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Alto Adige
Sud Tirol

 

Glorenza (Glurns) la più piccola città dell'Alto Adige: storia e storie
di Sebastian Marseiler

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Le origini e la prima fioritura
A partire dal 1163 Glorenza è citata nei documenti col nome di "Glurnis", "Clurne", "Glurens" e altri; l'origine del nome è preromana o retroromanza e significherebbe "golena degli ontani o dei noccioli". Un tempo si pensava che derivasse addirittura da "gloria vallis".
Prima di diventare una città Glorenza era un paese. Un agglomerato irregolare di case, masi e torri residenziali tra il ponte sull'Adige e la Malsertor o porta Malles con la chiesa "enndern Poch", al di là del fiume in posizione sopraelevata e sicura dalle alluvioni.
L'attuale piazza Città era probabilmente un tempo la piazza del paese, le cui strade principali erano quelle che oggi sono il "Vicolo Conte Trapp" e la "Via Argento", come è risultato dalle più recenti ricerche (F.H.Hye). Probabilmente il ponte sull'Adige si trovava in origine all'altezza della chiesa parrocchiale; la strada portava verso Malles attraverso la Via Argento e la piazza: forse possiamo supporre che questo fosse un tratto di un'antichissima mulattiera percorsa anche dai pellegrini che dalla Malser Haide portava al Glurnser Köpfl e ai masi di Lichtenberg/Montechiaro passando per Glorenza e proseguendo poi in direzione dello Stelvio. Già prima di ottenere il titolo di città, pare che il paese di Glorenza avesse una certa importanza regionale. Sappiamo ad esempio che verso la fine del XIII secolo vi risiedeva un notaio che non avrebbe potuto sopravvivere senza una sufficiente mole di lavoro. L'esistenza di diverse torri residenziali testimonia che anche famiglie di un certo rango sociale si erano stabilite in questo borgo mettendo in mostra il loro benessere. Le torri residenziali e fortificate sono in parole semplici dei parenti più modesti delle torri dei casati nobili che si trovano frequentemente nell'Italia centrale e settentrionale, ma nel contempo presero sicuramente a modello anche l'architettura dei castelli. Caratteristiche sono le finestrelle, in origine vere e proprie feritoie e soprattutto l'accesso sopraelevato al piano superiore mediante una scala a pioli o di legno.
I proprietari vi trovavano un sicuro riparo anche ai tempi in cui vigeva il diritto del più forte, bastava aver da parte un paio di mezzene di speck e pane a sufficienza e nessuno sarebbe riuscito a prenderli tanto facilmente per la gola. Nel corso del giro della città avremo l'occasione di parlare più a lungo di due di queste torri fortificate.
Nel 1219 il vescovo Arnold di Chur assicura la sua protezione attraverso la val Venosta fino a Malles ai commercianti di Como e alle loro merci, a testimonianza del fatto che già a quell'epoca esistevano relazioni commerciali a vasto raggio. A ulteriore conferma di ciò sappiamo inoltre che i conti dei vescovi di Chur erano fatti in denari milanesi e non come si usava solitamente in berner veronesi. A partire dal 1239, ogni anno il 9 settembre, presso il convento di S. Giovanni in val Monastero, si teneva un mercato che godeva della protezione del vescovo. La scelta della data non era casuale: infatti a quella data la maggior parte del bestiame è rientrato dall'alpeggio, le pecore sono già state tosate e possono essere vendute come pure la loro lana. Solitamente i passi alpini sono ancora facilmente praticabili e sgombri da neve, il tempo è stabile. Inoltre per l'abbazia di Montemaria il 9 settembre era un giorno di festa in onore della S. Vergine e in questa occasione vi si ritrovavano moltissime persone.
Condizioni ideali quindi per i commercianti forestieri e per la popolazione locale. E anche per il vescovo che incassava le imposte dell'affitto delle bancarelle per le merci o le bevande, delle misure di lunghezza e capacità, dei posti dove si ferravano i cavalli, che riscuoteva i dazi per il trasporto delle merci e del bestiame, ad esclusione delle pecore di Merano soggette a una tassazione inferiore. I mercanti portavano vino, stoffe pregiate, persino seta, ferri di cavallo chiodati, falci e spezie: sale, pepe, zafferano. la popolazione locale pagava generalmente "in natura" con miele, cera, lana, carne affumicata, burro, strutto, lardo, cuoio non conciato, segale e soprattutto con animali da cortile. Le pecore fungevano da "moneta", che però sapeva correre (e come tale sopravvive nel termine inglese currency: valuta, moneta). La lana ed il loden grigio erano molto richiesti dai mercanti dell'Italia settentrionale, che li rivendevano all'industria laniera italiana già molto sviluppata. Si trattava quindi di un mercato di importanza sovraregionale che assicurava delle ottime entrate al patrono, dapprima i vescovi di Chur e successivamente i signori di Matsch. Nel 1291 il conte Mainardo II di Tirolo con una mossa astuta entrò in concorrenza concedendo a Glorenza il diritto di mercato e anticipando l'inizio della fiera della durata di ben otto giorni al 24 agosto, San Bartolomeo. Né i mercanti né gli acquirenti avevano interesse a frequentare un mercato nella stessa zona dopo sole due settimane e men che meno se dovevano superare passi alpini seguendo mulattiere scomode e faticose. In particolare i mercanti lombardi preferivano naturalmente partecipare al mercato di Glorenza che si teneva qualche giorno prima. Questo significò l'ascesa della nostra cittadina e comportò al contempo la decadenza del mercato della val Monastero.
Accanto al paese di Glorenza si profila già la città di Glorenza, ma non sappiamo con precisione quando cominciò ad acquisirne i primi connotati. Nel 1294 si parla di un "burgum", un borgo fortificato, dotato di un funzionario giudiziario stabile dei Tirolo. Si trattava di una città in miniatura, circondata però da mura merlate, nelle quali si aprivano due porte proprio dove il vescovo di Chur doveva passare per raggiungere Castel Coira a Sluderno, l'attuale via Portici. Una mossa strategica geniale contro il vescovo e i ribelli signori di Matsch. La nuova concorrenza economica costò al vescovo una buona parte delle sue entrate ed il suo potere ne uscì notevolmente ridimensionato. A coloro che volevano stabilirsi nella città vennero assicurati dei privilegi: "sine steura debeant permanere ad X annos", per dieci anni godevano cioè dell'esenzione delle imposte. L'immigrazione si mantenne comunque entro certi limiti ed entro le mura di Mainardo si trovavano non più di 30 case con eventualmente annesso il fabbricato rurale, anche per i cittadini era indispensabile poter disporre di un secondo sostegno economico.
Ma già allora si era capito che la pubblicità è l'anima del commercio: bisognava quindi far conoscere il mercato di Glorenza. Alcuni documenti testimoniano il pagamento di compensi a cosiddetti messi che avevano il compito di raggiungere Bormio e addirittura Como, Milano, Brescia, Bergamo, Cremona e Verona dove dovevano pubblicizzare la fiera. Ci si rivolgeva non solo ai mercanti ma anche ai "coloni", cioè ai contadini, e ciò sta a dimostrare che sia l'offerta di merci che la struttura dei prezzi erano varie e multiformi. naturalmente questi messi avranno sottolineato anche che il conte concedeva una scorta, la sicurezza di non essere arrestati per debiti e di non vedersi sequestrata la merce e la garanzia del risarcimento danni.
Che lingua parlavano? Gli inviti erano redatti in latino medioevale, i messi certamente parlavano l'italiano, altrimenti come avrebbero potuto farsi capire? Oppure si sceglieva gente del luogo che parlava retroromanzo.
Si evidenzia a questo punto un paradosso: da un lato un raggruppamento di case modesto, circondato dalle mura, dall'altro la smania di ampie relazioni commerciali con l'Italia settentrionale. L'hinterland economico di Glorenza non le avrebbe certamente assicurato la sopravvivenza. Era necessario ottenere altri privilegi: il diritto del commercio del sale, di magazzinaggio e di trasporto. Il diritto di magazzinaggio significava che i mercanti di passaggio dovevano scaricare ed offrire in vendita le loro merci. Queste erano imballate e dovevano solitamente essere trasferite e depositate in un luogo asciutto e coperto, da cui poi ebbe origine la cosiddetta "Ballhaus" (magazzino), che avremo occasione di conoscere meglio più avanti.
Glorenza in questo modo traeva un doppio profitto: incassava le imposte di magazzinaggio e di transito in quanto i mercanti erano obbligati a passare da Glorenza per raggiungere Malles e viceversa; contemporaneamente ne approfittavano anche gli osti che ofrivano ospitalità agli uomini e ai loro animali. Non disponiamo di documenti al riguardo, ma possiamo ritenere che vi fosse una certa domanda di generi alimentari, carne fresca e foraggio. E si creavano possibilità di lavoro per i nullatenenti. Un'altra fonte di guadagno era offerta ai carrettieri che in possesso della regolare concessione organizzavano il trasporto delle merci da una stazione all'altra e gli incarichi venivano distribuiti seguendo un ordine prestabilito. La stazione seguente a nord era Nauders, a sud Laces. Per scaricare e trasportare le balle spettava ai carrettieri una tariffa fissa. I carrettieri di Glorenza dovettero ripetutamente far valere i loro diritti nei confronti di quelli di Malles e Sluderno, perché i mercanti cercavano di evitare il lungo giro attraverso Glorenza. Inoltre da atti processuali risulta che quelli di Malles in diverse occasioni avevano allagato la strada per Glorenza rendendola impraticabile. Infine quelli di Glorenza per assicurarsi gli introiti derivanti dal traffico di merci posero i loro dazieri a Sluderno lasciando quindi liberi i mercanti di scegliersi la via che più gli aggradava. Ma solo quando Glorenza ottenne il monopolio statale del commercio del sale di Hall, ebbe inizio la vera fioritura della città. Nel XIII secolo le saline di Hall ebbero un grande incremento, nonostante potessero smerciare il loro prodotto solo in Tirolo e nelle più vicine regioni confinanti per l'annosa concorrenza del sale del Salisburghese e della Baviera. Questo fu forse uno dei motivi che contribuirono alla fondazione della città di Glorenza. Mainardo II era uno scaltro calcolatore che valutava esattamente la situazione. Sicuramente aveva stimato con precisione i vantaggi della concessione di questo titolo. A sud era possibile commerciare solo con la Lombardia perché le regioni orientali erano sotto il dominio di Venezia che disponeva di sale marino. ma l'esportazione di sale in Lombardia era redditizia solo fintanto che tra Milano e Venezia continuava a sussistere una grande rivalità ed i costi di trasporto rimanevano concorrenziali grazie alla possibilità di importare durante il ritorno frutti mediterranei, vino, ferramenta, oggetti in metallo e naturalmente anche spezie come lo zafferano. L'armatura trecentesca che incute un certo timore appartenuta a Ulrich IX von Matsch, conservata nell'armeria di Castel Coira, è opera dell'armaiolo milanese Petrajolo di Missaglia; del resto tutte le più antiche armature appartenute ai Matsch provenivano da Milano, a riconferma di quanto sopra detto.
Il sale di Hall veniva trasportato in ceste su carri trainati da cavalli o buoi oppure a dorso di mulo; tutto il sale che proveniva da Nauders attraverso la Malser Haide doveva essere pesato, misurato e messo in vendita a Glorenza. Anche i mercanti di vino della Valtellina dovevano rispettare queste regole. I cittadini di Glorenza difesero con accanimento questo loro diritto di magazzinaggio contro quelli di Bormio, che volevano parimenti sfruttare la loro posizione geografica favorevole per il commercio di sale e di vino cercando di aggirare il beneficio concesso a Glorenza (nel testo originale leggiamo "non ci permettono di scendere a Bormio ad acquistare il vino e di attraversare Bormio…").
Anche il commercio della segale venostana aveva una certa importanza; ancor oggi questo cereale gode di un'ottima nomea benchè non venga quasi più coltivato.
Come si viveva in questa città in miniatura? Vi erano due file di case che fiancheggiavano la via principale, la quale si incrociava con una traversa. Un canale murato, derivato dal rio Puni, il Vasil, portava in città l'acqua per abbeverare il bestiame ed in caso di necessità per spegnere gli incendi. Sul lato delle case rivolto verso la strada si aprirono le volte asimmetriche dei portici: erano irregolari e sbilenchi e tutt'altro che eleganti, però offrivano riparo alle merci che si mantenevano asciutte e pulite. Le case, come anche a Vipiteno, non avevano cantine a causa dell'umidità del suolo; al pianterreno, verso la strada, si trovavano il locale di di vendita o il laboratorio e sul retro il magazzino, cui seguivano la stalla ed il fienile, cioè il fabbricato rurale. Ogni casa aveva anche un proprio giardino, o meglio un piccolo frutteto, come apprendiamo dai documenti. Chissà se allora esistevano già quei giganteschi alberi di pere detti "Palabirn", dai quali derivò il soprannome affibbiato agli abitanti dell'alta val Venosta "Piirakröpf", gozzo di pera? Al piano intermedio si trovavano la stube, la cucina e la camera da letto dei genitori; la cucina era un locale piccolo, buio, fuligginoso, col soffitto a volta e col focolare ancora aperto, in posizione leggermente sopraelevata: fungeva infatti anche da affumicatoio. Forse d'inverno accanto alla stufa trovava posto una cassa con le galline che altrimenti avrebbero sofferto troppo il freddo. Forse prendendo a modello le stanze delle residenze nobili, si usava già ricoprire di legno le pareti della stube, nelle quali certamente si trovava una stufa in muratura con lo sportello di accensione esterno. Nel sottotetto, solitamente proprio sotto le scandole di copertura, attraverso le quali nonostante le pareti in muratura si infilava il freddo vento di tramontana, c'erano le camere dei bambini e della servitù. I muri delle case, perlomeno di quelle dei benestanti, erano di calce, i forni per calce si trovavano fuori dalla cinta muraria. I muri di argilla venivano ricoperti da entrambi i lati da uno spesso strato di calce. Si dava grande importanza ai camini murati poiché i tetti erano ricoperti in legno e molti fienili rappresentavano una facile esca per le scintille. Il pericolo di incendio era ulteriormente aggravato dai sistemi di illuminazione del tempo che prevedevano l'uso di fiaccole, lucerne e fiamme aperte. Le candele erano piuttosto rare poiché la cera era molto costosa. esisteva persino una tassa sulla cera, e quindi si trovavano solamente nelle dimore dei nobili e prelati. I più poveri potevano permettersi solo la sugna di maiale e perciò spesso andavano a dormire "con le galline" e si svegliavano "con il gallo".
Sappiamo invece poco sugli oggetti medioevali di uso quotidiano; molto comuni erano certamente i recipienti di legno, che si fabbricavano facilmente con poca spesa e non si rompevano. Solo lentamente si delineano delle differenze nelle suppellettili: nell'alto medioevo la nobiltà, il clero, la borghesia e i contadini usavano praticamente gli stessi utensili domestici, tutti mangiavano da scodelle di legno o di argilla. E' possibile che qualche mercante, abituato al lusso meridionale, abbia abbandonato la tavola arricciando il naso e che in occasione di un nuovo viaggio abbia portato con sé stoviglie di qualità superiore.
Sappiamo poco anche delle condizioni sanitarie, i gabinetti a caduta si trovavano sul lato posteriore della casa. Ad esempio nell'ordinamento civico di Merano della prima metà del XIV secolo il conte Enrico di Tirolo, ex re di Boemia, stabilisce che le latrine all'interno della città siano tutte murate. Chi contravveniva a questo obbligo doveva recarsi fuori dalle mura: a Glorenza, in inverno, non sarebbe stato affatto piacevole!
Glorenza vive una vera e propria fioritura; in tutta l'alta val Venosta si osservano le "misure di Glorenza", nel XV secolo il commercio è in forte espansione. Nel 1423 la Dieta Tirolese riunitasi a Merano compila una graduatoria delle 18 città tirolesi e Glorenza si trova al settimo posto. Naturalmente essendo una piazza commerciale non potevano mancare i notai: dalle registrazioni di un notaio di Bolzano risalenti alla metà del XIII secolo possiamo dedurre che un notaio sottoscriveva in media due atti di compravendita al giorno. Riteniamo che ciò sia valido pure per i notai di Glorenza che svolgevano la loro attività anche nel circondario. Agli inizi i notai provenivano soprattutto dal comasco, fatto che dimostra ancora una volta le strette relazioni con la Lombardia. La domanda di atti scritti doveva essere notevole se consideriamo che nella nostra cittadina esercitavano la loro attività due notai, uno dei quali aveva alle proprie dipendenze persino due scrivani. Con molta probabilità non esisteva il banco dei pegni, la cui funzione era svolta dagli ebrei, la cui presenza è testimoniata da alcuni documenti. Nel suo saggio "Das ältere Glurns als handelsplatz" Franz Huter scrive: "Non solo perché pagavano i tributi per la protezione principesca, ma soprattutto perché l'economia di mercato in evoluzione aveva bisogno di loro fintanto che il divieto, valido per tutti i cristiani, di prestare denaro dietro corresponsione di interessi venne applicato rigidamente". La loro sede era situata nella torre Flurin e ciò indicherebbe secondo Franz Huter che costituivano una specie di corporazione.
Quando ormai pareva che alla splendida ascesa economica di Glorenza non si frapponesse più alcun ostacolo, le ragioni dell'alta politica intervennero a porre un freno. Sulla città si addensarono nubi minacciose quando gli Asburgo cominciarono a considerarla più importante dal punto di vista strategico che commerciale. Nel 1496 l'imperatore Massimiliano I scelse Glorenza (e Malles) come sede di un congresso internazionale, cui parteciparono il duca di Milano, gli ambasciatori di Venezia , di Spagna, di Napoli ed il nunzio papale. Lo splendore e il vanto ingannarono: i giorni felici di Glorenza sono ormai contati.


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Glorenza, perchè proprio qui?


Le origini e la prima fioritura

Catastrofe e ricostruzione

La decadenza

Un giro per la città

Tappeiner Casa Editrice, Lana (BZ) 1998



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