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Alto Adige
Sud Tirol

 

Bressanone
di Karl Mittermaier

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Il cardinale
Raccapricciante, pensa Ulrich Fuchs. Ma il medioevo aveva anche i suoi lati positivi. Il nostro turista se ne era già accorto il giorno del suo arrivo a Bressanone. Le radici della nostra società odierna vanno ricercate in quell'epoca, nelle città medievali, quindi anche a Bressanone. Allora erano in voga le consorterie e le corporazioni d'arti e mestieri, tutto un complesso di classi sociali a compartimenti stagni in quanto i membri erano tali per nascita o privilegio ereditario; i nuovi associati venivano assunti in base a severi criteri selettivi. La società del tardo medioevo era tutta strutturata in base a questo sistema corporativo. L'odierno apparato statale allora era del tutto sconosciuto. Ma furono proprio le consorterie e le corporazioni a promuovere la trasformazione degli abitanti in cittadini autonomi. Fu questo il passaggio dall'urbs alla civitas, il distacco dell'uomo dall'autorità religiosa temporale. La città, anche Bressanone, è precorritrice di una concezione europea di grande portata politica, sociale e ideologica. L'ascesa di questa civiltà urbana, come dimostra l'esempio di Bressanone, ebbe il suo impulso in un processo di crescita verificatosi più o meno fra il 1050 e il 1350. Le basi fondamentali, soprattutto le tendenze all'organizzazione autonoma che hanno contribuito al dinamismo della nuova epoca, vanno ricercate nella struttura cittadina, policentrica e differenziata; lì vanno riscoperte le radici della vitalità dell'Umanesimo e della successiva civilizzazione e cultura europea. Sarebbe un grave errore ritenere che la prevalenza della chiesa a Bressanone abbia costituito un impedimento alla crescita della borghesia e dell'economia cittadina. Al contrario, le due strutture sociali si attiravano ed integravano a vicenda; non erano affatto delle antinomie: le loro differenti concezioni del mondo condussero un po' alla volta ad una fertile sintesi costruttiva. Dove operava la chiesa c'era partecipazione umana; dove abitavano e vivevano gli uomini fioriva l'economia; e dove c'era attività economica la chiesa cercava di essere presente con le propie istanze.
La Torre Bianca di Bressanone è sorta per volontà di un grande teologo e filosofo vissuto fra il tardo medioevo e l'età pre-umanistica, di uno scienziato che da un lato incise sullo sviluppo scientifico dei secoli seguenti e dall'altro rimase profondamente ancorato ad una visione conservatrice e reazionaria del mondo. Il suo nome era Nikolaus, proveniva da Kues sulla Mosella e i contemporanei lo chiamavano Nicolaus Cusanus, ossia Nicolò Cusano. Terminati gli studi ricoprì alti incarichi ecclesiastici: quale delegato pontificio si prodigò con grande diplomazia nella composizione dei conflitti fra la chiesa romana e quella greca per giungere ad una loro riunificazione. Divenne cardinale e poi, nel 1450, vescovo di Bressanone: un grande onore per lui, ma ancor più grande per Bressanone!
Nella città vescovile la borghesia emergente non era granchè entusiasta di questa nomina. Che poteva farsene di un severo uomo di chiesa proprio nel momento in cui la politica stava manifestando seri dubbi sulla tutela dell'autorità ecclesiastica? Il nuovo vescovo si sarebbe dovuto presentare come un uomo di mondo, indipendente o per lo meno critico nei confronti della chiesa! Una parte della borghesia cittadina non ne voleva sapere di uno scienziato, e tanto meno di un filosofo che parlava di coincidentia oppositorum, di coincidenza delle opposizioni.
Ma questi insoddisfatti costituivano una piccola minoranza: erano i nuovi affaristi, i pionieri dell'economia all'alba di una nuova epoca. La maggior parte era clericale, osservante e devota al papa e al vescovo; stava col Cusano.
De docta ignorantia è il titolo dell'opera della sua vita. Un titolo che tradotto con "dotta ignoranza" non risolve granchè l'enigma. Si può sapere ciò che non si sa? Può l'uomo sapere più di quanto sa di non sapere? Occorre una lettura intensa ed attenta per capire che al nuovo vescovo di Bressanone tutto sommato interessava l'essenza divina, in cui si dissolvono i singoli contrasti: la possibilità della conoscenza sta nella "proporzione" tra l'ignoto e il noto; ma tra l'infinito - Dio - e il finito non c'è proporzione; Dio sfugge pertanto alla conoscenza dell'uomo, cui non resta che riconoscere la propria ignoranza; non per questo l'uomo rinuncia ad avere una conoscenza di Dio; anzi, riconoscendo i propri limiti, perviene comunque ad una sia pur approssimativa conoscenza di lui. Così, se nello spirito umano gli aspetti contraddittori (bene e male, vero e falso, ecc.) e nella natura quelli contrari (luce e tenebre, caldo e freddo, ecc.) si escludono a vicenda, in Dio tutte le opposizioni coincidono.
Nel suo operato il Cusano fu un autentico rappresentante della concezione medievale della sudditanza alla chiesa. Laddove scopriva o sospettava anche solo dei sintomi di mondanità o di spirito laico entrava decisamente in azione scatenando fiere battaglie contro le sfide dell'evo moderno.
Ben presto si trovò in conflitto con il principe Sigismondo del Tirolo, cui voleva strappare dei diritti imperiali. Ma non ce la fece, come senza successo furono i suoi tentativi di riformare la diocesi. Ovunque trovava opposizione, minacciava o comminava le massime pene ecclesiastiche: scomunica e interdetto. Furono soprattutto le monache di sangue blu del monastero di Castelbadia/Sonnenburg, capeggiate dalla indomita badessa Verena, a non accettare le imposizioni del vescovo; e gli si ribellarono contro ricorrendo all'aiuto del principe Sigismondo. Il quale avrebbe preferito ben altre imprese che impegnarsi a favore delle pie monache del convento pusterese. Proprio lui che era di una mondanità spudorata, visto che alla sua corte di Innsbruck teneva non poche amanti e conduceva una vita dissoluta, si sentì confermato nel proprio operato e nei propri pensieri grazie anche a questa invocazione d'aiuto proveniente da tanta "sacra" istanza. Scoppiò una piccola guerra tra i fedeli sostenitori del vescovo e quelli delle monache fiancheggiati da Sigismondo. Le suore furono cacciate dal convento, ma per tutta risposta il principe fece catturare il Cusano: un'umiliazione senza pari non soltanto per il vescovo di Bressanone ma anche per la schiera conservativa e spesso reazionaria dei fautori del potere romano. Il papa Pio II - l'umanista Niccolò Silvio Piccolomini, grande amico del Cusano - intervenne minacciando il principe Sigismondo con la scomunica e l'interdetto. Nicolò Cusano, rendendosi conto di non riuscire a frenare l'irruenza dei tempi nuovi, scrisse con amarezza e rassegnazione: "Sono vecchio, voglio la pace e prima di morire desidero veder trionfare la pace nella mia diocesi. Sono stufo della mene di curia". Il vescovo morì a Todi nel 1464. Solo dopo affiorarono via via dei nuovi termini di confronto: il fatto della concorrenza di ben tre conditati alla sua successione sta a dimostrare come a Bressanone la concezione laica e quella religiosa della vita si erano sviluppate lungo strade divergenti, e quanto era stata fatale la crescente diatriba fra gli opposti raggruppamenti.
I resti mortali del cardinale riposano nella chiesa romana di San Pietro in Vincoli. L'Accademia Nicolò Cusano di Bressanone - così chiamata in memoria del grande cardinale - è un luogo d'incontro fra la chiesa e il mondo, dove si promuove una visione cristiana del pensiero e della vita.


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aspetto sorridente

preistoria
nel cuore della città
da vescovo a papa
il cardinale
tra vicoli e strade
preziosità dei dintorni
il massimo delle solennità

Casa Editrice A.Weger - Bressanone, 1998



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