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Le ruspe dell'imprenditore milanese ai bordi dei campi dove si combatt� una storica battaglia oltre 400 anni fa
Se Berlusconi minaccia "l'onore svizzero"
A Melegnano sono sepolti in fosse comuni gli "eroici soldati elevetici"

PARIGI - All'inizio dellautostrada del Sole un cartello indica "Melegnano". Un nome noto a milioni di automobilisti perchè proprio lì, nella cittadina alle porte di Milano, c'è il casello dell'Autosole, teatro di code interminabili nei weekend estivi, e non soltanto in quelli.
Per francesi e svizzeri Melegnano si chiama "Marignano" e non è affatto famosa per gli ingorghi automobilistici. Gli studenti delle medie di Parigi o di Losanna la conoscono per quella che è passata alla storia come "la battaglia dei Giganti". Il 13-14 settembre 1515 il ventenne Francesco I, 1,90 di altezza, discendente dei Visconti e da poco sovrano di Francia, scatenò i 12.000 cavalieri e i 18.000 fanti della sua armata ("la più bella mai vista", scrisse uno storico contemporaneo) contro le truppe confederate: ventimila milanesi, spagnoli, veneziani e papalini unitisi per contrastare invano, la conquista francese della Lombardia.
Fu la prima campagna d'Italia, pianificata a Parigi, prima di una serie che condurrà a Napoleone III e all'indipendenza italiana. Melegnano-Marignano per i francesi è una località importante perchè indica di fatto l'inizio della loro supremazia in Europa occidentale, che si prolungherà fino all'Ottocento. Per gli svizzeri è ancor più importante perchè segna l'inizio della loro celebre neutralità.
I Giganti che 474 anni fa si affrontarono sul campo di Melegnano erano da una parte i migliori cavalieri di Francesco I, dall'altra i mercenari svizzeri, alleati ai confederati, che avanzavano impavidi facendosi scudo con le loro lunghe lance. Combattenti formidabili che suscitarono l'ammirazione dei francesi e che morirono a migliaia dopo essersi battuti fino all'ultimo sangue.
Fu l'ultima volta che soldati regolari svizzeri, inviati dai vari Cantoni, scesero in campo dietro la bandiera rossocrociata. Dopo la sconfitta di Melegnano i mercenari continuarono a combattere ma solo sotto altri vessilli: quello dei Re di Francia, quello del Papa. Il sogno di un'espansione elvetica era tramontato per sempre.
Per questo il grande prato di Zivido, tra Melegnano e San Giuliano Milanese, e la piccola cappella di Mezzano sono meta, ogni 14 settembre, di pellegrinaggi rispettosi e devoti da parte di migliaia di svizzeri, molti in uniforme. Rappresentano una svolta nella vita della Confederazione che tra due anni festeggerà il 700° anniversario. E proprio Melegnano sarà tappa importante delle celebrazioni.
Ebbene, che cosa stanno scoprendo, stupefatte, le autorità di Berna? Quel fazzoletto di terra "sacra", miracolosamente scampata alla speculazione, in questi mesi è rovistato dalle rupse della società edilizia di Silvio Berlusconi e di altre imprese. Vi si sta costruendo un centro residenziale destinato ai dipendenti Eni che a due chilometri, a San Donato-Metanopoli, ha il quartier generale operativo.
Per ora si lavora ai margini, domani chissà. Le pale degli scavatori affondano nel terreno senza alcun rispetto. Estraggono antiche palle di cannone sparate dall'artiglieria di Francesco I e frantumano scheletri, come quelli dei valorosi svizzeri sepolti in enormi fosse comuni.
Nella battaglia di Melegnano morirono ventimila uomini, metà francesi, metà confederati. Se Parigi non si adira più di tanto (di Melegnano i francesi ne hanno vissute tante...) Berna è indignata. Il consigliere federale Conrad Basler è stato incaricato del dossier. Il governo vuole agire in fretta. Punta non solo sui canali diplomatici ma anche sulla potenza del franco.
In Svizzera è pronto un progetto per acquistare tutto ciò che si potrà del terreno che quattro secoli fa vide gl ultimi sforzi bellici dei valligiani elvetici. Ed erigervi un memoriale, da inaugurare - se possibile - proprio nel 1991. Il denaro non manca, la volontà politica neppure.
E forse per Melegnano e i comuni limitrofi i franchi svizzeri potrebbero essere più allettanti delle ruspe di Berlusconi.

(di Paolo Poletti, "Paese Sera", 30.10.1989)

 
 
 
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