Lombardia

 

Storia della Senavra

di Giuseppe Gerosa Brichetto

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Fine del manicomio

"L'edificio della Senavra si presenta a chi viene da Milano quasi sepolto in mezzo a piante di diverso genere che coprono gran parte del suo fianco sinistro, rendendolo più basso, più melenconico e più tetro". C'era a ponente dell'edificio una lingua di terra che lo separava dalla strada comunale diretta a Calvairate ed al Mancatutto, la qual terra era ingombra di gelsi e di piante selvatiche. "Sarebbe pertanto mio avviso - scriveva il Verga - che quella lingua di terra venisse liberata da così dannosa vegetazione e convertita in un giardinetto ove figurassero pochi fiori fra quelli che crescono anche nell'umidità, come le giorgine e le ortensie. Così verrebbe reso più ameno, o per essere più esatti meno orribile l'avvicinarsi a questo luogo di dolore".
Credo che il giardinetto preconizzato dall'animo sensibile del Verga non venne mai. Per sua fortuna invece, a levante del fabbricato c'era un appezzamento di terra, già segnato sul più vecchio catasto come "aratorio avvitato delli Reverendi Padri di San Fedele", ossia vigna che poi divenne prato del lavandaio ed alla fine fu trasformato in ortaglia. Questa veniva fatta lavorare dai ricoverati e l'amministrazione dell'ospedale maggiore passava una piccola tangente e forniva pali per le viti.
Quando il prato del lavandaio venne trasformato in ortaglia si accorsero che non c'era il mezzo per irrigarlo perchè i poderi sottostanti non volevano cedere acqua; per chi non lo sapesse, nei fondi irrigui essa costituisce una ricchezza tale, legata ai capitolati ed alle consuetudini, che i fittabili se la difendono, se la contendono e perfino se la rubano di notte alterando la posizione delle chiuse e paratoie nei cosideti incastri.
La Senavra il dirito d'acqua ce l'aveva, come risulta da tutti i rogiti di compravendita raccolti in un bel pacco riamsto chissà dove per duecento anni ed ora riportato alla luce.
Le questioni d'acqua sono quasi come le questioni d'onore: il Consiglio dell'Ospedale Maggiore mandò un promemoria al signor archivista capo, il solerte sacerdote Carlo Borboni, il quale fece delle vane ricerche fra le carte di San Pietro in Gessate e quelle dei soppressi Gesuiti.
Non se ne venne a capo di nulla, ma la divina Provvidenza che non aveva favorito il topo d'archivio nelle sue ricerche, indicò un'altra strada: un boccale di vino sottomano ogni settimana al camparo della cascina Regalia e l'acqua per far crescere la cicoria venne assicurata. Sissignori che trent'anni dopo uno scrupoloso revisore di conti dell'Ospedale Maggiore volle vederci un po' chiaro in questa storia del boccale di vino una volta alla settimana (solo nella stagione estiva però!), "siccome ora il vino è caro ..." (giugno 1855). Scambio di lettere fra le due direzioni, testimonianze, pareri e proposte: nove di fila se ne contano con relativi timbri in direzione ascensionale fino al supremo soglio del Consiglio ospedaliero e che si concludono con un fatidico exequatur: "si dia...".
Non meno che con l'acqua, il celebre psichiatra Andrea Verga aveva da combattere anche con il fuoco.
Maledette quelle canne fumarie della cucina! Sotto i pentoloni della minestra si faceva fuoco a più non posso, la legna non era sempre ben stagionata, epperciò la fuliggine andava ammassandosi fino ad ostruirle non solo, ma talora incendiandosi.
I direttori Verga e Castiglioni sollecitavano di frequente con lettere gli amministratori dell'Ospedale Maggiore a prendere i dovuti provvedimenti, ma intanto che i tardi ingranaggi burocratici si metteveno in moto, avveniva il fattaccio. Era una scena paurosa in ispecie quando succedeva nell'oscurità della sera o della notte; il fuoco dai camini prendeva qualche trave del tetto e si avanzava con bagliori sinistri tagliando le tenebre.
All'allarme dei guardiani uscivano i ricoverati dalle camere a far catena con i secchi d'acqua e scale a pioli mentre le tegole andavano in frantumi e cadevano sui malcapitati che erano sotto. I pazzi in catene muggivano come tori presi dal terrore del fuoco, e quelli che stavano rinchiusi si attaccavano alle sbarre delle finestre cercando di scuoterle e lanciando grida di raccapriccio.
Mentre queste scene da tregenda si succedevano con una certa frequenza, la direzione della Senavra e quella dell'Ospedale continuavano lo scambio delle loro compassate lettere fintantochè si cominciò ad accennare alla eventualità di fornire l'istituto di una "macchina d'incendi", ovverossia una pompa a mano che pescava l'acqua nella circostante roggia e la faceva zampillare in alto.
Dopo qualche anno (1846) la macchina infernale giunse ed il segretario del manicomio ne scrisse con un candore celestiale al Consiglio dell'Ospedale: "nel notificare d'aver veduta colà condotta una pompa d'incendi richiede delle intenzioni di questa Amministrazione prima che ne occorra l'uso"; figuriamoci quali potevano essere le recondite intenzioni!
Fra questi segretari della Senavra, il tarlo della pazzia in cui vivevano, cominciava a rodere. Il Verga racconta di quel suo economo del 48, un ometto avveduto ed attivo che teneva la dispensa fornita di ogni ben di Dio, ma che dopo qualche anno diventò matto egli pure. Anche nelle Memorie di un agente segreto si nomina un economo Triulzi che dava spesso segni di squilibrio e che finiva poi al Manicomio privato Biffi.
A che cosa dovesse servire quella macchina se ne preoccupò il buon Verga, il quale, il 25 maggio 1848 dovette mettersi le mani nei capelli per un ennesimo pauroso incendio, preludio degli altri grossi guai che gli capitarono addosso dopo due mesi col ritorno degli Austriaci.
Fosse spontaneo o doloso, come succede spesso, nel settembe di quell'anno s'appiccò il fuoco in pieno ai fienili della cascina Mancatutto; i contadini corsero alla Senavra a prendere la "macchina infernale" e la fecero mugghiare come forsennati a pescare le acque della roggia Besozza finchè la sconquassarono e divenne inservibile. Era però maturo il tempo della istituzione del corpo civico dei pompieri.

E così il numero dei ricoverati continuamente cresceva. Da una media di 413 presenti nel ventennio fra il 1804 ed il 1823, essi salirono intorno alla metà del secolo ai 550 e più. Il tono dell'istituto e l'andamento interno, a parte le precarie condizioni ambientali, dovettero di certo migliorare con l'avvento dei direttori Verga e Castiglioni.
Nelle Memorie di un agente segreto si dice che i pazzi tranquilli venivano condotti a gruppi dagli infermieri a fare delle passeggiate per le campagne dei dintorni, soffermandosi nei cascinali, chissà con quale entusiasmo per i contadini, poichè l'umore dei pazzi, ben si sà, è come quello degli animali, e può malamente cambiare da un momento all'altro. Già negli anni precedenti però le occupazioni interne erano quelle che fornivano la maggior distrazione.
"Per quanto è compatibile col locale i pazzi possono distrarsi col passeggio. Agli uomini tranquilli, circa un sesto dei ricoverati, si procurano diverse occupazioni: la principale è quella di fabbricare stuoie di paglia, tessere, far le scarpe o gli abiti per il luogo pio: alcuni coltivano l'orto; altri spazzano i locali, lavorano col cucinere, col cantiniere, ed anche coll'economo. Le donne tranquille, in numero per lo più maggiore di cento, si occupano nel filare, cucire, far nastri e simili".
Ma la capienza dell'istituto era quella che era e con il progressivo incremento della popolazione della provincia la situazione divenne insostenibile a tal punto che nel 1855 si prese in subaffitto il fondo della Regalia antistante la Senavra con le cascine Castiona o Castigliona e Gambotta per collocarvi delle infermerie sussidiarie. Il subaffitto divenne affitto diretto dalla proprietà Carcano con regolare rogito del 22 dicembre 1860.
Annualmente il dottor Castiglioni pubblicava una relazione sullo stabilimento, nella quale poneva sempre il dito sulla annosa piaga e lanciava appelli e dediche: "Ai ricchi - ai generosi - ai filantropi di Lombardia" (1852); "Ai futuri benefattori per un nuovo manicomio in paese" (1853).
In coda ad uno dei suoi rendiconti il Castiglioni aveva la gioia di annunciare (1855) che con decreto ministeriale si era decisa la costruzione della nuova sede: commissioni varie di cui fece parte anche il Verga, ricerche, soprallluoghi, tutto con esito negativo.
Venti anni di appassionati studi e riforme nel campo della assistenza psichiatrica non valsero a Cesare Castiglioni la realizzazione del suo sogno, ossia la fondazione del nuovo grande Manicomio della provincia di Milano sul modello di quelli migliori d'Europa che egli aveva visitato; il progetto per suo merito approntato dal governo Austriaco venne abbandonato, ed il Consiglio Provinciale, che aveva acquistato nel 1863 la villa Crivelli in Mombello per provvedere in qualche modo allo sfollamento della Senavra, ne fece una succursale destinata agli alienati tranquilli da recuperare al lavoro.
Lo storico ambiente odorava di meteora napoleonica; "pure ai visitatori di Mombello, ridotto oggidì a Manicomio, si addita tuttora la stanza del notturno riposo e il salone ove ambasciatori, generali, magistrati e la turba irrequieta degli ambiziosi e dei supplicanti s'affollava".
I primi trenta ricoverati andavano a prendere alloggio al palazzo di Mombello il 1° agosto 1865, prprio quando a Milano era comparso il cholera morbus e la Senavra si affrettò a istituire una stazione contumaciale per i pazzi qualora qualche caso fosse insorto nella Pia Casa. Era stata da poco soppressa la Stazione di porta Tosa della Ferrovia Ferdinandea (la Milano-Venezia. Questa stazione si trovava sul viale di circonvallazione di fronte al borgo della Stella, ossia dove ora c'è lo sbocco della vie Archimede e Sottocorno). L'edificio abbandonato venne ceduto per l'affitto di lire cento annue alla Senavra da parte della Società Ferroviaria dell'Alta Italia, ma non risulta che casi di colera si siano verificati fra i pazzi, come invece era avvenuto nel 1836, allorchè una paurosa epidemia infestò Milano; alla Senavra un centinaio di ricoverati fu colpito dal terribile male, e di essi un terzo dovette soccombere.
Fu così che, abbandonato definitivamente per ragioni economiche il progetto di un nuovo grande manicomio, l'Amministrazione Provinciale cui spettava per legge l'assisenza psichiatrica, dal 1865 iniziò il progressivo amplamento di Mombello, e questo da succursale divenne l'Ospedale psichiatrico generale della provincia (deliberazione del 18 settembre 1872). E' del luglio 1878 il trasferimento degli ultimi ricoverati dalla Senavra, la quale dopo un secolo di travagli e di tristezze venne chiusa.
Continuò nell'Ospedale Maggiore a funzionare per i pazzi il servizio di Astanteria che li accettava e li ricoverava in sala Macchio, allora cosidetta sala deliri.
Il Consiglio dell'Ospedale accampò dei diritti di proprietà sugli edifici della Senavra ma dovette rinunciarvi come era evidente e la Deputazione Privinciale li mise in vendita. Col concorso della Cassa di Risparmio tutto il complesso venne acquistato dalla Congregazione di Carità la quale vi aprì un ricovero di poveri vecchi.
Vorremmo dire che colla fine del manicomi, or è un secolo, incomincia la storia della Senavra minore: una storia di successive destinazioni che si inseriscono sempre, anche se più silenziosamente, nel grande alone ambrosiano della carità e dell'assistenza.
La piaga dell'accattonaggio suggerì ai pubblici amministratori di istituire un ricovero da aggiungere alla numerose opere benefiche di cui Milano era già largamente dotata; la Senavra diveniva perciò una specie di confino per ripulire un poco la città dal professionismo dei mendicanti.
Si dece che Milano è sempre stata anche in passato presa di mira dall'assalto della turba dei diseredati provenienti spesso da lontano, turba alla quale si mescolavano gli inabili, i disoccupati, ed anche i falsi infermi e gli ibbriaconi. I provvedimenti di polizia cittadina facevano sì che il risanamento delle vie e delle piazze si ottenesse, oltre che con la denuncia, l'arresto, il foglio di via, il rimpatrio ed altri consimili, anche con il provvido internamento al Pio Ricovero di mendicità.
Vi affluivano a decine e decine coloro che venivano sorpresi ad elemosinare, e non sempre, a detta delle statistiche si trattava di casi pietosi: "frequenti gli anchilosati che istantaneamente riacquistano l'elasticità delle loro membra; mutilati agli arti che sgambettano alla lesta; ciechi dagli occhi di lince; pseudo paralitici affamati ed estenuati che risultano poi possidenti terrieri o possessori di discrete somme cucite negli abiti...".
Il ricovero alla Senavra era persuasivo, non coattivo, epperciò in numero rilevante i ricoverati, dopo la prima libera uscita, se ne andavano per i fatti loro, "ripuliti, pasciuti e rivestiti a ricominciare la stentata vita dell'accattone".
Così durò la Senavra per altri cinquant'anni la sua vita più scialba e senza più storia; così l'abbiamo vista nei nostri anni giovanili con la sua aria di abbandono e sempre tetra, anche per via di quelle inferriate dell'ospedale dei pazzi...

Ma sempre nel grande alone della carità, e dell'assistenza a Milano dove i privati cittadini ed i pubblici poteri vanno a gara per lenire le altrui sofferenze, ecco che un raggio di luce rischiara i severi androni, ripuliti, trasformati, rabberciati per accogliere bimbi e mamme. E' un centro ospitale dell'Opera Maternità ed Infanzia che vi si è alogato, e qualche anno prima dello scoppio del grande conflitto, viene giudicato "una visone di grande raccoglimento, di linda semplicità, di perfetta efficiente attività assistenziale".
Diciamo che fu solo un raggio di luce, oscurato poi dal spravvenire della immane bufera; la guerra ed il dopoguerra fanno accogliere entro le decrepite mura intere famiglie di sfrattati e sinistrati.
E durò parecchi anni questa miseria morale di dare u tetto a chi non ne aveva, ma obbligato ad una promiscuità indecorosa e all'abbassamento ai gradi più infimi della umana dignità.
Poi, sotto l'egida del Comune, l'Ente Comunale di Assistenza (E.C.A.), erede e successore dell'antica Congregazione di carità, ritornò alla Senavra a dispensare le sue provvidenze ai poveri del rione: e questo ritorno fu l'ultimo.

La vecchia storia a questo punto cede il passo alla cronaca di attualità, alle non poche vicende che hanno portato all'acquisto di un primo lembo di terra a fianco dell'antica dimora gesuitica per erigervi una chiesa sussidiaria dlla popolosa parrocchia di Santa Maria del Suffragio, ed alla cessione da parte del Comune di tutto il complesso.
Un'operazione ardua, non certo facilitata da sfavorevole e contraria propaganda di parte, una "grande avventura" perseguita con coraggio, con tenacia nel mare magnum di inenarrabili difficoltà tecniche, burocratiche e finanziarie; ma una grande vittoria: il maestoso edificio settecentesco mantenuto in piedi nele sue linee originarie, con una geniale distribuzione di tutte le opere inerenti il centro parrocchiale cui il palazzo è destinato.
Oh, se la frettolosa imprevidenza di civici amministratori avesse salvato intorno alla vetusta costruzione il suo naturale respiro, il giardino delle rose, sia pure trasformato in un semplice spazio verde o alberato! Chi si avvicina all'ala prospiciente il corso Ventidue Marzo, quell'ala non più tetra, ma cionondimeno dall'aria alquanto incerta e misteriosa ed apprende che dentro vi è una chiesa; e varcando quella soglia che sa le più strane miserie di due secoli, arresta il suo incedere attonito per la grandiosa visione che si presenta ai suoi occhi...

E' nata con la bella ed armoniosa navata di questa chiesa un'opera insigne che fa onore a chi l'ha ideata a chi l'ha sostenuta e la porta a termine, e che al nobile intento di creare un nuovo degno tempio di Dio, ha concorso non poco alla salvaguardia di una parte trascurata di quel poco di patrimonio storico artistico che rimane alla nostra città.

 

Finito di stampare il giorno 24 Settembre 1966 dalle Grafiche P. Boniardi di Milano



Indice

Fuori di Porta Tosa

La villa suburbana

I Gesuiti a Milano, San fedele e la Senavra

Meneghin a la Senavra

L'Ospedale dei Pazzi da San Vincenzo alla Senavra

Dai diari dei ricoverati

Un episodio della catastrofe del 1848

Fine del manicomio

Ieri ed oggi



Immagini

Il ricovero di Mendicità (dalla Rivista del Comune di Milano, 1929)


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