Lombardia

 

Storia della Senavra

di Giuseppe Gerosa Brichetto

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Dai diari dei ricoverati

Da qualche decennio appena, dacchè le sue austere volte più non risuonano delle prediche degli Esercizi Spirituali, questa Senavra trasformata in Opsedale dei pazzi era diventata un luogo comune del gergo popolare milanese. "Fenì a la Senavra" valeva come dire "diventare matto"; così il Cherubini nel suo dizionario. Ma il nome del manicomio è consacrato in un verso di un lavoro letterario celebre: nientemeno che nella cantica "In morte di Lorenzo Mascheroni", in cui nel 1801 il Monti così bollava alcuni del gruppo sempre nutrito dei suoi rivali:
Quei chiede un Roberpier che il sangue ausonio
sparga, e le funi e la Senavra impetra
con questo che biscazza il patrimonio. (
Canto IV-135)
L'invettiva si riferiva al cittadino Giuseppe Lattanzi nativo della campagna romana, uomo di ingegno mediocre con cui il cantor di Basville aveva avuto dei lontani contatti non certo amichevoli, ed in seguito addirittura una polemica divenuta famosa.
Gli strali della Mascheroniana suscitarono in lui delle strofe assai acerbe contro il suo rivale, contenute in un cattivo poema in terza rima intitolato l'Inferno, poema che non fu mai terminato. Il Monti se ne vendicò così acerbamente che vogliono alcuuni essere stato per sue manovre che il Lattanzi finì alla Senavra e per ben due volte, per quanto lo stesso ami definirsi "savio fra i matti". Valse comunque questa polemica a mettere il romano in cattiva luce e le di lui intemperanze pubblicitarie fecero il resto.
Si stampava a Milano presso la tipografia Pirotta in contrada di Santa Redegonda un giornaletto chiamato "Corriere delle dame", di cui erano proprietari e redattori il Lattanzi e sua moglie, e sul quale, fra i pettegolezzi di moda e di critica teatrale, compariva qualche notiziola politica tratta da gazzette nostre e straniere; qualcuna di queste notizie non era gradita al governo.
Dopo il Senatus consulto del 18 maggio 1804 in cui napoleone fu acclamato imperatore dei Francesi, il Lattanzi lasciò trasparire in un articoletto che il dittatore mirava alla unione personale delle due corone proclamandosi anche re d'Italia. Addio Repubblica Cisalpina, addio unità italiana!
Era un momento politico assai delicato, in cui nel segreto delle cancellerie correva un audace progetto indipendentista del Melzi, ed una recisa ed implacabile risposta del Bonaparte, sempre ostinato a fare dell'Italia una provincia dell'impero. Qualcuno ha scritto che il Lattanzi fosse d'accordo col governo nell'annunciare quella notizia, la quale doveva servire a scandagliare la disposizione degli animi: la unione colla FRancia già impopolare in Italia era considerata a Milano un'estrema calamità.
La notizia fece colpo e per l'effetto assai sgradevole provocato nella opinione pubblica, l'incauto giornalista fu impacchettato e rinchiuso per qualche mese a meditare alla Senavra.
Uscitone dopo un po' di tempo e pur garreggiando con gli altri nella letteratura servile, non mutò nell'abitudine del pettegolezzo. Altre notizie militari insinuate fra le ricette di cosmetici, le pettinature ed i cappellini di moda, nel suo giornaletto, ne determinarono un nuovo internamento in manicomio, "savio fra i pazzi", egli scrisse poi sul Corriere delle Dame, che a ripetizione veniva censurato e sospeso.

Inno dei 28 sonetti
scritti da un savio in una casa dei pazzi nel 1809

Qui dove cruda signoria me tiene
Odan le genti de' miei sensi il danno.
Morbosa l'aria alle narici viene,
E il polmon l'assorbe con affanno.
Uomini e donne che in catene stanno
Vede l'occhio atterrito, e in pianto sviene;
M'assordan quelli che in poter non hanno
Dell'intelletto l'infinito bene.
Qui l'ira freme, umanità si duole;
Là vuote voci la pazzia compone
Con frastuono di grida e di parole.
Questa direi d'inferno è la magione,
Se il raggio suo non vi mettesse il sole,
S'io non vi stessi con la mia ragione.


Le leggi manicomiali intese a garantire l'individuo da attentati alla sua libertà personale per il caso di reclusione sotto il preteso di pazzia, sono del nostro secolo; in quello passato non occorreva la dichiarazione di un medico per essere inviati alla Senavra: bastava un certificato del parroco, o una richiesta dei parenti, o talora anche di qualcuno che voleva liberarsi di un nemico incomodo. I memoriali di reclusi che si ritengono savi o vittime di macchinazioni riempiono la cronaca di tutte le epoche compresa l'attuale; ma per quanto ha attinenza al vecchio manicomio milanese ce ne resta qualcuno veramente curioso.
Già il caso del romano Lattanzi nel periodo Napoleonico è veramnte singolare per le circostanze in cui avvenne il suo duplice internamento alla Senavra; l'effimera notorietà che si assicurò quello strano personaggio è però dovuta soprattutto all'essere andato a cozzare per inconsistente polemica letteraria contro un avversario della levatura di Vincenzo Monti.
Le gesta di quest'altro nostro eroe invece fiorirono nel periodo del Risorgimento; si tratta di un certo Cesare Brambilla da Cassano d'Adda, il quale lasciò scritto di essere stato colpito da provvedimanto di polizia perchè a Napoli, un certo giorno del 1862 sulla pubblica piazza, faceva il chiaroveggente in fatto di politica estera.
E' interessante leggere in questa specie di diario la descrizione della vita che si conduceva nell'interno del nostro vecchio manicomio, e prima ancora i particolari dello internamento di un pazzo, da quando cioè il nostro politicante venne agguantato in casa sua da due infermieri dell'Ospedale Maggiore e trasportato in Sala Macchio che allora funzionava da astanteria, da cui dopo alcuni mesi venne passato alla Senavra.
"Era Direttore di quello Stabilimento il dottor Cesare Castaglioni, uomo ricco per censo proprio, insignito di moltissimi titoli accademici, Cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro, il quale ora già riposa da qualche anno al Cimitero Monumentale e parce sepulto. Venuto dunque egli a visitarmi, dopo di aver letto quel po' di storia medica che trattava delle mie gesta, trovò che io aveva lo sguardo molto cupo e che bisognava incominciare la cura col trarmi da quel torpore; mi ordinò quindi un bagno caldo prolungato, dopo il quale fui legato in croce in un letto di ferro assicurato colle solite corregge e maniglie di pelle. Un infermiere mi ficcò nella gola un imbuto di stagno e mi fece ingoiare un purgante, e quel signor Direttore, per completare la incominciata cura, mi ordinò un vescicante alla nuca; come si vede, la via crucis non era ancora finita.
Vedendo che quel Signor Dottore non ischerzava ed avea presa la cosa sul serio, credei conveniente di cangiar subito sistema anch'io ed incominciai a discorrere, a ridere ed a mostrarmi allegro, come se il trovarmi in quel luogo fosse la più bella cosa del mondo; e tale mia improvvisa metamorfosi fece su coloro l'effetto di un fulmine a ciel sereno, e fu a me di grande giovamento, perchè in pochi giorni fui in piedi e lasciato andare liberamente nel cortile cogli altri alienati..."

il dottor Castiglioni, illustre alientista e sociologo, fu il più tenace propugnatore del miglioramento della assistenza manicomiale nella nostra città e provincia; egli aveva fatto un lungo viaggio a scopo scientifico attraverso l'Europa visitando i principali manicomi, e ne trasse fra gli altri ammaestramenti quello di introdurre alla Senavra le rappresentazioni drammatiche.
Il beneficio che doveva derivare alle condizioni di spirito di almeno una parte dei poveri reclusi appariva evidente; si era nell'anno 1864.
Il teatrino fu impiantato in una spaziosa sala del grande adeficio, presumibilmente in una delle ali gesuitiche tuttora esistenti, ed un certo pittore Bossi, altro degli alienati accolti nel pio luogo, ne dipinse le scene.
in questo modo si rendevano possibili incontri fra ricoverati d'ambo i sessi, nonostante che vi fosse un carteggio nutrito fra la direzione del Luogo PIo ed il Consiglio Opsedaliero prima, la Amministrazione Provinciale poi per i provvedimenti circa la severa segregazione e separazione dei sessi nella Senavra; talora era l'intraprendente guardiano che sconfinava nel reparto donne, o la graziosa infermierina in quello opposto; tal'altra c'era da tener dìocchio gli operai che venivano dall'esterno, oppure i ricovearti che aiutavano il personale a trasportar la biancheria e s'indugiavano a conversar colle donne.
Alla inauguarzione del teatrino dei pazzi la direzione dell'Ospizio credette suo dovere inviare grazioso invito ai membri del Consiglio di Presidenza dell'Ospedale Maggiore; ma i membri, nessuno escluso, ritennero prudente non andarvi magar star a vedere come andavano le cose, e se ne scusarono con lettera, promettendo che non sarebbero mancati alla replica di un certo venerdì successivo.
Si era forse in fase di complimeti, per dare un contentino alla direzione della Senavra, la quale invece, dopo il primo esperimento si sentiva scottare la terra sotto i piedi. Rispose infatti il Castiglioni allo onorevole Consiglio degli Istituti Ospitalieri: "Queste giornate così incostanti sconvolsero alquanto i cervelli dei ricoverati. Non sa quindi il sottoscritto se venrdì si potrà ritentare la prova del trattenimento con esito...". Si sarebbe comunque fatto un tentativo e venissero i signori opsiti alle ore una e mezza precise... Dio ne guardi! Gli onorevoli membri dell'altrettanto onorevole Consiglio non si fecero più vivi!
Maggior coraggio invece dimostrava Umberto di Savoia recatosi a visitare la Senavra con i suoi aiutanti di campo, accolto dalla famosa banda col suono della marcia reale "alla quale tenner dietro due cori cantati al pianoforte dai ricoverati d'ambo i sessi". Si tratta del periodo in cui il ventenne Principe ereditario era stato assegnato al comando della Divisione di Milano, e talmente dimostrò interessamento alla istruzione artistica dei ricoverati che accettò l'invito ad una rappresentazione nel teatrino.

Il reparto dei pazzi furiosi è descritto con ricchezza di particolari dal nostro memorialista. A pianterreno, rasente la strada che conduceva alla malpaga e Monluè, c'era una sala detta dei Baccanali; forse il nome le veniva dai dipinti di cui era istoriata come tante altre stanze del vecchio edificio, stando alla descrizione Bianchi del 1692, non certo dall'uso cui era destinata. Il termina Baccanali sa di orgie mitologiche, di tripudi vendemmiali e ben diverso come ognun può capire era il clima di quell'ambiente.
"Trovavansi radunati in questa camera - scrive il Brambilla - tutti coloro che vociavano giorno e notte, ed era questa una vera bolgia dell'Inferno di Dante; ove si udivano voci alte e fioche, orribili favelle, parole di dolore, accenti d'ira..."
A completare il quadro si aggiungevano gli interventi persuasivi degli infermieri ("e suon di man con elle..." si potrebbe aggiungere). Le doti fisiche e non certo la dolcezza e la mitezza d'animo e di cuore presiedevano alla scelta dei custodi per i pazzi, per cui, in difetto anche di certi rimadi che esistono al giorno d'oggi, i mentecatti più virulenti venivano fatti tacere a legnate.
L'indirizzo terapeutico che i signori medici riservavano agli agitati, sempre secondo il memoriale che abbiamo sottomano, era il seguente: vescicanti alla nuca, bagni prolungati, soffioni e doccie di acqua fredda, abbondanti cavate di sangue, coppette, dieta, purganti, ghiazzio sulla testa, e per che finalmente non era ancora morto, le catene.
La applicazione di questi interventi sarà stata ovviamente graduale, come pure le bastonate a discrezione dei signori infermieri.
Uscito dalla sua reclusione nel 1869 il Branbilla licenziò alle stampe un opuscoletto dal titolo: "Memorie d'un Agente secreto della Polizia di Stato".
Sono passati 15 anni e la Senvra non esiste più come manicomio; "Gran parte di quei mentecatti, di quegli infermieri e di quei signori medici sono morti - scrive il nostro memorialista con romantico accento - e nella Senavra ora regna la solitudine; le imposte dei suoi finestroni cominciano a cadere rose dal tempo, gli innumerevoli passeri che popolavano i suoi tetti ed i buchi dei muri sono fuggiti altrove, quasichè la maledizione di Dio pesi su quella casa di dolore. Essa è là, isolata e deserta in mezzo alla campagna, ed il forastiero che per la prima volta le si avvicina prova in vederla un senso di malinconica tristezza che gli strazia il cuore".

 

Finito di stampare il giorno 24 Settembre 1966 dalle Grafiche P. Boniardi di Milano



Indice

Fuori di Porta Tosa

La villa suburbana

I Gesuiti a Milano, San fedele e la Senavra

Meneghin a la Senavra

L'Ospedale dei Pazzi da San Vincenzo alla Senavra

Dai diari dei ricoverati

Un episodio della catastrofe del 1848

Fine del manicomio

Ieri ed oggi



Immagini

I Corpi Santi di Porta Tosa (Carta di G. Brenna, 1883, Milano, Raccolta rag. E. Dell'Oro)


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