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Alto Adige
Sud Tirol

 

Glorenza (Glurns) la più piccola città dell'Alto Adige: storia e storie
di Sebastian Marseiler

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Un giro per la città
Ci troviamo sul ponte sull'Adige davanti alla porta Tubre o porta della Chiesa. Sempre qui si ergeva un tempo una torre abitativa medioevale. Le prietre sporgenti sotto il tetto piramidale erano probabilmente dotate di caditoie. Fu costruita tra il 1500 ed il 1510 ed era la prima torre del nuovo impianto difensivo concepito come baluardo contro gli Svizzeri. Venne utilizzata come caserma, forse temporaneamente anche come carcere e magazzino dei vigili del fuoco. A causa del pessimo stato di conservazione l'aquila e lo stemma affrescati sul muro esterno sono riusciti a sottrarsi alla furia fascista che voleva cancellare qualsiasi traccia della vecchia Austria. I lavori di restauro hanno riportato alla luce anche il lastricato originale sottostante: qui, come apprendiamo dagli Statuti della città, gli agricoltori di Glorenza dovevano deporre un covone di cereali per ogni carrata che spettava ai due "Waaler", addetti a sorvegliare e mantenere in esercizio i canali di irrigazione. Forse si era giunti a questa soluzione salomonica perchè diversi o molti agricoltori non provvedevano puntualmente al pagamento dovuto.
Per entrare in città erano invece costretti a passare dalla porta e non potevano così evitare di saldare il loro debito. La costruzione del nuovo ponte sull'Adige più elevato comportò l'abbattimento di un tratto di mura per permettere il passaggio. Il piccolo edificio accanto alla porta in direzione della piazza è una delle tre casette dei guardiani: qui fino al 1852 abitava ancora il guardiano notturno. Sulla piazza, dove c'era posto per edifici di rappresentanza, si stabilì la nobiltà. La piazza ha un particolare fascino architettonico, da un lato regna il movimento, l'andirivieni - e non manca certo il traffico di automezzi - dall'altro irradia un certo senso di pace invitando a sedersi sotto gli alberi ombrosi o ai tavolini dei bar. Concediamoci una sosta: davanti a noi c'è l'edificio della pretura, fatto costruire tra il 1500 ed il 1510 dal giudice Jorg von Liechtenstein. Si emanavano sentenze contro grandi e piccoli malfattori, contro i "Karrner" che vivevano in concubinato, contro presunte streghe e presunti protestanti. E contro i topi.
Era il 1519 quando un uomo di Stelvio preso dalla disperazione sporse querela al giudice a nome di tutti i suoi poverissimi compaesani contro i topi campagnoli che arrecavano danni ingenti e contro i quali non si sapeva più cosa fare. Si lamenta tanto da far pietà ai sassi: già c'era poco da mangiare ed ora si aggiungevano anche questa bestie che divoravano tutto, distruggevano il raccolto non permettendo nemmeno di poter versare i tributi al signore. Proprio per questo ultimo motivo i topi vennero denunciati. Ma il processo intentato nei loro confronti fu molto onesto, venne assegnato loro un difensore e si concluse con una sentenza con regolare sigillo. Davanti ai giurati il difensore sottolineò che anche i topi avevano diritto di esistere e che dovevano avere la possibilità di muoversi. La sentenza fu clemente: i topi vennero condannati ad andarsene, ma si assicurò loro di non essere molestati dai tradizionali nemici, come cani e gatti, ed un certo lasso di tempo perchè potessero portare con sè anche i più deboli e le femmine gravide. Noi, uomini moderni, non possiamo fare a meno di sorridere, ma non dobbiamo dimenticare che allora non si accennò mai alla distruzione o all'uccisione di questi animali. E oggi invece, cosa faremmo? Oggi si sarebbe risolto il caso ricorrendo alla chimica. La pretura comminava anche la pena di morte: il patibolo si trovava ben in vista sul Tarscher Bichl (colle Tarces). A Glorenza vi erano altri due luoghi per le esecuzioni: uno sulla strada tra Tubre e Mustair e l'altro nella piana del fondovalle. Per le esecuzioni si doveva ricorrere al boia di Merano che nel conto poteva includere anche le spese extra. Dopo la repressione della rivolta contadina del 1525 si trovò ad avere certamente molta da fare. Talvolta svolgeva male il suo lavoro: nel 1660 al governo di Innsbruck giunse la comunicazione "che durante le esecuzioni il boia di Merano si comporta screanzatamente (...) come è successo a Tarsch con un malfattore che è stato decapitato brutalmente con tra coltelli" (H. Moser: Die Scharfrichter von Tirol). Sappiamo già che la pretura fu poi trasferita a Silandro nel 1931.
La casa imponente all'angolo con la via Malles fu erroneamente definita "casa dei Fugger"; nel 1481 è citata come feudo dei conti di Matsch. Nel 1570 Balthasar Frohlich zu Frohlichburg le conferì il suo aspetto attuale con il bell'erker poligonale e l'affresco della meridiana, decorata dagli stemmi dei Frohlich e delle sue due mogli Magdalena von Sarnthein e Sidonia Rubatsch. A Balthasar Frohlich fu affidata la direzione dei lavori di fortificazione e come apprendiamo dai documenti fu accusato poi di sottrazione indebita di denaro pubblico (Nil novi sub sole - niente di nuovo sotto il sole!). Nell'ampio atrio voltato al piano terra si trovano dei frammenti di affresco raffiguranti i sette peccati capitali, dei quali significativamente si sono conservati solo l'orgoglio e l'avarizia. Questo nobile signore amava anche le comodità tanto che nel suo cortile fece posare una conduttura dell'acqua derivandola dal pozzo pubblico.
L'edificio adiacente con il "classico" portone rinascimentale con i cavallucci marini intrecciati era un tempo proprietà della Certosa degli Angeli della val Senales, che originariamente possedeva anche un secondo edificio sulla piazza della città. al cui posto il cavaliere Reinprecht von Hendl fece erigere nel 1562 un palazzo di tre piani, che oggi, completamente risanato, ospita l'Albergo Corona. Al pianterreno il soffitto è a volta, come del resto in molti altri edifici di Glorenza. Sopra il portone d'ingresso del fabbricato aggiunto a ovest si nota un bassorilievo con la mano benedicente del Padre. Qui sulla piazza abitavano le famiglie più abbienti che mostravano volentieri la loro ricchezza, altrimenti come avrebbe potuto sopravvivere un orafo, la cui presenza è documentata?
Dal balcone dell'albergo "Albero Verde", sempre sulla piazza, si gode di una bella vista, come da una loggia ed infatti in occasione di feste vi trovano posto i notabili della città o coloro che si ritengono tali. Chiedendo il permesso vale la pena di gettare uno sguardo nella cucina al primo piano: il soffitto a volta alto ed annerito dalla fuliggine ci dà un'immagine immediata della vita quotidiana in una locanda dei tempi passati.
Uno degli esempi più riusciti del risanamento della città è il Castel Glorenza nel vicolo Conte Trapp. In origine era una torre fortificata e residenziale medioevale che solo nel 1510 venne inserita nella cinta muraria e trasformata in residenza nobiliare con torre, casa e cortile interno. Nel corso del restauro la torre nord venne rialzata leggermente e le venne tolto l'intonaco, l'edificio abitativo venne in parte smantellato, il fabbricato aggiunto sul lato sud, le cui finestre si aprivano nelle mura di cinta, venne demolito e le aperture vennero murate. L'insieme dalle proporzioni riuscite colpisce per l'accostamento bizzarro di rigorosità marziale e stile nobile. La torre dei Passeri integrata nella cinta muraria era in origine più alta; durante la costruzione delle mura se ne abbatte una parte perchè servivano delle pietre ed era più semplice demolire una torre che procurarsele altrove. (si deve notare che nei campi attorno a Glorenza non si trovano praticamente pietre, utilizate tutte per erigere le mura cittadine).
L'antico nucleo del paese è caratterizzato da vicoli tortuosi e facciate irregolari; uno degli edifici più caratteristici è il Koch-Hof con la sua "Ladum", una volta aperta che serviva da pratica tettoia. Si notano poi i giardini racchiusi da muri con alberi da frutto e le facciate su cui si arrampica la vite. Idilli che talvolta nascondono situazioni non floride. Le finestre della casa Gebhard nella via Argento sono state recentemente decorate a graffito: esempio eloquente di antiche relazioni culturali con l'Engadina, dove questo tipo di decorazione della facciata è molto frequente. la grande vite americana che si arrampica sulla facciata fruttifica abbondantemente e dall'uva si ricavano ben 55 litri di vino, del quale probabilmente, come del famoso "Vezzener", vino prodotto nei pressi di Silandro, si può dire che è meglio ridere prima di berlo perchè poi non se ne ha più voglia.
Qui e là si notano appese ai muri delle sscale a pioli malconce che un tempo servivano a raccogliere la frutta sugli alberi di alto fusto. Ormai non trovano più alcun utilizzo come del resto molti altri attrezzi.
Una scala di legno ripida e stretta accanto alla porta Malles ci conduce finalmente su una parte del cammino di ronda restaurato. La cinta muraria è alta circa 10 metri e in essa si aprono ancora le feritoie, attraverso le quali si infiltra il vento (che riduce l'euforia della difesa), ma si è ripagati dalla vista che spazia libera sopra i tetti fino alla chiesa di S. Pancrazio e poi in alto all'antico eremo di S. Martino. Si parla a bassa voce di progetti che prevedono il restauro di gran parte del cammino di ronda: sarebbe un'occasione unica per ammirare dall'alto Glorenza dalla prospettiva difensiva. Quando si passa sotto la porta di Malles si prova ancora oggi una sensazione inquietante: è un passaggio buio con un piccolissimo accesso per i pedoni a sinistra. Sulla facciata nord si vedono ancora bene le pietre sagomate che servivano da guida per la saracinesca e un erker-caditoia sopra la porta. Per salire al piano superiore non esiste una scala e il guardiano, in caso di attacco nemico vittorioso, doveva mettersi al sicuro salendo con una scala di corda attraverso un'apertura nel soffitto.
Proprio accanto alla porta di Malles si trova uno degli edifici più belli e preziosi di tutta la città, la "Hossische Behausung". Il piano terra aperto sul retro ha bei soffitti a volta sottolineati da eleganti nervature; anche il giroscala ed i corridoi del primo e del secondo piano sono decorati con leggere nervature a vista. Questo palazzo risulta essere appartenuto a Balthasar Frohlich, Gabriel Imeldis, cittadino cittadino di "Wurmbs" (Bormio) ed infine ai conti Trapp. La facciata esterna colpisce per la presenza di un delicato erker con mensola a nervature intrecciate; la decorazione della facciata risale al XIX secolo. Il cortile interno mostra ancora una volta il caratteristico accostamento di elementi cittadini e rurali con arcate e fabbricato rurale, nella cui stalla fino a poco tempo fa si tenevano ancora delle mucche. L'edificio subito dietro, adiacente alle mura, era dotato un tempo di un forno ("Pfister") con pozzo e bagno. Cosa del resto comprensibile: un fornaio che deve sempre riscaldare, dispone anche sempre di acqua calda.
Nella via Malles tanto dritta da sembrare tracciata con un righello si respira il pensiero rinascimentale dei progettisti della città; l'imponente edificio doppio sul lato ovest con vistosa suddivisione della facciata in quadrati e cornici delle finestre risalenti al XVI secolo ha un grande cortile interno con fabbricati rurali: in città quindi i contadini si erano insediati già prima della decadenza. Poco più avanti sullo stesso lato si apre l'ingresso merlato al cortile interno della residenza Frohlich. L'intera superficie occupata da questo palazzo è circondata da mura merlate che, come nella via Argento sul lato posteriore, sono in parte inserite nei muri del palazzo stesso. Una "minicittà" nella città in miniatura, doppiamente difesa, ma è servito a poco, i proprietari hanno perso tutto.
Così si dice. Giunti sulla piazza Città, giriamo a sinistra verso i portici. Subito entra nel nostro campo visivo la torre Fron o Flurin, dall'aspetto piuttosto tenebroso. Era una delle antiche torri fortificate di Glorenza al di fuori delle mura cittadine, venduta da un certo giudice Flurin ai signori di matsch nel 1382, che in certi periodi furono titolari dei tribunali di Glorenza e di Malles. Come in tutte le torri fortificate l'ingresso era sopraelevato, qui era particolarmente alto trovandosi a ben 8 metri da terra, e corrispondeva a quell'arco a tutto sesto romanico sul lato sud-est. (Conte Trapp: Burgenbuch). I signori di matsch alloggiavano in questa torre gli ebrei che a Glorenza praticavano un'attività bancaria concedendo crediti indispensabili per la pratica del commercio.
Quando nel 1390 scoppiò una guerriglia violenta tra i conti di matsch ed il vescovo di Chur e i soldati di quest'ultimo riuscirono ad impossessarsi anche della torre Flurin, agli ebrei non restò altra scelta se non quella di rifugiarsi a Mazia, un paesino isolato d'alta montagna. Possiamo immaginare lo stupore dei contadini di mazia nel vedere questi profughi esotici nel loro costume caratteristico con il cappello da ebrei.
Tra il 1825 ed il 1931 la torre venne data in affitto all'amministrazione della pretura che la utilizzò come prigione, conosciuta ancor oggi col nome popolare di "Glurnser Loch" (gattabuia di Glorenza). Sicuramente avrà "ospitato" molti Karrner. Il piano terra risalente a una fase edilizia posteriore ha un soffitto a volta sostenuto da una colonna centrale.
Ed ora, caro visitatore, Glorenza si aspetta da te un atto di riverenza: inchinati poichè ci apprestiamo a visitare i portici. Essi non sono così bassi, come comunemente si crede a causa di alluvioni che nel corso del tempo avrebbero rialzato il piano di calpestio, ma vennero costruiti proprio così. Sulle mensole rialzate incorporate negli archi rivolti sulla via si esponevano le mercanzie nei giorni di mercato. Dove ci sono mercati, ci devono essere locande, nella stima dei danni dell'incendio del 1732 se ne trovavano 6, due delle quali nella via dei portici: l'albergo Aquila Nera e quello al Cervo sito al numero civico 24, di cui ancora oggi un'ampia scala di accesso ricorda la funzione originaria. I sudtirolesi hanno e avevano un attaccamento quasi cultico al vino ed allo speck e sappiamo con quale veemenza essi cercarono invano di opporsi all'importazione di vino da parte di Bormio. Da sempre un bicchiere di vino accompagna la stipula di contratti come per esempio una promessa di matrimonio o il suggello di un accordo. E' nota la tradizione, in uso fino a poco tempo fa in certe zone, del "vino di S. Giovanni", che prendeva il nome da Giovanni l'Evangelista, il quale pare abbia bevuto del vino avvelenato senza subire conseguenze deleterie. Il vino di S. Giovanni veniva benedetto in chiesa il 27 dicembre e poi bevuto a casa, mentre alcuni osti usavano mescere un bicchiere di quel vino ai loro clienti migliori. Persino ai condannati a morte veniva concesso un sorso di quel vino benedetto. Forse anche a Glorenza?
Comunque a Glorenza anche le misure avevano una grande importanza. Come dimostrato da F.H. Hye, già nel 1330 prestava qui servizio un mastro vinaiolo alle dipendenze del principe di Tirolo.Inizialmente venivano usate molte unità di misura per il vino, la più capiente delle quali era la "Yhre" (dal latino urna) che a Glorenza corrispondeva a 78,926 litri. Gli statuti della giurisdizione di Glorenza del 1440 si occupano anche di "tutti i recipienti, bicchieri, boccali, secchi": se un oste non usa la giusta misura deve pagare una multa. Inoltre nelle locande è vietato far musica tutti i sabati e le feste e per i trasgressori sono previste dure pene. Che nei locali pubblici non sempre gli incontri fossero pacifici lo dimostra la storia della trappola mortale tesa in una cantina a un rappresentante della famiglia dei Matsch.
Ma lasciamo le osterie per proseguire lungo la strada che già a quei tempi veniva tenuta ben pulita poichè chi "lorda le strade o versa dell'acqua dovrà pagare una multa di 35 kreuzer". Inoltre apprendiamo che era vietato "insultare, minacciare o addirittura percuotere il sindaco" nel corso di un'assemblea comunale. I redattori degli statuti avranno avuto le loro buone ragioni per inserire anche questa regola. Ci troviamo ora di fronte al numero civico 3 della via Portici, l'ex municipio. In origine anche questo edificio era porticato, ma nel XVIII secolo i portici vennero trasformati in volte. Fino al 1856 vi si amministravano le sorti della città, poi servì come scuola. Nell'edificio adiacente era ospitato l'arsenale. Verso la via Flora, attiguo al municipio, c'era l'ampio deposito delle mercanzie, che dopo l'incendio del 1799 non venne più riedificato.
La doppia identità di Glorenza, da una parte agreste e contadina dall'altra urbana e artigianle si mostra anche nelle cariche comunali; finchè il paese di Glorenza rimase autonomo, vi erano due "borgomastri", uno dei quali nel 1431 venne citato come "magister civium oppidi", quindi questo deteneva una carica che almeno nominalmente era superiore a quella del secondo borgomastro. Alla fine del XV secolo venne redatto lo statuto della città che una volta all'anno veniva letto davanti alla comunità riunita il 22 febbraio o la prima domenica di Quaresima. da documenti parrocchiali di epoca successiva apprendiamo che, ad eccezione del responsabile dell'ospedale e dell'ispettore al fuoco, alla pesca e alle carni macellate e delo stimatore del vino, venivano eletti rispettivamente due prevosti, guardiani dei boschi, addetti ai canali irrigui, guardiani dei campi, malgari, addetti ai pozzi e guardie comunali. Questo antico dualismo paese-città sopravvisse in alcune cariche fino in epoca recente. Solo i giudici non venivano eletti, ma nominati dal signore (Matsch, Trapp). Probabilmente i cancellieri svolgevano anche la mansione di impiegato comunale. Sigillavano importanti documenti col sigillo della città che raffigurava lo stemma conferito alla città piuttosto tardi, solo nel 1528, dal re Ferdinando I. Purtroppo l'originale della lettera di conferimento dello stemma è scomparso da circa due decenni e non sono stati cero i topi a rosicchiarlo.
Non esiste una città che non abbia una scuola: "In una copia autenticata del 1538 il notaio pubblico Johann Schrattentaler si definisce maestro di Glorenza" (F.H. Hye). Era una scuola esclusivamente maschile, le ragazze vennero istruite solo a partire dal 1834 dalle suore di carità. I maestri erano probabilmente pagati dai genitori e forse ricevevano dal comune una somma integrativa che sarà stata decisamente modesta. Nel periodo della decadenza facevano certamente la fame ed erano costretti a praticare anche un po' di agricoltura per sopravvivere. Fino al 1799 la scuola era ospitata al numero civico 23 di via Portici e successivamente si trasferì nel vecchio municipio. Si osservi la sottotettoia intonacata che in quei tempi veniva applicata con grande perizia a tutti gli edifici per ridurre il pericolo di incendio, che poteva essere trasmesso anche da scintille provenienti da altri camini.
Un tempo il comune era una comunità economica cui spettava anche la cura di anziani ed ammalati indigenti, ai quali venivano concessi piccoli benefici come: legna da ardere, alimenti, piccoli appezzamenti di terreno. Queste pratiche rientravano nei compiti del responsabile dell'ospedale, eletto di anno in anno. Di solito gli ospedali o ospizi venivano gestiti da ordini religiosi femminili di carità. Le città medioevali facvano edificare questi ospedali solitamente al di fuori delle mura per ridurre i rischi di contagio. E così fu anche a Glorenza, dove l'ospedale del Santo Spirito fino al 1499 si trovava al di fuori delle mura di mainardo al posto della canonica attuale. Esisteva addirittura una apposita fondazione. Dopo la sua distruzione l'ospedale venne riedificato nello stesso luogo, ma quando nel 1799 venne raso al suolo dai francesi si dovette attendere fino al 1821, anno in cui venne riedificato sulla piazza Città. Quando la gestione venne assunta dalle suore di carità, l'ospedale venne trasferito nell'attuale municipio.
Di grande importanza per un insediamento era la presenza di acqua fresca e pulita. la prima conduttura dell'acqua di cui abbiamo notizia e che probabilmente scendeva già allora dal monte "Glurnser Kopfl", risale al 1579 ed alimentava due pozzi all'interno della città, uno sulla piazza Città e l'altro nel vicolo Trank. Non sappiamo come fosse questa conduttura, ma possiamo ritenetre che l'acqua scorresse in canali di legno aperti e forse poco prima della città venisse incanalata in tubi di legno. Chi voleva e poteva permetterselo poteva far giungere a proprie spese le condutture fino alla propria casa. L'addetto ai pozzi era preposto a controllare che l'acqua che arrivava in città fosse sempre potabile. In caso di frane o di inquinamento doveva procurare gli uomini necessari ad eliminare il danno. Per gli abbeveratoi del bestiame c'era anche il canale Vasil, di cui abbiamo già parlato, che era piuttosto ramificato raggiungendo numerose proprietà. Per l'abbeverata mattutina e serale del bestiame al pozzo c'erano dei turni precisi che dovevano essere rigorosamente rispettati per evitare lo scambio di animali. E' superfluo dire che qui le casalinghe e le serve venivano a rifornirsi dell'acqua necessaria per cucinare e per lavare e da bere. Nel 1904 Glorenza venne dotata di una condotta forzata e di un nuovo pozzo sulla piazza Città; oggi la statua della bella Judith con in mano la caraffa dell'acqua è un po' in disparte accanto alla scuola.
Una fogna murata e coperta da lastre serviva per lo scolo delle acque di scarico e a questo proposito per confutare quel luogo comune secondo cui i contadini gettano nella fognatura tutti i rifiuti, ricordiamo che era vietato sotto pena pecuniaria gettare le immondizie sulla strada.
Nel medioevo e alle soglie del rinascimento non vi era città che non possedesse i bagni pubblici. A Glorenza ve ne erano probabilmente due utilizzati sicuramente anche dai mercanti che faticavano e sudavano per superare i valichi alpini. Da documenti riguardanti altre città apprendiamo che si poteva accedere ai bagni pubblici secondo turni settimanali per strade e vicoli. Il responsabile si guadagnava il companatico fungendo anche da cerusico che praticava salassi e incideva foruncoli. Ai bagni si andava volentieri anche a festeggiare e gozzovigliare. A Glorenza tutte era di dimensioni più modeste. Non sappiamo se vi si praticasse anche la prostituzione, ma forse la nostra città era troppo piccola e prude. Inoltre la nobiltà rozza di queste parti avrà probabilmente reclamato a lungo lo jus primae noctis. I numerosi figli illegittimi di Gaudenz von Matsch sono una valida testimonianza del fatto che in genere le cosiddette famiglie perbene non tenevano in gran conto la morale comune.
Ci si sedeva quindi nella tinozza, si faceva versare dell'acqua calda, si bevevano uno o due boccali di vino e poi si usciva lasciando il posto al successore senza che l'acqua venisse cambiata fintanto che rimaneva calda. Le scarse condizioni igieniche contribuivano alla diffusione di malattie e si arrivò addirittura a credere che l'acqua facesse ammalare e che fare il bagno fosse un'abitudine malsana. Ciò giunse a puntino per la chiesa che dopo il concilio di Trento bandì nel peccato tutto ciò che aveva a che fare col corpo e la nudità. I bagni pubblici scomparvero. Rimase solo l'abitudine di lavarsi completamente una volta all'anno prima della confessione pasquale nella propria tinozza tra le mura domestiche.
In molti comuni, naturalmente a pagamento, il fornaio era tenuto a mettere a disposizione dei vicini e dei concittadini il suo forno; a Glorenza invece c'era un forno pubblico nei pressi del vicolo Trank, che rendeva (quasi) superflui i forni privati riducendo il pericolo di incendi, una calamità frequente poichè i tetti erano ricoperti da scandole di legno. Gli ispettori al fuoco, a partire dal 1732 ne venivano nominati tre, avevano il compito di controllare senza preavviso più volte all'anno i camini, le cucine e le stufe, di verificare che le stufe non venissero riempite troppo e che i camini venissero ripuliti dalla fuliggine. Due guardiani notturni, uno dalle 20 alle 24 di sera e l'altro dall'1 alle 4 di notte, dovevano ogni ora, in luighi prestabiliti, testimoniare ad alta voce la loro presenza per tranquillizzare la popolazione. Avevano anche il compito di sorvegliare che non scoppiassero incendi e non si verificassero piene o alluvioni. Alle quattro del mattino il guardiano notturno doveva suonare l'Ave Maria nella chiesa di Nostra Signora che per la maggior parte della popolazione annunciava l'inizio della giornata lavorativa.
Ci troviamo ancora in via Portici per ammirare la residenza "Vogthaus", un edificio bizzarro col frontone decorato da merli a coda di rondine. In origine faceva parte della torre Kolben, un'altra delle torri fortificate più antiche, e al piano terra è decorata da volte reticolate e pareti a calcare conchilifero. Sulla facciata esterna sotto i portici si può ammirare un affresco di San Cristoforo.
L'antica zona artigianale della città si trovava ad est della porta della Chiesa, là dove la portata del canale dei mulini, il Muhlbach, derivato dall'Adige riusciva ad azionare mulini e magli. Fuori città c'erano la segheria e la fucina e negli statuti della città si davano indicazioni precise relative ai prezzi per i deiversi lavori. Subito dietro le mura c'era il macello dove si trovavano anche i banchi per la vendita delle carni. I resti finivano nel Muhlbach. (Possiamo quindi immaginare che più a valle all'altezza del fornaio l'aria sarà stata piuttosto maleodorante). Un tempo il piano stradale era più basso come dimostrano le porte d'ingresso e le finestre sul lato sinistro. Il Muhlbach scorreva in un semplice acquedotto di legno sostenuta da pali, che in inverno doveva essere continuamente liberatyo dal ghiaccio poichè l'acqua serviva anche per spegnere gli incendi. Lungo il canale si trovava poi la conceria all'allume che produceva cuoio di qualità pregiata. Sulla facciata l'impronta di una pelle messa a seccare al sole ricorda ancora la funzione originaria di questo edificio. A sinistra si innalza la torre Kolben o Chel, citata già in un elenco dei feudi del principe di Tirolo nel 1330 e integrata nella prima cinta muraria. Dopo aver cambiato numerosi proprietari sempre di nobile schiatta, divenne la residenza di un certo Thoman Perfler, di professione mugnaio della città. Il suo mulino si trovava lì nei pressi ed ancor oggi sulla facciata esterna di può osservare una ruota di mulino sostenuta da un leone, l'insegna della corporazione.
Attraverso una piccola apertura ad altezza d'uomo, visibile ancora oggi, venivano calati i sacchi pieni di farina sulle spalle degli uomini o sui carri che attendevano. Questo mulino viene citato per la prima volta nel 1330.
In questa rapida visita non possiamo dimenticare un'altra costruzione utilizzata fino negli anni '70: il lavatoio pubblico ricoperto da una tettoia e dotato delle relative assi per le lavandaie in legno di larice. Qui anche d'inverno e fino a non molti anni fa, quando le lavatrici non erano ancora un elettrodomestico alla portata di tutti, le donne si inginocchiavano a strofinare, sciacquare e strizzare la biancheria. Subito dopo il mulino il Muhlbach si dirama perchè c'era il laboratorio del tintore. Se succedeva che l'acqua che scendeva dal macello fosse maleodorante e densa si poteva almeno deviarla lateralmente. In fondo c'era la conceria alla scorza il cui maglio in legno è ancora conservato. Nei pressi delle concerie, a causa delle pelli di animali, si respirava un'aria disgustosa; questi luoghi erano prediletti solo da piccoli contadini che si litigavano gli avanzi di carne avariata. Al di fuori della cinta muraria il Muhlbach axzionava anche una fucina e serviva ad irrigare i campi di 31 proprietari. L'acqua scorreva tutto l'anno perchè veniva iompiegata anche per spegnere gli incendi; osservando con più attenzione si notano almeno due stretti passaggi che conducono ai portici: erano il collegamento più breve che consentiva la fuga dall'interno della città in caso d'incendio.
Qui in questo angolo la città ha un carattere decisamente agreste, le galline razzolano ed il gallo canta sul mucchio di letame: un ricordo della vecchia Glorenza. Dalla storia delle case di Franz-H. Hye apprendiamo che tra il 1732 ed il 1852 a Glorenza si praticavano i seguenti mestieri: oste, giudice, avvocato, cappellano, guardiano, guardiano notturno, carpentiere, sarto, contadino, maestro di scuola ed organista, muratore, conciatore all'allume, conciatore alla scorza, vasaio, calzolaio, falegname, sagrestano, fonditore di stagno, vetraio, tessitore (il mestiere più diffuso), macellaio, infermiere, fornaio, mugnanio, mugnaio della città, pittore, tornitore, veterinario, pecoraio, capraio, pescatore, cerusico, fabbro, bottaio, tintore, mobiliere, pellicciaio, cerusico ed oste, una combinazione perlomeno insolita. Esistevano le corporazioni dei mugnai, fornai, calzolai e sarti. Già negli statuti del tribunale di Glorenza si stabiliva che i fornai che: "mescolano l'orzo al frumento nell'impasto del pane, sono condannati a una pena pecuniaria ed il pane verrà sequestrato dal tribunale".
Giriamo ora verso nord, lasciando a sinistra la via Portici e raggiungiamo la porta Sluderno decorata da affreschi sulla facciata esterna e dotata di caditoia e pietr che facevano da guida alla saracinesca. L'affresco raffigura lo stemma dell'imperatore Ferdinando I (1558-1564) con l'aquila bicipite e il cuore boemo-ungherese, un po' più in basso gli stemmi dell'Austria, del Tirolo, quello dei conti Trapp e della città di Glorenza. Un chiaro esempio di concezione gerarchica, dal basso all'alto: la cittadina, la nobiltà locale, il Tirolo, l'Austria e sopra tutto il Sacro Romano Impero. Sul lato sud, in alto e a destra, si legge l'anno 1578 che potrebbe essere quello del termine dei lavori di ricostruzione. Le ante dei portoni si sono conservate e le borchie, pur sottoposte a minimi lavori di accomodatura, sono ancora quelle originali.
Girando a destra, superato il nuovo centro scolastico, raggiungiamo un'area non edificata, concepita in realtà come edificabile dai progettisti della città, che fino a poco tempo fa costituiva un vero record. quale altra associazione calcistica poteva vantarsi di avere un campo da gioco protetto da mura cittadine? il 2 di novembre come in tutta Glorenza, qui si scatena il pandemonio: è il giorno del mercato delle anime (Sealamorkt). Vi si incontrano persone provenienti da tutta la val Venosta e da Merano e c'è chi persino arriva da Bolzano. Dall'alto la città sembra stretta su tutti i lati da un accampamento di lamiere. ma del resto non si può proprio mancare a questo mercato. Non vi si vendono più i bovini, solo un paio di pecore e di capèrini intimiditi ricordano l'antichissima "moneta" dei mercanti medioevali. In questa occasione le locande chiudono già alle cinque del pomeriggio per evitare zuffe tra gli avventori a quell'ora già piuttosto alticci.
Nessun sindaco di tutto il circondario ha la fortuna di avere la sede in una casa tanto bella. Questo bel palazzo, situato in via Flora 19, venne fatto costruire da Hanns Hendl Cavaliere di Ober e Niederreichenberg tra il 1573 ed il 1591. Nel 1604 fu elevato a residenza dall'imperatore Massimiliano con il nome di Hendlsburg. Nel palazzo si era disposto anche l'allacciamento all'acqua potabile del pozzo cittadino. Probabilmente nel XVIII secolo fu proprietà dei conti Schandersberg; nel secolo scorso vi si insediarono le suore di carità, da cui il comune acquistò una parte dell'edificio per ospitarvi l'ospizio pubblico; dal 1945 appartiene interamente al comune. Le arcate reticolate della cantina poggiano su una colonna centrale, riscoperta per caso nel corso dei lavori di restauro. Al primo piano troviamo un ampio corridoio centrale con elegnate soffitto a stucco.
Risale più o meno allo stesso periodo, o forse è di poco antecedente, il palazzo Liechtenstein (Via Flora 15). Dopo la mortedi Jorg von Liechtenstein, curatore del tribunale di Malles e Glorenza, abbiamo già avuto occasione di incontrarlo parlando dell'edificio della pretura, sua moglie Anna von Montani fece edificare nel 1535 l'adiacente chiesa della SS. Trinità. Tra il 1775 ed il 1779 la residenza divenne proprietà dell'oste Anton Flora, che la destinò ad albergo, attività che è continuata sino ai giorni nostri. L'edificio è decorato da bei soffitti a volta al piano terra e al primo piano. Nell'antica stube con il prezioso soffitto a stucco e l'imponente stufa di ceramica si respira un'atmosfera particolare: chissà con quali sentimenti inizialmente i contadini di Glorenza, dopo i faticosi lavori nella stalla, entravano in questo locale godendosi un po' di riposo davanti a un bicchiere di vino. La chiesa della SS. Trinità è stata profanata nel 1799 e da allora è stata utilizzata per i più diversi scopi: è servita da magazzino e addirittura per scannare i maiali.
Verso la piazza della chiesa, sul lato destro, è sopravvissuta fino ad oggi (1998) una particolarità di Glorenza: siccome gli ingressi ai fienili sono sopraelevati, si dovettero allungare le rampe d'accesso agli stessi lungo la via principale per evitare una pendenza eccessiva. Si risolse il problema con ponti di legno levatoi.
Di fronte alla piazza della cnhiesa con l'edificio della canonica completamente restaurato si trova la chiesa barocca di Nostra Signora o chiesa dell'ospedale. Della chiesa precedente dedicata allo Spirito Santo abbiamo poche notizie, faceva parte dell'ospedale che esisteva già nel XV secolo o anche prima e che fino al 1499 si trovava al di fuori della cinta muraria per motivi igienico-sanitari.
La chiesa parrocchiale di S. pancrazio è in posizione sopraelevata fuori dalla città, aldilà dell'Adige. Probabilmente nei tempi antichi da qui si controllava il guado del fiume. la chiesa è citata per la prima volta nei documenti nel 1227, quindi relativamente tardi. della costruzione romanica originaria si è conservato soltanto il campanile, al quale nel 1664 è stata aggiunta una cupola barocca a cipolla. L'edificio odierno risale al tardo XV secolo e riflette il benessere economico di quei tempi. Della cella campanaria è rimasta solamente la campana maggiore del 1587 sfuggita alle razzie delll'esercito austriaco che nel corso della prima guerra mondiale sequestrò tra l'altro persino 40 chili delle canne dell'organo, finite nelle fonderie dell'industria bellica. Sulla parete nord del campanile si trova un affresco di 46 metri quadrati raffigurante il Giudizio Universale. L'opera, influenzata dallo stile di michael Pacher, risale al 1496, tre anni prima del massacro di Calven. All'interno troviamo una lastra funeraria in marmo rosso che rappresenta Jorg von Liechtenstein, un nobile di cui abbiamo già fatto la conoscenza, con armatura, spada, scure da battaglia e rosario oltre allo stemma di famiglia.
Il campanile di Glorenza si trova esattamente nel punto d'intersezione di diversi allineamenti che si incrociano; è punto d'orientamento tra Burgusio e Cengles: qui si incrociano non meno di 14 linee. la più evidente scorre tra S. Vito sul colle di tarces e S. martino passando per la parrocchiale.
Sicuramente il notevole campanile romanico costituiva un importante punto di orientamento per i pellegrini provenienti da nord: arrivati qui dovevano decidere quale percorso scegliere per raggiungere il sud: la valle dell'Adige o i valichi alpini. Qual era la via più sicura? a Glorenza, la città dalle relazioni internazionali, si potevano avere ulteriori informazioni.
E per finire: a Glorenza ogni due anni si organizza la festa dei portici, forse la festa più originale di tutto l'Alto Adige. Per l'occasione viene scritto e messo in scena un pezzo teatrale, artisti e artigiani espongono i loro lavori. Persino paul Flora, artista di fama internazionale originario di questa città, ha la sua bancarella ove vende e firma i suoi lavori, pieni di doppi sensi e di ironia, una ricetta per sopravvivere. Come avrebbe potuto altrimenti sopravvivere anche Glorenza?


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Tappeiner Casa Editrice, Lana (BZ) 1998



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