Lombardia

 

Storia della Senavra

di Giuseppe Gerosa Brichetto

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Un episodio della catastrofe del 1848

Il Governo Provvisorio di Lombardia, in quel generale scompiglio della città portato dalla guerra e dalle sanguinose giornate della rivoluzione, dovette ben presto porre mano fra gli altri ai problemi più urgenti della pubblica assistenza. Quella Senavra, laggiù fuori mano fra i prati e le roggie, era come una piaga cronica, per quei suoi edifici inadatti nonostante le innumeri trasforamzioni e per i sistemi di cura primordiali ed empirici.
Bisognava porvi alla testa un uomo di ingegno, aggiornato nei più recenti progressi della psichiatria e della tecnica manicomiale, eppertanto si fissò l'attenzione su quel giovane dottore Andrea Verga, trevigliese di nascita, che da qualche tempo prestava con profitto la sua opera alla casa di cura privata San Celso o Villa Antonini.
Chiamato a dirigere la Senavra il Verga venne così a succedere al vecchio dottor Giovanni Capsoni, e si diede con alacrità allo studio approfondito dei casi clinici, ed alla riforma per quanto possibile dello stabilimento, auspicando che "la generosa Milano non continuasse per più lungo tempo a vedersi sotto le porte un manicomio che, per le condizioni igieniche e per l'aspetto, era inferiore alla maggior parte degli ergastoli e delle case di correzione".
Ma il momento politico e militare si era fatto assai grave, quando le vittoriose affermazioni dell'Esercito Sardo e dei Battaglioni Lombardi che furono di auspicio alla nostra prima guerra di indipendenza, vanivano sommerse. Il Verga si trovò suo malgrado compromesso in un episodio curioso che stava per diventare tragico, allorchè, dopo la battaglia di Custoza, le truppe di Carlo Alberto si ritirarono su Milano ed iniziò l'attacco degli Austriaci alla città.
"Precisamente l'ultimo di luglio ed il primo di agosto - scrive il Verga - alcuni fittabili delle cascine sparse all'intorno si presentarono alla Senavra con valige, ceste, cassette, implorando ospitalità per sè e per le loro robe più preziose. Avevano faccie scure e lunghe e maniere sfiduciate; prevedevano inevitabile e prossimo l'assedio alla Città, e, per non esser d'aggravio al Pio Luogo portavano con sè polli, formaggio, riso ed altri comestibili".
Il Verga cadde dalle nuvole; le notizie piuttosto addomesticate sull'andamento della guerra, che legiucchiava ogni tanto nella Gazzetta di Milano ed il 22 Marzo, gli davano ad intendere che le cose al fronte andavano bene; queste "voci" di ritirata che oramai mettevano in giro con insistenza richiamarono la sua mente a preoccupazioni per l'andamento dell'ospizio nel caso malaugurato di un assedio, stacato come era dallo Ospedale Maggiore, il quale amministrava direttamente le case sussidiarie... La Senavra non aveva rifornimenti in proprio, non aveva scorte e la sua vita era legata a quella carretta che ogi mattina risaliva la strada del Naviletto per andare a prelevare i viveri della giornata.
Pensò di consultarsi con unalto personaggio con cui era in buona relazione, un vecchio venerando, egli dice, e forse anche perchè troppo vecchio non bene informato ed orientato sull'incalzare degli avvenimenti, il quale personaggio lo rassicurò: "il Governo Provvisorio ha ben altro a fare adesso che pensare ai matti. Esso confida in Lei ed è persuaso che in ogni caso Lei saprà trarsi felicemente d'impaccio...".
Così se ne ritornò abbastanza tranquillo alla Senavra, facendo appena caso a delle squadre di contadini che con zappe, badili, scuri e barelle si aggiravano intorno a Porta Vittoria a fare certi scavi, mantre egli ben fornito di argomenti, teneva a bada le dicerie.
Intanto vi era una grande animazione nel manicomio e fuori, dove passavano carri fra gente vociante, rullo di tamburi e squillo di trombe, a cui si era agiunto la mattina del 4 agosto anche qualche colpo di cannone.
"Io stavo compiendo la mia prima visita ai pazzi - continua il Verga nel suo racconto - quando fui avvertito che molta truppa, venuta dalla parte di Monluè, si era arrestata davanti alla Senavra. Accorsi anch'io e vidi che lunghissimo tratto della strada comunale che corre davanti allo stabilimento, era occupato da una bruna disordinata fila di giovani soldati magri, laceri, sporchi, accesi in volto, grondanti sudore. La maggior parte avean posto il fucile a terra, si scoprivano il capo e si asciugavano la fronte col fazzoletto, alcuni si scioglievano la cravatta; altri seduti sul margine erboso della strada si cavavano l'una o l'altra scarpa. Pochissimi avean volontà di parlare; più pochi ancora si lasciavano andare a qualche scherzo.
Le sofferenze visibili di quella frazione dell'esercito diCarlo Alberto commossero tutti. Il portinaio, il cuoco, l'ispettore ed altri impiegati dello stabilimento, senza chiedere il mio permesso nè quello d'alcun officiale, recaron subito sui muriccioli del ponte che sta innanzi alla porta principale della Senavra, acqua fresca, vino, cognac, polenta, pane, salame, filacce, bende, pezze. Tutto fu ben accolto e utilizzato senza cerimonie in un batter d'occhi. Poi ad un ordine partito dai loro superiori quei tapini si rimisero in marcia, e quatti scomparvero dalla parte di Porta Vittoria".
Le perplessità e le preoccupazioni tumultuavano a vicenda nella mente del nostro direttore, in quella giornata calda e pesante d'agosto. Anche i matti - egli scrive - parevano sentire l'influenza della stagione.
Il Verga, non potendo più stare in sè dall'ansia e dalla curisità, si mise in testa un cappellaccio di paglia ed uscì dalla porta che dava sul naviletto per guardarsi d'attorno. Infilata la viottola che portava alla cascina regalia e girando lo sguardo, rimase esterrefatto alla vista di un soldato austriaco a cavallo, fermo là al riparo di un albero, come un fantasma colla sciabola sguainata. Fece finta di non accorgersene, ma una scarica di mitraglia proveniente dalla città lo indusse a ritornare rapidamente sui suoi passi e rientrare nella Senavra, dove fece tappare tutte le porte e le finestre.
Ahimè, quello non era che un segnale, poichè dalla stessa parte, dopo la scarica di fucileria arrivarono delle cannonate; una palla entrò per una finestra nel corpo avanzato dell'edificio che dava sulla strada di Monluè: vetri e rottami caddero addosso ad una infermiera la quale, leggermente ferita ma più che altro presa dal terrore, si mise a correre all'impazzata per i cortili ed i corridoi dello stabilimento gettando l'allarme.
Per compiere l'opera i pazzi, i quali erano stati fino allora quieti e silenziosi, incominciarono ad agitarsi attraverso le inferiate, chi ululando dalla paura del cannone, che eccitato con schiamazzi e grida di "viva Pio IX".
Il povero Verga non riusciva più a connettere, quando dal più lontano ingresso che immetteva nell'ortaglia, si udirono dei sordi colpi, e quindi attraverso la porta sfondata si riversò nella Senvra un'onda di soldati austriaci col fucile in pugno e l'aspetto minaccioso, alla ricerca dei soldati piemontesi che avevano scorto qualche ora prima fermarsi davanti allo stabilimento.
Fece appello il Verga a tutto il suo coraggio, ma più che le parole che ingarbugliò in tedesco per frenare quella masnada, la sua salvezza arrivò da un'altra parte: introdotti dalla stessa porta dell'ortaglia, venivano trasportati nella galleria terrena alcuni soldati feriti.
"Quando ciascun ferito fu spogliato e debitamente coricato in un buon letto, tutti gli altri soldati scomparvero ed in breve tornò la quiete e il silenzio, non solo nella Senavra, ma anche al di fuori. Al che ha senza dubbio contribuito la pioggia, in cui finalmente si sciolse quel basso coltrone di nubi che tanto avea pesato su di noi durante la giornata".
Il Verga non s'intendeva di chirurgia, ma coadiuvato dal dottor Francesco Introzzi che era il suo medico di guardia di quella notte, dovette far buon viso a cattiva sorte e curare alla meglio quei quattro macapitati Austriaci; uno di essi, ancora prima che avessero il tempo di mettergli i ferri addosso moriva "per strabocchevole emoragia". Venne a sera un loro ufficiale a visitarli, e mentre aveva espressioni cortesi per i medici ed il personale, rincorò i feriti con queste parole che riuscirono come una coltellata nello stomaco per il Verga: "Allegri, miei cari, noi siamo vincitori su tutta la linea; domani entriamo in Milano e la campagna è finita".
Il nostro medico patriota la verità la seppe dopo; la brigata Savoia era schierata a cavallo fra la strada di Monluè e quella di Paullo, col 1° Reggiemnto di fronte alla Senavra ed il 2° a Castagnedo; quest'ultimo aveva di fronte la brigata austriaca Clam disposta intorno a Morsenchio con notevoli batterie; a LInate, in retroguardia, gli squadroni di cavalleria del Reggimento Weiss. Le truppe nemiche avanzavano martellando sulla brigata Casale schierata alla Gambaloita, e le sorti della battaglia di Milano del 4 e 5 agosto purtroppo erano già decise: Carlo Alberto doveva abbandonare la città.
Le trattative per la resa, continuate tutta la notte, ebbero termine il mattino alle cinque: il cannone tacque ed il Maresciallo Radetzky entrò da Porta Romana. "All'annuncio della vittoria austriaca - scrive il Verga stesso nella sua memoria - io corsi nella mia stanza, mi gettai senza spogliarmi sul letto ed ivi piansi lungamente come un fanciullo".
La città era ancora tutta stretta d'assedio nella sua parte orientale, cosicchè era tolta qualsiasi comunicazione coi sobborghi; tra la Senvra e Porta Vittoria, dove l'anno appresso doveva costituirsi il fortino, bivaccavano allegramente isoldati austriaci. Nessuno si fidava ad uscire ed il Verga, che aveva in casa il morto, ossia quel soldato che era deceduto il giorno prima, anzichè avviarlo al Foppino, pensò bene di farlo seppellire nell'orto.
L'isolamento della Senvra durò solo due giorni, e per fortuna l'economo, un ometto avveduto ed attivo che qualche anno dopo per spirito di corpo diventò egli pure pazzo, teneva la dispensa ben fornita di lardo, riso e farina di granoturco, e così tutti mangiarono minestra e polenta. I pazzi, leggermente eccitati dal suono delle trombe e da qualche colpetto di cannone, non rendendosi conto di quello che andava succedendo, ridevano e cantavano allegramente "Viva Pio IX!".
Alla fine anche i fittabili e contadini che avevano chiesto ospitalità poterono cacciar fuori la testa dalle cantine e dai solai dove si erano rifugiati; era la "Legione straniera", che trascinandosi dietro tutte le sue impedimenta come quando era arrivata, lasciava le posizioni e si ritirava nei propri cascianli del Mancatutto, la Regalia e Castigliona, ed altre circostanti.

 

Finito di stampare il giorno 24 Settembre 1966 dalle Grafiche P. Boniardi di Milano



Indice

Fuori di Porta Tosa

La villa suburbana

I Gesuiti a Milano, San fedele e la Senavra

Meneghin a la Senavra

L'Ospedale dei Pazzi da San Vincenzo alla Senavra

Dai diari dei ricoverati

Un episodio della catastrofe del 1848

Fine del manicomio

Ieri ed oggi



Immagini

Topografia del suburbio di Porta Vittoria (1906), Milano, Raccolta Trivulziana.


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