio del Mincio nei pressi di Valeggio. Giovedì mattina, 3 giugno, il Consiglio di Venezia riceve una lettera spedita martedì notte dall'accampamento, secondo cui l'esercito elvetico intendeva attaccare Valeggio, e un'altra lettera del lunedì sulle possibilità di difendere Valeggio - entrambe con molti dettagli, utilizzando anche alcune lettere intercettate. Nel corso dello stesso pomeriggio una lettera, scritta il giorno prima "hore 17" da Albarè, informava per esteso sull'avanzata e sul primo contatto con il nemico tra Villafranca e Valeggio, con una prima sconcertata osservazione: gli Svizzeri non fanno prigionieri, "dicono non voler far presoni" (un atteggiamento ritenuto poco italiano), ma per il resto piena di lodi: "… con bellissimo ordine, mai vide la più bella zoventù"; erano 20.000-22.000 uomini (ma le cifre divergono); e infine si informa dell'espugnazione di Valeggio sotto gli occhi del cardinale, anch'egli armato. Poi un'altra lettera della stessa ora, con la notizia che Valeggio è stata presa. Il successivo mattino, un venerdì, giunse come terzo messaggio una lettera di martedì, scritta la sera tardi, "de 2, a hore 22", dall'accampamento presso Valeggio con l'informazione che il luogo è stato occupato e che era riuscito il passaggio del Mincio. Poi, dallo stesso posto e nella stessa ora, la lettera di un medico veneziano che descriveva, riservando entusiastiche parole alle truppe svizzere, il passaggio del fiume e la direzione dell'ulteriore avanzata. Un flusso di informazioni ben funzionante dunque, che offrì al Consiglio veneziano, per prendere le sue decisioni, una base di cui le lontane città svizzere non disponevano affatto; esse aspettavano a lungo per veder arrivare il successivo corriere all'imbocco della vallata! Tale situazione risultava quindi fatale, se era inesatta la prima provvisoria notizia su un avvenimento, come quello della battaglia di Melegnano. La sera della prima e più fortunata giornata di combattimento fu inviata una lettera: Berna lo seppe da Zurigo, Zurigo da Uri con lettera del 16 settembre notte, Uri l'aveva appena appreso da Bellinzona e a Bellinzona girava voce che gli Helvetici avevano, il 13 settembre, "riportato la vittoria sui francesi e ammazzato 14.000 lanzichenecchi… e trovato un prezioso cavallo insanguinato, sperando che fosse appartenuto al Re o al duca di Borgogna". Certo, come fosse finito l secondo assalto, "Lor Signori non hanno saputo dirmelo fino adesso", ma proprio questo era il punto: la battaglia non era ancora finita!
Quanto più scarse erano le notizie e quanto più lunghe le distanze, tanto più frequenti erano le vociferazioni. Le chiacchiere che circolavano allora nelle trattorie, drammatizzavano ancora, e probabilmente non di poco, gli avvenimenti in Italia. In questi anni il Consiglio bernese reagiva, come ogni autorità, con estrema suscettibilità a ogni voce, riguardante la guerra, che rischiasse di disorientare i sudditi e di spingerli in preda al panico. Un uomo, ad esempio, avendo raccontato che i confederati avevano perso una battaglia nei pressi di Milano, era stato graziato dalla pena di morte per essere messo alla gogna con un cartello secondo cui egli aveva affermato che "gli elvetici avevano combattuto ora una battaglia a Milano e avevano perso, da parte loro, seimila uomini; e se i clementi Lor Signori di Berna non avessero dimostrato tanta grazia, egli sarebbe stato spedito, come aveva meritato, dalla vita alla morte".
Come risulta da alcuni atti giudiziari bernesi, l'autorità interveniva con decisione anche contro i cupi vaticinii di guerra di cui era pieno il primo Cinquecento. Nell'archivio del piccolo centro di La Neuveville, ad esempio, è conservata una profezia che risale a quell'epoca: "…una grande disubbidienza verso la Chiesa Romana fiorirà nel popolo, i commercianti e gli artigiani non se la passeranno bene…"; essa prevede "molte guerre e molti conflitti". Oppure: su richiesta del Consiglio di Basilea il Consiglio bernese contribuì a contrastare le macabre chiacchiere secondo le quali "sarebbero state vuotate le fosse di Sant Jacob an der Bürss (Sankt Jakob an der Birs), dove erano stati seppelliti i confederati (battaglia del 1441), e bisognerebbe riempirle di nuovo!".


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