Lombardia

 

Storia della Senavra

di Giuseppe Gerosa Brichetto

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I Gesuiti a Milano, San Fedele e la Senavra

Una delle basi sostanziali della dottrina e del metodo di Sant'Ignazio da Loyola è costituita dalla pratica dei ritiri spirituali, già in uso sotto diverse forme in ogni età della Chiesa, "secondo l'esempio di Gesù nel deserto e degli Apostoli nel Cenacolo": Egli la concepì nella solitudine dell'isolamento di Manresa subito dopo la sua conversione e la impose, con la concisa espressività di un regolamento militare, ai religiosi della Compagnia di Gesù.
Gli Esercizi ignaziani, che constano di una serie di meditazioni e contemplazioni, hanno avuto una diffusione universale nel mondo cattolico, sia per i religiosi che per i laici; a questa attività si sono particolarmente dedicati vari ordini monastici e congregazioni di preti secolari, di cui numerosi istituti esistono anche ai tempi attuali.
Vevente Sant'Ignazio i Gesuiti fecero capolino a Milano ma non vi si fermarono, come pure fu da loro rifiutata ripetutamente l'aggregazione di altri ordini religiosi quivi esistenti. Fu San Carlo Borromeo eletto Arcivescovo, e prima ancora di venire ad occupare la sua sede, a sollecitare l'invio di alcuni padri a Milano: essi furono il padre Benedetto Palmio, lo spagnolo padre Diego de Carvajal ed il fratello laico Giambattista Bertezzoli vicentino; era il 23 giugno dell'anno 1563, ed il loro compito preciso era di fondare un collegio per l'educazione della gioventù.
Promotori prima del Seminario diocesano imposto dai canonici del Concilio Tridentino, i Gesuiti ebbero successivamente in assegnazione dal Santo Arcivescovo nel 1567 l'antica chiesa di San Fedele, sulla cui area decisero di costruire il nuovo tempio, il collegio e la Residenza.
Reggeva allora la comunità gesuitica in Milano il padre Leonetto Chiavone, uomo autoritario ed in grande fiducia di San Carlo, che lo incaricava di visite ai monasteri ed alle parrocchie, e di cui si servì in più di una occasione per tenere a freno i recalcitranti e degenri frati Umiliati. Il generale dei gesuiti padre Laynez che per i suoi diretti rapporti col Borromeo aveva molto a cuore la sede di Milano, appena avuto il sentore della assegnazione del vecchio San Fedele, incaricò di studiare la costruzione del nuovo tempio Giovanni Tristano.
Era questi un capomastro ferrarese entrato nell'ordine con il fratello Lorenzo, ancora vivente Sant'Ignazio, assurto in grande fama per la sua capacità, talchè i primordi della architettura gesuitica sono legati per circa tre lustri al suo nome. Ma nonostante che il padre laynez avesse fatto cenno di questo divisamento in una sua lettera dell'11 settembre 1567, il rettore del collegio milanese senza consultare nessuno ne dette incarico a Pellegrino Pellegrini dei Tibaldi, l'architetto preferito di San Carlo.
Con la fondazione della Residenza di San Fedele e del Collegio di Brera avvenute mercè l'assillo costante dell'Arcivescovo, i Gesuiti si devono essere proposti tempestivamente anche la istituzione di case apposite per i ritiri, della cui origine in Milano non possediamo dati precisi; è il caso di quella di Cimiano, che della Senavra dovrebbe essere stata la progenitrice, se dobbiamo dar fede ad una lapide rinvenuta alcuni anni fa e tuttora di oscura interpretazione. Più che probabile che essa appartenesse agli stessi padri di San Fedele.
Altre case d'Esercizi fecero sorgere in epoche diverse i Gesuiti a Milano: una alla Ghisolfa, una seconda alla Madonno della Bicocca, ed un aterza chiamata la Senavrina in parrocchia di San Marco e destinata alle donne.
E' accertato, come scrissi più sopra che la Senavra non ebbe una comunità religiosa propria, ma era una succursale per particolari usi della casa professa di San Fedele; occorre perciò attingere alla storia di quest'ultima per fare un po' di luce sulla vita e sul costume di quell'ambiente e di quel tempo; il clima religioso nell'interno del maestoso palazzo cui faceva da scenario la distesa di prati verdi rigati dai filari di pioppi e la tranquilla rete di canali (la scena aurea), quel clima diciamo. era lo stesso che sotto l'artistica volta di una delle più aristocratiche chiese della città, ossia di San Fedele.
La vicina Collegiata di Santa Maria della Scala coi suoi riottosi canonici era bensì il punto di appoggio del governo nelle faccende ecclesiastiche, ma i Gesuti, abili oltre ogni dire nella loro opera di penetrazione in tutti gli strati sociali, polarizzavano verso San Fedele anche i quartieri alti. Essi creavano nelle loro case numerose Congregazioni o Confraternite le quali servivavo a tener vivo lo spirito religioso e ad accendere maggiormaente negli animi il senso di elevazione e di richiamo alla fede. Molteplici generazioni che erano state educate dai Padri della Compagnia di Gesù a dei saldi principi e ad una soda cultura, vi rimanevano poi legate e sottomesse alla affermazione della loro dura morale.
Tutto ciò rispecchiava il quadro della Riforma Cattolica, la quale aveva abbracciato con nuove norme di vita tanto il clero regolare e secolare, come tutti gli ordini del mondo laico, ed aveva favorito, con la profondità dei sentimenti il diffondersi delle manifestazioni esteriori, talora fino al bigottismo ed alla superstizione. Le Congregazioni o Confraternite, presenti in tutte le case gesuitiche della città, ma più che altrove assai numerose in San Fedele, sono la espressione viva del sistema dei religiosi di Sant'Ignazio, di scavare in profondità nei singoli e nella massa: la loro forza pertanto era imponente.
I padri di San Fedele erano i padri della Senavra, ed i frequentatori degli Esercizi Spirituali principalmente i devoti dell'Ordine gesuitico, quelli cresciuti nelle loro scuole ed i loro Collegi, i penitenti e gli assidui della loro predicazione, i Terziari ed in genere e soprattutto gli ascritti alle numerose Congregazioni; questi avevano nei loro statuti la raccomandazione se non addirittura l'obbligo di praticare gli Esercizi Spirituali almeno una volta l'anno nelle case a ciò destinate fra cui primeggiava la nostra Senavra.

Delle Congregazioni di San Fedele, una delle più importanti era quella dei Sacerdoti, eretta fin dal 1648 dal padre generale Vincenzo Caraffa ed aggregata alla primaria di Roma.
Era aperta a tutti i preti secolari, anche stranieri, i quali si impegnavano a pagare annui soldi dieci per ciascuno con l'obbligo del vicendevole auffragio della celebrazione di Messe in occasione della morte di un confratello. Altra consuetudine era la riunione degli ascritti al dopo pranzo di ogni giorno feriale per ascoltare un devoto sermone dal padre Prefetto spirituale.
I sacerdoti diocesani, con l'appoggio del Vicario genrale della Curia vi partecipavano assiduamente; ben 226 iscritti aveva la congregazione nel 1766, il che ci sta a dimostrare che il pretesto dissidio fra il clero secolare ed i Gesuiti era un po' una montatura del governo, come appare evidente dalla predilezione dimostrata dagli Arcivescovi verso l'Ordine gesuitico, e particolarmente dal cardinale Pozzobonelli.
Fu appunto a questa Congregazione che il marchese Rovida vendette la Senavra ed i motivi per cui l'acquisto non venne fatto dalla casa stessa dei Gesuiti di San Fedele o dalla Veneranda Fabbrica di quella chiesa non appaiono dai documenti; notisi che non fu il Preposto e nemmeno il Procuratore dell'Ordine a procedere agli atti relativi, ma un componente della Congregazione.
Questa congregazione dei sacerdoti per il suo stesso istituto era la più qualificata a promuovere la pratica degli Esercizi Spirituali, ma però non aveva fondi: possedeva solo poche cose di chiesa, e particolare interessante, "un quadro ossia anconetta rappresentante la Beata Vergine Addolorata con cornice adorata". Si tratta probabilmente della Madonna della Soledad a cui venne dedicata la cappella della Senavra.
Fra i documenti ritrovati dopo la soppressione dei Gesuiti vi è una curiosa relazione in cui si descrive un progetto di ammortamento del debito che quella Confraternita si addossò per l'acquisto dell'edificio: un piano finanziario perfetto e ideato da un esperto della materia, in cui si prevedeva di trovare "cinquanta persone pie, le quali sian contente di somministrare scudi cento cadauna senza interessi, e così formare la somma capitale di lire 30 mila e d'estinguere detto debito".
I sovventori avrebbero potuto beneficiare "non solo delle orazioni ed opere pie che si fanno da detta Congregazione, ma anche del frutto che si produce dei medesimi Esercizi Spirituali, e in caso che alcuno passi a miglior vita resterà suffragato dalla stessa Congregazione con una Messa cantata ed Officio da Morto, oltre la larga remunerazione che potrà sperare dall'Altissimo per essere concorso in un'opera di tanta Sua gloria".
Ma la promessa di quei copiosi frutti spirituali non valse a stimolare le offerte, epperciò il piano finanziario rimase lettera morta. Ragione per cui, dopo quattro anni circa nel 1699, la Senavra cambia padrone; è però una specie di movimento figurativo dimodochè come si suol dire i beni rimangano in famiglia.
La vendita difatti avviene "dalla veneranda Congregazione dei Sacerdoti eretta in San Fedele alla veneranda Congregazione della Fabbrica della detta chiesa d'un palazzo con giardino, case da Pigionanti, Brolo ossia orto di pertiche 24 circa appellato la Senavra, fuori di Porta Tosa con ragioni d'acqua del naviletto, ossia Borgognone, adacquanti detto giardino e Brolo secondo il solito e di tutti i miglioramenti per il prezzo di lire 30 mila imperiali, ecc.".
Era nel frattempo avvenuto un fatto importante: il conte Carlo Arconati, il quale aveva un figlio religioso nell'Ordine, il padre Gerolamo, con rogito del notaio Gaspare Curioni in data 3 luglio 1699 donava alla Fabbrica di San Fedele la somma di lire 30 mila imperiali necessarie per l'acquisto della casa e dei beni di cui trattasi.
C'erano però dei legati, fra di cui uno a favore di un tale Prospero Fortunato Pusterla che alloggiava quietamente nella villa ed era proprio duro a morire. Se ne riparla ancora nel 1745 quando si decide finalmente a passare a miglior vita: ci sono ben settecento Messe da celebrare, sempre per legato Arconanti in suffragio della di lui anima: semeltantum, una sola volta però, per fortuna dei Gesuiti della Senavra, per i quali ci volle quasi mezzo secolo a scuotersi di dosso i pesanti carichi di quella donazione.

Fin qui la storia del vecchio palazzo, cioè quello originario di cui non vi è più traccia, ma che qualcuno, come chi scrive, ricorda ancora: l'ingresso abbassato rispetto al piano stradale ed il muro di ponente cinto dalla roggia ora coperta; dalle lugubri inferiate che proteggevano le finestre si vedeva qualche vecchietto del ricovero di mendicità a spaziare lo sguardo sul circostante terreno allora libero da costruzioni.
Ma il grande edificio gesuitico, la parte più imponente di tutto il complesso che tuttora sopravvive e che con sostanziali restauri e modifiche ha assunto una nuova e più dignitosa funzione, quando e da chi fu costruito?.
La data si può senz'altro fissare fra il 1730 ed il 1740, se non per documenti certi, in base ad alcune considerazioni che si verranno più sotto esponendo; in quanto allo architetto permane finore il più assoluto mistero.
Innanzitutto è difficile stabilire quando si incominciò a tenere gli Esercizi nella Senavra; si direbbe subito dopo l'acquisto se si dà fede alla sibillina lapide di Cimiano (Exercitia spiritualia ad Scenam Auream traslata - anno 1698); però nel rogito del trapasso di proprietà fra la Congregazione dei Sacerdoti e la veneranda Fabbrica di San Fedele nel 1699 si parla "d'un palazzo con giardino, case di pigionanti...".
I pigionanti, all'atto della vendita da parte del marchese Rovida, erano numerosi ed occupavano tutto il palazzo: fra essi è elencata perfino l'osteria; nel 1733, data della già citata dichiarazione e protesta dei Gesuiti di San Fedele nei riguardi del lascito Arconati si accenna al rilascio irrevocabile dello stabile in caso di morte del Pusterla unico superstite pensionario (che forse vi alloggiava). Esiste d'altronde in data non precisabile, ma nei primi del 700, un legato del testamento della marchesa Elena Legnani Sfondrati "per la manutenzione dei Sacerdoti poveri agli Esercizi", ed altra annotazione, sempre senza data che accenna ad un legato Gonzaga "per gli alimenti dei Missionanti".
Probabile che in un primo tempo gli spirituali Esercizi vi venivano tenuti solo per i sacerdoti (era infatti alla Congregazione dei Sacerdoti secolari che il Rovida aveva venduto la Senavra), o comunque anche ai laici, ma date le proprzioni del vecchio edificio, in modo limitato.
Forse quell'istrumento del 16 settembre 1733 coincide col progetto o con l'avvio dei lavori di ampliamento, lavori che durarono alcuni anni per mancanza di fondi: nel 1737 risultavano intrapresi e per le vive sollecitazioni a Roma da parte della Casa generalizia, il Somme Pontefice Clemente XII Corsini interveniva in aiuto della Senavra con un cospicuo assegno da prelevarsi dal fondo dei benefici vacanti.
Quell'anno 1733 era funesto per la Chiesa: la massoneria dall'Inghilterra si trapiantava a Firenze, per passare dopo due anni a Roma; nonostante i bandi dallo Stato Pontificio e le scomuniche del vecchio papa cieco ed ammalato la setta si diffondeva ed incominciava a dare la scalata a troni e governi.
Si comprende pertanto la sollecitudine della curia romana in favore della maggior diffusione delle opere gesuitiche, senonchè la trafila burocratica fu piuttosto lenta prima che i Padri di San Fedele riuscissero a beneficiare dell'intervento del Pontefice.
Vi fu un intenso carteggio fra la Segreteria di Stato di Sua Santità ed il Principe Melzi, Economo generale dello stato di Milano. A Roma non macavano forti pressioni del Generale della Compagnia di Gesù, ma il Regio Economo non era molto sensibile allo stimolo Vaticano e passarono anni.
Finalmente nel maggio 1739 vediamo il primo acconto di quattromila lire imperiali rimesso nelle mani del padre Filippo Corrado gesuita, il quale risultava "Provveditore e Deputato della Casa delli Esercizi della Senavra", e gli acconti seguitarono nel corso di quell'anno, in cui probabilmente i lavori andarono a compimento.
Ma alla fine non giunsero mai, poichè nella precisa pianta e descrizione, che porta la data del 12 agosto 1774 si nota che il secondo piano di tutto l'edificio gesuitico, tolto lo spazio corrispondente alla maggior altezza della cappella ed un sala, rimase incompiuto: "tutto il rimanente del Fabbricato al piano superiore si è ancora rustico ariserva del tetto, che corrisponde al fabbricato già perfezionato".
Il quale fabbricato aveva proporzioni veramente più nobili e dignitose rispetto alla vecchia villa della Senavra, che nonostante i pregi descritti dettagliatamente tre secoli or sono, con la decadenza ed i rifacimenti a cui andò incontro per servire come manicomio, sembrava al cospetto dell'altro una sciatta casipola.

 

Finito di stampare il giorno 24 Settembre 1966 dalle Grafiche P. Boniardi di Milano



Indice

Fuori di Porta Tosa

La villa suburbana

I Gesuiti a Milano, San fedele e la Senavra

Meneghin a la Senavra

L'Ospedale dei Pazzi da San Vincenzo alla Senavra

Dai diari dei ricoverati

Un episodio della catastrofe del 1848

Fine del manicomio

Ieri ed oggi



Immagini

I beni della Senavra ai primi del Settecento

Il lato occidentale della Senavra come era circa trent'anni fa


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