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Lombardia

 

Comunicazioni stradali attraverso i tempi: Milano-Piacenza-Bologna
a cura del Dr. Daniele Sterpos

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Martiri e santi sulle nostre strade.
Si decidono in questi anni anche le sorti della vecchia religione pagana, dopo la forte ripresa delle persecuzioni sotto Diocleziano. Alla diffusione del Cristianesimo nell'Italia settentrionale non era certo stata estranea la presenza di vie di grande comunicazione come quelle che si vengono considerando. Ora esse vedono, secondo la pia tradizione, uno degli episodi tipici della persecuzione, a cui resta legato il nome di un importante centro posto sul tratto Piacenza-Bologna della via Emilia.
Al tempo di Massimiano, collega di Diocleziano come abbiamo visto, nella "tetrarchia", Donnino, già "cubiculario" dell'imperatore e custode della corona, professatosi cristiano, si allontanò con altri dall'esercito cercando di rifugiarsi a Roma; raggiunto, fu decapitato "presso il fiume Stirone, nel mezzo della via pubblica detta Claudia", ossia sulla via Emilia. Levatosi miracolosamente, portò il suo stesso capo dall'altra parte del fiume, ove ebbe poi sepoltura: il luogo prese il nome del martire.
Ma Costantino cambia radicalmente la politica ufficiale dell'Impero nei riguardi del Cristianesimo, e Costanzo II (che fa di Milano l'effettiva capitale dell'Impero, e di lì compie un solenne viaggio a Roma nel 357) sono addirittura osteggiati i culti pagani. Alcuni dei più illustri viaggiatori che verso la fine del secolo IV calcano le vie tra "Mediolanum", "Placentia" e "Bonobia" sono grandi figure del Cristianesimo vittorioso, che si impongono con la loro personalità anche nella vita civile, quali Satiro, Agostino e Ambrogio.
Più incerto è il passaggio di Satiro, che tuttavia compì il suo ultimo viaggio dall'Italia meridionale a Milano; ma Agostino stesso ci dice che nella propria vita trasferirsi da Roma a Milano significò qualcosa di provvidenziale, di decisivo. "Quando Milano mandò a chiedere al prefetto di Roma che procurasse a quella città un maestro di retorica inviandolo con la corriera dello Stato, io stesso brigai per opera dei medesimi Manichei briachi di vanità (quell'andata era destinata a sbarazzarmi di loro, ma né essi né io il sapevamo) perchè Simmaco, che era allora prefetto, mi sottoponesse a una declamazione sopra un tema proposto e, qualora avessi ottenuta l'approvazione, mi ci mandasse. Così venni a Milano dal Vescovo Ambrogio". Agostino aveva motivi per usufruire di buon grado del "cursus publicus" (evidentemente ancora in piena efficienza tra le due grandi città): e così dovette certo seguire la via principale di Bologna e Piacenza. Siamo nel 384: Ambrogio è un grande vescovo che s'impone per energia ed elevatezza morale. Eppure proprio lui aveva tentato di sottrarsi, per modestia, alla carica quando vi era stato designato, lasciando Milano di notte per rifugiarsi a "Ticinum". All'alba però si era trovato ancora davanti alla sua città "presso la porta che è detta Romana" cioè dove terminava la strada proveniente da Piacenza e da Roma. Miracolo l'aver preso una via maestra ed essersi trovato a camminare su di un'altra, ed in direzione opposta alla voluta: "Iddio impedì la sua fuga" dice il biografo del santo, lo stesso che ci dà notizia anche di un'altra partenza di Ambrogio da Milano in circostanze ancor più gravi e storicamente più definite. Nell'autunno del 393 egli dovè lasciare la città per l'imminente arrivo di Eugenio competitore dell'imperatore Teodosio, e andò prima di tutto a Bologna; ma già l'anno dopo "tornò a Milano dalla Tuscia". E' da credere che il santo abbia seguito la strada da "Mediolanum" a "Placentia" e, fino a "Bononia", la "Via Aemilia".
La quale ultima comunque non gli era ignota: abbiamo infatti proprio da lui il quadro più fosco della desolazione regnante nelle città che toccava: tanta da potersi portare a esempio della caducità di ogni opera umana ciò che si vedeva allora venendo a Piacenza, attraverso Bologna, Modena e Reggio sulla via maestra. La definizione di "cadaveri" data dal santo a quelle città è forse lievemente retorica, ma certo tutta la regione traversata dalla via Emilia e la strada stessa, in questa metà del secolo IV che vede riaccendersi il processo di disgregazione dell'Impero, erano profondamente decadute. Proprio pochi anni prima che Ambrogio scrivesse così, Graziano aveva assegnato terreni da coltivare attorno a Parma, Reggio e Modena ad un barbarissimo popolo da lui vinto: i Taifali. Si può immaginare quali ripercussioni questo avesse in una zona dove già larghe estensioni di terreno coltivabile erano state abbandonate, e che andava in gran parte tornando sotto il dominio del bosco e della palude.
Fu Teodosio, benchè come si è visto contrastato da usurpatori e barbari, a ridare ancora prestigio all'autorità imperiale, e all'Occidente una relativa tranquillità di cui beneficiò in ispecie Milano, che più volte lo accolse tra le sue mura.
Una manifestazione di questo miglioramento possiamo considerare i lavori eseguiti sulla via da "Mediolanum" a "Placentia" ai quali si riferisce l'epigrafe che compare su tutti i tre miliari conservati a Lodi. Essa porta il nome di Teodosio unito a quello di Valentiano e di Arcadio, Augusti ed è perciò riferita al periodo 383-92; ha tono di dedica, e ciò indica che i relativi lavori furono curati dalle autorità municipali. I caratteri sono assai rozzi: confrontandoli con quelli dell'epigrafe più antica che figura su uno degli stessi miliari (a ricordo, come si è detto, dei lavori compiuti al tempo di Diocleziano) resulta evidente l'imbarbarimento avvenuto nel corso di un secolo.

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Soc. Concessioni e Costruzioni Autostrade p.a (Gruppo I.R.I.) - Ed. Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1959



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