historia.jpg (19680 byte)

Lombardia

 

Comunicazioni stradali attraverso i tempi: Milano-Piacenza-Bologna
a cura del Dr. Daniele Sterpos

home page


Stato della via Emilia, fino a Bologna, nell'alto Medioevo e in età comunale.
Durante il secolo XIII il tracciato della strada maestra da Milano a Piacenza veniva, come s'è visto, diversificandosi in parte, rispetto all'età romana e al primo Medioevo. Nel tratto superiore della via Emilia invece non si era ancora verificato alcun fatto di quella portata. In piena età comunale l'arteria principale per andare da Piacenza a Bologna seguiva sostanzialmente la traccia più antica. Deviazioni parziali si devono senz'altro ammettere, malgrado la scarsità di notizie, per il periodo medioevale più antico, se si tiene conto delle inondazioni, delle cadute di ponti, delle rovine e delle interruzioni causate dalle guerre, dei cedimenti a cui nessuno aveva posto riparo. Tuttavia la corrispondenza dei due tracciati, antico e moderno, constatata per epoche a noi più vicine induce a credere che le varianti siano state temporanee e che la strada nel suo complesso non abbia mutato fisionomia: anche lo sviluppo dei centri abitati da essa toccati lo conferma.
L'Emilia cambiò invece sicuramente il nome. A partire dall'alto Medioevo essa ci appare distinta, proprio in questo tratto Piacenza-Bologna, con il nome di Claudia. Di spiegare il fenomeno molto si interessarono i dotti locali dei secoli passati: e chi ritenne che il nuovo nome fosse stato imposto da Claudio "per qualche riattamento o per vana ambizione", chi da un figlio di Costantino il Grande, Claudio Costantino, chi pensò che esso fosse venuto in uso quando a causa di allagamenti e di guerre "cominciò a torcersi il cammino da Piacenza a da Parma a Lucca, e di colà si corse per la via Claudia".
Degli Itinerari antichi quello che contiene l'elemento più interessante in proposito è "l'Itinerarium Antonini" che, come già notarono il Beretta a l'Affò, non menziona la via Emilia, mentre registra una "via Clodia" da Lucca a Roma come seguito della Parma-Lucca. Ciò viene ad avvalorare la tesi che il cambiamento sia accaduto per estensione alla Piacenza-Bologna del nome di quella via che assieme ad essa assicurava nel Medioevo i collegamenti dell'Italia settentrionale con Roma; strada che partendo dall'Urbe si chiamava appunto Clodia. Come che sia, il nome di Claudia è dato all'Emilia in un'infinità di documenti dell'età di Carlo Magno fino all'Ottocento.
Quanto alle deviazioni dal vecchio tracciato le più importanti debbono essersi verificate, come s'è detto, in vicinanza dei fiumi per la necessità di trovare una via nei terreni allagati e il punto migliore per stabilire l'attraversamento della corrente principale. Gli antichi ponti romani privi di qualsiasi cura restarono certo interrotti nei primi secoli del Medioevo. Il più importante, quello sul Reno, sembra che nel secolo IX non esistesse più da un pezzo. E per molto tempo, a quanto risulta, non si mise mano a opere durature che potessero sostituire le antiche: anche i sovrani si limitavano a esigere in occasione del loro passaggio che i sudditi riadattassero la strada temporaneamente.
Una serie di lavori organici sulle strade che ci interessano viene intrapresa solo in età comunale, quando sorgono dei centri sostanzialmente autonomi che traendo beneficio diretto dalle vie di comunicazione sono spinti a impiegare le proprie risorse per il mantenimento e il miglioramento di esse. Si è veduto brevemente ciò che a quell'epoca venne fatto sulle strade da Milano a Piacenza, accennando anche allo sforzo dei Piacentini per assicurare il collegamento tra le due sponde del Po, in corrispondenza della via milanese, davanti alla loro città, non solo con il "porto" ma anche per mezzo di ponti.
Tale sforzo venne continuato nella seconda metà del secolo XII. Quando più viva ardeva la lotta fra il Barbarossa e Milano esisteva sul grande fiume un ponte di barche in prossimità di Piacenza; e tanto ostacolava l'isolamento di Milano che l'imperatore il 19 ottobre 1160 guidò contro di esso una grossa spedizione: i Piacentini poterono salvare le barche smembrando il ponte. Ma quando il pericolo bellico non fu più imminente essi ripresero a tenere ponti sul Po - ne avevano uno sul ramo vivo e uno su quello morto nel 1174, a dire dell'Agnelli - e a tenzonare col monastero di S.Giulia di Bresci per il controllo del "passo", fino ad accaparrarselo definitivamente mediante il pagamento di un tributo.
Di altri ponti sul Po presso Piacenza si ha notizia in occasione di attacchi armati condotti contro di essi: e precisamente di uno quasi raggiunto dai Cremonesi nel 1215 e del "ponte nuovo" contro cui inutilmente si accanirono grandi forze ghibelline nel colmo della lotta tra Federico II e i comuni (1239). Nel 1250 un ponte stava ancora sul Po piacentino; distrutto poco dopo, venne ricostruito più robusto. Nel 1309 un ponte sul Po era di nuovo attaccato dai nemici di Piacenza, Milanesi, Pavesi, Vercellesi, ecc., e incendiato.
Qualche anno dopo, nel 1316, i Piacentini lavoravano ancora alla costruzione di un ponte sul Po: un'opera gravosa, imposta con sistemi oppressivi da un padrone forestiero, Galeazzo Visconti. Si era ormai in un'epoca nuova: quella della lotta fra le signorie e dell'espansione viscontea; il ponte non era richiesto solo da interessi municipali, ma da quelli della città egemone. Del resto già nel Duecento Milano aveva cercato di stabilire un proprio ponte sul Po per comunicare più facilmente col Piacentino. Il ponte milanese era sorto a sud di Orio verso il 1240, in quella zona dove poco prima il grande comune lombardo aveva ceduto delle terre ai Lodigiani, perchè vi fabbricassero essi un ponte e vi conducessero una strada diretta dalla loro città. Non sappiamo se l'opera dei Milanesi sostituisse quella che i Lodigiani non avevano potuto eseguire o semplicemente si affiancasse ad essa: sembra però che l'apertura di una via di comunicazione tra Milano e Piacenza attraverso Lodi e il ponte di Orio non sia riuscita, perchè il ponte suddetto durò pochissimo tempo.
Quanto alla via Emilia vera e propria, risale all'età comunale la costruzione dei primi ponti in pietra, dopo quelli romani, sui principali corsi d'acqua. Sull'Arda un ponte senz'altra specificazione è ricordato dagli Annali Piacentini nel 1214. Un ponte in muratura sul Taro sarebbe sorto vero il 1170, per opera di un eremita che commosso dai disagi della popolazione "tanta usò industria accattando elimosine" da arrivare a realizzarlo. Il ponte esisteva certo all'inizio del secolo successivo, e gli sorgeva vicino un ospedale retto dai monaci la cui regola era simile a quella dei famosi Spedalieri di Altopascio. Negli Statuti di Parma redatti verso la metà del secolo, vi sono precise disposizioni per gli addetti alla custodia di questo ponte. L'opera, danneggiata nel 1269 e nel 1277, venne ricostruita a partire dal 1294, ma rovinò ancora poco dopo, né per allora si tentò di ricominciare.
La via Emilia aveva un ponte antico sulla Parma nell'omonima città, ma alla fine del secolo XII in seguito a un cambiamento di letto venne a trovarsi sul secco e si dovè costruirne un altro; l'opera fu iniziata nel 1207, secondo Fra Salimbene. Il ponte venne mantenuto data la sua posizione rispetto al centro urbano. Anche sull'Enza nel 1285 si stava costruendo un ponte: l'anno seguente era finito.
La Secchia, uno dei fiumi di più largo letto che s'incontrino tra Piacenza e Bologna, avrebbe riavuto il suo ponte in corrispondenza dell'Emilia, per opera della contessa Matilde. Ma in verità le prime notizie su di esso risalgono a molto dopo, e il Tiraboschi ne trovò sicura testimonianza solo per la seconda metà del Duecento. Inoltre la sua durata fu breve; un ospedale che sorgeva in quel luogo lungo la strada già prima del ponte continuò però a sussistere anche dopo di esso.
Particolare importanza tra Modena e Bologna ebbe il ponte su Panaro che segnava il confine fra i territori delle due città. Anche su questo fiume fu fatto un ponte nel secolo XIII e vi sorse un ospedale tenuto da religiosi. Nel 1354 i Viscontei campeggiando nel territorio di Modena fecero un ponte sul Panaro "dove era stato in antico". Ciò vuol dire che ormai l'antico era rovinato, ma anche la costruzione allora intrapresa aveva carattere provvisorio. Sulla Samoggia un ponte esisteva nel secolo XIII e veniva completamente rinnovato all'inizio del Trecento.
Per la costruzione infine di un ponte in muratura sul Reno gli storici locali indicano la data del 1257, ma è dimostrato che esso esisteva almeno dal 1220. C'erano anche qui un ospedale e dei "ponterii" che curavano il manufatto, il quale peraltro nel 1257 passava al comune che lo affidava successivamente a dei rettori. Il ponte venne mantenuto con continui restauri, e a prescindere da interruzioni più o meno lunghe assicurò il superamento del fiume fino all'epoca moderna.
Queste notizie, alle quali dovrebbero essere aggiunte altre relative a ponti minori e a lavori di miglioramento del fondo, mostrano che i piccoli stati comunali interessati al traffico sulla via Emilia sentirono l'importanza della grande arteria e le dedicarono molte delle loro non illimitate risorse. Anche nello specifico campo delle comunicazioni stradali il comune italiano dà dunque prova della straordinaria vitalità sua e di quella classe mercantile a cui tanto doveva. E va anche ricordato come i comuni provvedessero a tutelare le strade e le corporazioni vi facessero sorgere stazioni ed alberghi, mentre andavano decadendo gli ospizi creati dai religiosi per facilitare i pellegrinaggi. Considerando il traffico lungo tutta la strada i risultati non erano tuttavia pari agli sforzi sostenuti. Le iniziative dei vari comuni non erano coordinate, e i conflitti in cui i piccoli stati erano così spesso coinvolti facevano sì che qua o là chi viaggiava trovasse degli ostacoli. Ma ciò dipendeva dai difetti naturali dell'istituzione, quelli che alla fine ne avrebbero causata la crisi, aprendo la via alla formazione di organismi territorialmente più vasti.

o


indice argomento

Soc. Concessioni e Costruzioni Autostrade p.a (Gruppo I.R.I.) - Ed. Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1959



sito di propriet� dell'Associazione Culturale Zivido
webmaster@aczivido.net