Lombardia

 

Sforza Attendolo - note

di Massimo Fabi

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01

Ebbe per padre Giampaolo, il quale era figliuolo naturale di Lodovico il Moro. Dopo segnalati servigi venne fatto marchese di Caravaggio da Carlo V nel 1532. Giampaolo morì, come credesi, di veleno nel suindicato anno. Muzio Sforza fu buon soldato, si ammalò nell'assedio di Metz, e trasportato a Strasburgo vi morì nel 1552.

02

Guido Ascanio Sforza nacque nel 1518. All'età di 16 anni fu eletto cardinale dall'avo papa Paolo III. Venne creato Patriarca di Alessandria nel 1541, in Legato in Ungheria per la guerra contro il Turco. Paolo IV lo fece incarcerare come troppo partigiano di Spagna e per aver avuto parte nel trafugamento delle galee di suo fratello Carlo. Morì nell'ottobre del 1564. Fu gran mecenate degli uomini dotti; di Michelangelo soprattutto, e si servì di lui per l'erezione della cappella dell'Assunta in S. Maria Maggiore, ov'è sepolto. Questo Guido è del ramo degli Sforza, dei conti di Santa Fiora.

03

Intendi Francesco II Sforza, duca di Milano, che morì nel 1535.

04

Cioè: il Castello di Milano. Non mal si apponeva il Giovio nel chiamarlo a' suoi tempi: il più maraviglioso che si ritrovi nel mondo: venne costruito nel 1368 da Galeazzo I Visconti, e demolito nell'anno 1378 alla morte del suddetto. Non passò però gran tempo che suo figlio Giovanni Galeazzo lo riedificò nel medesimo luogo, e assai più forte di prima. Ma nel 1447, alla morte di Filippo Maria, ammutinatasi la città con pensiero di reggersi da sè sola in repubblica, lo atterrò. Entrato poi in possedimento del ducato di Milano Francesco I Sforza, lo fece rialzare per la terza volta, e vi spese (a detta del Coiro) un milione d'oro, volendo forse intendere un milione di ducati o fiorini d'oro. Gli Spagnuoli vi aggiunsero parecchie fortificazioni le quali vennero demolite nel 1801 dai Francesi, lasciandovi solo quel che si vede al presente. Dopo la rientrata in Milano degli Austriaci, nel 1848, costoro vi aggiunsero alcuni fortini, e in varie parti lo riattarono. Chi fosse vago di vedere la pianta, ed una minuta descrizione dello stato di questo castello anteriormente al 1801, legga le opere del Giulini, del Lattuada e del Torre.

05

Vale a dire: Jacopo Pontano, napoletano, distinto letterato del secolo XVI.

06

Cajo Mario, famosissimo capitano romano, nacque da oscuri e poveri parenti. Passò la prima sua gioventù nel coltivare la terra, abituandosi così alla vita frugale e laboriosa, simile all'antica educazione romana. Vedi Plutarco: Vita di Cajo Mario.

07

Vedi la storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo di S. Sismondi al capitolo 48.

08

Vedi intorno alla genealogia della famiglia Sforza, le tavole quinta e sesta dell'opera: Famiglie celebri italiane del Litta, articolo Sforza Attendolo.

09

L'astrologia era a' que tempi in grande venerazione. Gli stessi re, imperatori e pontefici teneansi sempre a fianco un astrologo, che loro predicesse il futuro. A' nostri giorni Napoleone consultò qualche volta la famosa madamigella Le Normant di Parigi. Le scienze occulte, dimentiche per quasi un secolo, ritornano oggidì in voga. Vedi Peisse: Histoire des sciences occultes. Parigi 1840.

10

Cioè: Boldrino da Panicale; Panicale villaggio nel distretto di Faenza. "Boldrino da Panicale venne ucciso in Macerata (1393), nella festa di un solenne convito, dal marchese di quella città, e fratello del Papa. Tosto i suoi soldati che seppero la morte del Boldrino in numero di 400 avevano promesso l'un l'altro sotto terribili giuramneti di prenderne stupenda vendetta. Questa vendetta fu differita per lo spazio di due anni, ma nel disfarsi della compagnia di S. Giorgio le soldatesche del morto Boldrino si avviarono risolutamente contro Macerata sotto la guida di Biodo de' Michelotti e di Azzo da Castello, che acconsentirono di pigliar parte nella loro intrapresa. I Maceratesi, prima che vinti, distrutti spietatamente ne' proprj averi, s'affrettarono a implorar pace dagli assalitori. Risposero i 400: "di pace non si parlasse, finchè vivo l'iniquo che aveva ucciso il loro amato condottiero; perciò lo consegnassero alla compagnia, ovvero aspettassero l'ultimo sterminio". E per verità con tal costanza facevano seguitare alle minacce i fatti, che il marchese si sarebbe trovato a cattivi partiti, se gli oratori di Firenze non si fossero interposti, e non avessero terminato la lite in un accordo, nel quale la città s'obbligò a pagare alla compagnia 12,000 fiorini, e restituirle coi debiti onori le ossa di Boldrino. Avresti pertanto veduto nel dì stabilito spalancarsi le porte di Macerata, uscirne a processione il popolo, gli oratori delle città amiche, il clero e le matrone scarmigliate e piangenti colle spoglie del condottiero, e la compagnia di fuori riceverle in gran pompa e non senza mestizia. Quindi le chiusero in una preziosa bara, e questa per lungo tempo servì come insegna alle ricordevoli soldatesche". Vedi Ricotti: Storia delle compagnie di ventura in Italia, Tom. 2, pag. 199.

11

Illustre capitano della città di Chieri, che si rese celebre segnatamente nelle guerre di Lombardia.

12

Ossia Giovanni Hawkwood, nato in Inghilterra, da padre mercatante. Era desso di natura fierissimo. Ne' suoi primi anni si esercitò nel mestiere delle armi (quantunque altri dica che li passasse nella bottega di un sarto) presso un suo zio in Francia, ove sorse in fama di valorosissimo guerriero. Calato con una banda d'Inglesi in Lombardia, si pose al servigio dei Visconti coi quali imparentossi sposando Donina, figlia naturale di Barnabò. Vedi altri particolari sopra questo capitano nella nota alla pag. 193 delle Vite dei Visconti del Giovio, da noi pubblicate.

13

Cioè nel Duomo di Firenze.

14

Erra il Giovio parlando del Broglia, col dirlo savoino, cioè savojardo, essendo, come già dissi, nato in Chieri. Vedi la Storia di questa città del cav. Luigi Cibrario.

15

Cioè Assisi.

16

Questa parte degli Stati Pontificj corrisponde ora alla delegazione di Spoleto, altri vi comprendono anche quella di Perugia. Vedi la nota a pag.174 delle Vite dei Visconti.

17

Alberigo da Barbiano nacque nel borgo di Barbiano, negli Stati Pontificj, distretto di Ferrara. Nel secolo decimoquarto gl'Italiani avevano interamente abbandonata l'arte della guerra; tutti gli eserciti loro erano composti di soldati stranieri, e lasciavano desolare le loro provincie e tradire i loro sovrani da formidabili bande di Tedeschi, Francesi, INglesi, Ungheri, ecc. che si chiamavano compagnie di ventura. Alberigo, signore di alcune castella e conte di Barbiano, mutò al tutto lo stato delle cose militari, chiamò presso di sè tutti gl'Italiani che servivano gli stranieri nelle diverse armate, e ne formò un drappello, cui diede il nome di Compagnia di S. Giorgio, la quale divenne la grande scuola dell'arte militare in Italia. Vi ascrisse tutti i suoi parenti, e quei soldati che giudicava degni un giorno di comandare alle armate. Da questa compagnia uscirono Ugolotto Biancardo, Jacopo del Verme, Facino Cane, Ottobuono Terzo, il Broglia, Braccio da Montone, Ceccolino, Sforza Attendolo ed altri molti. I suoi precetti e il suo valore si propagarono fino all'epoca del Ferruccio, e non finirono che nel 1555 all'assedio e alla rovina di Siena, ultimo baluardo della libertà italiana dopo la caduta di Firenze nel 1530. Alberigo da Barbiano morì nel 1409.

18

Termine di milizia antica. Soldato a cavallo gravemente armato, che differiva dal Catafratto nell'armatura del petto e della schiena, la quale era tutta d'un pezzo a foggia d'un arnese di ferro che i Romani chiamavano Clibano, mentre l'ordinaria de' Catafratti era fatta a squame od a maglia.

19

Chiamavasi Andrea Braccio dei conti di Montone, perugino di nobile stirpe; nacque un anno prima dello Sforza. Da furore dei partiti gli venne tolta la patria, gli averi e gli amici, e con due gravi ferite l'una nel braccio, l'altra nel piede, si gettò a ramingare nel mondo qual soldato di ventura finchè la fortuna lo coadjuvò, essendo stato arruolato nella gran Compagnia di S. Giorgio di Alberigo da Barbiano. Da quest'epoca divenne uno dei più celebri capitani del suo tempo. Morì nel 1424. Il suo corpo venuto nelle mani del papa, lo fece gettare in una fossa presso Roma, e quivi esso stette qualche anno; venne a levarnelo a viva forza Nicolò Fortebraccio per recarlo a Perugia dentro un apposito monumento. V. Ricotti Storia delle compagnie di ventura. Tom. 2°.

20

Cioè Aquilavillaggio tra Soana e Orvieto.

21

V. Ricotti Storia delle compagnie di ventura. Tom. 2°.

22

Vedi lo stemma sforzesco.

23

Vale a dire Rubbiera, terra sulla via Emilia, tra Modena e Reggio.

24

Vedi lo stemma sforzesco.

25

Intendi Ponte Corvo, città degli Stati Pontificj, delegazione di Frosinone, vicino al reame di Napoli.

26

Una delle antiche divisioni del reame di Napoli, corrispondente ora alle provincie di Capitanata, Terra di Bari e Terra d'Otranto.

27

Cioè Calabria.

28

Intendi la fortezza di Castelnuovo, una delle più formidabili per la difesa della città di Napoli, innalzata da Carlo d'Angiò nel 1280: essa comunica col palazzo reale.

29

La via Aurelia cominciava da Roma alla sommità del Gianicolo ove in oggi è la porta S. Pancrazio, e conduceva a Civitavecchia, poi costeggiando la spiaggia del Mediterraneo protraevasi fino a Gravisco oggi Montalto. I Romani amavano molto le grandi e belle strade: avevano la via Appia, la Cassia, l'Emilia, ecc., che attraversavano l'Italia in più sensi. Esistono ancora porzioni di queste strade colle loro antiche denominazioni.

30

Veste militare di molti antichi popoli e particolarmente dei Romani, più lunga della tonaca, aperta sul davanti, ove si congiungeva talvolta con una fibbia, di panno grosso che si sovrapponeva alle armi e ad ogni altra veste. Si usava non solamente dalla plebe in tempo di tumulto civile e dai soldati in tempo di guerra, ma dai capitani supremi altrsì, dai tribuni e dai centurioni. Il sajo era ai tempi di Roma antica indizio e segno di guerra, come la toga di pace. Questa voce viene anche adoperata da alcuni scrittori ad esprimere genericamente ogni soprabito militare moderno per similitudine dell'uso antico. Si dice pure Saione. Vedi il "Dizionario militare" di Giuseppe Grassi. Torino, 1833, tom.4.

31

In oggi è chiamato Castiglione della Pescaja che sta in Toscana nel compartimento di Grosseto.

32

Monte Cassino è una bellissima e antichissima abadia a 50 miglia da Napoli, fondata da Benedetto Anicio; da essa ebbe principio quell'illustre ordine di monaci al quale l'intera Europa è debitrice della conservazione delle scienze, lettere ed arti. I monaci Benedettini, soprattutto quelli di Francia, pubblicarono ne' secoli XVII e XVIII opere importantissime di storia, di filosofia, di letteratura, di religione, ecc.

33

Questo Alopo era prima un vile famiglio, il quale essendo bello della persona piacque alla regina Giovanna che lo creò gran siniscalco.

34

Questi è quel Francesco che per le sue virtù militari acquistossi l'affezione di Filippo Maria fino a dargli la sua figlia Bona, e che tradendo la fede data alla repubblica ambrosiana, si fece proclamare duca di Milano.

35

Il Sebeto è un fiumicello che ha le sorgenti sulle colline di Nola: passa sotto il ponte della Maddalena e gettasi nel mare verso la parte est di Napoli. Questo fiume era prima rimarchevole, ma la grande eruzione del monte Vesuvio succeduta l'anno 79 di Cristo (epoca fatale per Ercolano e Pompei) fece una tale rivoluzione nella sua sorgente, che interamnete ne disparvero le acque; dopo qualche tempo ne ricomparve una porzione nel luogo che conserva il nome di Bulla, specie di laghetto distante 6 miglia circa da Napoli, dal quale si trae pure dell'acqua per le città. Il Sebeto, volgarmente chiamato Fornello, si divide in due rami nel luogo detto Casa dell'acqua. Parte di essa va a Napoli per via d'acquedotti, e del resto si fa uso per bagni, per irrigare giardini e simili.

36

Cioè Martino V.

37

Vale a dire Ser Gianni o Giovanni Caracciolo.

38

Il castello dell'Ovo sta presso Napoli sopra un isolato scoglio; è unito alla città mediante un ponte: fu eretto nel XII secolo da Guglielmo I duca di Puglia; il nome di questo castello gli deriva dalla configurazione dell'isola sulla quale è costruito. Vi è una sorgente d'acqua dentro il castello il quale al la sua estremità orientale ha una gran batteria galleggiante di cannoni.

39

Preneste cioè Palestrina, antichissima città a 24 miglia da Roma.

40

Il lago di Bolsena situato nella delegazione di Orvieto, contiene due isolette dette Bisentina e Martana, le quali sono abitate. Nell'isola Bisentina Teodato re dei Goti affogò in un bagno Amalasunta figlia di Teoderico.

41

O meglio castello Capuano: è un isolato palazzo gotico, costruito da Guglielmo I. Fu residenza dei re di Napoli fino a Ferdinando I; poi vi si collocarono i tribunali di giustizia e le prigioni, oggi chiamasi semplicemente il Palazzo dei Tribunali.

42

La quale era pur sua madre. Luigi III d'Angiò volendo ricuperare il reame di Napoli, strinse d'assedio la città. La regina Giovanna per avere qualche ajuto, adottò Alfonso V d'Aragona come successore del regno, era dunque un figlio adottivo.

43

Questa battaglia avvenne nell'anno 1423. Vedi il Giannone, Storia civile del regno di Napoli, li. 25, cap. 4.

44

Vale a dire Bagnorea, città nella delegazione di Viterbo.

45

Feronia era un'antichissima città della Campania, con un tempio dedicato alla dea Feronia. Questa divinità presiedeva agli orti, giardini e boschi; gli schiavi liberi l'avevano eziandio per loro protrettrice, perchè era sopra il di lei altare che prendevano i segni della loro libertà. La dea Feronia aveva perciò in tutti i luoghi d'Italia dei templi, delle feste, dei boschi sacri, ecc. Vi sono delle medaglie d'Augusto colla testa di questa divinità.

46

Cioè le isole Martana e Bisentina.

47

Questa grotta è lunga più di un miglio, e vi passano due carrozze di fronte, si crede fatta da Marco Coccejo, architetto di Augusto: dicesi scavata in 15 giorni mediante l'opera di 100.000 uomini. La Grotta di Posillipo è una delle meraviglie dei dintorni di Napoli.

48

Casale del Principe, borgo della Terra di Lavoro.

49

Vale a dire il fiume Agno.

50

Cioè della Signoria.

51

Qui il Giovio capovolge la cronologia; questo fatto avvenne allo Sforza molti anni prima della battaglia ch'ebbe col re Alfonso.

52

Il Bayle va più innanzi, dicendo che lo Sforza divideva il letto colla regina Giovanna.

53

Catella è un abbreviamento di Caterinella.

54

Questo Francesco divenne poi duca di Milano. Intorno ai particolari di Catella moglie di Sforza, vedi il cap.LXI.

55

Vale a dire Giacomo di Borbone. Bisogna osservare che qui il Giovio parla sempre di Giovanna seconda regina di Napoli.

56

Vale a dire Pietrafitta.

57

Fu decapitato insieme al suo segretario sulla piazza del mercato, l'anno 1416. Vedi Giannone, Storia del reame di Napoli, lib. 25, cap. 1.

58

In questo mese avvenne che il re avendo dato licenza alla regina d'andare a desinare in un giardino d'un mercante fiorentino, quando per la città s'intese che la regina era uscita, vi accorse un gran numero di nobili insieme, e di popolani che andarono a vederla; e la videro in maniera, che a molti mosse a misericordia, ed ella ad arte, quasi con le lagrime agli occhi e sospirando, benignamente riguardava tutti, e pareva che in un compassionevole silenzio domandasse a tutti ajuto. Erano allora tra gli altri corsi a vederla, Attimo Caracciolo, unito con Avichino Mormile gentiluomo di Porta nuova, che aveva grandissima sequela dal popolo. Questi accordati tra loro di pigliare l'impresa di liberare la regina, andarono a conciliare la nobiltà e la plebe, e con grandissima moltitudine di gente armata ritornarono a quel punto, che la regina volea porsi in carretta, e fattosi far luogo dai cortigiani, dissero al carrettiere che pigliasse la via dell'Arcivescovado. La regina ad alta voce gridava: Fedeli miei, per amor di Dio non mi abbandonate, ch'io ponga in poter vostro la vita mia ed il regno; e tutta la moltitudine gridava ad alta voce: Viva la regina Giovanna! I cortigiani sbigottiti fuggirono tutti al Castelnuovo a dire al re il tumulto, e che la regina non tornava al castello.Il re dubitando di essere assediato al Castelnuovo, se ne andò al Castel dell'Ovo. Fu grandissima la moltitudine delle donne, che subito andarono a visitare la regina, ed i più vecchi nobili di tutti i seggi si strinsero insieme, e parendogli che non conveniva che la regina stese in quel palazzo, la portarono al castel Capuano, e fecero che il castellano lo consegnasse alla regina. La gioventù tutta amava questa briga, e gridava che si andasse ad assediare il re; ma i più prudenti di tutti iseggi giudicavano che questa infermità della città era da curarsi in modo, che non si saltasse da un male ad un altro peggiore, perchè prevedevano che la regina vedendosi libera d'ogni freno, darebbe sè ed il regno in mano a qualche altro adultero più insopportabile. Perciò cominciarono a pensare del modo da tenersi, per reprimere l'insolenza del re, e tenere alquanto in feno la regina; onde fecero deputati d'ogni seggio, che andarono a trattare col re l'accordo. Il re non sperandoda' suoi alcun pronto soccorso, fu stretto di pigliarlo in qualunque maniera, che gli fosse proposto, e furono conchiuse queste capitolazioni: Che sotto la fede de' Napoletani venisse egli a starsi con la moglie; che concedesse alla regina, come a legittima signora del regno, che si potesse ordinare e stbilire una corte conveniente, e fosse suo il regno come era già stato capitolato dal principio che si fece il matrimonio; ch'egli stesse col titolo di re, ed avesse 40 mila ducati l'anno da mantener sua corte, la quale per lo più fosse di gentiluomini napoletani. E così fu fatto.

59

Dopo che Giacomo fu re di Napoli fece pigliare Pandolfo Alopo, o come il Giannone lo chiama Pandolfello, e condotto nel castello dell'Uovo, dove fu atrocemente tormentato, confessando tutto quello che il re volle sapere, e condannato a morte, e nel dì primo di ottobre 1416 menato al mercato ove gli fu mozzo il capo, e dappoi il corpo fu trascinato vilissimamente per la città, ed infine appiccato per i piedi.

60

Il re Giacomo venne fatto prigioniero dalla regina stessa, mediante i consigli di Ser Gianni. Vedi Angelo di Costanzo, Storia di Napoli, lib. XIII.

61

Ecco l'avvenuto raccontato da Pietro Giannone. Venuto il dì deputato alla festa, che fu ai 17 agosto di quest'anno 1432, e quello passatosi in balli e musiche, e parte della notte in una cena sontuosissima, il gran siniscalco scese all'appartamento suo, e postosi già a dormire, Ottimo e gli altri congiurati avendo corroto un mozzo di camera della regina chiamato Squadra, di nazione tedesco, lo menarono con loro, e fecero che battesse alla porta della camera del gran siniscalco, e che dicesse che la regina sorpresa da grave accidenteapopletico stava male, e che voleva che salisse allora. Il gran siniscalco si levò, ed incominciandosi a vestire, comandò che s'aprisse la porta della camera per intender meglio quello che ra. Allora entrati i congiurati, a colpi di stocchi e di accette l'uccisero. La mattina sentendosi per la città una cosa tanto nuova, corse tutta la città a vedere quello spettacolo miserabile, non piccolo esempio della miseria umana, vedendosi uno che poche ore innanzi aveva signoreggiato un potentissimo regno, tolti e donati castelli, terre e città a chi a lui piaceva, giacere in terra con una gamba calzata e l'altra scalza (che non avea potuto calzarsi tutto) e non essere persona, che avesse pensiero di vestirlo, e mandarlo alla sepoltura. La duchessa di Sessa, vedendo il corpo morto, disse: Ecco il figliuolo d'Isabella Sarda che voleva contender meco; poco dopo quattro padri di S. Giovanni a Carbonara, dov'egli aveva edificata con gran magnificenza una cappella,che ancor si vede, vennero, e così insanguinato e deformato dalle ferite il posero in un cataletto, e con due soli torchj accesi vilissimamente il portarono a seppellire. Trojano suo figliuolo, dappoi nella cappella istessa, gli fece ergere un superbo sepolcro colla sua statua, e Lorenzo Valla, famoso letterato di quei tempi, vi compose quella iscrizione che si legge. La regina ancorchè restasse malcontenta della sua morte, pure ordinò che fossero confiscati tutti i suoi beni, come ribelle; e concedette ampio indulto ai congiurati, che fu dettato da Marino Boffa; e narrasi che quando innanzi a lei si leggeva la forma dell'indulto, quando si venne a quelle parole che dicevano, che per l'insolenza del gran siniscalco, la regina avea ordinato che si uccidesse, avesse risposto in pubblico, che mai non ordinò tal cosa, ma solamente che si carcerasse.

62

Vale a dire la città di Orvieto.

63

Villaggio nella delegazione di Spoleto.

64

Questa statua vedesi anche oggidì sulla piazza della chiesa di S. Giustina; essa è opera del celebre Donatello.

65

Il Concilio di Costanza ebbe luogo nel 1414, per togliere lo scisma della Chiesa e frenare il torrente delle libere opinioni religiose di Giovanni Hus e Girolamo da Praga. In questo concilio venne eletto papa, Ottone Colonna, che si chiamò Martino sul V, quale correva un motto fiorentino: Papa Martino, non vale un quattrino. Fu questo pontefice che consacrò il primo altare del Duomo di Milano, ed alla cui memoria si vede una statua di marmo. Vedi le Vite de' Visconti del Giovio.

66

Vale a dire Marsciano, borgo nella delegazione di Perugia.

67

Antonia Salimbeni fu di animo virile, e difese con intrepidezza la vita del primo marito, Francesco Casali. Morì a Milano nel 1411.

68

Qui il Giovio dirigesi a Guido Ascanio Sforza, al quale è dedicata questa vita.

69

Ossia del cardinale Ascanio Sforza, il quale ebbe gran parte nelle guerre d'Italia sotto Carlo VIII e Lodovico XII , re di Francia, e fu altresì fratello di Lodovico il Moro. Vedi la di lui vita, scrita da Roberto Rusca.

70

Questa seconda moglie, che come già dissi chiamavasi Caterinella o Caterina, quantunque fosse, a detta del Giovio, leggiadra e di rara bellezza, tuttavia era balbuziente. Morì nel 1418, senza che gli storici dicano in qual luogo.

71

Il lago di Fucino sta nella provincia dell'Abruzzo ulteriore secondo, e supera tutti i laghi d'Italia, eccetto il Verbano, nella sua estensione, e correndo d'altronde a mettervi foce varj fiumi, il suo livello sempre va innalzandosi e sommergere terreni e paesi circonvicini. Volendosi provvedere a si fatta calamità, ideossi fin sotto l'imperatore Claudio di aprire un acquidotto che sboccasse nel fiume Liri, per indi portar le acque al mare. Ma coll'andar degli anni questo artificiale emissario si distrusse. Nel 1844 furono ripresi i lavori sopra questo lago, il quale essendo posto in mezzo, a quella parte d'Italia, ed in un luogo appunto ove trovasi molto ristretta, si pensa di usarne per mettere in comunicazione l'Adriatico col Mediterraneo; se ciò va ad effetto, sarà questa una delle opere idrauliche più straordinarie del secolo presente.

72

Gabriele Sforza venne tratto dal monastero per ordine di papa Pio II. Fu uomo di santa vita, e morì nel 1453. Gli Agostiniani l'annoverano tra i Beati del loro Ordine. Abbiamo il suo bellissimo monumento di marmo bianco nella chiesa dell'Incoronata di Milano, e del quale si può osservare il disegno nelle Famiglie celebri italiane del Litta. E' gran peccato che si faccia poco conto degli antichi monumenti, per cui quello dello Sforza sia cacciato in un oscuro cantuccio di quella chiesa, quasi invisibile al meno curiosi.

73

Questo Francesco divenne duca di Milano. La madre di lui nomavasi Lucia Terzana o di Torsciano (che è un castello della delegazione di Perugia). Morto il Fogliani, secondo suo marito, ella visse gli ultimi suoi anni col figliuolo Francesco, dal quale era amatissima. Morì in Milano nel 1461. Vedi per altri particolari il cap. LIX.

74

Questo è un antico popolo che faceva parte dei Sanniti, di cui la capitale chiamavasi Hirpion, ed abitavano gli attuali distretti di Avellino, di Conza, di candida e di Benevento.

75

Cioè Filippo Maria Visconti. Schiavetto, capitano valoroso, ma di mala fede, servì molto tempo Filippo Maria nelle guerre che ebbe coi Veneziani, ma essendosi scoperto che teneva sefrete corrispondenze coi nemici, fu chiamato a Milano, tostamente giudicato e mozzagli la testa sulla piazza de' Mercanti; giusto compenso dei traditori della patria!

76

Chi si volesse dilettare di aneddoti di simil foggia e casi diversi di uomini illustri, legga la seguente opera di Lodovico Domenichi intitolata: Detti e fatti notabili di parecchi principi ed uomini privati moderni. Venezia 1556, in 4°, e 1564, in 8°, con varie aggiunte. Quest'ultima edizione porta il titolo di Storia varia. Meriterebbe di essere riprodotta colle stampe.

77

Vale a dire Giovanni Antonio Campano, il quale scrisse in latino la vita di Braccio Fortebraccio detto da Montone, di cui era quasi contemporaneo. Questa vita venne tradotta e stampata a Venezia nel 1572 insieme a quella di Nicolò Picinino e di Giovanni Battista Poggio.

78

All'epoca di Sforza Attendolo trovavasi in Italia gran numero di romanzi cavallereschi, come I Reali di Francia, Buovo d'Antona, l'Istoria di Carlo Martello, l'Innamoramento di Carlomagno, La Tavola Rotonda, ed altri.

79

Freccia a foggia di piccolo spiedo da lanciare con mano o colle balestre; era in uso nei primi tempi della milizia Italiana.

80

Quelli che abitavano l'attual parte dell'Abruzzo Citeriore.

81

Morì il 4 gennaio del 1424.

82

Ortona è bella città negli Abruzzi presso la spnda dell'Adriatico.

83

Questa fu la fine d'un capitano ch'era stato pronto in deliberare, prontissimo in eseguire, destro a fuggire, ardito a seguire i pericoli, non mai nemico di alcuno all'impensata, nè per insidie; ma disdicendo prima l'amicizia, per muover guerra con virtù, non fraude; in gioventù pieno di franchezza, ma in vecchiaja, pe' tanti tradimenti sofferti, simulatore e dissimulatore; non vanaglorioso di ciò che aveva acquistato con fortuna, ma di quanto si avea procacciato col coraggio, la qual vanagloria se non è lodevole, non è degna di biadìsimo. A tal segno spregiator delle ricchezze, che fuggiva più del serpe coloro che delle ricchezze si rendessero servi: onde si dilettò di veder le città arrese, ma conservate, non combattute e disfatte. Se con questo tesoro di ottime doti fosse stato libero nel vivere, e non trastullo de' sempre matti cervelli de' padroni, avrebbe eseguito cose superiori all'invidia. Ma tra gli uomini facendo altri da martelllo, altri da incudine, egli far volle da incudine mentre potea far da martello; segno manifesto che non avea l'animo veramente regio. Sicchè in mezzo alle tante solenni vittorie visse schiavo, e morì da soldato, non da capitano; onde bravo e non grande. Questa vita mostra che la umana virtù si deturba nelle straniere corti, come le limpide acque del Giordano nel lago di Asfaltide. Vedi Lomonaco, Vite dei famosi Capitani d'Italia, tom. II.

 

Vite
degli Sforzeschi

di
Paolo Giovio, Scipione Barbuò, ecc.
Stato di Milano nel secolo XV
Repubblica Ambrosiana,
vita
di Giovanni delle Bande Nere
Cronaca di Milano
con prefazione e note
di Massimo Fabi

Milano
presso Franc. Colombo Librajo-Editore
Contr. S.Martino, n.549-A
1853

Biblioteca
Storica Italiana
vol. II


 

Bibliografia Sforzesca

Stemma Sforzesco




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