Oggi tutti ne parlano, ma pochi sanno veramente dove e come si è svolta.
Un simpatico ovetto giallo vi accompagnerà alla scoperta di un evento che segnò la storia europea e diffuse la grande epopea del Rinascimento italiano

   

Caro amico
per prima cosa devi venire in Italia, questo però è un viaggio che puoi evitare, se in Italia ... ci sei già!

   

Ora vai in Lombardia (è quella colorata di rosso) e dirigiti con decisione verso Milano.
Inizia finalmente il nostro affascinante viaggio nella vera storia del luogo esatto della "Battaglia dei Giganti"

 
 

Il nostro viaggio, alla scoperta del luogo preciso dove si svolse la "Battaglia dei Giganti" o "di Marignano", parte da Milano, antica capitale del prosperoso ed ambito Ducato sul quale regnava Massimiliano Sforza, dove erano accampate le truppe mercenarie svizzere, segretamente ansiose di divenirne ben presto i padroni definitivi.
Francesco I° intanto ....

 
 

Massimiliano Sforza

15 dicembre 1512: suonavano a festa le campane di Milano. Massimiliano Sforza, figlio di Ludovico il Moro e legittimo Duca della città, giungeva a riprendere il suo legittimo trono, usurpato dodici anni prima da Luigi XII re di Francia.
Era "accompagnato da infiniti capitani e nobili italiani, tedeschi, spagnoli e svizzeri", da coloro cioè che, insieme al Papa, avevano sostenuto la sua causa e restaurato, ora, il diritto e la libertà lombarda.
A garantire l'uno e l'altra vi erano i soldati svizzeri "armatissimi e liberissimi", come li chiamava il Machiavelli (e pagatissimi, aggiungiamo noi: 19O mila ducati all'anno). Nel momento stesso in cui sedeva sul trono ducale, Massimiliano si poneva sotto la loro protezione: sotto il loro protettorato, anzi. Nelle loro mani.

(da "La Battaglia dei Giganti" di Mino Milani - Storia Illustrata - Aprile 1973)

 

 

Svizzeri padroni?

Nel momento stesso in cui sedeva sul trono ducale, Massimiliano si poneva sotto la loro (degli Svizzeri - ndr) protezione: sotto il loro protettorato, anzi. Nelle loro mani.
Mani salde, che, di li a qualche mese, avrebbero rintuzzato il tentativo di riscossa di Luigi XII, infliggendogli una terribile sconfitta sui campi di Novara.
Padroni dei valichi alpini, dallo Stelvio al Monte Bianco, i Confederati erano animati, ormai, da un vivo spirito di conquista. Si presero, con la chiara intenzione di tenersele, le terre di Lugano Mendrisio, Locarno, della Valdossola, di Bormio, della Valtellina...: preludio alla definitiva occupazione della Lombardia.
Tra Francia, Spagna ed Impero, sembrava dovesse sorgere una quarta potenza, capace di mutare il corso delle cose in Europa.
Ma con il 1 gennaio 1515, la Francia ebbe un nuovo re. Succedendo al vecchio Luigi XII (morto "perchè‚ troppo disordinatamente e fuori modo attendeva ai servigi della moglie fanciulla"), cinse la corona il ventiduenne Francesco di Valois, che sarebbe stato uno dei protagonisti del suo secolo. E che subito, assumendo con gli altri titoli reali quello di "duca di Milano", mostrò d'essere deciso a riaprire la partita per la Lombardia.
Il momento sembrava favorevole: Venezia e Genova erano pronte alla alleanza; mentre la Spagna, l'Impero ed il Papa apparivano dubbiosi, stanchi, delusi. V'erano gli svizzeri, certo: ma non tutti i Cantoni, lo si sapeva, approvavano la politica d'espansione oltralpe.
Concentrato a Lione un esercito formidabile - 25OO lance (ogni lancia era formata da un uomo d'arme e da altri quattro cavalieri), 23 mila lanzichenecchi, 1O mila tra fanti e tiratori francesi, 7O cannoni - Francesco I° si mise in marcia per l'Italia. Era la fine di luglio.

(da "La Battaglia dei Giganti" di Mino Milani - Storia Illustrata - Aprile 1973)

 

 

Francesco I° intanto...

Concentrato a Lione un esercito formidabile - 25OO lance (ogni lancia era formata da un uomo d'arme e da altri quattro cavalieri), 23 mila lanzichenecchi, 1O mila tra fanti e tiratori francesi, 7O cannoni - Francesco I° si mise in marcia per l'Italia. Era la fine di luglio.
Le porte occidentali d'Italia - i valichi alpini, cioè, e le grandi vallate - erano ben guardate dagli svizzeri: ma seguendo il brillante consiglio di Gian Giacomo Trivulzio, suo capitano, il re di Francia prese per la selvaggia e inconsueta strada della val di Stura di Demonte, giungendo indisturbato a Cuneo. Di qui, con rapide marce e improvvise puntate di cavalleria, mosse verso la Lombardia, costringendo gli svizzeri a ritirate altrettanto rapide. Perplessi, irritati, timorosi di essere presi alle spalle, i Confederati rinunciarono a difendere il Piemonte; ripiegarono sul Lago Maggiore, schierandosi ad Arona.
L'estate intanto veniva lentamente spegnendosi. Sulla campagna padana apparivano, al tramonto, le prime nebbie azzurrine.
Il 1O settembre, evitando d'attaccare Milano, e marciando verso Novara per Abbiategrasso e Binasco, Francesco I condusse il suo esercito a Melegnano, sulla strada di Lodi. Qui, si dispose ad attendere l'arrivo di Bartolomeo d'Alviano, che guidava l'esercito di Venezia: 7OO uomini d'arme, 1OOO cavalli leggeri, 8OOO fanti.
Il re di Francia, però, non s'era limitato a marciare. Aveva condotto un'abile, ostinata e accorta trattativa con i capi confederati, cercando di far leva sul malumore e sui dubbi che la politica lombarda aveva suscitato.
Egli non dimenticava che, tradizionalmente, gli svizzeri erano mercenari: ed eccolo offrire, con un accordo stipulato a Gallarate, la somma enorme di un milione di sonanti corone d'oro. In cambio, chiedeva la rinuncia elvetica alla Lombardia, alla Valtellina, a qualsiasi progetto su Asti e su Genova.
Massimiliano Sforza, prometteva, sarebbe rimasto al suo posto. Qualche Cantone, come quello di Berna, accettò e ritirò le sue truppe; ed altri reparti, sfiduciati, se ne andarono. Ma restarono, concentrandosi a Milano, i più duri, i montanari, quelli dei Cantoni "gottardisti" di Uri, Schwyz, Unterwalden e Glarona; e anche quelli di Zurigo e di Zug.
Per alcuni, la conquista della Lombardia, consacrata da anni di fatiche e di sangue, era irrinunciabile: e il trattato di Gallarate un oltraggio. Per altri invece, era ancora possibile un compromesso con la Francia.
Gli oltranzisti facevano capo a Matteo Schinner, cardinale di Sion, e ora anche vescovo di Novara e marchese di Vigevano, "uomo che" come afferma lo storico del cinquecento Paolo Giovio dai cui scritti sono tratte anche le successive citazioni "dormiva sulla neve come l'ultimo popolano, scalava le rupi di ghiaccio al par d'un cacciatore di camosci, e viveva al campo quale un penitente, senza paventare in battaglia nè l'artiglieria nè le palle; e lo trovavano agli antiguardi, al centro, al retroguardo, ovunque v'era d'affrontar lancia.
I soldati lo ammiravano e lo amavano; ed egli sapeva affascinarli con la parola e con lo sguardo..."

(da "La Battaglia dei Giganti" di Mino Milani - Storia Illustrata - Aprile 1973)

 

continua


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