Lombardia

 

Storia della Senavra

di Giuseppe Gerosa Brichetto

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La villa suburbana

Dal palazzo della regia ducal corte, divenuto sede dei governatori spagnoli dopo la fine della dinastia sforzesca, usciva un cocchio dorato a quattro cavalli ed i battistrada gli aprivano il varco fra le varipinte ceste del verziere e la folla vociante e pittoresca: erano gli equipaggi della principessa di Molfetta, moglie di Don Ferrante Gonzaga, al quale l'imperatore Carlo V aveva affidato il governo di Milano fra le più rosee speranze del popolo e gli elogi dei poeti.
Caracollando sull'acciottolato, giù per il ponte di porta Tosa ed attraverso il borgo di San Pietro in Gessate, la carrozza infilava al gran trotto la strada detta del Naviletto fra boschi e prati fino alla villa della Senavra, dove i Gonzaga avevano istituito una dimora campestre, a un tiro d'archibugio dalla cerchia delle nuove mura che si stavano edificando tutto intorno alla città.
Le comparse di Isabella di Capua, figlia del Duca di Termoli principe di Molfetta, e della figlia primogenita, la bellissima Ippolita Gonzaga, portavano una nota di splendore in questa parte la meno aristocratica di Milano
"Uno cocchio dorato con la coperta de veluto negro recamata di tela d'oro con cordoni d'oro al intorno et li fornimenti di quattro cavalli e le coperte di essi il simile recamate..."; la consorte del Governatore aveva poi un altro cocchio con fornitura di raso bianco e velluto bianco, e "una carretta de veluto turchino recamata di tela d'oro turchino con cordonzini..."
"Bella e casta e reverenda matrona Napoletana" scrisse di lei il biografo ufficiale; il feudo di Molfetta col relativo titolo lo portò in dote quando andò sposa a Ferrante Gonzaga; egli aveva allora l'età incirca di 23 anni, e l'imperatore, in premio delle sue imprese militari, gli aveva donato il ducato di Ariano.
La nomina a governatore di Milano nel 1546, dopo la morte di Alfonso d'Avalos Marchese del Vasto, portò il Gonzaga, già celebre quale prode capitano, a porre in evidenza le sue qualità preminenti di uomo politico; pur nella progressiva rovina economica dello stato consumato da onerose guerre, si dava ad illuminate opere civili, alla protezione di letterati ed artisti, nonchè allo ampliamento e restaurazione della città.
Milano, scrive il Gosellini, era allora "città ancora mal fabbricata o minacciante rovina o poco a riguardanti grata". Don Ferrante promosse opere di riforma del tracciato urbano, fece ripulire palazzi e vie, e quel che più di famoso è legato al suo nome sono le mura cosidette spagnole o bastioni che egli fece iniziare rinchiudendovi i borghi, e che furono poi continuate dai suoi successpri.
Forse la Senavra fu oggetto della passione che il Gonzaga aveva per la vita agreste, "e per invitar gli altri ad adornar di ville e giardini il contorno" (Gosellini). La campagna che circondava la città da levante a mezzogiorno, caratterizzata da ricchezza d'acque ed assai ricca di vegetazione, non godeva certo fama di salubrità, ed appare assai strano che sia stata costruita una residenza signorile, fra le marcite, le zanzare e la nebbia. Forse però anche allora come ora i nostri campi, quando non sono alterati dalla industria e dalle costruzioni, presentavano degli aspetti assai suggestivi e romantici, ed in alcuni mesi dell'anno potevano costituire un soggiorno delizioso.
Don Ferrante Gonzaga è il più antico proprietario della Senavra che a noi risulti e non siamo riusciti a stabilire da chi acquistò il terreno, se già vi esisteva una primitiva costruzione, ovvero se la villa fu da lui fatta edificare ex novo. Risulta con certezza che era in sua proprietà daò 1548, cioè due anni dopo il suo arrivo a Milano e rimase alla sua famiglia per un ventennio, fino al 1567; si può ascrivere pertanto a nobile origine la nascita della nostra vecchia Senavra, e per la personalità del fondatore e per la sua casata.
Quand'era governatore in Sicilia, egli aveva ai suoi servigi fin dal 1540 un architetto di Prato, Domenico Giunti, il quale rimase poi in seguito il suo uomo di fiducia, una specie di consulente o sopraintendente a tutte le opere di edilizia sia civile che militare di quel periodo. Nella disparità di opinioni che esiste sul nome dell'architetto ufficiale delle mura di Milano, si lascia però adito all'idea che anche il Giunti per la sua posizione particolare presso Don Ferrante, vi abbia avuto qualche influenza od attività.
Dalle lettere ritrovate nell'archivio di Guastalla e pubblicate dal Campori, si apprnde che Domenico Giunti curò i lavori di adattamento e di restauro della corte ducale per residenza del governatore, costruì la chiesa ed il convento di Sant'Angelo, e soprattutto legò il suo nome alla riforma ed ampliamento della villa suburbana dettala Gaultiera, dal nome del suo fondatore Gualtiero di Bascapè, il cancelliere di Lodovico il Moro, e che poi venne battezzata "la Gonzaga".
Essa passò in seguito in proprietà dell'ecclesiastico Alessandro Dimonetta da cui prese il nome che tuttora conserva. In una lettera scritta da Milano il 26 febbraio 1550 alla principessa di Molfetta in Mantova, il nostro architetto, dopo di aver parlato di alcune beghe che ha avuto col fattore della villa "la Gonzaga", conclude: "...non altro che sono stato alla Senavra e le cose di quella vanno benissimo e le bacio le mani umilissimamente...".
resta così sicuro che il Giunti ha lavorato alla Senavra ma con probabilità egli vi dedicò opera marginale quale consulente di fiducia del governatore. La mancanza di altri documenti non permette per ora di fare congetture; solo si può notare che in nessuna delle numerose lettere che egli scrisse a Don Ferrante vi è un cenno qualsiasi alla Senavra, mentre si espongono anche i più minuti particolari dell'andamento dei lavori alla Gonzaga. Il nostro vecchio edificio viene nominato in una lettera alla principessa di Molfetta, il che fa supporre che quest'ultima fosse particolarmente interessata a quella costruzione; forse una dimora di carattere più famigliare, veramente comoda da raggiungere dal palazzo di corte per quella strada diritta che costeggiava il Naviletto di porta Tosa.
La scomparsa completa della costruzione originaria toglie qualsiasi valore alle illazioni che vorrebbero farla annoverare fra le opere milanesi dell'architetto di Prato, ma un qualche elemento che la avvicina alle composizioni da lui ideate per la "Gonzaga" è rappresentato da quel corpo avanzato verso la strada, ed i vari ordini di logge a colonne e balaustre che cingevano le due corti, come anche le loggette esterne.
UNa dettagliata descrizione e stima dell'edificio compilata oltre un secolo dopo ce ne tramanda questi ed altri particolari; "la facciata del suddetto edifizio verso il giardino è tutta dipinta con figure molto belle per quanto sia ne' campi, tra una finestra e l'altra e per il restante a chiaroscuro". Queste decorazioni sulla facciata interna della villa, come anche una bella prospettiva dipinta sul muro nello sfondo del giardino, di cui si fa cenno nella stessa descrizione richiamano alcuni dettagli della Simonetta che il Giunti, architetto e pittore, andava man mano descrivendo nelle sue lettere a Ferrante Gonzaga, mandandogli anche i disegni e le piante da esaminare "acciocchè si consoli co li disegni, di poi che al presente non si può goder efetualmente".
Quando Don Ferrante cadde in disgrazia dell'imperatore e ricevette l'ordine di recarsi a Bruxelles l'attività milanese di Domenico Giunti venne interrotta. La morte colse il Gonzaga nel 1557 lontano dalla sua patria e gli successe nei suoi beni il primogenito Cesare, il quale aveva sposato Camilla Borromeo, sorella di San Carlo. Nel 1567, trasferendosi con la sua corte nello stato di Guastalla che il padre aveva acquistato dalla contessa LOdovica Torelli, vendette la Senavra con tutte le sue pertinenze a don Giorgio Manrique di Lara, personaggio di nobilissima famiglia castigliana e molto in auge presso la corte imperiale.

I biografi di don Ferrante Gonzaga fanno fede della passione che il governatore aveva per la vita agretse. Di fatti la Senavra sarà stata la soluzione più semplice ed immediata per una dimora di campagna in attesa della grande villa mai giunta alla fine; prima ancora, appena giunto a Milano, il nuovo governatore aveva preso in affitto un'altra celebre tenute, la Bicocca degli Arcimboldi allora di proprietà del vescovo di Novara Giovanni Angelo e dei suoi figli.
La vita familiare di Ferrante Gonzaga nel suo periodo milanese prende colore anche da questo ambiente di ville suburbane, chè egli, a detta degli storici, era di costumi molto castigati e le numerose residenze avevano il significato di serene e domestiche oasi, non rifugi di bagordi come per altri signori del cinquecento.
Brillava per bellezza e spiritualità alla corte del governatore la figlia primogenita Ippolita, che andò sposa giovanissima a don Fabrizio Colonna, mortole dopo un anno nella guerra di Parma. Ella visse in seguito sempre a Milano, fino alla partenza del padre; teneva circolo fra i letterati del tempo che le dedicavano carmi e gli artisti che andavano a gara nel coniar medaglie come quella in cui è effigiata nelle vesti dell'aurora che sorge dileguando con la facella le tenebre e sprgendo rose.
Il giardino delle rose! Vi si affacciava il gonzaghesco edificio della Senavra con le sue loggie a molteplici ordini di colonne ed il muro dipinto "con figura molto belle per quanto sia ne' campi tra una finestra e l'altra e il resto a chiaroscuro". La cornice di verde, il defluire lento delle limpide acque dei fontanili e quelle lunghe interminabili file di pioppi a sfondo su piani diversi perndentisi nella campagna! Questo era il paesaggio dove dei nobili signori fecero sorgere una loro villa suburbana, quella stessa che i seicentisti in seguito, latinizzando il nome non certo con rigore etimologico, si compiacquero di chiamare ampollosamente Scena aurea e che i Gesuiti scelsero a sede di ritiri spirituali.
Il giardino era recnto di muro con finestre a grata ed una grande prospettiva dipinta sullo sfondo; forse la bellissima Ippolita qui trovava sollievo alla sua spiritualità cogliendo petali di rose per farne essenze e profumi come usavano le gentildonne del cinquecento da inviare in dono agli amici.
Don Giorgio manrique di Lara aveva tolto in moglie Giustina figlia del conte Camillo Borromeo; era pertanto imparentato con Cesare Gonzaga sempre per via di moglie avendo quest'ultimo sposato una sorella di San Carlo; la Senavra durò poco nella nuova proprietà, che il Manrique preferì barattarla tre anni dopo con diversi poderi posti in Senago e Senaghino, consistenti in vigne e fabbricati con tutta l'attrezzatura per fare il vino ("tine, vasi da torchio, vasi da vino ossia vascelli...").
Questo affare veniva concluso con tale Giuseppe Po e da Po, che pertanto diveniva il nuovo proprietario della Senavra; testando l'11 agosto dell'anno successivo e fatti salvi alcuni legati, egli lasciava erede universale di tutti i suoi beni la madre Daria Rusca vedova del magnifico Giovanni Stefano da PO, alla quale premoriva, e che entrata in possesso della eredità si affrettò a vendere la Senavra per sistemare qualche debito (1585).
Il giardino e l'ortaglia della ville che si affacciava alla strada per Monluè confinavano su due lati, e precisamente a levante e mezzogiorno, coi beni dei monaci Benedettini di San Pietro in Gessate, i quali mostravano un gran desiderio di assicurarsi anche questa proprietà, e tanto per attaccar briga incominciarono a sollevare una questione di confini. Il principe di Molfetta, essi sostenevano, aveva nel 1548 incluso nei beni della Senavra qualche lembo di terra di proprietà del Monastero; per timore reverenziale o astuto calcolo essi si guardarono bene allora di querelare il Governatore, e nemmeno poi il di lui figlio, cognato del Cardinale Arcivescovo, ovvero il Manrique personaggio altolocato del governo. Essi se la presero dopo circa quarant'anni con la vedova Rusca e vi fu una lite che si concluse davanti all'Uditore generale della Curia Arcivescovile in favore dei frati, cui la nuova proprietaria dovette pagare un indennizzo.
Qunado questa decise di disfarsene, l'acquirente fu un ecclesiastico di un certo rilievo il quale, per quanto se ne possa dedurre dai documenti, non fu spinto all'acquisto dal desiderio di procacciarsi una agita residenza, bensì da quello di favorire i suoi amici Benedettini, a cui dopo breve tempo ne faceva donazione.
Era questo ecclesiastico monsignor Giovanni Fontana patrizio modenese, Protonotario apostolico ed arciprete della chiesa metropolitana, nella cui canonica risiedeva.
Il Fontana si trovava nella nostra città quale oratore del serenissimo duca di ferrara presso la regia ducal corte, e stando alla cronaca di San Pietro in Gessate che gli dedicò un ampolloso elogio funebre, era assai stimato da San Carlo, il quale gli affidava degli incarichi di fiducia, come quello di visitatore di luoghi pii e di monasteri; era anzi talmente in fiducia e stima del Santo che questi, sul letto di morte, volle ricevere da lui l'ultima Comunione.
Dua anni dopo l'acquisto, monsignor Fontana fa donazione della Senavra e sue pertinenze all'Abate e monaci di San Pietro in Gessate, assicurandosi i frutti della proprietà vita natural durante: nel frattempo il papa Sisto V l'aveva elevato alla dignità vescovile, assegnandolo alla sede di Ferrara.
La villa ed il giardino frattanto venivano affittati ai conti della Somaglia che l'abitarono per una decina d'anni, fino a quando, nel 1609 i Benedettini la misero in vendita; prima a fare una oblazione per la cifra di trentamila lire imperiali, fu la contessa Olimpia Pallavicini moglie del conte Giorgio Trivulzio.
Invero nobilissimo l'edificio della Senavra col suo giardino, il giardino delle rose, che attirava sempre altrettanto nobili compratori ed avvenne così che per una settantina d'anni la Senavra rimase in famiglia dei pallavicini, poi dei Pallavicini Trivulzio, non si sa se abitata dai proprietari; certamente è in decandenza quando nel 1682 il marchese Giorgio Pallavicino Trivulzio la vende a don Ferdinando Rovida, conte di Mondandone, marchese id Bocca, Questore ordinario, che la tiene per quindici anni, occupata da pigionanti, fra di cui un'osteria.
Egli fu l'ultimo dei privati proprietari della vecchia villa la quale sopravvisse ancora per due secoli e mezzo; nell'anno 1692, dopo averla restaurata ed abbellita, decise di venderla ed entrò in trattative con don Carlo Homodei marchese di castel Rodrigo. A tale scopo incaricò l'ingegnere collegiato Francesco Bianchi di fare una stima di quei beni "nello stato in cui si trovavano quando li acquistò il marchese Rovida e come pure lo stato presente dopo i miglioramenti utili e necessari fatti dal medesimo quanto quelli voluttuari".
La descrizione assai fedele e dettagliata ci permette di conoscere con approssimazione come era la Senavra in origine e con assoluta precisione quando passò ai Gesuiti sul finire del secolo.
Dalla strada maestra detta strada della Malpaga o di Monluè, si accedeva alla porta nobile mediante un ponticello sopra il Naviletto, "e sopra il medesimo ponte vi sono duoi piedestalli con due collone sopra, et lesene opposte con architrave, freggio et cornice che sostiene il poggiolo, il tutto in cieppo gentile". Ingresso adunque assai decoroso, e dopo la porta con spalle ed arco ed ornamenti del medesimo ceppo veniva un lungo andito a volta e panche a sedere in pietra viva lungo le pareti; l'andito immetteva in una prima corte con porticato e loggia superiore rivolti verso levante, entrambi con colonne in pietra viva.
La corte era completata per due lati da un muro di cinta "coperto di coppi con sotto guzza di cotto", di contro al qual muro attraverso di cui una porticina immetteva nell'ortaglia, vi era la "conserva per il ghiaccio".
Chi ricorda le vecchie conserve per il giaccio, caratteristica incancellabile dei grossi cascinali, delle ville e dei castelli della campagna milanese? Sorgevano dei tetti di paglia a piramide a far da cupola al bastione di terra entro cui era scavata una profonda fossa, e tutto all'intorno delle piante alte mantenevano d'estate ombra e frescura.
Ma questa della Senavra, ohibò, era una ghiacciaia fatta a regola d'arte: "la magior parte sopra terra, con volto di cotto, coperto di tetto con terrapieno intorno a buona parte di esso, e per il restante del volto vi è scala di cotto per andare nella medesima da una parte, e nell'altra vi è il grottino".
Al piano nobile sopra l'andito vi era una galleria aperta verso mezzogiorno sulle loggie del cortile; vrso tramontana dava "sul poggiolo con lastre di cieppi gentile et suolo al di sotto formate a rabesco, suo parapetto e balaustra, con pidestalli fra mezzo e cartelloni e scudo per armi, il tutto del medesimo cieppo..."
In fianco alla suddetta galleria, sempre al piano nobile, vi era l'oratorio "con volto in cotto, il tutto dipinto, nel mezzo del quale, per dar luce al medesimo, vie è lanternino con otto pilastrelli, cappelli et base di cieppo come sopra, acquasantino di vivo fatto fare dal detto signor marchese, balaustra con grado di macchia vecchia, altare et sito per esso in volta con lesene archeggiate, et sua brella, piccola sacrestia con volta a lunetta".
Pure da porticato con colonne di vivo era cinta la corte nobile da tre lati; tanto al piano di terra come al superiore vi era una lunga fila di sale e stanze tutte dipinte e camini di marmo. Una "scaletta torniola", ossia a chiocciola sussidiava lo scalone grande, eppoi "cucina da nobile con otto fornelli", dispensa, forno, pozzo "con morena di vivo".
Verso il giardino la facciata della villa "è tutta dipinta con figure molto belle per quanto sia nei campi, tra una finestra e l'altra, e per il restante a chiaroscuro". Era il giardino delle rose, tutto cinto da muro in cui si aprivano delle finestre con inferriate; sullo sfondo era dipinta una grande prospettiva, e fra i cespugli e i fiori stavano le colombaie. Questa era una oasi di deliziosa tranquillità in mezzo al verde, ma aveva però un suo segreto peccato originale, perchè continuava a cambiar di padrone. Migliorie, abbellimenti, trasformazioni: tali e tante ne fece il marchese Ferdinando Rovida quali sono descritte nella relazione del suo ingegnere collegiato, ma cionondimeno la Senavra gli venne in uggia.
Difatti la troviamo affittata in quel periodo a pigionanti di basso rango: un ortolano, un lavandaro, "il Dioniggio maestro", che equivale a un muratore, "un legnamaro", ed altri artigiani vari e commercianti, fra cui ci interessa di far la conoscenza con un tal Santo Farina, il quale nella parte di fabbricato che dava sulla corte cosidetta rustica, teneva bottega di "beccharia ed ostaria", l'osteria della Senavra, ricordata fra le altre in un suo poemetto da Carlo Maria Maggi.
Quel tale Santo Farina che occupava con le sue botti e la macelleria il lato orientale della corte rustica fu probabilmente l'ultimo oste della Senavra; nonostante tutte le descrizioni degli stabili e le stime accuratamente lasciateci dall'ingegnere collegiato Bianchi, col marchese di castel Rodrigo non se ne fece nulla, ed il Rovida qualche anno dopo apriva nuove tratative di vendita coi Gesuiti di San Fedele. Ad essi alla fine cedeva "case et giardino et broglio per fare li esercizi spirituali" (1695).

 

Finito di stampare il giorno 24 Settembre 1966 dalle Grafiche P. Boniardi di Milano



Indice

Fuori di Porta Tosa

La villa suburbana

I Gesuiti a Milano, San fedele e la Senavra

Meneghin a la Senavra

L'Ospedale dei Pazzi da San Vincenzo alla Senavra

Dai diari dei ricoverati

Un episodio della catastrofe del 1848

Fine del manicomio

Ieri ed oggi



Immagini

Don Ferrante Gonzaga,
Governatore di Milano

Ippolita Gonzaga Colonna, figlia di Don Ferrante

Medaglia celebrativa di Ferrante Gonzaga (1530), Milano, Civica Raccolta delle Stampe

Stemma della famiglia Gonzaga

La Chiesa e il Monastero di San Pietro in Gessate


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